ELEMENTI DELLA MENTALITÀ FARAONICA
La raffinatezza di pensiero degli antichi Egizi, che vediamo attraverso le loro opere, come prova lo studio del tempio che riassumiamo qui, non permette che una sola conclusione: questo tipo di scrittura, con tutte le sue conseguenze, era coltivata volontariamente.
Avremo a che fare con la Conoscenza, cioè con un'iniziazione sul segreto della Vita, una conoscenza della «chiave di Vita», che è il segreto del Fenomeno che esclude una scienza fondata sulle cause oggettive dei fenomeni.
La simbolica geroglifica è essenzialmente positiva. Sceglie i suoi tipi nella Natura o nei fatti rappresentativi di una funzione, come la tessitura, l'arco, la freccia o una sedia.
Rappresenta i Principi - i Neter - non per mezzo di astrazioni (come l'occhio di Dio Padre in un triangolo) ma con personaggi umani, pronta a rimpiazzare la testa umana con una testa animale, un cobra o uno scarabeo o una testa di falco.
Il Principio Neter, determinativo, ha il suo geroglifico a parte. La teologia non riconosce che una sola astrazione e nulla la può raffigurare, è il Neter dei Neter, l'Unico: ciò che è, il Principio di tutti i principi.
Il popolo faraonico, che si preoccupa solo della sopravvivenza, e che sacrifica tutto alla vita dell'anima che riassume il principio immortale, è terribilmente positivo, «terra terra», in tutte le sue espressioni. Per lui tutto è simbolo di una funzione che partecipa della genesi della Natura sensibile, immagine della genesi dell'immortalità.
Questo giustifica la «stilizzazione» delle scene di vita nelle tombe degli alti personaggi, come quelle di vita dei campi e di allevamento a Saqqarah, di lotta a Beni-Hassan, di differenti mestieri e lavoro artigiano, o di scene familiari, a Tebe. La scelta dei colori e persino della tecnica di applicazione del colore, tutto è simbolico.
Tutto il pensiero è espresso dal gesto, non dalle parole. Questo segna ciò che costituisce la «Scienza» faraonica cioè una scienza magica (penso qui al «Trismegisto», non alla stregoneria). Che presso il popolo sia fiorita una vasta stregoneria, come nel nostro primo Medio Evo, è certo, ma è il pensiero che ci interessa qui, la direttiva del comportamento dei Maestri.
In cosa consiste questa «scienza magica»?
Nell'evocazione, non un'evocazione immaginaria, ma uno «choc» per il risveglio della coscienza di ciò che è innato nell'uomo, la coincidenza funzionale. E la sola spiegazione possibile, in accordo con tutto ciò che l'antico Egitto ci lascia ancora conoscere di sé.
Perciò la raffigurazione teologica impregna tutta la vita di questo popolo, e questo è il motivo che gli fece osservare senza mancanze la direttiva teologica in tutti i suoi atti. I Greci hanno detto che il popolo faraonico era il più pio tra i popoli.
Si direbbe pio, oggi, il popolo strettamente scientifico in tutti i suoi atti?
Vi sarebbe tuttavia una somiglianza in queste fedi: in entrambe esiste un principio direttivo adorato; ma non si arriva allo stesso risultato vitale. La direttiva faraonica è cosmica, quella scientifica è disperatamente terrestre, sebbene tutti i suoi mezzi siano astratti e immaginari, contrariamente a quelli faraonici che sono positivi, materiali.
Dal seme al frutto, dalla nascita alla morte, tra tutti gli individui, attraverso tutto, esiste uno stesso «soffio di Vita». Dalla pietra all'uomo, tutto ciò che esiste, tutto ciò che ha forma sensibile, invecchia, raggiunge la sua maturità e la sua decrepitezza. In modo «funzionale», ogni individuo è in collegamento con tutto.
Bisogna perciò ammettere un'interazione possibile senza legame materiale. Come il pensiero si può trasmettere senza sostegno sensibile fisico, deve esistere una possibilità di azione sulla materia con la volontà. Se la potenza dell'individuo isolato non è sufficiente, forse il cerchio in un certo numero può agire.
Vediamo che l'uomo, astratto dal suo controllo cerebrale, può sviluppare una forza muscolare estrema, come vediamo che può diventare insensibile al dolore e anche invulnerabile.
L'Egitto pone l'accento sul gesto. Il simbolo portatore del gesto è il movimento, ma dato che il movimento (meccanico, del braccio, per esempio) non può avere effetto che sul corporeo e dato che si tratta di un «movimento vitale», gli Antichi non possono che evocare una «genesi» col simbolo del movimento. Questa genesi è considerata come movimento di un divenire, che si tratti di un completamento o di una distruzione.
Il nostro concetto di gesto risulta da una osservazione oggettiva, mentre negli Antichi è sinonimo di una funzione vitale: una potenza che anima in un senso determinato. Detto altrimenti, si tratta di una funzione determinante da cui risultano forma e movimento. In queste condizioni si può fare astrazione dall'oggetto quando questa funzione determinante, il Neter, è definita.
Per esempio: la «natura» vegetale assume il colore verde nell'epoca vegetativa della sua crescita. Dato che questo è generale, l’idea della potenza vegetativa si ricollega alla verdezza. Anche se questo colore non esiste visibilmente (come nella proliferazione delle cellule animali), il verde sarà, tra altri, simbolo della vegetazione. Si ha la funzione verdeggiante di cui il colore è il gesto sensibile.
Tutto ciò è compreso in questo spirito: la potenza funzionale che crea le parentele e permette anche le identità. In questo spirito si deve intendere la Tavola di Smeraldo che afferma che «ciò che è in alto (cosmico) è come ciò che è in basso (particolare)»; ne segue la conclusione, ed è la Magia: "...ciò che è in basso è come ciò che è in alto».
Perciò non si può formulare una scienza magica, faraonica, che con la conoscenza delle condizioni cosmiche, attraverso le identificazioni funzionali delle parti col tutto per una stessa Via o Genesi.
È al frutto cosmico finale conosciuto e attuale - cioè all'umano - che ci si deve indirizzare per conoscere le forze dell'ambiente, da cui questi risulta.
Ciò che è sensibile evoca l'intangibile e questo costituirà il carattere del simbolo; il gesto visibile evoca la funzione che è potenza animante; questo costituirà il potere «magico» per identificazione e permetterà, per mezzo dell'accessibile, di realizzare l'inaccessibile.
R.A. Schwaller de Lubicz, Il Tempio dell'Uomo.
Nel 1904 Ernesto Schiaparelli a capo di una missione archeologica italiana scoprì nella Valle delle Regine, a Tebe Ovest, quella che probabilmente è la tomba più bella d’Egitto: la QV66, ovvero la tomba della celeberrima Nefertari, la Grande Sposa Reale di Ramses II.
Le autorità egiziane decisero di affidarne il restauro al Getty Conservation Institute che chiamò a operare un gruppo di restauratori italiani, dei quali possiamo vedere nella foto: Lorenza D'Alessandro, la quale operò al restauro dal 1985 al 1992.