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[C] «Vuoi che…?» che lo tolga? Che glielo restituisca? Non è tanto la voce il problema, incredibilmente fermo, ma le mani: appena tremanti, soprattutto la destra, le cui dita sebbene si posino sull’anello sembrano essere troppo impacciate per riuscire a sfilarlo. O forse, semplicemente, ha paura di toccarlo.
[L] Non ha proferito una sola parola fino a questo momento, però è netto il « No » di cui si serve per cauterizzare la ferita aperta e pulsante sulla quale, la voce di Cheryl, sembra versare una sostanza utile sì a ridurre l’infezione, ma non priva di effetti collaterali: in questo caso, altro dolore, un forte disagio « a che scopo, comunque? » Potrebbe non aver neanche capito a cosa lei volesse riferirsi, non la sta guardando, non se ne preoccupa — nemmeno del suono ovattato della propria voce, protetta dalla mano chiusa a coppa sulla parte inferiore del viso, o della velocità, definibile anche come irruenza, della propria risposta. « Sono state chiare » fatalista quella visione che ha del domani.
[C] «Pensi che potresti essere più felice così?» sposandola, rimanendo al sicuro e garantendosi accanto qualcuno che, nel bene o nel male, gli è legata non solo per via di un semplice anello. «Ci riusciresti mai a…?» ad amarla? Riuscirebbe ad amare lei? È qui che le parole le muoiono in gola ed è qui che, a giudicare dal modo in cui decide di attingere dal proprio bicchiere, svuotandolo completamente, l’altro potrebbe rendersi conto di una cosa molto, molto brutta: la mente della bionda ha lavorato ad una velocità tale da permetterle di avere già tutte le proprie risposte.
[L] Alza un angolo delle labbra e accenna una risata leggera, a bocca chiusa, coronando il tutto, malizia bronzo–blu compresa, con un cenno ammiccante « Ho una metà del letto completamente libera, decidi tu » butta lì, proseguendo con estrema nonchalance il gioco. È solo la botta amara di nostalgia e rimpianto finale che gli mette un punto a capo e lo convince ad allungare la propria tazza all’elfo, cosicché la creatura la prenda e permetta invece al padrone di casa di allungare un braccio sullo schienale, in direzione di Cheryl, come invitandola ad avvicinarsi, qualora lo desiderasse o ne sentisse il bisogno. « Difficile da dimenticare » soffia fuori, posando le iridi d’ossidiana su di lei, più mesto di prima, quasi un po’ apprensivo « e forse non è una grande consolazione, ma tutti avremmo lasciato perdere qualcosa, col senno di poi »
[C] Si ritrova a scivolare piano in direzione del ragazzo, prendendo quel braccio teso come consenso ad avvicinarsi e, purtroppo per lui, a stargli fin troppo vicino. Proverebbe infatti a posargli il capo sulla spalla, soffiando via una leggera risata a quel ricordo ormai lontano. E che le riaffiori alla mente anche altro preferisce tenerlo per sé, custodendo gelosamente ricordi e sensazioni che non ha mai condiviso con nessuno. Le uniche che non ha rivelato neanche ad Heaven. Non risponde più, però, socchiudendo gli occhi con l’intenzione di soffermarsi solo su quel momento di tranquillità.
« Perchè ci devi pensare adesso? » e se all’altro sembrerà di sentire una secchezza nella voce della Quinn, sicuramente non si tratterà di un’impressione. « Abbiamo tempo, Lion »
Apre le labbra un paio di volte, quasi sul punto di rispondere, solo per poi richiuderle e far seguire nuovi attimi di silenzio; è dopo quell’esitazione che si sforza di snocciolare un « Non quanto vorrei »
« No, probabilmente no »
Saying you got a hold on me, you always have You got a hold on me, I understand
Descrizione fisica
Nel migliore dei mondi possibili avrebbe sfoggiato la solidità fisica dei compatrioti di San Pietroburgo, e invece una B1 affrontata con scarso impegno ha semplicemente fatto germogliare la spontanea propensione alla pigrizia di chi alla fatica smodata e ai maglioni sudati preferisce ancora la easiest way: accettarsi così com'è, smilzo e con la corporatura di un lampione in vesti umane. Del resto deve il profilo asciutto del torace a quel totale di centonovantaquattro centimetri, ai diciassette anni la ruvidità della voce e l'ampiezza non indifferente delle spalle e, con immensa gioia, all'ascendenza parigina l'accento straniero su cui schiocca la lingua. A chi lo chiama cumuletto di lana spetta senz'altro l'accusa per diffamazione, ma non sono molti i modi per definire i riccioli corvini che si rifiuta di tagliare, nonostante siano cresciuti tanto da ricreare quel pendant evidente con le iridi d'ossidiana.
Relazioni sociali
Non saranno di certo le nozioni scolastiche ciò che ricorderà, bensì le angherie, gli scandali e i party che, assieme al resto del trio, organizza nei meandri nascosti del castello. Ma se Heav è e rimarrà sempre casa, così come l'ha conosciuta — ricca, bellissima e altrettanto viziosa —, Cheryl è stata quel mare che non ha avuto il coraggio di affrontare, non senza l'aiuto d'una bussola. Fortunatamente gli inferi offrono anche passatempi meno dispendiosi: essere il tormento di Abilene è uno di questi, oppure, dovesse mai passare di moda, un po' come il guardaroba che s'ostina a criticare alla Knox, può riparare altrove, burlandosi di Theo. E se c'è stato un periodo in cui pensava d'aver trovato un ormeggio sicuro a Hogsmeade, ora è passato; ha scoperto di poter provare sollievo ed essere umano tra ben altre braccia, quelle di Blythe.
« E ho bisogno di dirti una cosa. »
« Tipo? »
Esita, a parlare, eppure non stacca lo sguardo da Lionel. « Li studiate i vampiri a scuola? » Non è quello che ha bisogno di sapere, non propriamente. E glielo si legge nello sguardo. È palese che non abbia trovato un modo migliore per introdurre l’argomento, ma d’altro canto non è mai stata brava in queste cose.
« Credo di sì » non suona totalmente convinto « non lo so di preciso » [ … ] Il suo negazionismo interiore gli evita di riparare su conclusioni affrettate, e così l’unica cosa che trasuda all’esterno è quel perenne senso di smarrimento che l’ha accompagnato fin lì, incapace di seguire appieno il filo che quell’altra tesse tra l’una e l’altra domanda o affermazione, come anche il barlume che si vede recapitare ad ogni sguardo.
« Potresti non averne bisogno. » Dice d’un tratto, più seria [ … ] « Visto che ne conosci uno. » Un modo alquanto bizzarro per dirgli una cosa del genere ma davvero non è riuscita a formulare un discorso sensato. Vagamente divertita, le si legge una vena amara nello sguardo. « Sanguemisto. » Ci tiene a precisarlo, questo. « Siamo più interessanti. » Ma la vena ironica probabilmente non servirà ad alleggerire un’aria che improvvisamente le sembra diventata impossibile da respirare. « Avrei dovuto dirtelo prima. » Che probabilmente è solo un modo fantasioso per chiedergli scusa. Scusa per averglielo tenuto nascosto e, forse, anche per quello che è.
