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The first trailer for ‘AVENGERS: DOOMSDAY’ has been released. In theaters on December 18.
Masters of the Universe: He-Man rinasce grazie a Travis Knight
Travis Knight accetta la sfida e porta a casa il risultato con un live action nostalgico e ironico. E Nicholas Galitzine è un ottimo He-Man.
La nostalgia può essere un'arma a doppio taglio. Può essere una Spada del Potere così come una lama smussata che non riesce a tagliare. Forse per questo il nuovo film live action dedicato ai Masters of The Universe ha avuto una gestazione così travagliata, passando dalle mani dei fratelli Nee a un progetto Netflix accantonato dopo averci speso 30 milioni. Fino ad arrivare nelle mani di Travis Knight che ha brandito questa possente spada e l'ha usata per colpire con convinzione.
Una scena del nuovo film dedicato ai Masters
D'altra parte Knight è uno che di giocattoli se ne intende ed è proprio questa la forma iniziale con cui He-Man e gli altri personaggi di Masters of the Universe sono nati prima di diventare fumetti, serie animate, film e videogiochi. Se ne intende perché ha già realizzato l'ottimo Bumblebee, che è uno dei Transformers, e perché è amministratore della Laika che produce film per lo più in stop-motion, animando quindi altri giocattoli in qualche modo. D'altra parte dirigere talvolta non è come giocare? E nella nuova avventura cinematografica dei Masters si vede che Knight si è divertito a farlo con questi personaggi.
Alla (ri)conquista di Eternia: la storia del film
Una guerra civile, una fuga, un rapimento. Inizia così la nuova avventura cinematografica del giovane principe Adam Glenn, portato sulla Terra dal pianeta di origine Eternia e separato dalla Spada del Potere dei suoi antenati. Adam sa, ricorda, brama di tornare a quel mondo da cui è stato separato e si trascina in un'esistenza terrestre che gli sta stretta, fino a quando, ormai adulto, è la Spada del Potere stessa a condurlo al suo pianeta di origine, dove dovrà guidare la rivolta contro le forze del male guidate dal malvagio e potente Skeletor.
Adam con la Spada del Potere
Non sarà però solo in questa lotta, perché al suo fianco si schierano la maga Sorceress, Teela, Man-at-Arms e la fedele tigre verde Cringer, che si trasforma nella potente Battle-Cat. Una manciata di guerrieri in confronto alle forze del nemico, dai quali Adam/He-Man riuscirà a tirar fuori ogni potenzialità nascosta e caratteristica vincente.
Nicholas Galitzine e il cast: un He-Man umano e centrato
Il Masters of the Universe di Travis Knight è costruito come un percorso di formazione, il classico viaggio, sia pratico e avventuroso che interiore, che il protagonista deve compiere per diventare l'eroe che ci aspettiamo di conoscere. Per questo la porzione di storia sulla Terra è tra le cose più riuscite del film, perché permette al regista di impostare il discorso che gli interessa portare avanti, al protagonista Nicholas Galitzine di tratteggiare sfumature intime del personaggio, allo spettatore di capirne delusioni, aspirazioni e sogni.
Adam con i suoi compagni di avventura
Se Galitzine, infatti, fa suo l'intento del regista nella costruzione del film, anche le figure che lo circondano si dimostrano ugualmente a fuoco, compatibilmente con lo spazio a loro disposizione: Idris Elba è un solido Duncan / Man-At-Arms; Camila Mendes è una Teela che funziona accanto al protagonista; Alison Brie, James Purefoy e Morena Baccarin fanno del loro meglio per dare spessore a personaggi con poco minutaggio all'attivo. Un discorso diverso merita invece l'antagonista Jared Leto, che apprezziamo soprattutto grazie alla mimica, movimenti del corpo e lavoro sulla voce, essendo il volto sostituito da un teschio in CGI.
Il tono, riuscito, di Masters of the Universe
La visione di Knight è limitata da un budget che gli ha creato qualche vincolo di troppo. Lo si percepisce dal poco spazio ritagliato per la tigre Cringer e altre situazioni che appaiono frenate come il terzo atto su Eternia che soffre di qualche passaggio più frettoloso, ma il regista sopperisce a questi vincoli indovinando il tono giusto per la storia, quell'autoironia necessaria a far funzionare personaggi che sarebbero risultati meno credibili in un film che si fosse preso troppo sul serio, sfruttando a dovere anche l'alternanza tra CGI ed effetti pratici sul set.
Lo Skeletor di Jared Leto in Masters of the Universe
Abbiamo apprezzato questo spirito e il piglio generale della storia, che ha evitato la trappola di realizzare una sorta di cinecomic alternativo andandosi a incasellare in un genere oggi in sofferenza, cavalcando la nostalgia e l'effetto He-Man ma senza strafare. I Masters of the Universe di Travis Knight non sono supereroi in stile Marvel, ma figure con le loro debolezze e altrettante forze su cui si potrà costruire una saga fantasy/avventurosa con potenziale di crescita. Se il pubblico dimostrerà sintonia e voglia di seguire questo cammino.
Conclusioni
Masters of the Universe supera i traumi di una produzione complessa e si dimostra un'operazione nostalgica intelligente e riuscita. Travis Knight aggira i limiti di budget con un'ottima direzione degli attori e, soprattutto, indovinando l'unico tono possibile per rendere credibile Eternia nel 2026: un fantasy avventuroso che non si prende mai troppo sul serio, lontano dalle logiche dei cinecomic che sembrano aver stancato il pubblico. Se gli spettatori risponderanno con entusiasmo, la strada per un franchise solido e duraturo è finalmente tracciata. He-Man è tornato, e questa volta la Spada del Potere sembra essere in buone mani.
