Ophrys Apifera - Donovan's Cove
La famiglia Abadeer era temuta e rispettata da tutti quelli che avevano un po' di buonsenso e odiata e disprezzata da tutti quelli che invece, non avevano idea di cosa fosse, il buonsenso.
Le chiacchiere su questo antico e potente casato nobiliare erano molte e di varia natura; in giro si diceva che tutti gli Alpha di questa famiglia fossero dotati di una straordinaria forza e di un grande intelletto e che invece, tutti gli Omega fossero tra i più robusti e fertili del mondo.
La linea dinastica procedeva tra Alpha e Omega senza mai deviare, perdendosi nelle piaghe della storia.
Si diceva persino, con esagerazione, che il primo Alpha sulla faccia della terra, fosse stato proprio un Abadeer.
Questi e altri succosi pettegolezzi erano all'ordine del giorno nella cittadina di Donovan' s Cove.
Donovan's Cove, come suggeriva il suo nome, sorgeva accanto ad una baia.
La leggenda voleva che questo paesino, fosse stato fondato da un pirata che per amore aveva smesso di solcare i mari e dalla sua ciurma di fedelissimi.
E si narrava, che il pirata avesse seppelito un enorme tesoro lì da qualche parte; tesoro che, però, nessuno aveva ancora mai trovato.
Con gli anni il piccolo villaggio di pescatori si era adattato al cambiamento, trasformandosi secondo le esigenze dei tempi e dopo il boom economico, Donovan's Cove era diventata una splendida città turistica che conservava tuttavia, parecchie vecchie tradizioni.
Non era perciò un caso se la notizia dell'arrivo di una famiglia così importante come la Abadeer fosse accolta da tutti con la stessa eccitazione e con lo stesso fervore con cui si aspettava l'arrivo di una celebrità.
C'era un alone di mistero che circondava la famiglia e il maniero che possedevano; intrighi, avvelenamenti, giochi di potere,
nessuno che portasse quel cognome passava inosservato agli occhi di Donovan's Cove.
Uno degli argomenti preferiti dalle vecchie comari riguardava infatti la vecchia casa sul promontorio che circondava la baia; non facevano altro che discutere e parlare dell'unico membro della casata Abadeer che aveva deciso di trasferirsi lì, trecento o duecento anni prima.
Negli anni, la vecchia magione era passata in eredità alle generazioni successive che però non ci erano mai andati ad abitare e che anzi, avevano provato a vedere, senza ottenere risultati.
Per questo e per altro, si diceva che la villa disabitata, fosse in realtà abitata dagli spiriti degli antenati della famiglia che trovavano rifugio tra quelle mura e che fosse questo il motivo principale per cui qualsiasi Abadeer che avesse ereditato la casa, avesse l'obbligo di prendersene la massima cura.
Sembrava che fosse una delle tradizioni antichissime della famiglia.
Quella dimora doveva essere sempre ben conservata e pronta a qualsiasi uso, in qualsiasi momento.
Si speculava che fare andare il maniero in rovina, avrebbe attirato la furia degli antichi spiriti familiari e che una potente maledizione si fosse abbattuta su chi avesse infranto questa legge non scritta.
Disonorare la casa sarebbe stato come disonorare la memoria dei capostipiti e dei loro figli, delle generazioni passate che avevano portato gloria e onore.
I racconti e i miti che circondavano la villetta erano tanti; alcune storie sembravano vere, altre un po' meno. Non a caso i giovani di Donovan's Cove trascorrevano, soprattutto in inverno, intere giornate davanti ai cancelli della villa, inventando tantissime storielle di demoni e fantasmi.
Niente sfuggiva ai loro occhi attenti, perciò non fu una sorpresa quando uno di loro disse di aver notato qualcosa di strano, attirando immediatamente l' interesse di tutti.
Nel maniero abbandonato era tornata la vita.
Da quella mattina in poi, era stato tutto un susseguirsi di voci, sussurri e grida, riguardo ad un possibile ritorno degli Abadeer in città.
Voci ritenute false e di pura fantasia, almeno fino all'arrivo di quel giorno.
Un corteo di macchine mai viste prima attraversò la città, attirando l'attenzione di buona parte della popolazione e risalì verso il promontorio.
