Sono stata per te incoscienza, passione, proibita eccitazione, profumo, labbra, penombra, mani, sussurri, occhi belli, felicità, collo, rabbia, schiena, dolore, gelosia, sorrisi, sigarette, canzoni, poesie e poi, d'improvviso più niente.
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@errehippie
Sono stata per te incoscienza, passione, proibita eccitazione, profumo, labbra, penombra, mani, sussurri, occhi belli, felicità, collo, rabbia, schiena, dolore, gelosia, sorrisi, sigarette, canzoni, poesie e poi, d'improvviso più niente.
@errehippie
Sospeso su una bolla di sapone, soffiata dai tuoi occhi a dicembre con le mie mani così gelide che non afferrano più niente incapace di ritrovarti nella città così cambiata tra i tramonti dei nostri sorrisi, tra i tramonti della nostra vita E siamo morti a vent'anni benedicendo di speranza troppe frasi, rimaste sul guanciale Mentre dormivo sotto al tuo letto sentendoti sognare Non ho mai visto la tua nuova casa ma avrei voluto sanguinarci dentro Uscirne fuori magari in manette, un gran finale una volta per tutte E siamo morti a vent'anni coi nostri progetti di vita alternativa, coi troppi negroni barcollando in centro E i tuoi cd della Nannini per farci qualcos'altro E siamo morti a vent'anni con le tue apologie del mai e i miei per sempre Con le mie frasi complicate e le mie serenate cantate a rate Sono scomparso più dentro che fuori, troppe memorie dal sottosuolo E ho ritrovato la fotografia, io e te a Bologna ed un bicchiere vuoto E l'ho riempito per dimenticare, dimenticare di essere morto a vent'anni Dimenticare di averti amata, dimenticare di ricordarti E siamo morti a vent'anni benedicendo di speranze troppe frasi, coi segni sul guanciale Mentre dormivo sotto al tuo letto sentendoti sognare Tu sei qui che dormi e una nuvola viola di strani pensieri nella tua stanza, il sapore perduto di tutti i miei baci sulle tue labbra quanti amanti di cera si sono sciolti tra le tue coperte e ho applicato una crocetta sul livello del mio dolore, sul livello del mio dolore, sul livello del mio dolore e cammino verso l'alba di un nuovo amore amore e siamo morti a vent'anni.
Il Cile
Ora che ti ho perso, so di aver perso tutto. Malgrado ciò, non posso permettere che tu scompaia per sempre dalla mia vita e mi dimentichi senza sapere che non ti serbo rancore, che fin dall'inizio sentivo che ti avrei perso e che tu non avresti mai visto in me quello che io vedevo in te. Voglio che tu sappia che io ti ho amato fin dal primo giorno e che continuo ad amarti, ora più che mai, anche se non vuoi sentirtelo dire.
L’Ombra del Vento
Amami come ameresti te se fossi me e viceversa, quindi male e senza capire niente, ma col cielo al suo posto in una città trafficata, una vita al contrario e i sogni a metà.
Lo Stato Sociale.
- Sai, oggi l'ho visto mentre la guardava parlare. Lei non se n'è accorta, ma lui osservava dolcemente ogni suo particolare. - Una volta guardava te così. - Lo so, me lo ricordo bene, ma preferisco non pensarci.
@errehippie
“Lei era l’amore della mia vita, e io ero troppo stupido per capirlo, e l’ho persa per una cosa così scema che neanche me ne ricordo. I miei amici dicevano che quando ci guardavamo tra noi, c’era elettricità, e l’ho lasciata andare perchè ero troppo orgoglioso per dirle cosa provavo per lei. Ti dico una cosa che avrei voluto sapere alla tua età, so che l’hai già sentita milioni di volte, ma la vita è breve, anzi, ti dirò di più, è proprio corta, non sprecare nemmeno un minuto, dammi retta.”