👍🏻
Travis Knight ha saputo trovare il tono perfetto, dosando ironia e rispetto per il materiale originale.
La prima parte del film sulla Terra approfondisce la psicologia di Adam in modo efficace.
Il protagonista Nicholas Galitzine convince nel suo percorso di formazione, accanto a un cast che lotta per ritagliarsi il giusto spazio.
👎🏻
Si avverte qualche vincolo di troppo sugli effetti visivi, specialmente sulla gestione di Cringer/Battle-Cat.
Figure di contorno potenzialmente forti hanno troppo poco spazio a disposizione.
Mortal Kombat II: sangue, fatality e pop culture nel sequel che i fan aspettavano
Dopo un primo capitolo che non aveva pienamente convinto i fan del celebre picchiaduro, arriva finalmente Mortal Kombat II, sequel che a ben 5 anni di distanza dal suo predecessore porta finalmente su schermo quel torneo mortale e spietato annunciato nel titolo.
Quando uscì il primo lungometraggio, infatti, la più grande critica che gli venne mossa fu proprio di aver tradito lo spirito eccessivo e gore del videogioco, riducendo la competizione a un evento aleatorio che prima o poi sarebbe accaduto. Memori, quindi, delle tante critiche, ecco che questo nuovo capitolo, diretto ancora da Simon McQuoid, promette di accontentare i fan vecchi e nuovi attraverso un ritmo serrato, botte da orbi e momenti action che possano creare un ponte tra gioco e cinema.
Una scena di Mortal Kombat II
Di adattamenti di Mortal Kombat, nel corso degli anni, ne sono stati fatti diversi. I più "vecchietti" ricorderanno quello del 1995 con Christopher Lambert (e i relativi sequel), ma, nonostante la nostalgia, la necessità sembra ora quella di raccontare lo spirito dell'iconico titolo tenendo però un tono nostalgico eppure contemporaneo e un linguaggio coerente con le nuove tendenze.
L'arrivo di Johnny Cage e l'inizio del torneo
Karl Urban nel film
Finalmente il torneo sta per iniziare: i guerrieri della Terra si scontreranno con quelli dell'Outworld in combattimenti spietati il cui unico scopo è la supremazia. Ma per raggiungere il numero necessario all'inizio della competizione mortale viene reclutato un ultimo combattente, una vecchia gloria delle arti marziali e del cinema action: Johnny Cage. Una star ormai in declino, un uomo disilluso e cinico che dalla vita non si aspetta più nulla.
Cage, che all'inizio cercherà di tenersi fuori dal Mortal Kombat, si ritroverà suo malgrado coinvolto in qualcosa che va ben oltre le sue più terrificanti aspettative; uno scontro nel quale c'è in ballo molto più che la gloria: la salvezza dell'intero pianeta.
Citazioni, fatality e puro fan service
Mortal Kombat II è un film pensato per i fan e cucito addosso a tutti gli amanti del videogioco e della cultura pop. Facendo ammenda degli errori passati, riporta il torneo mortale al centro della narrazione, rendendo protagonisti gli scontri ancor più dei personaggi. Nel farlo, adotta un linguaggio estremamente pop, infarcendo il tutto con tantissime citazioni e battute riferite a molti dei titoli cinematografici più amati e conosciuti di sempre: da Il Signore degli Anelli a Harry Potter, passando per le poche ma iconiche frasi pronunciate dai lottatori nel videogioco.
Lo Scorpion di Hiroyuki Sanada
Il lungometraggio, poi, non si limita a citazioni solo verbali, ma cerca - riuscendoci piuttosto bene - di riproporre diverse delle fatality che ci davano così tanta soddisfazione con un pad in mano (o azzeccando la combinazione giusta di tasti). Scelte visive che qui servono principalmente a fomentare gli animi dei giocatori delusi dal film precedente, che aveva tradito il titolo sia negli intenti che nel tono.
Centrare lo spirito goliardico e scanzonato che ha fatto la fortuna del videogioco era infatti una priorità, e il Johnny Cage interpretato da Karl Urban aiuta moltissimo nel raggiungere l'obiettivo, controbilanciando alla perfezione le atmosfere più cupe e drammatiche introdotte con la Kitana di Adeline Rudolph.
Un'esperienza volutamente esagerata
Mortal Kombat II è quindi quello che definiremmo un film onesto: fatto esclusivamente per intrattenere e compiacere i fan, con un look sfacciatamente da action anni Novanta (forse anche per omaggiare, e non solo con la musica, lo storico predecessore). Pur con una regia senza grosse pretese, riesce a costruire immagini volutamente poco profonde in modo da richiamare la bidimensionalità dell'estetica videoludica.
Se c'è una cosa che, però, rende veramente particolare questo lungometraggio è proprio la percezione individuale: se siete amanti della cultura pop, dei combattimenti esagerati e folli del gioco e del cinema action dello scorso secolo, questo film sarà sicuramente di vostro gradimento. Se invece cercate qualcosa di più - contenuti di peso, un profondo scavo psicologico dei personaggi o una costruzione narrativa solida - beh, vi conviene dirottare la vostra attenzione su altro.
Un momento di Mortal Kombat II
Non c'è, infatti, forse un modo giusto o sbagliato di guardare e giudicare Mortal Kombat II ma, da fan, vi possiamo garantire che ci siamo divertiti. Abbiamo riso e ci siamo esaltati davanti a mosse, battute e citazioni, lasciando da parte la critica rigidamente obiettiva per vivere un'esperienza diversa: forse nostalgica, ma indubbiamente coinvolgente.