All'interno dell'ultima auto nera, la piccola Marie appoggiò le mani sul vetro, guardando il panorama con occhi sgranati.
Non aveva mai visto il mare prima d'ora.
Aveva letto, di nascosto, di avventure marine e terribili tribù cannibali ma la descrizione sommaria che aveva avuto del mare non era niente al confronto di quella vista così spattacolare da toglierle il fiato.
Era una distesa così infinita che si perdeva verso l'orizzonte, unendosi al cielo oltre il suo sguardo.
Una grande tavola blu che scintillava come i gioielli di sua madre, contrapposta alla grande infinità del cielo azzurro, pieno di candide e soffici nuvole.
Si sporse leggermente cercando di catturare quella visione e di imprimerla nella sua memoria.
Era bellissimo vedere le onde infrangersi nelle rocce lasciando dietro solo la spuma bianca.
E ne era sicura, sarebbe stato bellissimo passeggiare sulla spiaggia di sabbia dorata che aveva visto dall'altra parte.
Ovviamente, le dispiaceva per la salute della madre; erano lì principalmente per quello, dato che le era stato ordinato dal suo medico privato.
Ma nonostante tutto, Marie era abbastanza sicura che si sarebbero divertiti in quella città sconosciuta così lontano da casa.
Aveva a disposizione l'intera estate per fare quello che voleva.
Forse lì sarebbe stata più libera.
Forse lì non sarebbe stata costretta a stare a casa a studiare violino o pianoforte.
In fondo lì, nessuno la conosceva.
- Marie Hana Elizabeth Dorothea Therese. - La richiamò sua madre occhieggiandola per qualche breve secondo. - Togli le mani dal vetro e comportati da brava signorina. - Le raccomandò prima di portarsi teatralmente la mano sulla fronte. - La mia emicrania sta peggiorando, caro. Manca molto? -
L'uomo accanto al guidatore non sollevò neanche lo sguardo dal giornale. - Lo sento e me ne dispiaccio, mia adorata. Ma per fortuna non manca che qualche chilometro. -
L'Omega fece un piccolo sospirò e si abbassò leggermente gli occhiali da sole tondi, lanciando un'occhiata veloce fuori dal finestrino.
Fece una smorfia e li rimise immediatamente su.
Mormorò qualche parola che la bambina non riuscì ad interpretare e si rilassò contro il sedile.
Marie osservò di sottecchi sua madre e tentò di imitare la sua postura piuttosto composta, chiedendosi se sarebbe mai riuscita ad eguagliare la sua raffinatezza.
Anche la mise che aveva scelto per il viaggio mostrava tutta l'eleganza della donna.
Indossava una camicetta color panna con un grande fiocco al collo e una lunga gonna turchese fino alle caviglie; le braccia nascoste dalle maniche a sbuffo erano incrociate sul grembo e le dita pallide, in contrasto con il rosso delle unghie, tamburellavano nervosamente sulla coscia.
Marie riusciva a percepire la sua impazienza dall'intensità unica della sua scia. Un miscuglio non ben definito di vaniglia e frutti di bosco con una nota sanguigna data dall'unione con il marito.
La bambina si soffermò ad esaminare il viso nascosto dagli occhiali scuri.
Sua madre aveva gli occhi rossi, come lei, come suo padre e come alcuni dei suoi cugini.
Le avevano sempre detto che era un'esclusiva della loro casata, una caratteristica che veniva trasmessa in linea Alpha, con rarissime eccezioni.
Da quello che sapeva era abbastanza raro che un Omega possedesse questo tratto; la maggior parte degli Abadeer Omega, aveva solo dei riflessi rossastri.
Sua madre sembrava essere l'unica che li avesse dopo secoli.
Ma a quanto pare anche i suoi "occhioni da bambina" come li chiamava sempre Nancy, avevano una particolarità che per anni non si era vista.
Li avevano definiti occhi da demone; sembrava infatti, che fossero in grado di scrutare i recessi più oscuri nascosti dentro l'anima.
Marie non aveva capito molto ma le era diventato un po' più chiaro osservando le altre persone della sua famiglia.