Amici di Letto
Capivo che era il momento di lasciar perdere, di andare oltre, ma all'improvviso mi tornavano in mente i suoi modi impacciati di abbracciarmi e i suoi baci grandi, ma anche quelli piccoli, l'impeto che aveva tra le mani quando mi toccava come se fossi bella per davvero, e allora mi sembrava impossibile che non mi sentisse più. Che non avesse più bisogno delle mie incoerenze, della mia voce da bambina, dei miei capelli liscissimi. Mi è sempre sembrato impossibile. E invece.
Susanna Casciani (via occhiecapelli)
Non ci penso quasi più, ma se ci penso, quando ci penso mi sento ancora morire.
Susanna Casciani. (via no-one-tells-me-who-i-love)
Cos'è il web design?
Il web design è il processo di pianificazione e creazione di un sito web. Vari elementi come testi, immagini, media digitali ed elementi interattivi sono utilizzati dai web designer per produrre pagine che vengono viste su browser web.
I web designer utilizzano linguaggio di markup, in particolare HTML per la struttura e CSS per la presentazione.
Essi, devono inoltre conoscere in maniera approfondita le regole del graphic design e devono essere in grado di organizzare in maniera ottimale tutte le informazioni che saranno contenute nel sito e visualizzate dagli utenti. Ciò implica che il web designer debba anche studiare il modo in cui un utente si rapporta ed interagisce con il web e i sui contenuti, essere egli stesso prima di tutto un utente e ultimo, ma non per importanza, dev’essere competente nell’ambito del layout e delle griglie. Il web designer non è assolutamente un programmatore.
Partiamo dall’inizio.
Innanzi tutto, approfondiamo i primi concetti che per molti saranno pieni di termini strani: linguaggio di markup, html e css. Se vi state chiedendo se fosse proprio lo strano linguaggio parlato da Chewbacca e C-3PO in Star Wars, tranquilli, non è così, anche se spesso e volentieri i creativi in generale vengono visti come esseri extraterrestri!
Il web designer utilizza il linguaggio HTML per definire la formattazione di un sito o di un app. L’acronimo sta per Hyper Text Markup Language e questo tipo di linguaggio venne lanciato da Tim Berners Lee nel 1993. La sua funzione è quella di gestire tutti i contenuti delle famigerate pagine web attraverso dei <tag> ognuno specifico per le diverse funzioni. In soccorso dell’HTML nel 1996 venne introdotto il CSS acronimo di Cascading Style Sheets, cioè fogli di stile che servono a GESTIRE la formattazione dei contenuti. In breve, si occupano dell’impaginazione, lasciando la gestione della struttura all’HTML.
In questo modo il codice di markup è alleggerito e di conseguenza anche il file stesso.
Col trascorrere del tempo e l’avanzare delle tecnologie, la figura del web designer si è trovata difronte a diversi problemi da risolvere in quanto sempre più dispositivi sono stati in grado di supportare browser, ognuno con diverse risoluzioni, mentre inizialmente il web era destinato ad essere accessibile solo da computer. Proprio per ovviare a questi problemi, è nato il responsive: l’adattabilità di un sito alle disparate risoluzioni. Da questo momento in poi non si lavora più (solamente) in pixel, che fino a questo momento era stata l’unità di misura del web designer, ma in percentuali.
Riuscire a trattare in maniera esaustiva del web design in tutta la sua totalità sarebbe impossibile senza dilungarsi per chilometri di testo che, sicuramente, nessuno avrebbe voglia di leggere. Certo la figura del web designer è totalizzante per il futuro del proprio campo. Nel corso di decenni il web si è evoluto in maniera impressionante per poter soddisfare le continue richieste degli utenti e probabilmente continuerà ad evolversi.
Ritengo nel mio piccolo che la figura del web designer sia forse una delle più eclettiche nel campo creativo, in quanto senza delle buone basi nei campi più svariati, dalla tipografia al layout, non potrebbe essere in grado di progettare un buon sito, deve continuamente aggiornarsi… insomma, sono i supereroi silenti del nostro secolo.
