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La vicenda fa anche parecchio schifo 2# Apatia: i miei amici i Dissennatori
Il Lama: Si fa lo spiegone? Un po’ di sociodivulgazione succosa?
Il contadino: é un classico.
Il lama: E andiamo!
-Cit.
Se educare è considerata un’arte, cercare di fare arte mentre si educa non è un’impresa facile. Mi trovo a dover almeno tentare di abbandonare l’ermetismo stilistico. é una titaneria inutile, diciamocelo.
Apatìa è una parola greca che esprime l’assenza di sentimenti. Nello specifico però, il verbo “pascho” (od il suo corrispondente latino: patior) significa soffrire. (Esatto, come quella volta che vostra nonna voleva a tutti costi vedere “La passione di Cristo” e voi vi aspettavate che raccontasse la storia di un entusiasta e giovane falegname che nel tempo libero faceva gli animaletti con gli avanzi di legno, esattamente quel “patior”).
Noto ogni giorno il terrore che la gente ha di soffrire. C’è chi si rende insensibile con l’alcol, chi con un po’ di scrolling sfrenato, chi con una ventina di puntate su Netflix. Ma chi di questi dissennati seriali penserebbe mai che la soluzione al dolore, che la fiamma diretta sul palmo della loro mano provoca, sia tagliarsi le terminazioni nervose?
Pathei mathos, diceva Eschilo, la sapienza attraverso il dolore.
Non è una frasetta motivazionale. Da sempre animali di ogni specie hanno imparato la differenza tra bene e male grazie al dolore; e quello emotivo non è da meno. Il dolore forte spinge a farsi domande, ad analizzare la propria situazione per trovare vie d’uscita. Non solo, il dolore è di per sé la via d’uscita. Più intensa è un’emozione e più facile sarà per chi la prova esprimerla sotto forma di una qualche catarsi artistica, e questo è sano.
L’apatia è uno dei più imponenti sintomi della depressione.
Questa non si limita a rendere morte ed inutili tutte le idee ed azioni, agli occhi del depresso: blocca il naturale decorso della sofferenza, impedendogli di liberarsi del macigno che lo affligge e, soprattutto, annichilendo il desiderio di farlo, il desiderio di guarire, il desiderio di vivere.
Mi sento di concludere con un invito, visto che ci siamo autoinvitati in questo accogliente contesto divulgativo: quello di considerare con gratitudine la sofferenza profonda che vi è dato di assaporare e di lasciare che questa sublimi in arte;
Vi invito a soffrire bene, soffrire molto, divertirvi.
L’ultima cifra decimale
La paura della perfezione.
Mi è capitato più volte, recentemente, di discutere col mio cervello, o con quello altrui, sul tema della 'genialità'. Un po' come un bambino dolce e paffutello cresce riflettendo sul tema dell'obesità (come limite massimo della sua condizione umana, l'Idea di grasso, il Noumeno adiposo), sbiancando, di tanto in tanto, per la paura che codesto possa essere il suo destino; così una piccola me ha impastato e steso l'Idea di genio per anni, pingue sempre più del giudizio altrui sul suo privatissimo rapporto con la 'eruditio'.
Che poi 'genialitas', mi dice Treccani, è un termine alquanto tardo; e parla di tutto fuor che di straordinarietà. Ingenium. Ingenium è una disposizione naturale. Ingenium è totale fisiologia umana.
Se mai esiste un'Idea di ingenium, questa, sì, è completamente fuori dal naturale ordine delle cose. Non lo dico soltanto perché l'Iperuranio è candidamente un luogo esterno alla misera vita terrena (alcune indiscrezioni lo pongono di per certo su Marte). Sì, forse lo dico per questo. Se esiste un'Idea di ingenium, dite a Nietzsche che uccida pure quella, e la pianti di cercare scorciatoie per l'Iperuranio. Non c'è salvezza dalla materia, non si esce dalla caverna, i chimici misurano in moli e i fisici approssimerebbero tua madre, se fosse una massa puntiforme appesa a un filo trascurabile il cui angolo di oscillazione assomiglia tanto tanto al seno dell'angolo di oscillazione.
Desiderare di crescere è ciò che ci permette di vivere, desiderare il movimento è tutto ciò che siamo. In fondo, perché biasimare ciò che permette all'universo di fare il suo corso, all'energia di trasformarsi, al calore di dissiparsi e al casino di portare avanti la sua politica espansionista? E se tu, piccola me, hai paura del tuo genio, se hai paura dell'ultima cifra decimale della radice di due, sappi che non giungerai a leggerla durante tutta la tua misera, materialissima, vita. Se hai paura che qualcuno possa rubartela, sappi che non accadrà.
Non si esce dalla caverna
La vicenda fa anche parecchio schifo 1#: vietato dormire
è facile, quando stai bene, voler raccontare i fatti propri (ad una copiosa comunità di nessunointeressatoairavanellimieisullinternet), ma, forse per una crescente grafomania, ho sviluppato l’opinione che sia giusto anche documentare i momenti peggiori della propria storia. Le ragioni, essenzialmente, potrebbero essere due: è bene che chiunque soffre di disturbo depressivo trovi, guardandosi attorno, luoghi sicuri in cui però si dica la verità, in cui non si ignori ipocritamente il dolore per ubriacarsi di frasette motivazionali; la seconda ragione è che filtrare il male attraverso una struttura logico-razionale come il linguaggio si rivela spesso essenziale per evitare la sovraccrescita emotiva (quelle specie di tumori di emozioni che cominciano ad espandersi fino a che le metastasi non intaccano le zone sane) e trovare soluzioni ai problemi contingenti.