Nessun altro aveva gli occhi uguali ai suoi, nemmeno tra gli Abadeer.
La bambina sollevò lo sguardo e indugiò sul grande cappello a tesa larga preferito dalla madre.
Un'altra caratteristica della famiglia, che però era di tutti, erano i folti capelli neri. Suo padre li aveva scuri come l'inchiostro, sua madre invece li aveva più chiari con riflessi marroni.
E come diceva sempre lui, erano motivo di orgoglio.
Era stato, perciò, uno scandalo quando la zia Constance si era presentata ad una cena di famiglia con i capelli biondi asserendo che fossero alla moda.
Marie non sapeva perché fosse tanto grave il fatto che la zia avesse colorato i capelli ma sapeva che era questo il motivo per cui non la invitavano più.
Sua madre aveva dichiarato che la zia era troppo rivoluzionaria, che non si meritava di avere quel cognome e che stare al passo con i tempi non significava diventare un hippie.
Marie aveva cercato di chiedere alla sua tata cosa significasse esattamente ma non aveva ottenuto una risposta.
Le aveva solo scompigliato i capelli e le aveva detto che erano questioni di adulti.
-Camille, potresti calmarti? La tua agitazione mi distrae. - Suo padre smise di leggere e si girò leggermente verso la donna con un sopracciglio inarcato e i baffi a manubrio che nascondevano parte delle labbra sicuramente piegate in una smorfia di disappunto.
- Albert, caro. - Rispose lei per nulla infastidita. - Mi calmerò non appena scenderò da questo trabiccolo. -
Proprio in quel momento l' auto si fermò davanti al portone principale.
- Marchesa - L'autista scese dall'auto e aprì lo sportello della donna, facendole poi un lieve inchino.
Camille scese, rifiutando l'aiuto dell'uomo e alzò lo sguardo sul maniero mentre anche il marito scendeva e le si affiancava.
- Un po' retrò. - Osservò, lasciandosi prendere a braccetto dal suo Alpha, per poi incamminarsi impettita verso la porta principale.
Marie aprì di scatto lo sportello e si fiondò fuori dalla macchina prima che l'autista usasse verso di lei lo stesso riguardo.
Si guardò intorno con un leggero sorriso e fece un respiro profondo, assaporando l'aria salmastra sulla punta della lingua.
Quell'insolito odore le solleticò il naso, facendola starnutire.
- Lady Marie. - La tata si avvicinò a lei, reggendo in mano un maglioncino leggero che ben si intonava al vestito rosso che aveva indossato per l'occasione.
Le sorrise e le fece una riverenza non troppo profonda.
- Buon giorno Nancy! - Rispose lei indossando immediatamente il maglioncino. - Sei molto bella anche oggi. - Disse rispondendo con un cenno del capo al piccolo inchino.
Nancy era la sua tata da sempre ed era stata sempre con lei da quando ne aveva memoria.
Era una ragazza piuttosto spigliata e gentile che però sapeva come farsi rispettare.
Qualche volta era severa e anche un po' rigida, ma Marie le voleva bene, come se fosse una seconda mamma.
La adorava, proprio perché era molto diversa da Camille.
Nancy ridacchiò leggermente e inarcò un sopracciglio. - Lady, vuole chiedermi qualcosa per caso? -
Marie annuì. - In realtà gradirei fare una passeggiata in riva al mare, se è possibile. -
Il loro era un bel rapporto; Nancy non la vedeva solo come la Abadeer che avrebbe ereditato tutto e non la trattava come una bambina. In cambio lei non la trattava solo come una tata o una domestica.
Il sorriso sul viso della tata morì in fretta. - Marie… - Iniziò seria, mettendo da parte ogni tipo di scherzo. - Tua madre ha già preparato un dettagliato programma da seguire e ho l'ordine di portarti nella tua camera; hai lezione tra qualche ora. -
- Ma sono appena arrivata! E non sono stanca! - Potestò Marie, dimenticandosi per un attimo le maniere che si addicevano ad una persona del suo rango. - Nancy, per favore! -
La ragazza scosse con forza la testa castana. - Non fare i capricci Marie. - Disse risoluta. - Tua madre ha solo paura che ti possa accadere qualcosa. -
Marie alzò lo sguardo sulla tata, cercando di non dargliela vinta. - E mio padre? - Domandò.
