"Credo che se potessi scegliere tra dolore fisico e dolore mentale sceglierei sempre il primo." Era questo quello che pensai su quel letto dopo quello stupido incidente. Sia chiaro, non sono di certo un masochista, nè provo il minimo interesse a sentire dolore fisico, ma ormai ero convinto di questa cosa. Si sopporta meglio il dolore fisico di quello mentale. Prendete ad esempio le persone che perdono un arto; tra di loro ce ne sono alcune talmente forti mentalmente da sostituire l'arto perso con uno immaginario, sopperendo così alla disgraziata mancanza. Non sto di certo minimizzando una cosa tanto grave per l'amor di Dio, ma non potevo che pensarla così. Il dolore mentale è il peggiore dei mali. Come si fa a fuggire da qualcosa che non puoi vedere? E tra i dolori mentali, tralasciando ovviamente tutte le malattie del caso, niente torturava l'animo umano come i rimorsi, le mancanze, i ricordi. Pensandoci bene le prime due nient'altro sono che figlie dell'ultima, i ricordi. Ebbene, belli o brutti che siano, i ricordi portano portano sempre quel leggero senso di tristezza che tanto piace provare a noi stupidi esseri umani. Pensateci bene, rappresentano qualcosa o qualcuno che ormai non ci sono più, momenti trascorsi, attimi di felicità o traumi; in qualsiasi caso, nel momento in cui tornano in mente tu non puoi farci nulla, se non subirli passivamente con un nodo in gola. Credo che sia anche per questo che mi terrorizza lo scorrere del tempo. Attimi che svaniscono, puff, mentre tutto c'era ora nulla c'è più, e arrivano altri attimi che, se non sei abbastanza scemo da non pensarci, vivi col terrore che finiscano anche quelli, e non te li godi. Ecco cos'erano secondo me i ricordi, e nella mia testa viaggiavano in milioni, miliardi. Tanti piccoli frammenti che si ripetevano come film senza interruzioni; proiettili, proiettili sparati alla cieca nella mia mente all'improvviso, pronti a ferirmi a sangue senza mai uccidermi, sparati in modo talmente abile da dissanguarmi ma lasciandomi comunque in vita. E li rivedevo lì, immagini perfettamente nitide di un passato nemmeno poi così lontano: persone che non ci sono più, amici che non senti da una vita, parenti che se ne sono andati o persone che prima erano il tuo pane quotidiano di cui ora non hai più la benchè minima traccia. Tutti lì pronti a ricordarmi i miei errori, i miei sbagli e le mie stronzate, anche le più piccole si, altrimenti che tortura era; tanti piccoli parassiti che mi divoravano l'anima giorno dopo giorno, con dei morsi da piranha dati con la lentezza di una tartaruga. Che esagerazione. Troppo drammatico non credete? Uno ci prova a distrarsi, a non pensare, ma come si fa, come si fa a lasciar perdere? Come si fa a far finta di nulla quando i rimorsi ti mettono all'angolo peggio di Rocky e ti assestano un uno-due dritto alla bocca dello stomaco lasciandoti in ginocchio, incapace di rialzarti? Sei lì e aspetti solo il suono della campanella, quella del giudice, o quella di quando finivano le lezione, lì dopo tre ore di letteratura latina che, non me ne voglia Cicerone, ma un'altra orazione no, gli occhi si chiudevano da soli già dopo la seconda ora, ti prego pietà. E la quinta ora finiva, lasciandoti addosso quel senso di libertà che manco fossi appena uscito di prigione dopo 15 anni per buona condotta. Libertà, si ma da cosa. Alla fine era tutto quello che chiedevo, divagazioni a parte. Pura e semplice libertà da questa mente bacata, malata, ossessionata. Un po di respiro da tutti i pensieri che l'assillavano giorno dopo giorno, ora dopo ora, momento dopo momento. Libertà dal passato, dalle cose che ormai erano andate ma che nella mia testa erano ancora presenti, ferme, imperterrite, pronte a farsi mancare come non mai. Mancanza, come posso dimenticarmene. Quante volte diciamo "Mi manchi" senza dargli troppo peso; "Mi manchi" senza dargli troppa importanza. Quando poi la sentiamo davvero, cos'è che facciamo? E quando poi scopriamo che noi invece non manchiamo, com'è che ci comportiamo? Continuavamo così, senza respiro. Proprio quello di cui avevo bisogno, un po' di respiro, da tutto questo ed altre cose, una piccola evasione, un attimo di pace in questa guerra di emozioni. Questo era quello che pensavo dopo quello stupido incidente, senza avere un finale decente a questi miei pensieri per te che non ti sei fermato alle prime due righe, per te che a metà discorso non ti sei strappato gli occhi fuori dalle orbite, per te che mi hai accompagnato in questo ennesimo delirio notturno, e anche per te, che non hai letto nulla di tutto ciò, mi dispiace, e me ne ricorderò.