Uno studio compiuto dai ricercatori dell’Università di Malaga, in Spagna, ha voluto indagare il peso esercitato da alcune competenze cognitive, quali la consapevolezza fonologica, la memoria fonologica e la denominazione rapida automatizzata, sull’apprendimento della lettura nei bambini di sei anni. I risultati hanno mostrato che i piccoli che possiedono una padronanza di queste abilità cognitive raggiungono dei buoni risultati nelle prove di lettura. Alla luce di ciò, i genitori e gli insegnanti della scuola dell’infanzia devono, appena possibile, proporre ai loro figli o alunni dei giochi che sviluppino le tre competenze cognitive descritte per agevolare i futuri processi di apprendimento della lettura.
Non mi piace l'espressione “diversamente abile”.
Mi sono sempre chiesta “diversamente abile rispetto a chi?”.
Con quale metro di giudizio si può supporre, con quale punto di vista si può analizzare?
Chi sono, a ben vedere, le persone “normali”?
Nella buona fede di concedere diritti non si fa altro che enfatizzare la diversità in negativo. Chiunque si trovi davanti a quest'epressione si domanderà “ è diversamente abile a fare cose che io invece so. Non è come me, non sarà mai come me”
Il passo tra l'accettazione e la paura è breve, basta un niente per tendere più verso la seconda strada. A quel punto, la storia dovrebbe averci insegnato dove può arrivare l'odio.
Non mi piace l'espressione “diversamente abile” perché si ha sempre timore di spiegarla così che la diversità diventa subito motivo di chiusura. Ciò che non è uguale a noi allontana, rende sospettosi, fa distanziare di un passo. Ma appunto, noi che cosa siamo per loro, dal punto di vista che non si tende ad osservare? Se ci guardassero con i loro occhi emmettendo un giudizio potrebbero dirci che i diversi siamo noi e avrebbero ragione.
Ma a differenza di molte “persone normali”, i bambini, i ragazzi con disabilità non ci guardano con diffidenza. Sono pronti a fidarsi senza mai togliere la mano.
Guardo mio fratello, il modo in cui si apre agli altri senza etichettare nessuno. Per lui non c'è basso, alto, con gli occhiali, senza, con disabilità o meno. Per lui sono tutte persone, come dovrebbe essere.
Allora mi chiedo: perché “diversamente abile?”
Non potremmo essere tutti ugualmente amabili?
La diversità invece che motivo di chiusura dovrebbe portarci all’apertura verso il nuovo, qualcosa che non conosciamo ma che senz’altro può arricchire il nostro bagaglio di Vita!
Una delle voci più importanti che il bambino ascolta fin dai primi giorni di vita è quella della madre. L’ascolto di tale voce riveste un notevole ruolo per la sua crescita. Il piccolo diventa sensibile ad essa già nella vita intrauterina, tant’è che fin dalle prime settimane di vita è in grado di riconoscerla e distinguerla da quella degli estranei. L’ascolto della voce della madre determina l’attivazione dei circuiti cerebrali che presiedono alle abilità sociali comunicazionali. In pratica, il bambino, attraverso l’ascolto della voce della madre, sarà in grado di parlare facilmente e con sicurezza con gli altri e questo agevolerà i suoi rapporti sociali.
Qualche volta, dunque, l’incessante parlare delle donne si rivela utile.. se non indispensabile!! :D
“Tutti abbiamo paura di cambiare. Una delle ragioni principali della resistenza a comprendere, è la paura del cambiamento: se veramente mi permetto di capire un’altra persona, posso essere cambiato da quanto comprendo”
(Carl Rogers)
La paura è un sentimento che si mette in moto quando ci troviamo in presenza di un pericolo, sia esso reale o immaginario, è quindi ciò che ci permette di agire, difenderci e andare oltre. Se niente e nessuno ci facesse “paura”, avremmo difficoltà a distinguere il giusto da ciò che ci potrebbe causare un danno.
La paura non è unica ed universale, ma ne esistono più forme: si parla di panico quando ci troviamo davanti ad una situazione di paura momentanea, di fobia quando qualcosa che normalmente non spaventa diventa per noi assolutamente insuperabile e infine di terrore quando l’unico modo per reagire è ritirarsi in se stessi e aspettare che passi questo stato di “paralisi”.