La tata esitò leggermente. - Anche il duca avrà sicuramente le sue ragioni.-
L'espressione sul viso della piccola Lady divenne improvvisamente malinconica.
Nancy odiava vedere quella bimba così triste ma non poteva contravvenire ad un ordine così diretto; ne avrebbe parlato con la marchesa ma per ora non poteva fare nient'altro che ubbidire.
Marie si voltò di scatto verso la scogliera, ammirando lo spettacolo della natura con occhi inquieti.
Sentì la mano della tata poggiarsi leggera sulla spalla, ma non si girò.
- Lady Marie - Tentò Nancy - lei è un' Alpha, l'Alpha che un giorno prenderà in mano le redini dell'intero casato, è di vitale importanza che stia al sicuro. -
-Lo so. - Ribatté lei, abbassando le spalle, sconfitta.
Lo ripetevano in continuazione da quando aveva cinque anni e adesso che ne aveva undici, le cose non erano affatto cambiate.
All'inizio era divertente essere una principessa ma ben presto aveva iniziato a capire cosa significasse in realtà.
Aveva dei protocolli da applicare e regole ben precise da seguire.
Aveva una istitutrice privata, esattamente come l'avevano avuta i suoi genitori prima di lei e i suoi nonni, per cui non doveva andare a scuola come tutti quelli della sua età.
Non poteva uscire con le amiche e non poteva uscire quando voleva.
Sollevò il mento e raddrizzò la schiena, scivolando via dalla presa gentile della Beta. - Andiamo dentro. -
Gettò un'ultima occhiata al mare poi si voltò e si diresse verso l'entrata della sua nuova abitazione.
Nancy aveva ragione e non aveva senso insistere ancora.
Pensava sinceramente che lì le cose sarebbero state diverse, un po' più facili.
Ma lei era un' Alpha ed era una Abadeer.
Non era di certo come tutti gli altri.
Avrebbe dovuto chiedere il permesso prima di poter andare dove desiderava.
Non sarebbe stato adeguato gironzolare in mezzo ai comuni cittadini senza avere alcun tipo di protezione.
Come suo padre diceva sempre, i tempi stavano cambiando e non necessariamente ciò implicava un miglioramento.
A discapito di ciò che credevano, Marie sapeva esattamente cosa volesse dire; era una bambina, non una stupida.
I nobili non erano visti più di buon occhio come nei vecchi tempi; pochissime persone ormai potevano portare quel titolo senza attirare l' odio della gente.
Entrò nella villetta e immediatamente fu rapita dall'enorme quantità di dettagli che vi erano all'interno.
Marmi bianchissimi risplendevano sotto la luce delle grandi arcate che fungevano da finestre, statue classiche di eroi lontani impegnati nelle più ardite gesta, sotto un soffitto pieno di affreschi illusori.
Non era retrò come l'aveva definita sua madre, era un vero e proprio scrigno pieno di tesori nascosti.
Nancy rimase in completo silenzio, lasciando che la bambina osservasse l'ingresso per tutto il tempo necessario poi si schiarì leggermente la voce.
-Lady Abadeer - la richiamò la Beta - da questa parte - le indicò con un ampio gesto la grande scala marmorea ma la bambina non le rispose, né si mosse di un millimetro.
-Vorrei ricordarle della lezione programmata. - Ribadì allora la tata.
Marie abbassò freddamente gli occhi sulla Beta. - Me ne ricordo. - Disse soltanto. - Se non chiedo troppo, vorrei vedere la sala biblioteca. Ho sentito dire che è molto grande. - Inarcò un sopracciglio. - O mi è vietato anche questo? -
Nancy rimase per qualche istante in silenzio, perplessa.
Si girò da una parte poi dall'altra, cercando di ricordare la pianta della magione.
- È una villa piena di stanze e di sale - disse dopo aver fatto un lieve sospiro - la collocazione della biblioteca mi sfugge ma posso informarmi, se lo desidera. -
La bambina si rilassò leggermente e le sorrise di rimando. - Per cortesia, Nancy, lo faccia. -
La tata annuì e sparì in uno dei due corridoi laterali.