Dicono che durante la nostra vita abbiamo due grandi amori. Uno con il quale ti sposerai o vivrai per sempre, può essere il padre o la madre dei tuoi figli: con questa persona otterrai la massima comprensione per stare il resto della tua vita insieme. E dicono che c’è un secondo grande amore, una persona che perderai per sempre. Qualcuno con cui sei nato collegato, così collegato, che le forze della chimica scappano dalla ragione e ti impediranno sempre di raggiungere un finale felice. Fino a che, un giorno, smetterai di provarci, ti arrenderai e cercherai un’altra persona che finirai per incontrare. Però ti assicuro che non passerà una sola notte senza aver bisogno di un altro suo bacio, o anche di discutere una volta in più. Tutti sanno di chi sto parlando, perché mentre stai leggendo queste righe, il suo nome ti è venuto in mente. Ti libererai di lui o di lei e smetterai di soffrire, finirai per incontrare la pace, però ti assicuro che non passerà un giorno in cui non desidererai che sia qui per disturbarti. Perché a volte si libera più energia discutendo con chi ami, che facendo l’amore con qualcuno che apprezzi.
P. Coelho
Porterò con me l’imbarazzo del primo bacio e i tuoi occhi nel lago le tue smorfie piccanti strofinandoci il naso la speranza spezzata di toglierti le calze di vederti dormire coi pugni sulle guance porterò con me un maglione mai lavato, le tue cadute nel buio la sconfitta, l’ingenuità d’innamorarmi la tua testa sulla spalla e i tuoi occhi bagnati il profumo del legno e delle lenzuola porterò con me l’intimità delle nostre carezze e sorrisi puerili la tua silenziosa sorpresa sotto l’ultima luna il vento freddo pungente e l’abbraccio più caldo e quel fare l’amore per fermare il tempo.
Ettore Giuradei
Mentre le ragazze della mia età facevano coi maschi prove di volo, io facevo prove di abbandono. Dopo venti giorni di cinema, pizza, normalità, avvertivo l’urgenza di non vederli più. Ricorrevo all’addio tramite sms: “Non funziona”, come se si trattasse di un elettrodomestico. Un introverso mi rispose con uno squillo e sparì nel nulla. Un logorroico mi scrisse una lettera di cinque pagine in cui mi avvertiva che un dipendente era stato risarcito dall’azienda perché licenziato tramite sms, concludeva con: “Quanti danni morali dovrei chiedere io a te?”. Ora fa l’avvocato. Un ricco mi comprò un cellulare molto costoso per convincermi a richiamarlo. Non accettai: mi piacciono i regali, non gli investimenti. Ora lavora in Borsa. Un mammone, che mi aveva invitato a casa sua per presentarmi, mi rispose: “Mia madre ha preparato il pranzo, che le dico?”, gli consigliai di dirle che non avevo appetito. Ora le presentazioni le fa al ristorante. Con loro ero stata prevedibile, inaffidabile, seriale: mai una foto insieme, una promessa, un ripensamento.Eppure, se li incontravo per caso, ci tenevano a fermarmi, volevano a tutti i costi offrirmi un caffè, azzardavano un contatto, mi chiedevano perché fosse finita, io mi chiedevo perché fosse iniziata, perché non m’insultassero, perché non sentissero l’oltraggio, l’orgoglio, l’abbaglio. Me ne ero andata prima della fine: io per loro non avevo fatto in tempo a diventare stanchezza, ero rimpianto, voglia intatta e loro per me non avevano fatto in tempo a diventare mancanza. Ti ho conosciuto in una pizzeria, a una cena universitaria. Stavi seduto accanto a una ragazza, lei era di Latina, ma sosteneva che sua nonna era regina dEtiopia, tu la guardavi perplesso. Ho preso posto accanto a te, ho pensato: sei tu. Un giorno quando racconterai ad altri il nostro inizio dirai che stavi parlando con una principessa ed è venuta a infastidirti una ‘zanzarina’, io ti dirò zanzarina a chi?, ma nei tuoi diminutivi sentirò il sollievo di non dover essere grande. Ci siamo rivisti un diciotto maggio alle diciotto, alla