Dopo aver fatto una breve escursione teorica possiamo passare a ciò che riguarda più nello specifico il nostro lavoro di educatrici e possiamo dire che una delle prime paure in cui incorre un bambino della prima infanzia è la separazione dai genitori, sia pure momentanea. In questo caso si parla di ansia da separazione (il bambino non avendo più sotto gli occhi la figura preferenziale di attaccamento, va in crisi e non riesce ad entrare nell’ottica di una possibile vicinanza mentale, questo avverrà solo quando sarà un pochino più grande).
Fondamentale quindi nel caso di un distacco dovuto al nido o ad altre cause è il ruolo dei genitori che, qualora l’età del bambino lo permetta, devono cercare di mediare e spiegare ciò che sta succedendo, rassicurando i propri piccoli e facendosi sentire vicini e presenti.
Ricordiamo che ciò che a noi può sembrare una banalità per i nostri bambini può essere serio motivo di disagio (es: pipì nel wc, paura del buio, etc..).
Per una famiglia che ha deciso di intraprendere la strada del nido, non è mai facile affrontare la situazione senza difficoltà (come abbiamo già approfondito nel 1° articolo sull’ambientamento).
Il nido rappresenta per il bambino il primo grande passo verso un mondo esterno, in cui non c’è più la protezione totale di mamma e papà, ma bisogna “vedersela da soli” (regole, litigi e progressiva affermazione del sé è ciò che li aiuta a crescere).
Non è, quindi, così semplice dire ad un bambino: “Dimmi cosa ti spaventa?” – “Su, non farà mica paura” – “Dai che è una cosa che passa in fretta” e tante altre frasi simili, perché il loro è un mondo in continuo divenire e le novità sono all’ordine del giorno. Teniamo sempre presente che stiamo parlando di bambini che magari non hanno ancora cominciato a parlare, quindi a maggior ragione il nostro ruolo dovrebbe essere quello di saper ascoltare (interessante in merito è “l’arte dell’ascolto passivo” di Thomas Gordon), mettersi a disposizione, non deridere e soprattutto stabilire un rapporto di fiducia con loro.
Oggi, grazie all’aiuto di numerosi pedagogisti e studiosi, abbiamo a disposizione una quantità infinita di metodi che possono aiutarci ad aiutare (scusate il gioco di parole) i bambini con le loro paure. Ne cito solo uno, altrimenti più che un articolo sembrerà un saggio breve: lettura di fiabe e storie, in quanto esse ci mostrano ciò che potrebbe accadere anche nella vita reale ma al tempo stesso anche i modi per superare i pericoli; da ciò ne scaturisce che il bambino si sente compreso e incoraggiato ad agire in prima persona su se stesso.
Diventiamo capaci di empatizzare con le paure dei nostri bambini, solo così essi si sentiranno liberi di mostrarcele e chiederci un aiuto per superarle.
IL BANCO DI PROVA È LA VITA
Alla fine tutto va messo alla prova: le idee, i propositi, quel che si crede di aver capito e i progressi che si pensa di aver fatto. Il banco di questa prova è uno solo: la propria vita. A
che serve essere stati seduti sui talloni per ore a meditare se non si è con questo diventati migliori, un po' più distaccati dalle cose del mondo, dei desideri dei sensi, dai bisogni del corpo? A che vale predicare la non violenza se si continua ad approfittare del violento sistema dell'economia di mercato? A che serve aver riflettuto sulla vita e sulla morte se poi, dinanzi a una situazione drammatica, non si fa quel che si è detto tante volte bisognerebbe fare e si finisce invece per ricadere nel vecchio condizionato, modo di reagire?
Tiziano Terzani
“Non credo si debba approvare tutto ciò che un bambino fa, ma penso si debba approvare il bambino”
(B. Bettelheim)
Ma come capire se si tratta di una normale tappa evolutiva del bambino (spesso i bambini in età scolare presentano questi comportamenti, è una fase del loro sviluppo)oppure di qualcosa che va oltre?
Non è assolutamente semplice e il rischio di cadere in affrettate conclusioni è alto.
Il primo passo da fare, senz’altro, è rivolgersi ad uno specialista che, analizzato con gli strumenti adeguati il caso, potrà dare una propria diagnosi.