Con l’incastrarsi dei pezzi, la prima, spontanea inflessione che gli si legge in faccia è quella che si concretizza nel suono monco di uno sbuffo ilare, l’embrione di una risata trattenuta sul fondo della gola prima che abbia il tempo di uscire e mescolarsi alla cacofonia del salone. Il naso però si arriccia, e con lui la bocca, gli occhi che si assottigliano leggermente, rispecchiando alla perfezione lo stesso tipo di divertimento, seppur blando, che si mostra altrove. « Sul serio. » Non è una domanda, quanto un’esortazione utile a far tornare la chiacchierata dentro la carreggiata. Non riesce ad interpretare altrimenti l’ironia della rossa, la legge come tale, per quel che è, e così passano frazioni di secondo. Una, due, tre. Poi, impigliando nuovamente le iridi sulla ministeriale, si ritrova ad accogliere nello stomaco la punta dolorosa del dubbio. Il sospetto che si insinua tra le viscere, finché il sorriso aguzzo impresso sui muscoli del volto si cristallizza, fino a sfiorire in una smorfia dal sapore amaro. Un cipiglio che non riesce a far segreto della repulsione che inizia ad agitarsi al di sotto, tra le fondamenta. « Sei– » S’interrompe, le mani che corrono ad appigliarsi intorno il perimetro del tavolo, nervose nei tendini che si intravedono sul dorso [ … ] come se avesse bisogno di contatto con qualcosa di concreto, di sicuro. Poi « Devo andare. » Ed è esattamente ciò che ha intenzione di fare [ … ]. Non una parola, uno sguardo. Nulla. Silenzio. Solo questo.
« Non ci parli più con le sirene. » Sentenzia. Il tono asettico tipico delle constatazioni accompagna un check superficiale del soffitto, forse perché lascia alla Turner il tempo di mettersi comoda, di valutare l’invito, o a se stesso la sicurezza di movenze sfrontate e il beneficio di un contatto visivo mancato.
« Mi è parso che le sirene fossero piuttosto impegnate. » Ancora una volta, il tono non è accusatorio. Quello che si limita a riferirgli è una semplice constatazione, fatta per giunta con una stretta di spalle. Prende un respiro più profondo degli altri, concedendosi solo ora di lasciare scorrere lo sguardo sul compagno e sul suo viso. [ … ] « E mi è parso che neanche loro fossero molto disposte a parlare. » Affinché dica ciò, però, le è stato necessario prendere un respiro ancor più profondo, del tutto intenzionata ad impedirsi balbettii di sorta, per risultare la versione più composta e pacata di se stessa.
Non sembra prenderla sul personale l’osservazione di Cheryl, tanto più che si limita a mimare una semplicistica scrollata di spalle finché, al contrario, non valuta nemmeno l’ipotesi di smetterla. Smettere di essere così sfuggente, volatile [ … ] ma ad un certo punto è inevitabile il da farsi, il quale consiste nel volgersi sul serio. Verso di lei, concedendole un’occhiata diretta, senza velature o altre cose inframezzo, a parte la distanza fisica tra l’una e l’altro. Forse è questo il motivo per cui quel « Non mordo » potrebbe avere una declinazione ironica all’interno del tutto, sebbene alluda essenzialmente a come la bronzo–blu sembri intenta a camminare sul ghiaccio che si forma sopra al Lago Nero in inverno, col timore di udire la prima crepa.
« A volte lo fai senza rendertene conto. » Anche questa non è un’accusa, ma l’ennesima semplice constatazione.
Qualcosa di quella prima osservazione sembra coglierlo alla sprovvista, abbastanza da strappare ai lineamenti la stessa sfumatura sorpresa che intima all’arco sopraccigliare di scattare verso l’alto e alle iridi nero ossidiana di incastrarsi sulla silhouette della Corvonero. Lui morde. Non se l’aspettava, a quanto pare. Gli ci vuole poco più di un istante per ritrovare la compostezza, serrando brevemente la mandibola, con quel guizzo che sbuca sotto lo zigomo già pronto a tradirlo e una boccata d’aria che, a rottura dello schema regolare della respirazione, fuoriesce sibilante attraverso le narici, sgonfiando spalle e torace.
La lascia avvicinare mentre, come sempre, i cinque sensi consegnano al mondo le risposte su cui il neo sestino non ha voce in capitolo, come accade per il brivido di piacere scaturito sotto il suo tocco, e che ora gli risale la pelle nivea, fino ad arrivare alle spalle, finché la mancina si muove quasi istintiva, determinata a catturarne l’artefice e, dunque, richiudere dolcemente le dita intorno al suo polso. […] le eviterebbe solo di fuggire dalla propria portata e, in più, guadagnerebbe per se stesso un nuovo fulcro su cui concentrare l’interesse. L’attenzione difatti scenderebbe lì, sul punto di incontro tra i loro corpi: palmo della mano e giuntura sottile. Bellissimo, suggestivo e perfetto. « Chi, io? » La voce risulta giocosa alle proprie stesse orecchie, seguita però dal balzo che il pomo d’Adamo compie lungo la gola, rivelando l’effetto di una deglutizione che, purtroppo, è fisicamente impossibile nascondere.
Non si ribella alla presa, abbandonandosi invece per quanto possibile senza un supporto alle sue spalle, tanto da dedicare alla distesa d’acqua davanti a loro uno sguardo meno approfondito di quanto volesse fare all’inizio. Complice anche la battuta del verde-argento che la porta a voltarsi verso di lui, un accenno di divertimento sulla punta della lingua. « Sei a caccia di complimenti perché hai sentito la mia mancanza, o solo per il tuo ego? » e che abbia notato o meno il movimento del pomo d’Adamo non è ben chiaro. Lo sguardo passa comunque, neutro, sulla gola del più grande per poi scendere sul petto esposto e soffermarsi lì. E in un altro momento forse l’avrebbe fatta ridere di gusto come lui salga a studiarle l’acconciatura, mentre il proprio interesse è per il novello tatuaggio che gli decora la pelle. Ma c’è un’esitazione palpabile nell’aria attorno a lei, […] i lineamenti che si tingono di palese indecisione, prima che l’istinto decida di prendere il sopravvento. Ancora trattenuta dalla mano di lui, si avvicina di qualche passo verso la sua figura. Quanto basta per arrivargli davanti. « Credo… no, non “credo” » scuote appena la testa, senza smettere di guardarlo « Ti devo delle scuse e basta » e intanto la mano sinistra andrebbe a sollevarsi, proseguendo verso quella del più grande con l’intento di sfiorare delicatamente la sua pelle.