Conclusioni
Mortal Kombat II è un sequel "onesto" e scanzonato, costruito su misura per i fan storici e per gli amanti dell'azione anni Novanta. Facendo tesoro delle critiche mosse al primo capitolo, il film accantona qualsiasi velleità artistica per abbracciare in pieno lo spirito esagerato, le iconiche Fatality e il gore tipico del videogioco. Tra un linguaggio ricchissimo di citazioni alla cultura pop e l'azzeccato tono goliardico portato in scena dal Johnny Cage di Karl Urban, la pellicola rinuncia alla profondità narrativa per regalare un'esperienza viscerale e di puro, godibilissimo intrattenimento.
👍🏻
Le tante citazioni alla pop culture.
L'estetica e i tanti rimandi visivi al videogioco.
Il tono perfettamente in linea con l'opera videoludica.
Il Johnny Cage di Karl Urban.
👎🏻
Potrebbe scontentare chi cerca maggiore profondità nella narrazione o un'atmosfera più drammatica.
House of the Dragon 3x04 - la quiete prima della tempesta.
In un episodio denso di macchinazioni e dialoghi taglienti, House of the Dragon fa un passo indietro sull'azione per ricordarci le origini del franchise. Tra burattinai e burattini, a pagare il prezzo più alto di questo feroce gioco del trono sono, come sempre, gli innocenti
Se il terzo capitolo di questa stagione aveva rappresentato a tutti gli effetti la proverbiale “calma dopo la tempesta”, permettendo ai protagonisti di fare i conti con i traumi subiti, con questo quarto episodio ci troviamo inequivocabilmente di fronte alla spaventosa “quiete prima della tempesta”. L’assedio di Tumbleton incombe e l’aria è talmente densa di tensione da poter essere tagliata con una lama di acciaio valyriano. A livello puramente visivo e di mordente adrenalinico, potremmo forse definirlo l’episodio più debole dei quattro finora trasmessi, ma sarebbe un errore critico imperdonabile considerarlo meno importante nell’economia generale del racconto.
Al contrario, si tratta di uno snodo narrativo fondamentale, un episodio certosino che porta avanti tutte le trame con precisione chirurgica. Ci mostra i vari schieramenti in campo, lucida le armature, affila i pugnali e chiarisce gli obiettivi. Ma, soprattutto, questa puntata compie una magia, ci fa tornare prepotentemente alla mente le atmosfere delle primissime, indimenticabili stagioni di Game of Thrones. Ci riporta in un’epoca televisiva in cui, prima ancora dello spettacolo generato dal fuoco di drago e dalla magia nera, a farla da padrone erano i tradimenti sussurrati nell’ombra e i diabolici intrighi di corte. Personaggi subdoli, calcolatori e pronti letteralmente a tutto pur di raggiungere i propri scopi si muovono silenti dietro le quinte del potere.
Il gioco dei burattinai e le vittime collaterali
La struttura di questo episodio mette in luce una verità disarmante: la Danza dei Draghi è governata da pretendenti che, molto spesso, vengono abilmente manovrati da terzi. Tutti i leader in gioco sono accompagnati o, per meglio dire, condizionati da consiglieri che vogliono ottenere qualcosa per il proprio tornaconto personale. Da una parte vediamo Rhaenyra, costantemente in bilico tra i sussurri di Mysaria e le pressioni guerrafondaie di Daemon, dall’altra assistiamo alle manovre dei Verdi, dove Criston Cole esercita la sua ingombrante influenza su Aemond e Larys Strong tesse la sua oscura tela attorno a un vulnerabile Aegon. A questo valzer di ombre si aggiunge, come vedremo più avanti, anche Lord Ormund Hightower.
Ma il vero cuore pulsante dell’episodio, il messaggio umanista e più profondo che l’intera serie continua a gridare a pieni polmoni, è che in guerra non esistono mai fazioni del tutto giuste. Non ci sono realmente schieramenti formati da “buoni” contrapposti ai “cattivi”. C’è solo una cinica corsa al trono che lascia dietro di sé residui, lutti e macerie. E a pagare il prezzo di questa vanità monarchica è sempre, immancabilmente, il popolo.
La regia costruisce a tal proposito una sequenza contrapposta di una bellezza e di una crudeltà disarmanti. Da una parte ci viene mostrata Tumbleton, con i suoi abitanti inermi, costretti a barricarsi in casa, a sprangare porte e finestre in un clima di puro terrore al passaggio dell’inesorabile esercito Hightower. Un attimo dopo, il montaggio ci trascina tra i vicoli fangosi di Approdo del Re, dove assistiamo alle brutali retate notturne della Guardia Reale, che trascina la povera gente fuori dalle proprie case nel cuore della notte per punirla con l’accusa di presunto tradimento. Sotto il vessillo del Drago Nero o di quello Verde, il risultato non cambia, i potenti giocano, i deboli vengono sottomessi, calpestati e uccisi.
Eroi senza macchia e figlie nell’ombra
In mezzo a questo oceano di cinismo morale, spicca un personaggio che sta conoscendo una crescita esponenziale, rubando la scena puntata dopo puntata: Alyn di Hull. Il suo percorso sta assumendo contorni sempre più definiti e affascinanti..
Alyn rappresenta l’archetipo del vero cavaliere, non lo è per diritto di nascita o per un vuoto titolo nobiliare, ma per il coraggio intrinseco e per le azioni che compie sul campo. È un eroe senza macchia, privo di scheletri nell’armadio, fieramente orgoglioso delle sue umili origini e brutalmente consapevole che, in un mondo del genere, uno come lui dovrà sudarsi e guadagnarsi ogni singola conquista contando solo sulle proprie forze.