L'espressione di Marie mutò nuovamente.
Era stancante cercare di seguire le regole, essere sempre gentile e cortese quando in realtà aveva solo voglia di scappare via e di fare quella passeggiata in riva al mare.
Era una bambina dopotutto.
- Lady Abadeer - Una delle donne di servizio si profuse in un ampio inchino prima di tornare a svolgere le sue mansioni.
Marie la guardò di sottecchi, chiedendosi da quanto lavorasse per loro.
La maggior parte delle persone al servizio della sua famiglia, le era sconosciuta; a parte Nancy, la signora Williams, la governante e il signor Smith, il maggiordomo.
Si era sempre chiesta perché le avessero proibito di avere contatti con i domestici ad esclusione di quei pochi e di questi brevi momenti.
-Marie! - Nancy sbucò dallo stesso corridoio in cui era scomparsa con un sorriso raggiante sul volto. - Ho trovato la biblioteca! -
La bambina guardò un' ultima volta quel soffitto pieno di persone e nuvole poi aspettò che la tata la raggiungesse e che la conducesse nella sala.
Osservò ogni particolare del tragitto con interesse, memorizzando tutto ciò che poteva; vasi, quadri, tende, qualsiasi cosa che potesse permetterle di ritrovare la strada se mai ne avesse avuto bisogno.
Nancy rimase in silenzio, soddisfatta di aver potuto almeno esaudire quella richiesta e accompagnò Marie fino alla grande porta di legno.
-Ooh - Lady Marie emise un piccolo verso di stupore, rapita dalle splendide raffigurazioni sulla porta.
Nove ritratti di donna erano scolpiti, con grande maestria, ad altorilievo sui battenti, in nove ovali che servivano ad incorniciarli.
Ogni donna aveva il proprio nome scritto su un cartiglio che si trovava all'interno della parte superiore dell' ovale e ognuna di loro, aveva uno strumento diverso che la caratterizzava.
-Sapevo che ti sarebbero piaciute - gongolò Nancy, sfiorandone una - sono Muse. -
Marie guardò estasiata i ritratti di quelle giovani donne completamente diverse tra loro ma vestite in modo similare.
Erano impegnate in attività differenti ma una in particolar modo attirò la sua attenzione; era rivolta verso un immaginario pubblico per tre quarti è una corona di mirti e rose le cingeva la testa, lasciando cadere fuori dall'elaborata acconciatura, qualche ciuffo ribelle di capelli ondulati.
Teneva una lira in una mano e un plettro nell'altra, pronta ad esibirsi per chiunque lo desiderasse.
C'era qualcosa nel suo viso che la attirava; forse il sorriso misterioso o gli occhi che la fissavano smaliziati.
Nancy girò la chiave nella serratura e spinse il battente, ridendo. - Non vuole entrare? -
Marie fece per risponderle quando un suono insistente la distrasse.
-È il campanello? - Chiese infastidita dal trillo stridente e sgraziato. - Il signor Smith avrà moltissimo lavoro da fare -
Nancy guardò preoccupata l'orologio che aveva al polso. - Oh, Lady Marie - Disse - è tardi e lei dovrebbe già essere in camera sua pronta per la lezione. - La guardò mortificata. - Forse il colonnello ha anticipato la visita per parlare con il duca? -
La bambina sbuffò leggermente. - Ancora lezione di tattiche militari? - Si lamentò piano.
Nancy scosse la testa e la sospinse lievemente verso il corridoio da cui erano venute. - Andremo in biblioteca un altro giorno, adesso devo portarla in camera e prepararla per la lezione. -
Marie strinse i denti ma non disse nient'altro.
Odiava dover partecipare a quelle lezioni ma purtroppo sapeva anche che sarebbero state necessarie per il suo futuro e non voleva deludere nessuno, specialmente il duca.
Ma il suo scontento non era passato inosservato perché Nancy la fermò per qualche istante per darle un abbraccio leggero.
Organizzerò qualcosa di speciale per domani. - Le promise, sciogliendo immediatamente il contatto. - Oggi, accontenti il desiderio dei suoi genitori. -
Marie sospirò lievemente poi prese una delle ciocche indisciplinate e la riportò tra i ranghi in mezzo alle compagne.