Qualora il bambino soffrisse di DDAI, il secondo passo da fare è analizzarne le cause. Colloqui con i genitori, con la famiglia, con il bambino e interviste agli insegnanti (spesso è grazie all’ingresso a scuola che si riesce ad approfondire meglio il “problema”, in quanto l’ambiente richiede certi tipi di comportamenti), sono tutte tecniche che aiutano lo specialista a comprendere la situazione in cui ci si trova.
Dopo aver analizzato la storia globale che sta attorno al bambino si può parlare di terapie da mettere in atto, che non mirano alla completa eliminazione dei sintomi ma cercano di ridurli, contribuendo così a sviluppare un adeguato senso di benessere per tutti.
Oggi sono due le terapie di cui si parla: la prima è quella farmacologica e consiste nella somministrazione di alcuni farmaci che hanno come obiettivo la progressiva riduzione dei livelli di iperattività e d’impulsività e l’aumento dell’attenzione.
La seconda è quella psicosociale (la quale mi vede in maggiore accordo) che si basa sull'attuazione di particolari tecniche di comportamento, sia da parte dei genitori che degli insegnanti,volte a ridurre l’utilizzo di comportamenti inadeguati a favore di quelli ritenuti più corretti in particolari situazioni (es: a scuola è più “corretto” star seduti durante una lezione, piuttosto che continuare ad alzarsi o a muoversi).
Non è sempre facile per i genitori accettare che il proprio figlio soffra di DDAI, quindi il ruolo fondamentale del terapista è quello di mostrare con tatto e delicatezza la reale situazione, senza dar nulla per scontato, in modo che siano gli stessi genitori a prendere atto del problema e a comprenderlo.
Solo così i genitori potranno riconoscere i comportamenti negativi, individuarne gli eventi scatenanti e cercare una soluzione grazie all’aiuto di un esperto del settore.
Infine non esistono regole precise su cosa fare o cosa non fare con bambini affetti da DDAI, in quanto ogni caso è a sé e sarebbe stupido (passatemi il termine) generalizzare; ma esistono dei consigli che possono essere seguiti dalle persone che vivono queste situazioni.
Qui di seguito ne elenco solo alcuni per far capire di cosa si tratta:
Dare comandi semplici e chiari
Non permettere tutto al bambino, solo perché presenta qualche difficoltà, ma ignorare i comportamenti sbagliati (capricci) e premiare quelli giusti (un compito svolto bene e con attenzione)
Stabilire delle regole e farle rispettare, in modo che anche il bambino entri nell’ottica di ciò che è giusto e sbagliato
Creare situazioni routinarie in modo che egli si senta al sicuro e possa rispondere in modo più adeguato alle richieste fattegli
Fornire dei feedback positivi sulla qualità dei comportamenti messi in atto (es: “sono contenta di come stai facendo questo lavoro, ti vedo molto concentrato” )
Imparare a perdonare il bambino (comprendere che se si comporta in un certo modo non è perché lo fa apposta o per farci perdere la pazienza, ma perché non riesce ancora a stabilire in quali circostanze è corretto agire cosi oppure no)
Questo articolo è molto teorico e in un certo senso scientifico, ma mi sono sentita libera di scriverlo e condividerlo con chi legge il mio blog perché si tratta di un tema che ho studiato, che mi interessa particolarmente e che vivo quotidianamente con un ragazzo che seguo privatamente.