Di altrettanto impatto è stato l’atteso e tesissimo confronto tra Rhaena e Daemon. Un dialogo tagliente, carico di un’elettricità emotiva palpabile, in cui è esploso tutto il risentimento covato negli anni. Rhaena non è più disposta a fare la comparsa e a vivere nell’ombra ingombrante del padre. L’intensità di questo scambio getta basi solidissime per lo sviluppo della sua storyline, da cui è lecito aspettarsi grandissime cose.
✴ Allerta Spoiler: Il crollo di un’illusione e il vero villain della stagione
⚠ ATTENZIONE: Se non avete ancora visto il quarto episodio, vi invitiamo a fermarvi qui. Nelle prossime righe analizzeremo l’evento cruciale del finale.
La vera svolta narrativa dell’episodio, quella che spariglia definitivamente le carte in vista dell’imminente catastrofe, avviene tra le fila dell’esercito ormai arroccato a Tumbleton. Finalmente la narrazione accende i riflettori su una coppia di personaggi tanto affascinante quanto complessa: il giovane principe Daeron Targaryen e Lord Ormund Hightower.
Daeron ci conquista fin dai primissimi istanti. Si percepisce immediatamente la sua aura, è un ragazzo dall’animo nobile, intrinsecamente corretto, rispettoso del suo ruolo e scevro da quella follia sanguinaria che sembra invece pervadere il resto della sua famiglia. Ma è proprio questa sua purezza a renderlo la vittima perfetta.
Il colpo di scena, capace di spiazzare ogni aspettativa, arriva nel finale. Ormund Hightower getta bruscamente la maschera, mostrando al mondo il suo vero volto e consacrandosi come il vero, insidioso villain di questa stagione. Fino a questo momento ci era stato presentato con tutti i crismi dell’onore, un condottiero fiero, valoroso, paterno, con una dedizione quasi religiosa al dovere e alla sicurezza dei suoi sottoposti. Ma la verità è ben più cruda.
Ormund si rivela un calcolatore crudele e spietato, disposto a macchiarsi delle peggiori nefandezze pur di spianare la strada ai propri obiettivi. E, fatto ancora più grave, non ha alcuna remora a manovrare il giovane e ingenuo Daeron, usandolo come una mera, letale pedina incosciente sulla scacchiera della guerra.
Il Verdetto Finale
L’illusione dell’onore è svanita, soffocata dal pragmatismo del potere. La battaglia di Tumbleton è ormai alle porte, e la tempesta che ne scaturirà non lascerà spazio alla pietà.
Questo quarto appuntamento si conferma un tassello fondamentale, un ponte narrativo costruito magistralmente che sacrifica l’azione immediata per tessere una ragnatela di intrighi d’alto livello, preparandoci al caos imminente. La tensione è giunta al punto di rottura, e i semi piantati oggi germoglieranno nel sangue di domani.
E voi, cosa ne pensate di questo episodio? Fateci sapere la vostra nei commenti!
The Weeks Ahead Trailer for House Of The Dragon Season 3.
Mortal Kombat: quando battersi fino alla morte non basta
Mortal Kombat, il film del 2021, nuovo adattamento del popolare franchise videoludico.
A caccia di eletti
Mortal Kombat: Ludi Lin, Max Huang in una scena del film
La storia di questa versione di Mortal Kombat inizia qualche secolo fa, quando la rivalità tra due clan di ninja miete vittime al punto da trasformarsi in un conflitto personale destinato a durare oltre la morte. Ai giorni nostri, invece, i preparativi sono in corso per un nuovo torneo della lotta fra mondi, rappresentati dai rispettivi campioni, e Lord Raiden (Tadanobu Asano), dio del tuono e protettore della Terra, deve riunire coloro che combatteranno in nome della nostra dimensione. Un'antica profezia dice che i discepoli di Raiden saranno in grado di scongiurare la decima vittoria consecutiva del Regno Esterno, impedendo così alle armate di quel mondo di invadere il nostro. Shang Tsung (Chin Han), un perfido stregone al servizio del Regno Esterno, vuole invece far sì che i campioni della Terra non riescano nemmeno a partecipare al torneo, e invia i propri emissari, tra cui Goro e Sub-Zero, a uccidere questi predestinati: il lottatore professionista Cole Young (Lewis Tan), i soldati Jackson Briggs (Mehcad Brooks) e Sonya Blade (Jessica McNamee), e due monaci Shaolin, Liu Kang (Ludi Lin) e Kung Lao (Max Huang).
All'inseguimento del franchise
Mortal Kombat: una scena del film
Con questo film la Warner intende rilanciare una saga che precedentemente era appannaggio della New Line Cinema, all'epoca unità indipendente di Time Warner (oggi WarnerMedia) e artefice del Mortal Kombat del 1995 e del suo sequel, Mortal Kombat - Distruzione totale, uscito nel 1997. Due lungometraggi non privi di problemi, ma il primo ha un certo fascino "tamarro", mentre il secondo ne è una brutta copia, dal sapore cheap (basti pensare all'antagonista Shao Kahn, passato da un imponente effetto speciale con la voce cavernosa di Frank Welker a una performance fisica che fa un po' effetto cosplay a basso costo). Un quarto di secolo dopo, si vuole aggiustare il tiro: alla produzione c'è James Wan, specializzato in horror, e il suo contributo è visibile soprattutto nella scelta del regista Simon McQuoid, suo connazionale, e dell'uso dell'Australia come luogo per le riprese; i combattimenti sono più brutali, per essere più fedeli all'estetica dei giochi, con annesso divieto ai minori nelle sale americane; e il tono generale è più serio, cosa evidente soprattutto a livello musicale poiché il celeberrimo tema del franchise è stato rielaborato e la mitica voce che urla a squarciagola "MORTAL KOMBAT!" è stata relegata ai titoli di coda (laddove nel 1995 precedeva tutte le scene d'azione).