« E perché non tutte e due? » La leggerezza dell’accento e del tono cozzano con l’attenzione tuttora ancorata in basso, finché il guizzo del pomo d’Adamo, fatto il suo affondo sulla gola, non ripete alcuno show off, neanche dopo aver infilato fra le parole un’ammissione implicita. Ego e mancanza sembrano un giusto compromesso, dopotutto. Il focus indugia ancora un istante sui raccordi delle ciocche e, nella ricerca di un’altra distrazione da offrire nell’aria densa di salsedine, si ritrova invece a guardare lei, di nuovo, e a prendere coscienza di uno spazio inframezzo che si riduce. Comunque non è quello a farlo rimanere in apnea, inconsapevolmente, è il rimorso che si vede restituire adamantino, privo di filtri. E dopo di questo, quando le narici rilasciano il fiato, è il turno dello sguardo, il quale ruba una frazione di secondo per saettare sul paesaggio alle spalle della figlia di Tosca. « Sì, beh » incespica brevemente […] « non fa niente, scuse accettate. » Talmente lapidario che non ha bisogno di extra per far passare il messaggio principale, ovvero che non pare avere intenzione di esporre le motivazioni dietro l’indisposizione di giorni prima, o dietro un silenzio perdurato altrettanto. Ora, se solo Blythe glielo permettesse, sarebbe la destra a prendere iniziativa e sollevarsi alla ricerca dichiarata della nuca di lei, nel punto in cui può sentire sotto il palmo l’attaccatura inferiore della capigliatura, il busto che per forza di cose si stende più vicino, senza tuttavia affievolire i centimetri che spaziano tra l’uno e l’altro viso. « Però non farlo più. » Non è un ordine, glielo sta chiedendo. Di non ignorarlo.
Ed è spontaneo il sorriso dolce che coinvolge il resto dei lineamenti, portandola a sollevare la mano libera verso i capelli per spostare una ciocca dietro l’orecchio – neanche questo le potesse impedire di sciogliersi sul posto. « Anche tu mi sei mancato » soffia morbidamente, prima che l’esitazione prenda il sopravvento. È questo che la porta ad avvicinarsi e a non demordere, neanche quando lo vede prendere distanze emotive davanti ai suoi occhi. Lei, i suoi, li tiene ben fissi sul viso altrui senza perdersi nessun cambiamento – nemmeno il minimo – del suo ragazzo. E offrendogli, forse inconsapevolmente, lo spettacolo di chi arriccia appena le labbra con dispiacere nel vedersi rispondere in quel modo ma senza rifiutare le scuse. Annuisce debolmente, complice anche il sentirsi infilare nel frattempo la mano tra i capelli sulla nuca. E’ impossibile trattenersi dal tremolio in cui s’impegnano le ciglia, o il modo in cui le labbra si schiudono appena, facendole perdere per un battito il focus. Si schiarisce la voce, tornando ad osservare il LaLaurie con aria più seria del normale – se vogliamo ignorare quel pentimento presente sul volto. « Te lo prometto » rimane ancora qualche secondo ad osservarlo, facendo saettare gli occhi anche su quella piccola ruga in fronte prima di muoversi. Lentamente, se lui glielo permettesse, allungherebbe il viso in direzione del suo petto. Muovendo anche qualche passo in avanti fin dove necessario per posare un bacio delicato lì dove il tatuaggio ricopre la pelle. « Per quello che ho detto » oh no « Non mi pento di averlo fatto. Ma per “come” l’ho fatto. » sussurra contro il petto altrui, nascondendosi volontariamente alla vista del più grande alla bell’è meglio. Palesemente piena di vergogna.
Evita di aggiungere alcunché, non c’è bisogno di altro, solo di raddrizzare un poco la linea della spina dorsale per consentirle di accoccolarglisi contro il petto in quello che scambia erroneamente per un lieto fine. Perché se in risposta al bacio — quello deposto sul torace — i polpastrelli affievoliscono la presa sul retro del suo collo, sgusciando leggeri più in basso, in un tratteggio candido del percorso delle vertebre, fin dove può riconoscere le grinze del copri–costume, è altrettanto vero che un crescente nervosismo giunge a cristallizzare la curva delle spalle larghe del purosangue già sul nascere dell’ammissione finale. « … » Si protende in un silenzio insistente, fino a che per primo non schiarisce la voce, inclinando il capo verso il basso per osservarla, accartocciata dalla vergogna, contro di sé. È una delle rare volte in cui la lingua non sa bene che cosa articolare, o meglio: le cose da dire sono molte, ma per un qualche motivo nessuna sembra adatta alla versione del tutto nuova che la quintina sta offrendo al mondo. Di solito non è lei a richiudersi in una conchiglia, semmai è l’ariete che cerca di crepare il guscio, e le abitudini, i ruoli per qualcuno sono duri a morire. « … Blythe? » Gli costa uno sforzo non da poco, anche se a conti fatti il tono non è più forte di un mormorio. La mancina intanto continua ad essere una presenza costante, con il dorso delle falangi che, posizione permettendo, tentano di solleticarle una porzione del viso esposta, sempre che ci sia. Uno zigomo, la curva della mandibola, una tempia. Va bene qualsiasi cosa, basta che possa ridestarla in qualche modo.
Sospira delicatamente nel sentire la mano scendere lungo la schiena, ricambiando il contatto con un altro bacio casto contro il petto altrui, stavolta mirando dove sta il cuore. Esattamente dove sorge ancora una volta il suo tatuaggio, ora per forza di cose nascosto alla vista di entrambi. « Sto bene, darling » sussurra in risposta a quel richiamo, mentre la mano libera salirebbe lungo il petto del ragazzo e, passando per la spalla, andare a posarsi contro la sua mascella proprio mentre arriva quel tocco familiare contro il suo viso. Lo stesso che va a rialzare subito dopo, ricercando gli occhi altrui. « Ultimamente mi sento… un po’ insicura » confessa, sospirando appena prima di continuare, abbassando lo sguardo sul tatuaggio del LaLaurie. « Credo da dopo la cosa con la Beaufoy » aggiunge, facendo passare un paio di secondi di silenzio da parte sua prima di continuare. « E ho pensato che forse, se conoscessi un po’ di francese… magari non mi sarei sentita messa da parte » come legarsi al dito le cose, parte millesima. Almeno però riporta gli occhi sul viso del neo-sestino, ricercandone ancora una volta lo sguardo mentre il pollice dell’altra mano donerebbe una carezza contro la sua guancia ad accompagnare il sorriso dolce che gli rivolge. « Tu mi faresti da insegnante? » un’altra carezza, stavolta a causa dell’indice che sfiora l’interno del polso altrui. Lì dove il battito viene celato dalla pelle.
