Il deserto della mia adolescenza, circa.
Comunque se ne può trovare una buona parte: sfoghi emotivi articolati in descrizioni poetiche di chi "non sa né leggere né scrivere", nonostante fosse tutto ciò che sapessi fare - le mie armi.
Questa patina tetra che non mi scrollo di dosso riveste ogni mio scritto postato, e la gioia scaturita da quelle due-tre interazioni era impagabile: mi sentivo valorizzato dalle vostre attenzioni.
Ora, quel me del passato non esiste, e nemmeno il vostro io che s'è relazionato col me. Posso ricordare, ed è il mio intimo ricordo; potete ricordare, ed è il vostro; i dati, le tracce, i segni - tutto ciò è analizzabile solo passando per la rifrazione della nostra attualità. Intercedono certe emozioni; suscitano nostalgia e disperazione che a volte sono fini a se stesse: nostalgia e disperazione si autoalimentano nella voragine di una vita ineffabile. Scrivo, e ritengo d'averla in pugno, ma non è che la mia interiorità a essere fotografata in un'articolazione semiotica destinata a disperdersi tra altrettanti segni, nel tempo ineluttabile.
Così mi ritrovo: disilluso. Le emozioni suddette si appianano sempre più, e la profezia che strenuamente cercavo di scongiurare da piccolo pare avverarsi: che la vita adulta si mangi ciò che sono.
Di nostalgia non ne sento più - non fa più male - e la disperazione è confinata in sotterfugi che la invalidano. Il risultato è che vivo meglio, senza sensi di frattura interiore o cos'altro - ma quant'è vero che al di là di ciò che percepisco ora come il deserto della mia adolescenza vi fosse la vita, l'identità, il futuro: sotto le dune gelide sorvegliate da una Luna che, muta, testimonia.