Sono diversi giorni che mi addormento ad orari ridicoli. Non avevo dato troppo peso alla questione, pensando fosse dovuto all’abitudine della sveglia tarda, insieme a qualche altra diavoleria causata dai farmaci. Poi mi è caduta in testa una lampadina. Ho avuto un pensiero e mi è caduta in testa una lampadina.
Ruminando i miei stessi neuroni e, per non perdere troppo tempo, masticandomi contemporaneamente gli occhi nella masochistica pratica dell’uncinetto, ho fatto tale cogitazione: <<Meh... sai cosa? Non mi va di mettermi a dormire, darà solo spazio alle corse illegali di pensieri autodistruttivi con scommesse annesse. Inoltre... magari, se rimango sveglia, domattina riuscirò ad essere sufficientemente cosciente per andare a scuola>>.
Così, col bernoccolo in testa e qualche salutare scheggia di vetro tra i capelli (per non parlare della simpaticissima spiralina di tungsteno che fa boing), mi sono accorta di necessitare di un altro consulto psicologico al più presto. Adesso, non solo ho paura di andare a scuola, di uscire, di alzarmi dal mio letto... adesso ho paura di chiudere gli occhi.
Mi affascina obbligare me stessa a non dormire. è vantaggioso: posso evitare i pensieri fastidiosi e punirmi fisicamente per tutti doveri a cui non adempio. Posso nascondermi assecondando la paura, evitare ogni situazione che mi fa gelare il sangue ed espiare con effetto immediato la mia colpa.
Perfetto. Elegante. Cattolicissimo.
Fusione e fissione
Quando sei dentro il tuo buco nero sei convinta che niente possa tirarti fuori, ed è la fisica a dirtelo. Senti le costole incrinarsi e rompersi sotto il loro stesso peso che, una volta oltrepassato l’orizzonte degli eventi, tende ad infinito. Non puoi vedere la luce riflettersi nei tuoi occhi, né puoi liberarti delle tue lacrime, perché niente esce da quell’abisso; si può solo entrare, immergersi, mescolarsi con la poltiglia bruna fino a farne parte. Ciò che rende ridicolo questo terrore è che la colpa è della tua stessa massa: la gravità ti colpisce perché tu sei massa. Inquanto qualcosa, puoi essere distrutto.
Fisicamente, non c’è modo di risultare meno corpuscolari della luce o delle onde radio. Non c’è modo di essere abbastanza leggeri per galleggiare sul proprio buco nero, e spesso chi tenta di allungare le mani per afferrarci finisce per spingerci ancora più giù o per essere risucchiato con noi. Così smettiamo di gridare, mentre cadiamo, perché siamo talmente in basso che il suono della nostra voce non può raggiungere nessuno.
Sono stata alcune volte così vicina al centro della mia stella nera. Niente poteva fisicamente liberarmi, non c’erano parole abbastanza forti da permettermi di vedere il mondo da una migliore prospettiva: non perché nessuno ci stesse provando, ma perché non esistevano argomenti. Ero laggiù ed avevo ragione. Così, nel disperato tentativo di non morire sola, ho fatto la scoperta scientifica più importante di tutta la mia vita: ho trovato ciò che può rendermi leggera, più della luce, quel poco che basta per cominciare a fluttuare molto lentamente e, con un po’ di fortuna, raggiungere l’orizzonte.
La mia scoperta non ha niente a che fare con acceleratori di particelle, ma è più simile ad una fissione nucleare. è la reazione che avviene quando chi ami ti fa ridere.
Convulsamente, fino a piangere, fino ad ubriacarsi della propria dopamina e sentir correre per il proprio corpo meritati brividi di piacere.
L’inizio di una storia (che probabilmente sta già per finire)
Ho creato questo blog un po’ di tempo fa, durante una notte estiva completamente insonne. Pensavo, in uno slancio di ottimismo, di poter costruire l’ennesima zona sicura di una giovane, giovane adulta, in cui tracciare alti e bassi di un percorso verso la riottenuta volontà di vivere.
Non sono mai stata particolarmente favorevole al blogging, tantomento al blogging dei fatti miei; principalmente per anticonformismo a priori: quella voglia di evitare ad ogni costo lo stereotipo di se stessi, quando ti senti talmente vicino ad un mondo che ti disgusta da negare ad ogni costo quella parte di te.
E così, più che altro sola ed annegata di studio, ho passato la fanciullezza e l’adolescenza a credermi una platonica anima razionale: io posso e devo fare sempre la cosa giusta, la mia evidente emotività non esiste, io non faccio niente di ridicolo, non faccio niente di infantile, io non sbaglio, io non permetterò a me stessa di sbagliare, io devo avere la risposta razionale ad ogni mio interrogativo, io ho le capacità necessare per rivelare misteri universali tramite la sempllice riflessione, i problemi altrui aspettano la mia magnanima mano per essere razionalizzati, io non mi abbasso a prender parte in giochi stupidi, io non mi abbasso a condurre conversazioni stupide, io lavoro, io conosco; io non faccio ciò che mi piace, io faccio ciò che devo, facendomelo piacere.
Adesso che non mi credo più una divinità scesa al mondo per tendere le sue benevolenti braccia agli esseri umani bisognosi (forse), vorrei potermi prendere la libertà di ridicoleggiare per la rete parlando dei fatti miei come questioni di diplomazia internazionale, senza che il mio Super Io continui ad intromettersi.