Soupe à l'oignon
Alec iniziava a sentire i primi incomodi dei suoi quarantasei anni. La sua stazza un po' rozza e appesantita faceva sì che si trascinasse a tentoni lungo le viuzze di La Roque-Gageac, sfinito dalle nove ore di viaggio che lo avevano portato lì dalla ben più grande città di Edimburgo. Si trovava adesso nel paese natale della sua amata Claudine, deceduta tre anni prima a causa di un inaspettato, spietato incidente domestico.
Alec ricordava perfettamente quell'improvvisa chiamata del suo vicino; lo avvisò di aver notato delle fiamme dalla finestra e di aver prontamente chiamato i vigili del fuoco. Era sufficiente il pensiero di quell'evento per percepire ancora la stessa adrenalina che l'aveva portato a tornare subito verso casa, tremante al sol pensiero di cosa potesse essere accaduto a sua moglie. Difatti, una volta arrivato lì i vigili del fuoco avevano già mitigato l'incendio, ma per Claudine era ormai tardi. Probabilmente svenuta a causa della mancanza di ossigeno, ella non fece in tempo a salvarsi. Un fornello rimasto acceso, una fuga di gas: era tutto ciò ch'era bastato a spegnere il suo vigore e il suo respiro.
Eppure, alla vista di quel piccolo e caratteristico paese, Alec sentiva quasi di star tenendo per mano la donna che aveva amato. Poteva udirla mentre questa raccontava episodi della sua infanzia, le brevi gite in gabarra sul fiume della Dordogna, le mattine passate al giardino esotico del borgo tra agavi e bambù. Tramite i racconti di Claudine, egli riusciva quasi ad avvertire una particolare familiarità con quel posto a cui, in realtà, non era mai davvero appartenuto.
Aveva da poco superato una rimessa per le canoe situata appena dopo il parcheggio, capolinea del suo pullman. Ora camminava fiancheggiando le acque del corso – limpide e placide così come Claudine gliele aveva sempre descritte – che scorrevano ai piedi dell'alta scogliera ove l'intera cittadina di La Roque-Gageac si ergeva. La vista della boscaglia fluviale, situata sulla riva opposta, si contrapponeva armoniosamente alle abitazioni poste in altura, decorate con siepi e aiuole fiorite. Un parapetto in pietra divideva Alec dal fiume, attraversato da tutti coloro che, noleggiata la propria imbarcazione, avessero voluto approfittare di quella giornata fredda ma soleggiata.
Dopo aver oltrepassato qualche piccolo bar e negozio, ricordò che la madre di Claudine gli aveva indicato di fermarsi giusto prima di imboccare la strada per la chiesa cattolica di Notre-Dame. Raggiunto il penultimo edificio sul finire della via, arrivò finalmente a destinazione.
La villetta, costruita con mattoni di pietra e un tetto marrone, non aveva alcun balcone. Vi erano, però, due ampie finestre sulla facciata frontale. Sulla fiancata laterale, inoltre, comprendeva un giardinetto un po' dismesso: di certo Margot era ormai troppo anziana per potersene occupare assiduamente, o almeno così pensò Alec. Immaginò di poterle dare una mano, in quei giorni di permanenza nel paese.
Dopo aver premuto il pulsante del citofono sentì i passi della donna scendere giù per le scale, gradino dopo gradino. Qualche attimo dopo aprì il portone, volgendo un caloroso sorriso all'altro. «Sei fatta più giovane» fece Alec in tono scherzosamente adulatorio. «Tu no. Stai ansimando come un vecchio» rise di gusto Margot, dando un breve ma forte abbraccio al suo genero, per poi staccarsi: «Su, entra. Non vorrai mica svenire qua fuori». Alec, che si era appena accorto del fiatone e del fatto che stesse quasi annaspando per riprendere aria, si rese conto che forse il viaggio era stato leggermente più estenuante del previsto.