Ps: spero di essere riuscita a dare un’idea generale sul tema in queste poche righe e di non essere stata troppo pesante :D
“-L’amore è quando esci a mangiare e dai un sacco di patatine fritte a qualcuno senza volere che l’altro le dia a te. (Gianluca, 6 anni)
-Quando nonna aveva l’artrite e non poteva mettersi più lo smalto, nonno lo faceva per lei anche se aveva l’artrite pure lui. Questo è l’amore. (Rebecca, 8 anni)
-L’amore è quando la ragazza si mette il profumo, il ragazzo il dopobarba, poi escono insieme per annusarsi. (Martina, 5 anni)
-L’amore è la prima cosa che si sente, prima che arrivi la cattiveria. (Carlo, 5 anni)
-L’amore è quando qualcuno ti fa del male e tu sei molto arrabbiato, ma non strilli per non farlo piangere. (Susanna, 5 anni)
-L’amore è quella cosa che ci fa sorridere quando siamo stanchi. (Tommaso, 4 anni)
-L’amore è quando mamma fa il caffè per papà e lo assaggia prima per assicurarsi che sia buono. (Daniele, 7 anni)
-L’amore è quando mamma dà a papà il pezzo più buono del pollo. (Elena, 5 anni)
-L’amore è quando il mio cane mi lecca la faccia, anche se l’ho lasciato solo tutta la giornata. (Anna Maria, 4 anni)
-Non bisogna mai dire “Ti amo” se non è vero. Ma se è vero bisogna dirlo tante volte. Le persone dimenticano. (Jessica, 8 anni)”
“Oserò esporre qui la più grande, la più importante, la più utile regola di tutta l’educazione? E’ di non guadagnare tempo ma di perderne”
(J. J. Rousseau)
Guidarli, non spingerli è ciò che fa un buon educatore. Per questo è necessario affinché un bambino cresca nel modo corretto che il suo mondo sia costituito da regole . Ciò non può essere visto in maniera negativa, in quanto la totale assenza di esse “lascerebbe al caso” lo sviluppo stesso del bambino, che al contrario necessità di limiti per potersi sviluppare al meglio.
Porre dei limiti, fornire punti fermi, permette al bambino di sviluppare un sistema di riferimento in cui orientarsi e di confrontarsi continuamente con esso. Per questo la predisposizione dell’ambiente è fondamentale per lo sviluppo della sua sicurezza, perché egli imparerà da solo a muoversi al suo interno, sviluppandosi cognitivamente ed emotivamente (es. creo un posto adatto in modo che il bambino quando finisce di giocare sa dove poter riporre i giochi).
Ciò che bisogna trasmettere al bambino nel momento in cui gli si richiede di “obbedire” è chiarezza e fermezza, se infatti riusciamo a fargli capire che agire in quel determinato modo è giusto e vantaggioso in primis per lui, non avremo difficoltà ad essere ascoltati.
E’ ovvio che non sempre ci potrà essere la più completa accettazione da parte loro, ma anche questa reazione deve essere tenuta in conto affinché si possa co-costruire un progetto educativo che può comprendere fasi di reciprocità, scontro, dialogo, etc..
È pur vero che il bambino ha bisogno di un certo margine di libertà, ma ci sono regole dalle quali non si può prescindere in quanto formano l’intelaiatura della sua vita e del suo benessere psico-fisico: orario dei pasti, della nanna, riordino dei giochi (cura di ciò che utilizzo), non mordere o picchiare (corretto modo per stare con gli altri),etc.. Per cui alcuni comportamenti e atteggiamenti dovranno essere coltivati e rinforzati, altri opportunamente corretti e incanalati.
Esistono poi momenti in cui si da al bambino piena libertà di scelta (quale gioco utilizzare, come riporlo), purché essa sia reale e non venga ritirata nel momento in cui non coincida con la nostra (es. “vorrei che in questo momento non facesse questo ma altro”). È proprio questo uno dei casi esempi in cui il bambino viene spinto a far qualcosa e non guidato dall’adulto. Lasciare libero il bambino di scegliere cosa fare vuol dire dar la possibilità di far emergere in maniera spontanea i suoi veri interessi ed essere pronti ad assecondarli qualora fosse richiesto il nostro intervento.
Dunque lo scopo dei genitori e degli educatori sarà quello di formare bambini indipendenti e in grado di decidere per sé. In modo che essi possano sperimentare attivamente la propria crescita e vedere dove le proprie decisioni li portano.
Dobbiamo sentirci liberi di lasciare che il bambino faccia le proprie esperienze. Se qualcun’altro continua a fare il lavoro al suo posto, in qualsiasi campo, egli si sentirà inadeguato ogni volta che capita quella situazione. È funzionale alla sua crescita che egli sperimenti in modo attivo sia situazioni di riuscita che di “perdita” in modo che da solo possa trovare degli strumenti per superare le difficoltà.
Per finire facciamo un esempio un po’ più pratico.
Situazione: litigio tra 2 bambini al nido per un gioco.