fine delle lezioni mi aspettavi. Hai chiesto il mio numero di telefono a un’amica comune e io l’ho rimproverata per avertelo dato. Paura di te, delle nostre notti passate a passeggiare a vanvera per Roma. Sai? mi sembra che certe piazze e certe strade le abbiamo viste solo noi, non le ho più trovate. Mi hai portato in ristoranti sofisticati, ma dal Cinese ti sei fatto coraggio e m’hai baciato. Due giorno dopo ho provato a lasciarti: ‘Non funziona’, ti sei piantato sotto casa mia, hai pianto, hai detto: «Aggiustiamola» e ci abbiamo provato. A insegnarmi come si tiene e si lascia tenere una mano ce nè voluto, io bravissima a scansare, mi prendevi la mano, indicavi un’insegna e dicevi «tienimela fino a lì, manca poco». Ho cominciato a cercare la tua mano prima che tu prendessi la mia. Abbiamo noleggiato cento film, non ne abbiamo seguito uno, abbiamo smesso di camuffare i nostri difetti, la discesa del mio naso, la tua altezza, i tuoi capelli arrabbiati, i miei più arrabbiati dei tuoi, il tuo ginocchio, la cicatrice che ho vicino all’orecchio, «bella questa malformazione» hai detto passandoci il dito sopra ed era come se la disegnassi tu in quel momento, ti ho detto «allora è una benformazione» Abbiamo costruito un vocabolario nostro, di parole minuscole ed esagerate, di progetti fatti, un figlio coi capelli inevitabilmente arrabbiati e i denti a perle, tu gli insegni a guidare la macchina ma io gli dico di andare piano, io gli scrivo le favole, tu gli spieghi come si sogna. I venti giorni erano scaduti da mesi, anni, non tenevo più una contabilità precisa. La voglia restava intatta e cresceva invece di diminuire. E mi mancavi anche quando c’eri. Mi hai dato un anello e ti ho detto «è largo» senza nemmeno provarlo. In chiesa ci tenevi ad andare insieme, io non ero praticante, non lo sono, però una volta ti ho accontentato. Il prete recitava il primo comandamento: ‘Non nominare il nome di Dio invano.’ Il nome di Dio invano non l’avevo mai fatto, ma di addio invano ne avevo detti tanti e dentro di me ho giurato di non aggiungerne un altro. La nostra prima foto ce l’ha scattata un marocchino. Io ho provato a dire no, niente foto, ma tu ci tenevi, hai fatto quella faccia, quando facevi quella faccia io pensavo sempre ‘perché no?’. È il mio compleanno, mi hai regalato il bracciale col cuore, quello che guardando una vetrina ti ho detto che mi piaceva e tu sei stato attento. Siamo nella stessa immagine: io pallida, quasi trasparente, tu scuro; io col broncio costante, tu che sorridi e non serve chiedertelo. A guardare bene, ci separa un’interruzione, un precipizio, uno strappo netto: l’ho fatto io una sera in cui volevo cancellare le nostre prove e un attimo dopo già l’aggiustavo con lo scotch. La foto l’ho messa in una scatola insieme al bracciale col cuore, all’anello, a tutte le lettere e le parole che non c’assomigliano più. Ma forse un gesto è solo un gesto e una frase è come tante, è chi la sente a caricarla di significato,cerco di convincermi ogni volta che un ragazzo mi fa una carezza, le mani sono mani, le tue, le sue, quelle di un altro,che differenza fa?, lui segue i miei lineamenti, scende sul collo, poi risale, si sofferma sulla cicatrice che ho vicino all’orecchio, penso: la benformazione, e scanso la sua mano infastidita. Vorrei che le parole per me non avessero tutta questa importanza, vorrei che non m’incatenassero a chi le dice, a chi le ho dette. E maledico i ricordi felici perché fanno più male di quelli feriti. Mi tornano in mente le vacanze estive, l’immagine di me bambina, il bagno al largo. Gli altri nuotavano dandosi slancio in lunghezza, con movimenti fluidi si mischiavano alle onde, seguivano la corrente, io m’immergevo quasi perpendicolare all’acqua, spingevo coi piedi, tenevo il respiro, volevo misurare il