A Salvatores bisogna volergli bene; dopo Mediterraneo avrebbe potuto costringerci ad altri 20 anni di Italiapizzamandolino strizzando gli occhi (entrambi) agli Stati Uniti, magari raccattando qualche premio minore in giro per festival ed inserendo ovunque una bella scena di sport a cazzo di cane ché a quelli là piace sempre tanto, ché cementa il gruppo.
Invece Gabbo ha girato Nirvana, un film coraggioso, anzi, coraggiosissimo, una grandissimo film riuscito a metà, una di quelle cose che o ti chiami Gabbo Salvatores e hai un Oscar sul ripiano del caminetto del salotto oppure puoi anche registrare le risate dei produttori di mezza Europa, raccogliere le tue cose e pensare a come provare a tirare su qualche euro con Kickstarter (che poi all’epoca non c’era, ma questo è un altro discorso).
Insomma, Gabbo è un tipo così, uno che sicuramente ne ha fatti di errori, (tipo inserire inopinatamente il faccione di Diego Abatantuono un po’ ovunque, come quelli che mettono la maionese sul filetto di chianina), ma che ha sempre conservato un’integrità artistica, una visione d’insieme, insomma uno che ci prova, magari andando a schiantarsi contro un muro, ma ci prova.
Veniamo ad oggi, o meglio, a ieri. Gabbo si sveglia dopo le 2 ore e mezza di Avengers (l’ha sicuramente trovato noioso anche lui) con in testa un’idea folle e rivoluzionaria: girare il primo (o quasi) cinecomic all’italiana. Un baffuto Stan Lee gli è apparso in sogno e gli ha suggerito la soluzione: un bell’action movie in salsa europea, con quel retrogusto alla Alfredson che piace tanto ai critici, magari scritto in modo da sostenere il budget, ma strizzando l’occhio ad un pubblico più giovane rispetto ai colossi d’oltreoceano. Gabbo lo sa, il 2014 sarà il suo anno, già immagina i titoloni: “Salvatores: ho portato i supereroi in Italia”, quattro pagine di intervista su Ciak con una De Tassis in crisi ormonale, l’incoronazione ai Donatello come “Re del cinecomic tricolore”, ché tanto anche un falegname con tre dita su dieci è il miglior pianista in un paese di monchi.
Ma Stan Lee sta ridendo sotto i baffi. Stan è come vostra nonna, potrà anche trascrivervi la ricetta delle polpette passo dopo passo, ma potete stare tranquilli, non avranno mai lo stesso sapore; la vecchia avrà infidamente tralasciato un ingrediente, quel pizzico di noce moscata in meno sarà la rovina delle vostre polpette (che immaginavate) perfette. Se poi Stan Lee (che è addirittura più stronzo di vostra nonna) non sceglie di dimenticare la noce moscata, ma il macinato, ecco che la prospettiva cambia un po’.
Un cinecomic si basa fondamentalmente su quattro elementi: i personaggi, la confezione, la storia e il ritmo (lo scrivo e approfondisco con dovizia di particolari in un trattato di mia recente pubblicazione “I cinecomic in 4 elementi, secondo me”); “Il ragazzo invisibile” è girato bene, fotografato meglio, ha tutte quelle cosine lì degli effetti speciali al posto giusto, insomma, la confezione c’è. Gli attori sono attori, pur sempre Italiani, ma sembrano almeno aver frequentato un corso del dopolavoro ferroviario piuttosto che spaesate comparse strappate violentemente a un lavoro indefinito che non preveda in alcun modo il dover recitare battute davanti ad una macchina da presa. I personaggi sono credibili, inseriti in una storia tutto sommato interessante. Bene, il tavolo ha tre gambe. Me ecco, provate a lavorare su un tavolo con tre gambe, immagino che presto vi renderete conto che nella vita si possano trovare soluzioni migliori. La gamba mancante, quel che vanifica il buon lavoro di Gabbo vi sarà evidente più o meno dopo un’ora di film, quando inizierete a guardare con insistenza l’orologio, cominciando a pensare alla lista della spesa, al calcetto del giovedi sera, a quella palla che forse dovevate provare a piazzare piuttosto che sparare sulla Flaminia rischiando di provocare un tamponamento a catena.
Il ritmo cazzo. Quel ritmo che evidentemente i meneghini non hanno nel sangue, che Gabbo ha lasciato sul divano insieme ad Avengers, pensando di girare un film di supereroi di un’ora e mezza che il pubblico percepisse più o meno come una maratona di Murnau..
Avengers (sì, è un chiodo fisso) ha insegnato che un film di supereroi può essere noioso, Gabbo assimila la lezione e spinge il concetto fino ad un nuovo livello, cristallizzandolo nell’esistenzialismo fumettistico. Volete ridere? Sorridere? Col cazzo. I film di supereroi sono una cosa seria, e dannatamente noiosa.