L’educatore può intervenire subito oppure osservare i comportamenti dei bambini per capire come meglio gestire quella situazione. Fondamentale è “bloccare” il comportamento inadeguato (es. spintoni), parlare con calma ma in modo fermo e far capire al bambino che quello è un comportamento sbagliato perché può recare “danni” all’altro bambino. Verbalizzare e spiegare le conseguenze che quel gesto può recare serve per fare capire al bambino come comportarsi in quelle situazioni (es:”quel gioco lo aveva Luca, puoi chiedergli se può dartelo quando finirà di giocarci”; “Luca piange perché gli hai portato via il gioco, quando lui lo avrà finito di usare, potrai prenderlo tu”). Può anche capitare che il bambino ci sfidi per vedere fino a che punto siamo fermi sulle nostre decisioni e fino a dove lui per primo può spingersi, ma siccome noi sappiamo che questo è solo uno “stratagemma per testare noi e se stesso” cerchiamo di spiegargli cosa realmente vogliamo da lui.
Ogni situazione è a sé e non esistono regole specifiche da seguire. Ogni famiglia dovrebbe sviluppare le proprie a seconda delle esigenze comuni ma anche personali, in modo che ci sia sempre reciprocità in quello che si fa.
Ascolto e rispetto delle emozioni altrui sono i due ingredienti chiave per una relazione basata sulla fiducia.
Il contrario del gioco non è ciò che è serio, bensì ciò che è reale.
(Sigmund Freud, Il poeta e la fantasia, 1907)
Ebbene, non si può prescindere dal fatto che il gioco ci accompagna per tutto il corso della nostra vita e per capire realmente il suo significato dovremmo fare i conti con ciò che esso significa nel mondo dei nostri bambini, fatto per lo più per i primi anni di vita, di “gioco”.
Dalla nascita fino ai 6 anni circa il gioco viene vissuto dai bambini come strumento di scoperta del mondo circostante e di adattamento ad esso (giochi di ruolo, simulazioni, etc..).
Attraverso questi tipi di gioco egli sperimenta infatti oggetti della realtà altrimenti troppo difficili da comprendere.
Non solo, il gioco in quanto attività specifica fa sviluppare nel bambino il piacere di fare qualcosa di nuovo e di difficile, avendo quindi uno scopo da raggiungere (infili sempre più sottili, manipolazione fine, etc..)
Come possiamo infatti notare da questi primi esempi la categoria del “gioco” racchiude al suo interno le più svariate esperienze che il bambino vive nei primi anni di vita e la diversità di queste esperienze è molto più semplice da cogliere all’interno di un nido, in cui l’ambiente viene appositamente studiato e organizzato, piuttosto che all’interno delle nostre case.
La prima cosa che salta all’occhio entrando in un nido è infatti la predisposizione degli spazi: ogni angolo ha un proprio scopo in modo da far percepire chiaramente al bambino il suo significato.
Generalmente l’ambiente viene cosi suddiviso:
Angolo del gioco simbolico, del “far finta di..”, in cui il bambino può ritrovare oggetti della vita reale di cui poter fare esperienza (cucina con pentolini d’acciaio, spugnette, angolo del bagno con pannolini, creme, etc.. ).
Angolo della lettura, molto spesso accompagnato da un angolo morbido (cuscini, copertine) in cui il bambino può prendersi del tempo per sé, rilassarsi e magari leggere un libro in assoluta autonomia. Ciò che risulta importante per quanto riguarda la lettura è fornire al bambino, almeno per un primo periodo, una possibilità di scelta tra massimo 5 libri che devono essere rinnovati ogni tot, in modo che egli possa concentrarsi senza essere distratto dal troppo materiale.
Angolo per disegnare, fatto solitamente da un tavolino con attorno un massimo di 4 seggioline, in cui il bambino ha a disposizione fogli bianchi e colori. Magari inizialmente si metterà solo qualche pastello, per far comprendere al bambino il vero utilizzo di quello spazio e poi con il passare del tempo il materiale potrà essere rinnovato ed ampliato.
Angolo della psicomotricità, dedicato ai giochi di gruppo, alla scoperta del proprio corpo (esercizi del rotolare, strisciare, etc..), al ballo, etc..