-Sarà meglio andare - disse - non bisogna far aspettare gli ospiti. -
Nancy le diede un piccolo buffetto sulla guancia e la riportò verso lo scalone principale.
Era sicura che ci fossero delle scorciatoie in quella casa ma era lì da poco più di tre giorni e non aveva idea di dove fossero.
In quel momento però le avrebbero fatto decisamente comodo.
-Nancy - Marie la tirò leggermente dalla camicetta e lei si voltò per chiederle cosa volesse, ma prima che potesse farlo, andò a sbattere contro qualcuno, finendo per terra a causa dell'urto.
La borsa che l'uomo teneva in mano cadde sul pavimento e si aprì, facendo rotolare fuori alcuni dei vasetti di cui era piena.
Fortunatamente, non si ruppe nulla e i vasetti furono immediatamente ripresi dal bambino che accompagnava il nuovo ospite.
-Ah! Chiedo scusa!- Nancy si rimise in fretta in piedi e si inchinò più e più volte di fronte all'Alpha, chinandosi per restituire la valigetta al proprietario. - Mi dispiace! Sono mortificata! -
L'uomo riprese seraficamente la borsa, la spazzolò lievemente e sorrise. - Gli incidenti capitano - disse con voce bassa e tranquilla. - piuttosto, sta bene? -
Nancy arrossì lievemente e annuì.
Marie guardò l'uomo con lieve interesse.
C'era qualcun'altro che aveva attirato la sua più completa attenzione.
-Per fortuna! - L'uomo sorrise e porse la mano libera alla ragazza. - Mark Gardner. - Si presentò - Sono il nuovo medico della marchesa. -
Nancy strinse con forza la sua mano. - Avrei dovuto dedurlo dal camice. - Scherzò.
-Papà! - La voce squillante del bambino interruppe la conversazione. - Le medicine! - Lo avvertì mostrando i vasetti che aveva recuperato.
L'uomo aprì la borsa e li rimise dentro.
E questo marmocchio è mio figlio Theo. Mi accompagna perché anche lui vorrebbe diventare un medico un giorno. -
Marie era rimasta in disparte per tutto il tempo, stravolta da quello che le stava succedendo.
Non appena aveva visto quel bambino le era successo qualcosa che non sapeva definire ed era per questo che aveva trattenuto Nancy.
Un brivido intenso l'aveva fatta rabbrividire e adesso la stava riscaldando.
Non sapeva dire cosa fosse ma tutto era scomparso.
C'era lei e quel ragazzino dal profumo di orchidea così tremendamente intenso da scuoterla.
Lui non aveva niente che potesse attirare la sua attenzione, eppure si era ritrovata a fissarlo ad occhi sgranati.
Non c'era niente di particolare in lui, a partire dai capelli biondo miele spettinati oltre ogni modo, agli occhi scuri verde foresta.
Conosceva persone ben più belle ma qualcosa in quella persona la attirava inesorabilmente.
Indietreggiò nel panico più totale.
Come poteva un bambino della sua età farla tremare così? Che trucco stava usando?
Il bambino si accorse di lei e le sorrise ampiamente.
Gli mancava un dente ma Marie trovò quel sorriso bellissimo nella sua imperfezione.
Alzò la mano per salutarla ma lei non ebbe il coraggio di rispondere a quel gesto. Sembrava avesse perso qualsiasi barlume di razionalità.
Si costrinse a voltarsi e scappò via.
Ripercorse il corridoio e si nascose sotto uno dei tavolini che aveva visto.
Indietreggiava davanti a un ragazzino e si nascondeva, con il cuore che bombardava il suo petto.
Si strinse il maglioncino e deglutì.
Il dolcissimo profumo delle orchidee sovrastò di nuovo i suoi sensi e lei si rannicchiò, nascondendo il volto tra le mani.
Era buono, anche se ancora immaturo.
Mai prima di adesso la scia di qualcuno l'aveva colpita in questo modo.
Che cosa diamine le stava succedendo?
Non lo sapeva, ma per la prima volta aveva paura.