Mortal Kombat: Angus Sampson in una scena del film
Dove però il film inciampa, al netto di un apparato formale notevole, è nella costruzione drammaturgica: McQuoid ha pensato a una trilogia, motivo per cui alcuni elementi e personaggi (Johnny Cage e Shao Kahn su tutti) sono stati messi da parte per l'eventuale sequel, ma in questo caso l'ambizione e il worldbuilding smorzano l'identità del singolo lungometraggio, trasformato in una sorta di lungo preambolo in vista di sviluppi futuri. La componente action è efficace, ma è sopraffatta da un'atmosfera seriosa che vuole dare un respiro epico alla storia e invece gira a vuoto tra chiacchiere metafisiche e promesse di lotte ancora più spettacolari che arriveranno, forse, in separata sede. Paradossalmente, la stessa Warner, ha fatto uscire in home video e digitale un film d'animazione con una struttura pressoché identica (il perno emotivo è la rivalità immortale tra Scorpion e Sub-Zero), ma anche dotato di una scrittura capace di valorizzare le situazioni e i personaggi (non aiuta che in sede live-action si sia deciso di introdurre un protagonista nuovo di zecca, presumibilmente per conquistare il mercato asiatico nonostante quasi tutti gli interpreti principali siano di origine cinese o giapponese). I due sequel si faranno, ma la strada è ancora lunga prima di poter dichiarare, come fanno i combattenti, "Flawless victory".
Conclusioni
Chiudiamo sottolineando quanto di tratti di un reboot ambizioso che però sacrifica l'efficacia del singolo film in nome di una potenziale trilogia. Visivamente accattivante ma drammaticamente traballante.
👍🏻
Le scene d'azione funzionano.
I paesaggi australiani danno all'estetica del film la giusta aura di mistero ed epicità.
Il tema musicale aggiornato rimane orecchiabile.
👎🏻
La volontà di costruire una trilogia trasforma il film in un lungo prologo.
Il tono eccessivamente serioso non giova ai personaggi.
L'assenza di volti storici del franchise lascia l'amaro in bocca.
‘The Hunger Games’ franchise will return to theaters this September. ‘The Hunger Games: Sunrise on The Reaping’ releases on November 20th.
War Machine: un rumoroso action fuori luogo e fuori posto
Retorica militare, soldati pronti a tutto e un gigantesco robot alieno: ne sentivamo il bisogno? Certo che no. In streaming su Netflix.
Mimetica, armi di grosso calibro, retorica, bandiere e patrioti. Che noia. Possibile che più di così, oggi, non si possa fare? Pare di no. Anzi, certi schemi sembrano ancora e assurdamente vincenti, a giudicare dai risultati ottenuti. Nemmeno il tempo di uscire che War Machine dell'australiano Patrick Hughes ha già scalato la classifica dei film più visti su Netflix.
Alan Ritchson in War Machine
Testosterone a mille, muscoli e come molti scrivono pure un "pessimo tempismo" di rilascio, vista la situazione globale. Ma questo, altri dicono, è intrattenimento duro e puro, da prendere per quello che è - ovvero, il nulla. Un titolo che strizza l'occhio al mondo dei videogiochi (su tutti Call of Duty), e costruito seguendo una strada tutt'altro che originale e, come se non bastasse, strettamente conservatrice. A cominciare dal titolo: c'era davvero bisogno di chiamarlo War Machine?
War Machine, un robot alieno contro un plotone di soldati
Se di trama si può parlare, non mancano le ciarle sull'America portatrice di libertà (!), tra addestramenti estremi e posture d'attacco, celebrando un'epica del conflitto che si prende fin troppo sul serio. Al centro del film c'è il sergente maggiore 81 (Alan Ritchson). Nessun nome o cognome, solo un numero di identificazione. Due anni dopo aver perso suo fratello sul campo di battaglia afghano, il militare prende parte a una dura campagna di addestramento, insieme a un commilitone appositamente selezionato. Peccato che la campagna simulata si rivelerà una mattanza. I soldati si ritrovano a combattere contro un'inaspettata minaccia: un gigantesco robot alieno.
Un action senza niente di nuovo
C'è veramente poco da dire su War Machine (da non confondere con l'omonimo film con Brad Pitt, sempre Netflix), se non che la regia di Hughes - avvezzo al genere action - si rifugia spesso e volentieri nell'azione smodata, avallata dall'incessante e inutilmente ridondante colonna sonora di Dmitri Golovko.
War Machine, una scena action del film
Rifacendosi a Predator, e legandosi a certi filoni anni Ottanta e Novanta - ma era un altro mondo cinematografico, e operazioni del genere avevano un loro senso - il titolo punta tutto sull'evoluzione del protagonista, caricandolo con la solita molla dello stress post-traumatico. Un tema fin troppo abusato. Come dire: per favore, diteci qualcosa che non sappiamo. Per rendere il tutto meno "politico", e più scollato dalla realtà, la scelta di inserire l'elemento alieno come villain (im)possibile da sconfiggere.
