GOBETTI
"Quando più di vent’anni fa Ernesto Franco – lo straordinario direttore editoriale che a lungo ha guidato la casa editrice Einaudi – inventò la collana Vele pensava, come dice il nome, ai «libri come fragili vascelli, a solcare un mare inquieto cercandosi il vento propizio, o piegando quello contrario a favorire il proprio percorso». Oggi l’Einaudi contribuisce alle celebrazioni per il centenario dalla morte di Piero Gobetti con una Vela contenente sette brevi scritti di Piero, raccolti per la sapiente cura di Pietro Polito, su un tema caldo del nostro tempo: la democrazia. Bene prezioso mai come ora a rischio di naufragio nel mare in tempesta che ci circonda.
La democrazia da fare è il titolo, che riprende un’espressione dello stesso Gobetti, il quale la contrapponeva, come accezione positiva del termine, alla “Democrazia dell’armonia” che ne costituiva al contrario il modello negativo. Per il teorico della “Rivoluzione liberale”, infatti, la Democrazia, prima ancora di essere una forma di governo o un assetto delle istituzioni era un fatto di costume, un modo di essere degli individui e del popolo chiamati a darle vita e sostanza. Era, in altre parole, la forma attraverso la quale un popolo partecipa alla formazione del proprio Stato. In questo senso, appunto, da fare, giorno per giorno, con il confronto e lo scontro tra le idee e tra gli interessi collettivi contrapposti, con la lotta politica e, perché no? la lotta di classe, il lievito di una società in buona salute, capace di rinnovarsi e crescere. Insomma, l’esatto opposto della “Democrazia dell’armonia”, la democrazia dei moderati, degli adoratori dell’ordine stabile e costituito, della composizione a priori di ogni possibile frattura. La democrazia “transigente” che ha orrore del conflitto e delle posizioni chiare ben mostrata proprio all’inizio del primo paragrafo dello scritto che apre questo libro, intitolato Ritratto dell’intelligenza servile: quella di tutti coloro – ed erano tanti – a cui, per ansia di unanimismo e volontà di sopire ogni possibile tensione, sembrava democratico persino tentare di “addomesticare il fascismo”, come se, appunto, riconoscendoli e legalizzandoli gli artefici della “rivoluzione fascista” diventassero democratici. È la cifra di una «democrazia fatta» – scriverà Gobetti –, compiaciuta di ciò che è, soddisfatta di qualunque esistente, l’esatto opposto della sua «democrazia ancora da fare», con la partecipazione, l’impegno, il sacrificio. E una programmatica intransigenza.
Intorno a questa idea centrale di democrazia, ruota una serie di corollari, che aiutano a precisarne il profilo. Il saggio sull’illuminismo, dura reprimenda contro le derive culturali immediatamente precedenti («classicismo senza classici, misticismo senza rinunce, conversioni crepuscolari») che con le loro «confuse aspettazioni» e i loro infuocati «messianismi» avevano preparato «l’atmosfera di una nuova invasione di barbari», a cui quel ragazzo poco più che ventenne contrapponeva la sobria razionalità da «nuovi illuministi», per «salvare la dignità prima della genialità» e «consolidare una sicurezza di valori e di convinzioni». Segue il breve ma succoso testo su Il nostro protestantesimo, un altro tema tipicamente gobettiano: l’assenza della Riforma protestante come vizio storico della nostra «autobiografia della nazione» e dell’italica «immaturità ideale e politica», privati come fummo della pedagogia dell’autonomia generata dal «libero esame» e della rivoluzione morale che diffuse tra i riformati «la religione del sacrificio, dell’iniziativa e del risparmio». Le basi per una moderna economia industriale animata da orgogliosi produttori («operai educati alla libera lotta e all’etica del lavoro») e non da ceti medi parassitari malati di cortigianeria e da plebi affidate alla filantropia del Signore di turno.
Ma poi, cruciale, non può non essere letto il saggio dedicato alla Difesa storica della proporzionale, per certi versi il più “politico” dei testi qui pubblicati, quello che ci mostra con maggior chiarezza il nesso stretto che nel pensiero di Piero Gobetti legava la sua Rivoluzione liberale con la “Rivoluzione democratica”. Gobetti fu un “proporzionalista” convinto, un fautore della legge elettorale proporzionale pura non per ragioni tattiche, contingenti, come spesso accade nella politica politicante, ma, al contrario, per il valore strategico che egli attribuiva a quel sistema elettorale la cui utilità – scrive – consiste «nel creare le condizioni stesse della lotta politica e del normale svolgimento dell’opera dei partiti». Le condizioni, insomma, di una sana democrazia. «La proporzionale – aggiunge infatti – obbliga gli individui a battersi per un’idea, vuole che gli interessi si organizzino, che l’economia sia elaborata dalla politica». Come dire che nella visione gobettiana della democrazia, la proporzionale non è un optional ma una precondizione. Non per nulla il fascismo la vide come il fumo negli occhi, e si affrettò a liberarsene confermandosi, appunto, come “anti-democrazia” per antonomasia, non solo perché ai principii di eguaglianza e libertà tipici della democrazia formale contrapponeva la propria pratica dispotica di violenza. Ma anche perché operava come “grande corruttore” di quel costume che, come si è visto, costituiva un elemento essenziale della democrazia gobettiana, coltivando tutti i “vizi” che ne minavano le basi “antropologiche”: cortigianeria, voluttà del servire, culto del capo, irresponsabilità, unanimismo, faciloneria e vuota retorica, gli ingredienti dell’“autobiografia” nazionale.
La corposa postfazione di Pietro Polito ci guida attraverso la lettura dell’immensa bibliografia gobettiana, dai primi scritti sulla rivista giovanile Energie nove fino agli ultimi, che ne precedono la morte in esilio, aiutandoci a comprendere come, in effetti, la riflessione «sulla natura, i limiti e le possibilità della democrazia siano un filo presente, resistente e persistente» di quel lascito. E come esso ci sia ancor oggi prezioso, nell’orientarci nel labirinto pieno di minotauri del nostro presente."