« Non sembra » che lei stia bene. L’unica cosa che lo tradisce sono i lineamenti in perenne cambiamento, resi più tirati dal sopraggiungere di una scintilla di smarrimento. « … Francese? » Ripete, come stordito, mentre nel frattempo la mancina accostata al viso della quindicenne rimane ferma a mezz’aria, con il dorso delle giunture ad un soffio dalla sua guancia. « Io– » esita, riformulando in un ben più semplice « beh, sì, se è quello che vuoi. » Adesso riesce finalmente a raccogliere un briciolo di equilibrio emotivo, chissà se grazie alle carezze che ha potuto registrare nel frattempo, fatto sta che la segue, adagiando la mano sinistra al lato del suo capo, con lo spazio fra il pollice e la lunghezza del resto delle dita che prova ad incastrarlesi sotto l’orecchio, relegando dunque le punte di queste ultime tra le ciocche altrui, il profilo dell’opponibile adagiato contro la sporgenza dello zigomo. « Però, nel senso » le pupille si slanciano per un attimo in qualcosa di simile ad un eye–roll, ma di diversa utilità; la tipica fuga nel vuoto che serve alle persone per trovare al volo una risposta, prima di tornare a posarsi sull’oggetto delle proprie attenzioni, Blythe « non voglio che tu ti senta così. » Messa da parte, insicura. « Non voglio farti sentire così. » Affonda gli incisivi nella parete interna del labbro inferiore, incerto su dove andare a parare di preciso. « Cioè, se vuoi imparare il francese perché ti va o per qualsiasi altro motivo okay, ma non hai bisogno di queste cose per piacermi, non sarei qui altrimenti », se davvero non provasse qualcosa.
Si mordicchia il labbro tra una pausa e l’altra, l’ansia che non avrebbe bisogno neanche di un’ipotetica Merlino’s accesa per rivelare come quella confessione la faccia sentire. Questo però non le impedisce di annuire un paio di volte con foga davanti allo smarrimento del LaLaurie, trovandosi poco dopo a sorridere non solo per il contatto della mano maschile contro il lato del suo capo – adagiandosi d’istinto contro quella piacevole presenza con espressione lievemente persa – ma anche per via dell’accettare altrui. […] E per il tempo di due battiti, non c’è altro da fare se non rimanere ad osservarlo prima di tornare a sorridere lievemente. « Non ho mai pensato che tu l’abbia fatto apposta » un soffio delicato, facile da soffocare sotto il rumore delle onde non fosse per la vicinanza tra i loro corpi.
Per gli occhi scuri ovviamente vale lo stesso, non si sono scostati altrove nemmeno per un secondo. « A proposito » così, riaffiorando dal nulla « ti va di restare assieme stanotte? » Non è la prima volta che condividono il letto, eppure qualcosa, forse l’esperienza relativa al fine settimana precedente, la lontananza di quella volta, lo spinge ad avanzare una domanda priva di filtri.
« Mi piacerebbe un sacco. Anche per le altre sere, se per te va bene » non riesce a soffocare il sorriso dopo quella proposta di dormire assieme, nemmeno quando la mano contro la guancia si avvicina alle labbra altrui cosicché il pollice possa tentare di donare una carezza a quello inferiore. « Potrei anche avere qualcosa da mostrarti » ma non sembra intenzionata ad approfondire per adesso. Perfettamente e finalmente in pace, tra le braccia del neo-sestino.
E chissà se quell’altra può sentire le pieghe del sorriso che si increspa direttamente sotto il polpastrello, o il fiato che il purosangue utilizza per risponderle: « Anche tutte » le sere.
Descrizione fisica
Vestito nei panni d'adolescente cresce a vista d'occhio, guadagnando centimetri giorno per giorno, totalizzandone ad oggi ben centosettantacinque. Tuttavia, anche se la chioma di riccioli corvini si è fatta riconoscibile in giro per i corridoi di Hogwarts, la stazza non è cambiata molto. Ha il solito fisico slanciato, dal torace asciutto e le spalle che vanno allargandosi, la voce ruvida. Lips red as the rose, hair black as ebony and skin white as snow lo rendono un'eccellente versione maschile della Biancaneve babbana che non desidera conoscere, solo più affine allo spettro emotivo della matrigna cattiva, tra sogghigni smorfiosi e i lumicini sinistri che animano le iridi d'ossidiana. Tempera nera su una tela di puro alabastro, come i geni made in France and Russia che giocano a fare la guerra sul volto da sedicenne.
Temperamento
Ficcanaso, dispettoso e maligno, sia lodato Salazar per averlo fatto nascere almeno furbo abbastanza da continuare il suo lavoro di spiritello infestante senza cadere vittima delle stesse mirabolanti trovate che pesca dal cilindro — una bolidata al giorno toglie il San Mungo di torno, o così dicono. Però non è per questo che è finito negli inferi, no, è più merito della lingua biforcuta che si ritrova e, infatti, nel suo inventare mille e uno modi per rompere le social norms gli piace includere l'ironia sottile con cui stila giudizi, ma soprattutto pensare di non essere noioso. I don’t take orders, I barely take suggestions è quella regola che non ha letto sul manuale del perfetto messere purosangue, ma che, nonostante questo, ha preso a cuore.
Lunedì 14 marzo, dalle ore 10 in poi | Quinto anno e resto del castello
Dalla mattina di lunedì 14 marzo e per la successiva decina di giorni, alcuni studenti del quinto anno potrebbero mostrare comportamenti insoliti rispetto all'atteggiamento abitualmente assunto nel quotidiano. La causa si può facilmente far risalire all'evidente runa incisa sul palmo della mano, destra o sinistra a seconda del quintino. La runa varia di persona in persona: c'è chi sembra impassibile alla vita, chi non capisce cosa gli accada intorno, chi sprizza gioia in momenti poco opportuni, chi reagisce come se stesse incassando un cazzotto ogni volta che riceve una critica, e così via. Insomma, in giro c'è un po’ di stranezza in più rispetto alla tipica anormalità di Hogwarts.
«Come ci si sente?» A non provare nulla, insomma.
« Non lo so di preciso. » Sembra sincero, alleggerito grazie al suono musicale dei rimasugli parigini che screziano delle sillabe altrimenti glaciali. « È come » si blocca per una frazione di secondo, con la destra che va a rilassarsi contro la superficie granulosa del foglio « Come quando si dorme, ma senza sognare » all`incirca « Non senti niente. È più o meno così » … « Credo. » Supposizioni. Opinioni basate sui frammenti del sentire puramente umano che ricorda aver sperimentato sino a due giorni prima, sebbene quel “lutto” non gli provochi nulla. Risentimento, né un vago senso di perdita.
Lezioni extra
« E poi, devo insegnarti il Codice Morse o no? »
« Mh–mh. »
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« Dovresti davvero memorizzare prima i suoni corrispondenti ad ogni lettera, solo che su carta… » [ … ] « Un modo per unire le due cose… e farti memorizzare sia come scriverlo che come “suonarlo” ci sarebbe » si alza con calma, puntando entrambi i palmi sul banco, dandosi la spinta. O coraggio, quello che normalmente servirebbe per avvicinarsi ad una persona ed allungarsi verso di lei. Una gamba che andrebbe ad occupare idealmente lo spazio tra le ginocchia altrui, mentre la mano destra si dirige sicura verso il mento del quintino. Il busto allungato verso la sua figura, gli occhi che saettano brevemente tra le labbra del Serpeverde e gli occhi. E se ancora non si fosse allontanato, sarebbero proprio le sue a schiudersi in un quasi sussurro « Ma dipende da quanto te la senti di imparare »
Si rivede spettatore dei profili in movimento dell'altra, mentre si tira all'inpiedi e si avvicina, incastrandosi con una gamba tra le proprie, il busto sporto, ma senza alcun contatto diretto, ad eccezione dei polpastrelli appigliati sul mento, dai quali non si sottrae. Non fugge, non tenta nemmeno di rinchiudersi in un guscio, tutt'altro: Il capo infatti si inclina di qualche grado all'indietro, in modo tale da riuscire ad incatenare lo sguardo al suo, privo di sogghigni o altri accenni malandrini. « Secondo te? » È limpido, o almeno lo è in una maniera in cui può riuscire a dimostrarlo lui, finché inspira leggermente dalle narici, muovendo con cautela la destra per provare a farla scivolare dietro il collo della Quinn, delicatamente. Movimenti lenti, misurati, sono quelli con cui avanza il tentativo, forse per costruire in quel modo una risposta.