Si accomodarono nella sala da pranzo, seduti ad un tavolo in legno di forma ovale. Nella stanza, spaziosa e parecchio luminosa, regnava uno stile classico. Le sedie, anch'esse in legno, erano coperte da cuscini color panna che richiamavano il beige del pavimento di ceramica, da cui risalivano le mura bianche coperte da numerosi quadri di paesaggi naturali. Accostato ad un angolo vi era un mobile con cassettiera, all'interno del quale si trovavano un televisore analogico ed un telefono a disco. Frontalmente rispetto ad esso, invece, un comodo divano marrone in microfibra.
I due rimasero a chiacchierare per un po', aggiornandosi vicendevolmente sulle loro vite, fino a quando non cadde un momento di silenzio. Alec ne approfittò per interrompere il discorso e spostò la mano sul suo borsone, appeso al margine della sedia. «Ah, dimenticavo: ho portato una cosa» annunciò, tirando fuori dalla tasca più esterna una cornicetta, sotto gli occhi attenti di Margot. Si trattava di un portafoto in resina fatto proprio da Claudine, che nel tempo libero spesso soleva cimentarsi in opere di artigianato. L'immagine ritraeva lei e sua madre a Edimburgo, durante il giorno della sua laurea in storia medievale. Quella foto gli riportava alla mente il tempo passato a fingere di seguire le lezioni, scambiandosi piuttosto – di tanto in tanto – qualche fugace occhiata. Ebbe un lieve tremito quando pensò ai suoi sguardi vivaci e alle sue iridi color nocciola, rimaste sempre le stesse anche col passare degli anni.
Le passò la cornice, volgendo alla donna più anziana un'espressione carica d'affetto: «Credo che dovresti tenerla tu». Margot esaminò la figura a lungo, assorta, e senza distogliere lo sguardo curvò lievemente le labba all'insù in un sorriso sincero, seppur triste: «Era proprio in gamba, eh?». Si alzò dalla sedia con delle movenze lente e dolci, prendendo con sé il portafoto per posizionarlo accanto al telefono. «Peccato che fosse anche così tanto con la testa fra le nuvole» provò a ridacchiare, invano. Pronunciare quella frase non era stata per nulla una buona idea, perché al pensiero di quel fornello acceso ora Margot si ritrovava a dover trattenere a stento i singhiozzi. Alec fece per provare a consolarla, ma con un gesto appena accennato l'altra lo fermò prima ancora che potesse aprire bocca. «Si sta facendo un po' tardi; dovremmo mangiare qualcosa» mormorò lei, riprendendo a parlare con un sospiro: «Potresti apparecchiare mentre cucino? Sai dove sono le cose». «Certo, non serve nemmeno chiedere» scattò fulmineo in tutta risposta, andando a prendere la tovaglia nella cassettiera, mentre la donna spariva dietro una porta che dava sulla cucina.
Alec riconobbe distintamente l'odore di manzo, cipolle e spezie che aleggiava nell'aria: Margot stava preparando la stessa zuppa che sua moglie cucinava di frequente. Non l'aveva più mangiata, dopo il suo decesso. Adesso era lì davanti quel piatto fumante, ad annusare il profumo forte e intenso della zuppa di cipolle, che aleggiava attorno alla stanza avvolgendola nel suo calore. Ne mandò giù una cucchiaiata; il sapore deciso del brodo di carne non tradiva per niente l'olfatto. Una cosa, tuttavia, lo aveva scosso in particolare: il sapore estremamente pepato rimandava alla soupe à l'oignon della sua compagna – così ella amava appellarsi a quella pietanza. «È uguale a quella di Claudine» osservò, la bocca che per poco non si muoveva da sola. Ogni tentativo pregresso di ricacciare indietro le lacrime era stato reso vano, perché Alec non poté più guardarsi dal cedere ad un pianto copioso. Eppure, questa volta non si trattava affatto di una sensazione malinconica, quanto più di un particolare senso di commozione. Il calore della zuppa gli aveva riscaldato il corpo, facendogli provare quasi il tepore di un abbraccio. Un abbraccio che, in quell'effimero istante, pareva essere proprio quello di Claudine. L'affetto che Alec sentiva in sé lo liberò gradualmente da ogni fatica della giornata, lasciando spazio solamente alla sua amata.
Adesso, attorno a quel tavolo da pranzo a La Roque-Gageac, Claudine per loro era viva.