Infine l’angolo, che possiamo chiamare, “laboratorio”: in cui i bambini svolgono le attività organizzate giornalmente dalle educatrici, quindi attività per cui è necessario il monitoraggio da parte dell’adulto. Non perché il bambino non sia capace di eseguire correttamente ciò che gli viene richiesto, ma perché è specialmente in questo spazio che i bambini possono svolgere attività più complesse, di apprendimento, che comportano una sorta di indirizzo da parte dell’educatrice. E’ qui infatti che vengono svolte le seguenti attività: infili (con pasta, cerchi), incastri (puzzle), travasi (sabbia, riso, acqua), attività di pittura, di manipolazione (pasta di sale, didoo), gioco euristico (sacche contenenti diverso materiale) etc..
Grazie a questa “rigida” suddivisione il bambino avrà una chiara organizzazione dello spazio, che ne faciliterà la scelta verso ciò che in quel determinato momento si sentirà di fare.
Tutti i giochi servono al bambino per diventare indipendente, ma ovviamente questo non significa che nell’ambito del gioco non debbano essere stabilite delle regole, anzi esse sono fondamentali per il bambino al fine di comprendere quali sono i limiti che possono essere valicati e quali no. Ciò, anche se inizialmente relegato solo all’ambito del gioco, gli sarà senz’altro utile quando dovrà confrontarsi con la realtà circostante.
Dando uno sguardo al mondo che ci circonda, notiamo che quando si parla di giochi molti volte gli adulti fanno riferimento ai giocattoli ed è questo il primo errore in cui si incorre quando ci si lascia imbambolare dai numerosi ma normali capricci dei nostri bambini che ci chiedono il gioco all’ultima moda perché “tutti ce l’hanno”. È vero che questo “problema” riguarda bambini già usciti dal nido, però è importante che la loro attenzione venga indirizzata fin da piccoli verso oggetti di materiale naturale e riciclato (legno, metallo, stoffa, lana) in modo che ne percepiscano reali sensazioni, piuttosto che metterli a contatto con giocattoli, prodotti della nostra società consumista.
Al giorno d’oggi infatti non passa molto prima che il mercato ci proponga un giocattolo simile ad un altro con magari una funzione in più e questo cosa provoca nella mente dei bambini? Essi ritengono che il “vecchio” giocattolo non sia più adatto alle loro esigenze e si mette in atto il meccanismo per cui “DEVO per forza avere anche io quel nuovo gioco”.
Inoltre i giocattoli non permettono modifiche: “con quel gioco si gioca così e basta” e in questo modo si stabilisce una certa routine di cui il bambino si stancherà ben presto. Al contrario dare al bambino un gioco che lui stesso può utilizzare come meglio crede, ne favorisce la creatività e lo sviluppo dell’intelligenza.
Certo ciò richiede molto tempo ed impegno, ma scorgere un sorriso spontaneo quando il nostro bambino scoprirà che, ad esempio una scatola delle scarpe può essere utilizzate per più scopi, ci ripagherà di tutto il lavoro svolto.
Attraverso il gioco il bambino impara, esplora, sperimenta, entra in contatto con i coetanei, comunica e interiorizza esperienze.
Educare alla scoperta e alla novità è ciò che dovremmo sempre a fare con i nostri bambini.
“L’immagine del nostro corpo è preziosa e del tutto personale e l’atteggiamento verso noi stessi è fortemente legato alle nostre prime esperienze tra le mani degli adulti”
"Una prova della correttezza della procedura educativa è la felicità del bambino."
(Maria Montessori)
Parola di grande importanza, con il termine ambientamento si fa riferimento a quel particolare periodo d’ingresso da parte di un bambino piccolo in un asilo nido, scenario a lui sconosciuto.
Al momento di prendere una decisione circa l’iscrizione al nido sono molte le domande che ciascun genitore si pone, tra le quali le più frequenti sono: “Sarà pronto il mio bambino per questa cambiamento? come la prenderà?etc..”
Personalmente ritengo che non esista un’età predefinita in cui considerare il bambino pronto al 100% per questa nuova esperienza, il tutto dipende da fattori personali e da come viene gestito l’ambientamento soprattutto da parte dei genitori. È normale che essi si sentano un po’ ansiosi davanti a questo cambiamento, ma affinché il bambino possa viverlo in maniera serena e con tranquillità, è necessario che entrambi siano convinti della decisione presa ed infondano sicurezza al bambino.