Di sicuro non quanto agire in conseguenza alla propria decisione, trovandosi a godere della pelle altrui sotto la presa delle proprie dita e, poco dopo, della reazione che si snoda sotto i suoi occhi con una prontezza che la porta a sgranare leggermente gli occhi. E a provocarle un saltello nel petto, ad altezza del cuore, accompagnando il brividino che le attraversa la schiena nel sentire la mano altrui dietro il proprio collo. Come può non sorridere felice davanti ad un’accettazione così palese, dietro il mordicchiarsi ora il labbro inferiore nel contemplare i lineamenti del verde-argento? [ … ] « Nel gergo ufficiale del codice, i punti sono chiamati “dits” » sussurra, gli occhi già sulle labbra altrui « Le linee invece sono chiamate “dahs” » e qui, senza alcun apparente filo logico, la mano sinistra salirebbe per andare a posarsi contro lo schienale della sedia alle spalle del Serpeverde. Permettendole così di avvicinarsi ancora di più con il proprio corpo ed approfittare dell’inclinazione del viso altrui, impostata dallo stesso. A quella distanza, ormai la destra non ha più motivo di tenere la presa sul mento del ragazzo, trovandosi invece a scendere contro la sua mascella proprio mentre il viso della più piccola si fa vicino, fino a posare le labbra contro quelle del francese in un contatto lieve. Un bacio fugace della durata di appena un secondo, prima che si stacchi di giusto qualche millimetro. La giusta distanza per sussurrare un « Dit » e chissà se Lionel avrà tempo di capire la “lezione”, considerando come la Tassorosso torna subito dopo sulle sue labbra. Stavolta si soffermerebbe su di esse, imprimendovi un bacio che ha tutto l’intento di rivelarsi fin da subito più intenso del primo. Più lungo, più lento. Per imprimere la reale differenza tra dits e dahs ma soprattutto, a giudicare dal sospiro mozzato che il Serpeverde potrà sentir provenire dalla Quinn assieme al suo corpo che si rilassa grazie a quel contatto, per permetterle di godersi quel bacio per tutta la sua durata.
È piuttosto un invito ciò che arriva, un modo per restituirle il contatto sotto forma della mano che viene fatta arrancare fino alla pelle altrui, trattenendola nel limbo di quella vicinanza attraverso la presa delicata che le deposita sul retro della gola, risalendo poi pian piano, fin quando con la punta delle dita non arriva a distinguere il formicolio provocato dai capelli, là dove ne incontra l’attaccatura, lasciando che questi gli sfiorino indisturbati persino le nocche. Nel contempo, neanche le pupille scure si lasciano intimorire dal riflesso immediato che spinge il cuore ad accelerare la sua maratona e a frullargli nel petto come le ali di un uccellino in gabbia, impigliandosi sul volto di lei, per leggerne l’allegria e un labiale che, così come le informazioni offerte ad alta voce, purtroppo vengono carpite soltanto in parte. Parla chiaro il respiro tremante catturato a tradimento attraverso i denti, finché la lascia avanzare ancora, giocare con i polpastrelli sul proprio volto e infine azzerare lo spazio rimasto per accaparrarsi un bacio così effimero, che nel sentir venire meno il tepore delle labbra della Quinn, gli viene spontaneo scattare poco in avanti col collo, quasi a doverla seguire ad occhi chiusi, sebbene si arresti prima di far accadere alcunché di concreto, sollevando un filo le palpebre, giusto per intravederla tra la ragnatela scura e sfocata delle ciglia. Anzi, ne approfitta per scrutarla ancora una volta, memorizzare tutti i dettagli che con l’accostamento dei loro visi divengono visibili e infine accogliere l’infrangersi di quella nuova effusione lenta con anche il braccio sinistro che va a cingerle morbido un fianco e la mancina a palmo aperto pronta a posarsi sulla schiena della più giovane, offrendole una sorta di sostegno per tutto il tempo che snocciola nel mentre. Perché è lì che resta, a godersi la sensazione, la prossimità e la carezza del respiro di lei contro le gote. Ed è solo quando sente il fiato accorciarsi che va a staccarsi a rilento, pungolato dagli strascichi del tepore altrui che sembrano essergli rimasti addosso, certamente più blandi di pochi secondi prima, forse il motivo per cui si ritrova a contrarre la bocca col solo effetto collaterale di trasformarla in una linea sottile, fintantoché riacquista ossigeno a sufficienza per buttar fuori un « Dah, giusto? »
Complice il bacio che va a prolungarsi e la voglia che si percepisce sulla pelle della Quinn di stargli ancora più vicino, il fiato si accorcia ed è con la stessa esitazione mostrata poco prima dal quintino che si stacca dalle sue labbra con un mugolio spezzato. Ci vorranno più dei soliti due secondi scarsi a farla rispondere, una volta riaperti gli occhi quanto basta per poterlo osservare da sotto le ciglia. « Sì » è infatti l’unica parola che riesce a dire, abbassando lo sguardo sulle labbra di lui mentre si lecca velocemente le proprie come a voler raccogliere le ultime tracce del sapore altrui. [ … ] « La A… » inizia, andando a raddrizzare la schiena senza però mollare la presa sulla spalla di lui. Anzi, la userebbe come lieve appiglio nel suo andare a sollevare prima la gamba destra e poi la sinistra per sistemarle ai lati di quelle di Lionel – con il chiaro obiettivo di volerglisi sedere in grembo. E chissà, magari se le fosse concesso sarebbe proprio quello che farebbe nel suo ignorare la problematica della gonna, d’altronde non c’è malizia nel suo desiderio di stargli più vicino. « è un dit e una dah » gli comunica in un sussurro mentre si sistema, andando a riappoggiare la mano destra stavolta contro la guancia altrui se le fosse permesso. « Quindi…? » è un sorriso lieve, quasi insinuante, quello che sale a curvarle le labbra mentre avvicina il proprio viso al suo fino a quasi togliere ad un altro contatto un soffio. E a lui la prossima mossa.