fondo, toccarlo,prendere una manciata di sabbia e portarla in superficie. Risalivo in modo scomposto, gli occhi rossi, il fiato grosso, stringevo la sabbia bagnata in pugno e mi sentivo più forte,sapevo cos’era il fondo, ero capace di toccarlo e risalire, la corrente fino a quel punto era un pericolo che sapevo gestire. Ho la gastrite ma la Coca non rinuncio a berla: me la facevi trovare già sgasata, prendevi un cucchiaino e le davi una girata. Ti ho amato per queste accortezze, per le sciocchezze che mi venivano concesse, perché non volevo essere saggia, volevo essere stronza e ragazzina. Ti ho amato perché certe volte non riuscivo a essere forte, volevo solo scivolarti tra le braccia e sentirti dire tutto passa, tutto passa, pure se non era vero, tutto passa, tranne noi, certo,tranne noi. Ti ho amato perché se non mangiavo avevo qualcuno che mi sgridava, perché mi mettevi a tradimento lo zucchero nel tè, perché se mi estraevano i denti del giudizio e avevo la faccia gonfia, mi volevi baciare uguale, perché insistevi per vedere i film horror e poi eri il primo a spaventarti, perché dopo un anno ancora ti spiegavo come arrivare a casa mia e tu alzavi gli occhi e ripetevi «la strada la so». Perché se camminavamo per strada curvavi le spalle per sembrare più basso e io salivo su ogni gradino possibile, perché se mi abbracci scompaio, perché una volta in macchina, mentre ci stringevamo, ti sei scordato d’inserire il freno a mano e abbiamo tamponato, perché quello che era normale diventava speciale, perché eravamo uno pure se eravamo due, ma soprattutto ti ho amato perché tu mi hai amata. Paura di te, della corrente. Eravamo al largo, così al largo, dov’era il fondo? dove la fine? Sempre meno mia e sempre più tua. Dov’era il controllo? Dove l’autonomia? Da quando ti ho lasciato, con un sms, mi comporto come se potessi incontrarti ovunque: a una mostra, una presentazione, in qualunque luogo pubblico mi trovi, tengo fisso lo sguardo sulla porta, aspettando di vederti entrare, cerco di farmi trovare sorridente, in buona compagnia, tra persone di successo e se qualcuno mi parla sottovoce e si fa audace, penso: se solo entrassi adesso, adesso, in questo momento, sarebbe un quadro perfetto. Da quando ti ho lasciato, ogni mio momento è recitato come se tu dovessi assistere. Lavoro vicino casa tua, ma allungo la strada per non passare lì sotto, ho il terrore d’incontrarti insieme a qualcuna, le tue mani sui suoi fianchi, vedervi attraversare la strada in fretta, con la certezza di finire sul letto e addormentarvi stanchi. Ma ci s’incontra anche in una città enorme e senza farlo apposta: ci vediamo all’ospedale, io sono radioattiva, ho appena fatto una lastra, tu esci da un esame. Non ci tieni a fermarmi, non mi offri il caffè, a stento un cenno, mi dici parole indegne di te e di me, di noi,vorrei spiegarti, ma spiegarti cosa?, che la paura dell’abbandono fa fare cose assurde, che per paura di sentirsi dire addio un giorno, si pronuncia per primi e subito, mi chiedi «come stai?» e finalmente lo ammetto, «male», mi guardi tutta e dici «non sembra», «tanto tu sei forte, sei saggia», sì, io sono forte, sono saggia, «tu non ce l’hai il cuore come tutti gli altri», già, io non ce l’ho il cuore come tutti gli altri, perché io ne ho uno solo di cuore, gli altri ne hanno almeno uno per ogni occasione. Mi accompagni alla macchina, salgo, provo a mettere in moto. Niente. Provo di nuovo, provi anche tu ma il risultato è lo stesso. Non ho vinto io, non hai vinto tu. Spingiamo la stessa macchina che non è partita, non ha funzionato e non si sa perché, dev’essere la batteria, la benzina c’è, i presupposti per andare lontano c’erano. Spingiamo e parliamo, le tue parole affilate, le mie così vaghe. Penso: ti sto dicendo mille frasi adesso, ma vorrei dirtene solo una e non riesco.