Poco interesse, troppo rumore
Al netto del gigantesco robot extra-terrestre, di cui non abbiamo nessun vero interesse, War Machine non ha la personalità giusta, né la forza necessaria per reggere le quasi due ore, arrovellate in una messa in scena fin troppo simile a altri lungometraggi similari che riempiono le piattaforme. E qui si aprirebbe una gigantesca parentesi: la quasi totalità dei titoli rilasciati in streaming è di scarsissima qualità.
Una scena del film
Virando dal lessico militare a quello survival - a un certo punto il soldato 81 resta praticamente l'unico - War Machine potrebbe guadagnare forse dei punti (pochi), ma il contesto, il finale aperto (preparatevi: altri sequel sono già pronti) e il profilo dell'eroe fanno ben poco per risultare attrattivi. Cosa resta? Un setting fuori luogo e fuori posto, mosso solo da un costante e innocuo rumore.
Conclusioni
War Machine punta sull'adrenalina testosteronica e militarista, per una visione fatta e servita per gli utenti, nonché costruita secondo uno schema già visto. In tempi complicati come i nostri un titolo del genere appare quantomeno fuori luogo nonché fuori posto. Una retorica spicciola, superficiale, votata all'intrattenimento. Tutto lecito, ma ciò che resta è l'ennesima copia di un filone divenuto ben poco interessante.
👍🏻
Una buona tecnica.
Se amate l'azione…
👎🏻
Retorica militarista.
Film uguale a molti altri.
Poco interesse nei personaggi e nelle motivazioni.
House of the Dragon 3 episodio 3: L'illusione della pace e il peso schiacciante della corona
Dopo essersi presa il trono di spade, Rhaenyra è costretta a fare i conti con la crisi economica della capitale, prendendo decisioni scomode e scegliendo da che parte stare. La nuova puntata dello spin-off e prequel di Game of Thrones.
“Inquieto giace il capo di chi indossa la corona”. E scomodo è un trono in ferro ottenuto dalla fusione di centinaia di spade. Che essere monarca non sia semplice, Rhaenyra lo comprende subito. Il terzo episodio della terza stagione di House of the Dragon, spin-off e prequel di Game of Thrones targato HBO,, è una lunga testimonianza di quanto l’onere dell’essere regina superi l’onore. Approdo del Re è a pezzi, le casse della Fortezza Rossa sono vuote, tra i corridoi i ratti corrono indisturbati e il popolo reclama il pane. E siccome le brioche di Maria Antonettiana memoria hanno ancora da venire, a Rhaenyra non resta che andare a cercarlo da chi, negli anni di guerra, lo ha accumulato.
I dubbi di Rhaenyra
Quella interpretata da Emma D’Arcy continua a essere una regina in bilico. Indecisa, a tratti persino riluttante, desiderosa di preservare l’eredità e la memoria del padre Viserys il Pacifico, di governare come lui ha fatto e come lui avrebbe voluto, ma dilaniata da una serie di doveri e incombenze e minacciata dal suo stesso essere donna in un mondo di uomini. “Ho corteggiato il popolo da lontano ma non mi sono ancora presentata da regina”, dice mentre scopre, poco a poco, di non poter sperare di ottenere il consenso della gente, dell’aristocrazia e del clero. Rhaneyra deve compiere delle scelte, scelte strategiche che avranno un peso, mentre la faida interna alla sua famiglia è ancora lungi dal potersi considerare conclusa.
Il confronto con Alicent
Dopo essere state a lungo separate dai chilometri, confinate in due fortezze distinte e distanti, Rhaenyra e Alicent (Olivia Cooke) si ritrovano. Ed è sul loro rapporto, ritrovato e ricostruito su sentimenti contrastanti, che Clare Kilner e Sara Hess, regista e sceneggiatrice, costruiscono il perno di questo terzo episodio. Le due regine, quella con la corona e la vedova, si confrontano in dialoghi serrati, sospese tra l’affetto di quando erano bambine e il rancore alimentato dal sangue familiare reciprocamente versato, si scambiano sguardi diretti, evidenziati da efficaci primi piani.
La loro è una relazione ambigua: Rhaenyra continua a colpire Alicent senza provare alcun piacere nel farlo, Alicent incassa senza realmente perdonare, ma è nell’amica di un tempo che Rhaenyra cerca rifugio e consiglio sentendosi incompresa dagli uomini che la circondano. Entrambe sono donne che hanno scoperto cosa significa avere potere in un mondo profondamente maschilista. Hanno sofferto e sono state costrette a prendere decisioni difficili. Non si può regnare senza perdere se stesse, dice Alicent, ma Rhaenyra non ha intenzione di cedere, vuole essere la monarca che fu il padre, ma Viserys, incalza Alicent, si era costruito un mondo tutto suo all’interno del quale loro non sono mai entrate.
Da che parte stare
La scelta di campo di Rhaenyra avviene durante un banchetto che è profondamente diverso da quello con cui, nella prima stagione, Viserys aveva provato a ricompattare una famiglia allo sfascio, poco prima di morire. Una cena dalle luci soffuse in cui la regina mette la corte davanti alla realtà da cui si è nascosta, al cospetto delle sue responsabilità. In un episodio dai ritmi lenti, costruito sui dialoghi e quasi esclusivamente in spazi chiusi, vengono gettate le basi per il ritorno all’azione, prendendo tempo per scavare nell’animo di una protagonista sempre più in difficoltà. Il femminile, nella sua corporeità oltre che nello spirito, viene messo al centro della scena, reso sempre più protagonista mentre i personaggi maschili – inclusi il Daemon di Matt Smith e il Corlys di un intensissimo Steve Toussaint - cedono il passo e fanno da contorno. La Danza dei Draghi è, sempre più, una questione di genere.