Non c’è niente di tutto ciò, se non l’impazienza di aggrapparsi alla sensazione di quel bacio, a lei, tenendola vicina a sé, la risposta inconscia del corpo che si tende e si rilassa di nuovo al tocco estraneo sulla spalla e, nel momento in cui ristabilisce giusto quel pugno di centimetri per riprender fiato, conservare a filo delle labbra il tepore che gli è appena stato tolto, premendole l’una contro l’altra, in una linea ritta e sottile. Non osa nemmeno forzare il dialogo, limitandosi a guardarla attraverso le palpebre semi sollevate e, sciolto l’incastro delle loro ginocchia, accostare le cosce per offrirle una seduta di fortuna confortevole, perché è esattamente così che lascia trasparire il proprio benestare, oltre che affievolendo la presa sul suo corpo. Le concede infatti piena libertà di movimento, affinché possa sistemarglisi sulle gambe come meglio crede, prima di ricercare la curva del fianco di lei con le falangi della destra, affidandosi alla texture della stoffa che riconosce al tatto. E si presta pure al trattamento inverso, ritrovandosi ad abbassare le palpebre per la durata di una frazione di secondo quando la pelle della tassorosso incontra la propria, casta, all’altezza di una guancia. « E quindi pensavo » [ … ] « dovresti farmi ripetere l’esercizio, o no? » L’attenzione volubile riprende possesso dei profili della bocca della Quinn, una tappa breve, considerato che dopo il battito di ciglia con cui inumidisce le pupille proverebbe a ristabilire il contatto visivo diretto. « Giusto per essere sicuri che io abbia capito. » L’epilogo potrebbe essere dei più elementari, dopotutto non ha avuto riguardi nel rivelare la mano di carte, ora che riprovando ad azzerare le distanze ricerca già la replica di un’effusione, nonostante questa incominci dapprima con un semplicissimo sfiorarsi, lieve e delicato, per saggiarla pianissimo e sentirsi prudere la pelle da un sorriso velato, prima di provare a dischiudere appena le labbra per approfondire il bacio.
24 gennaio ‘78
( la sera di mercoledì 12 a lionel sarà stato consegnato un biglietto per mezzo di un primino che serve la causa (…). la grafia è disordinata, incapace di proseguir dritta su una linea che possa esser chiamata tale - un po’ scarabocchiata. )
caro sir gigio. sì, ho proprio scritto SIR GIGIO perché sono così sicuro della mia scelta che puoi anche togliermi un altro tentativo! la tua fastidiosina che si concia male è BI. la ragazza dell'altra sera, così non puoi dire che “bi” non basta. per il mio incantesimo ci accordiamo!!!!!
theo
Ed è con una certa sicurezza che si fionda all’interno dell’aula, mani aggrappate allo stipite della porta e busto tutto sbilanciato in avanti, a dare una prima rapida occhiata. Occhiata che si conclude nel momento esatto in cui inquadra Lio. « ma che fai. » s’annuncia, sbrigativo e cornish-centrico. « studi? sei impazzito? » leggere per diletto non è nelle sue corde, temiamo.
« E tu? » Piccola pausa, il giusto per eseguire uno scanner della sagoma altrui e andare a concludere con una minima contrazione dell`arco di Cupido. « Sei appena stato vomitato fuori dal baule del prof Thingread? » Dai, a parte il docente di erbologia e la tassorosso peggio vestita chi altro indossa più le salopette nel `78. « Su dai » mantenendo salda la presa sulla bacchetta con anulare e mignolo che la premono contro il palmo, muove la stessa mano, indice in particolare, per compiere un gesto che invita il secondino a rompere gli indugi e avvicinarsi « Vieni qua. » Non che ritenga ce ne sia davvero bisogno, di aiuto a cancellare esitazioni del caso si intende.
« guardaaa, meglio che non mi fai parlare però eh. » staccandosi dall’appiglio trovato sullo stipite e ritornando dritto, ridistribuendo il peso in modo da non avere l’impiccio della tracolla a sbilanciarlo in avanti. [ … ] Però l’invito lo accoglie con un ghignetto piccolo e sghembo dei suoi, quelli fatti sotto i baffi e di chi non è troppo abituato a sorridere come si deve; annulla le distanze in poco tempo, allungandosi alla ricerca di un banco non accatastato da poter trascinare davanti a quello occupato da Lio.
Le correzioni in fatto di moda sono per la prossima puntata. E mentre il secondino si adopera per preparare il luogo di lavoro, il LaLaurie dal canto proprio non muove un dito, seguendo con lo sguardo il fare e il brigare altrui, silente, finché quest`altro non riesce finalmente ad appallottolarsi lì affianco. Sogghigna sibillino, scollando il piede dalla sedia, così da potersi voltare interamente — viso, torace e spalle — in direzione del Payne. « Comunque » eh « Ho già pensato a qualcosa per te. » Un tremolio all`altezza di uno degli angoli delle labbra anticipa la genesi di un nuovissimo sorrisino storto, uno di quelli che non promettono bontà per il prossimo, sebbene quest`ultimo non riesca a trasmettere granché al resto del viso, e infatti più di assottigliarsi vagamente agli estremi esterni, persino il taglio degli occhi rimane pressoché immutato. « Però prima vorrei sapere se tu hai delle esigenze particolari » inclina il capo da un lato, interessato « Per esempio se conosci qualcuna delle paure dei tuoi amici, qualcosa che potrebbe dar loro fastidio, o cose così » … « Sennò ti faccio la mia proposta. » Scrolla le spalle in un`alzata superficiale, standosene a sentire, mansueto e con un`aria di finta pazienza, perché in fondo sappiamo tutti quanti che quella qualità non esiste nell`elenco dei pregi.
« allora pensavi che la tua amica » sempre lei, ha sostituito l’abusatissimo “ammioccugino” « non la scovavo? e invece. » indovina il mago se lo porta a casa lui, con una botta di culo stratosferica. « però va bene, okay, ci sta. sei proprio saggio– » si vede, nel modo in cui si blocca, che l’appellativo con cui concludere la frase ce l’ha appeso sulla punta della lingua. Lo lascia lì in sospeso, in una pausa piuttosto lunghina nella quale lo fissa dritto dritto negli occhi, e poi si perde a stiracchiare le labbra in un altro ghignettino formato mini. « ..Lio. » e diremmo che si è corretto. Anche perché, ad occhio e croce, tirare la corda proprio quando gli viene qualcosa non è la più furba delle decisioni. E a tal proposito.. « in realtà no, a parte il classicone del suicidio sociale. o tipo perdere un braccio, ma non voglio che mi insegni a staccar le braccia. » non si sa mai. « caccia la proposta! » quei palmi già poggiati alle gambe finisce a batterli contro il jeans della salopette, fino poi a ritirarsi per tornare a sostenersi sui gomiti, appena ingobbito in avanti e tutto attento.