Perché si dice addio, Giulia Carcasi
Con i suoi occhi che mi guardavano come se davvero ci fosse qualcosa di bello da vedere in me.
Città di carta
Dopo di me non sarà più la stessa cosa, fidati. Non ho nessuna pretesa. Non ho nessuna particolarità. Gli occhi sono marroni, non ho mai la risposta giusta al momento giusto, i miei capelli sono insignificanti. Dopo di me, però, non sarà più la stessa cosa per te. Come faccio ad esserne certa? Ti sei guardato in giro? Di persone che amano come me ce ne sono rimaste poche, e di questo sono sicura. Non mi innamoro allo scoccare di ogni mezzanotte di sabati sera alcolici. Non mi innamoro mai, tranne una volta. Ti parlo, ti parlo tanto. Ti ascolto, ti ascolto tanto. Faccio l’amore piangendo e ridendo insieme. Forte, fortissimo. Lecco le tue dita e arrossisco. Penso a una serata tutta per noi e mi pervade quel senso di felicità che non mi apparteneva da molti anni, da quando ero piccola e mio padre e mia madre si baciavano davanti a me. Mi sforzo di capirti. Sono la tua amica con la gonna troppo corta per non provare un brivido. Ti faccio impazzire. Forse non mi ami ma io so di averti fatto impazzire. Con tutti i miei capricci, i miei sensi di colpa, le mie voglie, le mie perversioni, i miei occhi simili a tanti altri occhi ma così spesso languidi da volerci nuotare dentro. Tu sei pazzo di me. Adesso puoi anche andartene, e lo farai, eccome se lo farai, perché lo so che quelle come me fanno paura, eccome se ne fanno. Vattene, tanto mi sognerai per sempre. Tra vent’anni, una sera, ti ecciterai ancora pensando alla mia schiena nuda. Per te non sarà più la stessa cosa, dopo di me. Magari non mi ami, ma questo non vuol dire niente. Trovami una che ti guarda negli occhi come ti ci guardo io. E se la trovi mandala via, perché non sono io. Pentiti tra qualche mese e sappi che quelle come me amano così tanto da non essere capaci di perdonare.
Susanna Casciani
Ho scritto, riletto, tolto tre frasi, aggiunte le quattro che all’inizio non volevo dire. Rimosso nuovamente tutto. Non è facile trovare le parole giuste quando è la situazione ad essere sbagliata. (Forse volevo solo dirti che non è mai troppo tardi per fare un passo indietro, o in avanti. Anche se la strada da percorrere sembra senza uscita. Forse volevo solo dirti che non sempre indagare il passato rende meno difficile il presente. I rimpianti non sono altro che l’ennesimo macigno da trasportare, soprattutto quando non si hanno colpe da espiare. Forse volevo solo dirti che le occasioni si ricreano, che si può ricominciare e che ne può valere la pena. Anche se gli ostacoli sono tanti. Io l’ho fatto.) E invece poi non riesco a dire nulla, mi perdo in domande dalle risposte scontate, mi faccio del male pur sapendo che il dubbio ha alibi fragili, ma meno taglienti della verità. Ma la realtà è un muro contro cui faccio a testate ogni giorno. E che tu fingi di non vedere ogni volta che fai capolino nella mia vita. Ma da oggi non mi aspetto più nulla. Mi affido ai tuoi silenzi e a quello che ho sempre visto nei tuoi occhi. Fino a quando non mi andrà definitivamente in frantumi il cuore io non metterò nessuna distanza. Resto per me stessa, e per quello che purtroppo non posso fare a meno di provare. L’amore è fatto di coraggio.
The sad truth is that the truth is sad.