Agente Zeta: e se fosse il James Bond spagnolo?
Mario Casas veste i panni di Agente Zeta, impegnato in una missione in giro per il mondo tra colpi di scena che lo riguardano da molto vicino. Su Amazon Prime Video.
Quattro ex agenti dell'intelligence spagnola vengono uccisi nello stesso momento in diverse parti del mondo. Ognuna delle vittime era legata a una misteriosa operazione in Colombia di molti anni prima, conosciuta con il nome in codice di Ciénaga. L'unico che ancora manca all'appello dei decessi è Ancares, anche perché nessuno sembra sapere dove attualmente si trovi.
Agente Zeta: Mario Casas nei panni dell'agente Zeta
Ecco così che l'incarico di rintracciarlo e proteggerlo prima che qualcuno tenti di farli fuori ricada sull'Agente Zeta, il migliore nel suo campo ma reduce da un lungo congedo di sei mesi che, nelle sue intenzioni, dovrebbe durare ancora altrettanto. Questi ha un legame di parentela diretto con l'obiettivo, che rischia di ingarbugliare una situazione già ai limiti. E a complicare ulteriormente le cose è l'entrata in scena dell'agente Alfa, una affascinante collega colombiana che sembra sapere molto più di quanto dica. Sullo sfondo, un complotto che affonda le sue radici nel passato e carico di colpi di scena.
Agente Zeta: la trama
Con Agente Zeta, Dani de la Torre tenta di costruire un tassello fondamentale per un possibile universo spionistico iberico, inserendosi nel più ampio progetto di Amazon Studios di consolidare un'identità riconoscibile anche nel campo degli spy-movie dopo l'acquisizione di James Bond, ad oggi ancora assai enigmatica.
Di chi può fidarsi Agente Zeta?
L'operazione è chiara fin dalle prime battute, ovvero trasformare Mario Casas - attore spagnolo che unisce fisico da sex symbol a qualità attoriali sopra la media per il classico "belloccio" - in una sorta di eroe nazionale potenzialmente esportabile, una versione galiziana di omologhi ben più famosi, a cominciare da quel nome che in codice citante l'ultima lettera dell'alfabeto. Il risultato? Diciamo subito che ci troviamo davanti a un film godibile ma perfettibile, che oscilla tra un intrattenimento roccioso e una sceneggiatura ambiziosa ma spesso esagerata nelle sue contorsioni.
Le menti dietro il progetto
Va detto che questa cura, anche esagerata per il numero di rivelazioni e cliffhanger, era prevedibile in quanto come co-autore dello script scritto a quattro mani troviamo Oriol Paulo, che dietro la macchina da presa ha firmato alcuni dei thriller più interessanti - e assurdi - degli ultimi anni come Contrattempo (2016) e Durante la tormenta (2018).
Mario Casas in una scena del film
Su questa base De la Torre ha costruito un thriller a tema dinamico e carico di spunti. La prima parte del film funziona: ritmo sostenuto, ambientazioni internazionali come nella sortita brasiliana, e sequenze al fulmicotone ben orchestrate, tra inseguimenti a piedi o su due/quattro ruote, sparatorie e così via. Si cerca di competere con i modelli hollywoodiani, mantenendo una specificità geografica e culturale. È in questi momenti che Zeta sembra davvero poter diventare qualcosa di più di un semplice prodotto da piattaforma. D'altronde il regista non è certo alle prime armi e il suo lungometraggio d'esordio, il tesissimo Desconocido - Resa dei conti (2015), è una delle "macchine a orologeria" più implacabili dello scorso decennio.
Pregi e difetti del film
Il problema emerge nel cuore del racconto. Verso la metà infatti la vicenda si complica sempre di più, superando i limiti del verosimile per una girandola dell'assurdo, tra doppigiochi, tradimenti e identità ballerine. Riunioni, briefing a porte chiuse, spiegazioni incrociate tra agenzie, che rischiano di appesantire una narrazione che avrebbe invece necessitato di maggior immediatezza, denotando inoltre una disparità di ritmo che a tratti diventa evidente.
Agente Zeta: una sequenza del film
Il mistero del "settimo agente", che a un certo punto diventa fulcro degli eventi, risulta prevedibile e quasi suggerito da scelte e mezze battute dei personaggi, fino a quell'effettiva risoluzione che poco aggiunge al costrutto. Lo script inoltre si premura di spiegare più volte il bandolo della matassa allo spettatore, scelta questa purtroppo in linea con le direttive del moderno mercato streaming, come ribadito da alcuni addetti ai lavori d'eccellenza.
Si perde così quella necessaria ambiguità, una mancanza qui va detto più perdonabile rispetto ad altre occasioni. Perché Agente Zeta si cura unicamente o quasi di essere una new-entry nel filone dello spionaggio, a caccia di una fanbase eterogenea e proprio per questo popolata da personaggi e soluzioni appetibili al grande pubblico. Impresa, pur con qualche sbavatura, che ci sentiamo di dire riuscita.
Conclusioni
Una produzione solida e competente, che trova pregi e pecche in una sceneggiatura ambiziosa ma eccessivamente convulsa e non sempre omogenea. Agente Zeta offre in ogni caso il giusto spettacolo e le attigue emozioni a tema per chi vive a pane e spy-movie, ora qui pronto ad immergersi nelle (dis)avventure in giro per il mondo dell'omonimo protagonista, eroe spagnolo tormentato alle prese con una sequela di rivelazioni e colpi di scena che lo riguardano direttamente. Scene d'azione godibili, un cast eterogeneo quanto basta e una discreta varietà di situazioni e ambientazioni permettono di chiudere un occhio su quell'atto centrale che rischia di perdersi in infinite elucubrazioni.