Ovviamente dietro ciascuna scelta possono celarsi motivazioni diverse, ma la più frequente riguarda senz’altro la difficoltà da parte dei genitori di conciliare la vita lavorativa con quella familiare.
E cosi, il più delle volte per necessità, ci si affida all’aiuto di persone esterne, iscrivendo il piccolo al nido.
Prima di specificare brevemente in cosa consiste un ambientamento è necessario specificare l’importanza di ritagliarsi un momento di incontro prestabilito tra l’educatrice ed i genitori.
Questo “incontro” è fondamentale affinché le educatrici possano fornire ai genitori le linee generali di conduzione del nido in modo che il tutto sia percepito con chiarezza e tranquillità. Inoltre è questo il momento in cui tra genitori ed educatori avviene una scambio circa i bisogni e le necessità del bambino, cosicché al suo ingresso egli si senta ben accolto e possa vivere una sorta di continuità con l’ambiente familiare, senza sentirsi catapultato in un nuovo mondo.
Il periodo di ambientamento risulta un momento alquanto delicato e con non poche implicazioni emotive da parte di tutti i soggetti coinvolti nel processo: bambini, genitori ed educatori, ovviamente per motivi differenti.
Non dimentichiamoci però che il protagonista vero e proprio di questa esperienza è il bambino, il quale affacciandosi per la prima volta in un ambito cosi diverso da quello familiare, certamente più intimo e di ormai quasi completa conoscenza, probabilmente per i primi momenti corre il rischio di non sentirsi a proprio agio o di rimanere spiazzato dalle molteplici novità da cui è circondato.
Per capire in modo più lampante quanto detto, proviamo a pensare a come ci sentiremmo noi a contatto con un nuovo ambiente. Ecco, questo, vissuto in maniera molto più accentuata, è quello che accade ai nostri piccoli i primi giorni di frequentazione dell’asilo nido.
Per questo motivo l’ambientamento deve essere un processo graduale che richiede la massima partecipazione da parte dei genitori.
Per prima cosa è importante che ci sia stabilità sulle figure che ruotano intorno al bambino in questo periodo, sia per quanto riguarda i genitori che per le educatrici.
Le fasi:
inizialmente il genitore rimane insieme al bambino e condivide con lui attività e momenti educativi. Esso resta nel campo visivo del bambino in modo che se quest’ultimo dovesse sentire la necessità di trovare un punto saldo, sa che il proprio genitore è lì accanto a lui;
in seguito esso si allontana a poco a poco, creando cosi un breve momento di distacco, in modo che l’educatrice possa valutare lo stato emotivo del bambino e capire cosa è meglio fare affinché questo particolare momento venga vissuto con serenità da parte di tutti;
infine vengono consigliati distacchi sempre più lunghi, durante i quali il bambino insieme alle educatrici sperimenta alcuni dei momenti di cura più importanti come il pranzo, il sonno e il cambio.
Al di là dei vari passaggi, che variano a seconda del nido, fondamentale risulta spiegare al bambino, indipendentemente dall’età, il significato della circostanza che sta vivendo in modo che possa prendere coscienza della situazione e costruirsi propri schemi mentali che possano aiutarlo a calmarlo e farlo sentire al sicuro, laddove la circostanza si ripresenterà.
Dunque, per far si che il bambino non percepisca tutto ciò come una sorta di “abbandono” è importante che i genitori riservino comunque gran parte del tempo che trascorrono a casa con il proprio bambino. In questo modo sarà più facile per quest’ultimo capire che si tratta di un distacco temporaneo che viene colmato al rientro dei genitori.
Come detto in precedenza si tratta di una situazione nuova per tutti i membri familiari, quindi il bambino non è il solo a doversi abituare a queste nuove routine, da parte loro anche genitori ed educatori devono trovare il giusto equilibrio per far si che questa esperienza risulti positiva per tutti: i genitori devono poter essere tranquilli di lasciare i propri figli “in buone mani” e altrettanto gli educatori dovrebbe sentirsi accolti nel loro lavoro di cura.
La fiducia è la chiave che da l’accesso ad un sano rapporto Nido-Famiglia ed è importante che vi sia un forte dialogo tra questi ultimi, al fine di creare quella continuità pedagogico-educativa necessaria al bambino per sentirsi al sicuro e crescere.