Un super striminzito « Mh » è tutto ciò che l`altro potrà ottenere riguardo il topic del gioco, o su chi mai abbia collezionato la vittoria — anche il linguaggio del corpo si dimostra scarno, fermo ad un secondo fare spallucce. [ … ] e no, non è un caso se il focus delle iridi scure si impiglia proprio nella capigliatura altrui — potrebbe essere per mero giudizio, scaturito dall`aria da pulcino spennacchiato del serpeverde junior, e magari è proprio ciò che vuole far credere, soprattutto dopo esser reduce di critiche aspre in fatto di outfit, quando invece non è niente del genere: è concentrazione. Quella che gli serve per figurarsi in testa l`esito che desidera ottenere, una pelata lucida e bella pulita, che culmina nella pronuncia netta di un « Caput Polito. » Deciso, sicuro, così come lo è il movimento con cui va a puntare l`apice del catalizzatore — o ci prova, almeno —, ora meglio impugnato nella destra, verso il cuoio capelluto della povera vittima, cercando di privarla del prezioso groviglio di riccioli. « Allora, che te ne pare? » Carezzevole, fintantoché osserva l`opera d`arte, ritraendo il braccio armato verso di sé, calmo e pacioso come un felino. « Ti offrirei uno specchio, ma mi pare che tu ce l`abbia già. » La capoccia glabra, sì, proprio quella. « Mi sono scordato di dirti una cosa, poi » quindici anni e una memoria che fa cilecca, prossimamente a radio Hogwarts « Non era Blythe la risposta giusta. » Sorpresa?
Lo lascia fare, bello comodo nella sua seduta e con questo sguardo carico di attesa e aspettative che si traduce in un unico e modesto ghignino abbastanza neutro. Lo stesso, immobile, che gli si pietrifica sul faccino lentigginoso non appena l’incantesimo viene articolato e la bacchetta finisce a puntargli la capoccia. Salato in questo limbo tra il sorriso morto cadaverico sulle labbra e il vago terrore negli occhi, ha ridotto la reattività a: zero. « … » sta ancora fissando Lio e gli ci vorrà un pochino per inquadrare come si deve la mancanza dei riccioli che gli solleticano il viso, ed immaginare con estrema chiarezza cosa stia colonizzando in questo momento la sua testolina, al posto della zazzera disordinata: il nulla cosmico. Quando esplode, lo fa praticamente di punto in bianco. « CHE COSA HAI FAAATTOOOH– » in un boato disperato che, finalmente, lo sblocca. Entrambe le mani salgono verso il capo in uno smanacciare goffo e confusionario, che però si ferma un attimo prima dell’impatto contro la nuova pelata che s’è guadagnato. « NO— non ce la faccio a toccarla, non ci riesco. TI SEI VENDUTO A MIA NONNA SEI ‘N’INFAMEEE » [ … ] « DIMMI CHE TORNANO– dimmi che sono comunque più bello di te! » le priorità e il terrore. « come non era– COME NON ERA BLYTHE. mo’ pure bugiardo, ma incredibile. scusa eh, ce le aveva tutte. » il dramma nel dramma non può mica ignorarlo così. « MI VIENE DA PIANGERE. » non è molto credibile, è evidentemente incapace di versare una lacrima che sia una - ma, abbiamo detto, a lagnarsi ci riesce benissimo.
e aspetta, attende con insolita pazienza la reazione altrui, mantenendo la capoccia lustra sotto il peso di un`osservazione insistente e a dir poco soddisfatta, perché non esiste altro termine adatto a descrivere la piega presa dalle labbra. Candida, ma di un candore artefatto, insincero. « A chi? » Come se potesse anche solo averla sentita nominare, nonna Payne. Niente da fare, ad un certo punto non riesce nemmeno più a soffocare l`ilarità, che si esprime nel suono flebile e rauco di una risata di gola, sottofondo dell`improvvisa drammaticità dell`accaduto, che rende meno tragico l`appigliarsi disperato di Theo al proprio braccio, sebbene il quintino cerchi in qualche modo di sottrarsi alla sua presa, mancando di dimenarsi granché, come se non ci tenesse sul serio. « Per tornare, dovrebbero » dovrebbero « Tornare » inizia, nel suo perverso modo di divertirsi che comprende addirittura una scelta ben congegnata di termini « Ma no. » Sicuramente non è più bello del sottoscritto. « Non metterla come fosse una perdita » che tanto non lo è mai stato. Sorry not sorry. La calma placida con cui si esprime cozza con l`angoscia che arriva dall`altra parte, vittima ancora sottoposta all`interesse degli occhi d`ossidiana, il cui taglio risulta ristretto a causa del divertimento che ha bellamente piazzato in viso. « Non ho mai detto che avessi indovinato » e, per una volta, su qualcosa è onesto « Eri tu ad esserne convinto, tanto da giocarti tutte e due le possibilità che ti rimanevano. » Insomma, più che un dispetto — anche se non dubitiamo sia tale — la mette come fosse una lezione di vita. [ … ] « È questo ciò che avevo in mente, comunque » nel caso alla dimostrazione fossero sopravvissuti grossi dubbi — per esplicitare ulteriormente, va ad indicare con la destra, tutt`ora armata di bacchetta, la bellissima pelata ottenuta.
I think I’ve seen this film before
And I didn’t like the ending
29.01.2078
«Ieri ho parlato con Duncan.» Inizia senza troppi preamboli perché, di fare un riassunto, non ve ne è bisogno. «Mi ha fermato fuori l’aula di storia.» … «Mi ha chiesto di provarci seriamente.» A stare insieme, a frequentarsi. Ma pare calcare su quel “provarci” perché, come lo stesso Jabari ha detto il giorno prima, non hanno certo la vista per sapere come andranno le cose fra loro. «E ho detto di sì.»
« Okay. » Scarno, per niente discreto nel continuare a studiarla, tenerla intrappolata sotto il peso delle iridi scure, sempre che lei come tale lo interpreti. Un peso. Indugia per qualche istante, dopodiché il beneficio dell`attenzione viene restituito ai profili della foresta, sempre più delineati sullo sfondo, neutri quanto l`espressione che tuttora caratterizza i lineamenti. Intanto nemmeno si ferma, continua a ciondolare graziosamente con i lembi del mantello che gli ondeggiano attorno e quella distanza vitale di poco meno di un metro che c`è tra l`uno e l`altra. E quindi?
Balancin’ on breaking branches
Those eyes add insult to injury
«Pensi abbia fatto male.» Una semplice constatazione, la sua, derivata da quel gelo calato fra loro, enfatizzato solamente dalle raffiche che s’insinuano sotto ai loro abiti.
« Non penso sia importante ciò che credo io » analizza brevemente la distesa di alberi che occupa la vista, e poi, di nuovo, dedica al viso altrui parte del focus principale « Me l`hai detto per essere trasparente con me perché siamo amici, o me l`hai raccontato per avere una sorta di consenso? »
«Per me lo è.» È come il lavoro d’un traduttore, il suo. Ogni singola parola può assumere una sfumatura di significato diversa, così come ogni singolo sguardo del LaLaurie può voler dire tutto e niente. E se avesse un dizionario, uno costruito ad hoc per lui, di certo non si farebbe scrupoli ad utilizzarlo, per evitare di ricadere in errori. Perché anche solo un minimo errore di calcolo potrebbe essere fatale. «Entrambe le cose.» Si ritrova a dire, alla sua successiva domanda. Vuole essere trasparente perché sono amici, e vuole il suo consenso, perché a lui ci tiene. Più di quanto le piaccia ammettere.
« Mi fa piacere che tu mi abbia messo al corrente »…« Questo comunque non significa che tu debba lasciarti influenzare dalla mia opinione, non è detto che sia giusta » diplomazia a maschera di una presunzione che, nonostante non venga sbandierata ai quattro venti, c`è, è chiaro — l`ha negato, ma è sicuro di occupare la parte della ragione « Io non sono dentro la tua testa, Cheryl, sai tu di cosa hai bisogno e se sei convinta di potergli dare un`occasione seria, fallo. » L`epilogo collide con una scrollata di spalle superficiale, gesto che riapre le porte alla passeggiata, ripresa dal punto a cui l`aveva lasciata. Asettico, controllato sempre e comunque.
Se c’è dell’altro, vorrebbe glielo dicesse. Vorrebbe sentirlo urlare, forse, sbatterle in faccia una visione delle cose di cui lei non s’è resa conto. Sentirsi prendere per le spalle, essere scrollata e affrontata come se si trovasse nel più infimo degli errori. Vorrebbe vedere Lionel, e non il signorino LaLaurie. Vorrebbe vedere il suo lato sensibile, il suo lato violento. Vorrebbe vederlo e basta. Ma più va avanti, più ha come la sensazione che lui le sfugga dalle mani, come granelli di sabbia che rifuggono la presa di un pugno chiuso, in favore dell’acqua del mare, al di sotto della quale possono essere una superficie compatta. Al di sotto del quale nessuno può vederli davvero. Al di sotto del quale, se sfiorati anche solo delicatamente, ti avvolgono confondendosi con l’acqua gelida, lasciando che i piedi vi affondino, ma non trovino mai un appoggio. Perché è esattamente così con lui, no? Più si avvicina, più sente di dover sapere dell’altro. Ma più si avvicina, più lui s’allontana, lasciandola confusa e sì, ferita. Probabilmente l’unica soluzione è comportarsi allo stesso modo, metter su una maschera imperturbabile e andare avanti. E lo farebbe, se solo fosse capace di farlo. Se solo fosse capace di farlo con lui. Perché sa per certo d’aver consegnato la chiave di lettura di se stessa, quella settimana prima a Dragonviola, e non sa più come riaverla indietro. Ancora una volta, un insignificante errore di calcolo. Non si ritrae, non distoglie lo sguardo. Né tantomeno piange, restituendogli solamente il pallore d’un viso stanco. Il vento le ha reso livide le labbra, rossi la punta del naso e gli zigomi, freddo ed immobile il corpo. Gelido è il tono con il quale parla, riuscendo a stento ad articolare un «Grazie.» Poco credibile ma carico di sottintesi.
I never learned to read your mind
I couldn’t turn things around
‘Cause you never gave a warning sign
Nascondendo il rosso sotto il cappotto, mi sono messa a correre sotto la neve
Afternoon tea
« Una volta mi hai ingiustamente detto che un tuo amico francese è più messere di me » soffia fuori, corrucciando l`arco sopraccigliare un`ultima volta, prima di drizzare le spalle e regalare alla Quinn l`intera gamma di attenzioni che merita, sventolando il dorso della piuma contro il mento « Volevo dimostrare che ti stavi sbagliando. »
« Non pensavo che la mia opinione contasse così tanto » se non avesse le mani impegnate a sorreggere il pacchetto, probabilmente si sarebbe gettata dietro le spalle una delle due trecce, ma al momento il Serpeverde dovrà accontentarsi di vederla scuotere la testa a mimare un piccolo “swish” drammatico. « E apprezzo l’impegno, davvero, ma di Messere per me ce ne sarà sempre uno solo. »
Oh-oh, just repeat after me
« Ah » così, nel bel mezzo di quella che probabilmente sarà una conversazione già avviata « La cosa di “messer Gigio” » e le mani sbucano dalla fessura frontale mimando nell`aria le virgolette, finché il capo istintivamente si volge, per intercettare la quartina e, con un po` di fortuna, incontrarne anche lo sguardo « Deve proprio continuare per tanto? » Non è fastidio quello che trapela dal tipico accento straniero, quanto un tipo di ironia dal retrogusto sardonico.
Sono quelle stesse ciglia a venire battute leggermente in direzione di Lionel quando questi ne richiama l’attenzione, portandola ad inarcare le sopracciglia davanti a quella domanda. « Sbaglio o sei stato tu ad insistere disperatamente per diventare un mio Messere? » che poi non sia andata così è solo un dettaglio, di cui però sembra essere consapevole visto come stende le labbra in un sorrisetto furbo « E non è colpa mia se hai la faccia da Gigio, prenditela con… Theo si chiama? Lui ha unito le due cose » gli ricorda, allargando quello che sta diventando un vero e proprio ghignetto.
Nemmeno ciò che arriva dopo ha sufficiente impatto da rovinare l`umore di base, lasciando dietro di sé un sentore di ironia mordace. « E pagherà per questo » stoccata che arriva con incredibile leggerezza, mentre il sogghigno maligno tende decisamente ad allargarsi « Ho anche una cosa per te, poi, sempre su quel secondino lì » Theo « Ma ne parliamo davanti al tea. » Gongola silente dinanzi alle spine — retoriche — su cui l`ha lasciata, finché procede fluidamente ad aprirle la porta, con un`educazione degna dell`etichetta purosangue, sebbene non manchi di esprimere la vena velatamente giocosa di sempre.
Subito dopo però è solo un « Ma sei stronzo allora! » che le scappa dalle stesse labbra che non perdono tempo a far seguire uno sbuffo. « Almeno dimmi se è qualcosa, che so, di grave! » che poi non ci sia niente di grave che possa collegarla a Theo è un’altra storia.
Ed è così meschino e altezzoso che, dopo aver lanciato il sasso, non si preoccupa minimamente di ricercare sul visino dell`accompagnatrice tracce di curiosità o, più facilmente, fastidio. Non ne ha bisogno. « Moltissimo. » Ecco quant`è figlio di Morgana — esibisce con fierezza il titolo, con tanto di schiena ritta e spalle sollevate, nonostante il discorso vada perlopiù scemando una volta aver varcato l`ingresso del locale.
Dal 26 novembre al 6 dicembre Venerdì 26 novembre, a metà del pomeriggio, alcuni studenti - due ragazzi e una ragazza - apparentemente sconosciuti varcano le soglie del castello. La voce non ha faticato a spargersi e già a cena sarà stato chiaro il nesso tra questo avvenimento e l'apparente sparizione di Alexa Knox, Cheryl Turner e Lionel LaLaurie. Si dice che siano andati nelle serre a chiedere di poter provare l'infuso di Giana, pianta studiata solo in teoria il mese scorso.
In ogni caso, chiunque ci interagisca può rendersi conto che gli studenti in questione non hanno nessun ricordo di quale sia il loro genere originario, e che siano convinti di essere nati così, al punto da pensare di esser vittima di qualche scherzo qualora qualcuno dovesse provare a spiegare loro la situazione. Il resto di ciò che forma la loro identità (carattere, interessi, rapporti di amicizia...) rimane assolutamente invariato.