👍🏻
Mario Casas eroe credibile, in un cast dove spicca l'ambiguo personaggio di Luis Zahera.
Azione di buon livello e dal respiro internazionale.
Sceneggiatura a tratti avvincente…
👎🏻
…altrove inutilmente convulsa.
Alcuni colpi di scena più scontati del previsto.
Thrash - Furia dall’oceano: tra disaster movie e squali nel thriller Netflix
Un uragano catastrofico non è l'unico pericolo per gli abitanti di una cittadina costiera in Thrash, il film Netflix di Tommy Wirkola che non sa scegliere la propria strada, ma alla fine riesce a divertire lo spettatore.
Ne è passata di acqua sotto i ponti da quando Steven Spielberg definiva il concetto di Monster Movie su grande schermo con quel capolavoro che è Lo Squalo.
È cambiato il mondo del cinema e dell'intrattenimento; è cambiato l'approccio al racconto audiovisivo; è diverso anche, e forse soprattutto, il contesto planetario in cui ci muoviamo, con il cambiamento climatico che dà vita a eventi atmosferici estremi, fuori dal comune, catastrofici, che film e serie non possono ignorare nel costruire storie drammatiche e di tensione.
E così Thrash - Furia dell'oceano ne approfitta e non si limita a portare su schermo attacchi di squali o mareggiate da incubo, ma li combina per creare la minaccia oceanica definitiva. Perché a volte può andare peggio.
Il terrore viene dall'oceano in Thrash
Il punto di partenza per la trama di Thrash - Furia dall'oceano è un uragano di categoria 5 in procinto di abbattersi su Annieville, cittadina costiera della Carolina del Sud. L'apertura del film ci porta a poco più di due ore dal fatidico momento, per poi seguire alcuni dei suoi abitanti nei minuti a cavallo dell'evento.
C'è Dakota, che non riesce ad allontanarsi dalla casa della madre morta da poco a causa della sua agorafobia, c'è Lisa, incinta e impossibilitata a lasciare la città in tempo, ci sono i fratelli Dee, Ron e Will che sono costretti a trovare rifugio con i loro genitori adottivi impreparati alla situazione.
Una delle protagoniste di Thrash intrappolata in auto
Vite e situazioni diverse che si incrociano quando l'uragano si abbatte sulla cittadina, inondando le strade e portando disagi e distruzione. Oltre a un inaspettato ulteriore pericolo: squali, minacciosi squali leuca attirati da sangue animale fuoriuscito da uno dei veicoli danneggiati dall'inondazione, dai quali i protagonisti di Thrash devono riuscire a salvarsi.
Tanti pericoli per i protagonisti del film Netflix
Îl film diretto da Tommy Wirkola, già regista di Hansel e Gretel - Cacciatori di streghe e Una notte violenta e silenziosa, parte come un disaster movie per trasformarsi in un più classico horror a base di mostri.
In questa duplicità ha sia i suoi punti di forza che i suoi limiti: se è vero che il doppio pericolo assicura varietà e imprevedibilità alla storia, è allo stesso tempo vero che Thrash dà la sensazione di non saper scegliere cosa vuole essere realmente.
Attinge a due mondi cinematografici, ma non approfondisce nessuno dei due, senza spingere nemmeno sul pedale dell'ironia come un altro illustre precedessore che ha messo insieme i pericolosi animali marini ed eventi climatici estremi, come Sharknado.
Squalo in arrivo!
Né indugia a sufficienza sugli spunti attuali che gli eventi climatici estremi avrebbero suggerito, perdendo l'occasione per un pizzico di sana e onesta riflessione sulla situazione che in tanti Paesi si sta vivendo.
Sano, puro intrattenimento senza pensieri
Sarebbe stato forse troppo o fuori luogo per un film che punta soltanto a far passare un'ora e mezza scarsa di intrattenimento domestico? Forse sì, infatti è evidente che Thrash abbia questo scopo principale, senza pretese e con massima onestà.
E va infatti riconosciuta a Wirkola la capacità di confezionare alcune sequenze di tensione ben orchestrate ed efficaci, con gli squali a caccia dei malcapitati protagonisti (un po' troppo abbozzati?), senza risparmiare quella dose di sangue e mutilazioni che in un film del genere non possono mancare.
Le strade inondate a bazzicate da squali nel film Netflix
Per qualcuno potrebbe essere un po' poco, altri invece non cercano molto di più per le proprie serate casalinghe. In fin dei conti l'intrattenimento può essere anche questo e va bene così.
Conclusioni
Thrash non sa scegliere in modo netto da che parte stare, è superficiale nel tratteggiare i personaggi e non approfondisce alcuni spunti che l'avrebbero meritato, ma in definitiva il film Netflix raggiunge il suo scopo: intrattiene. Tommy Wirkola confeziona alcune sequenze di tensione ben orchestrate e propone una storia che permette di passare un'ora e mezza scarsa di intrattenimento. Per una serata sul divano può bastare anche questo.
👍🏻
Alcune sequenze ben costruite che sanno tenere la tensione.
L'idea di mettere insieme due pericoli diversi…
👎🏻
… ma non sempre in modo compiuto e organico.
I personaggi e gli spunti sono trattati con un po' troppa superficialità.
House of the Dragon 3x02: il lutto trasforma Rhaenyra nella regina che temeva di diventare?
Il nuovo lutto segna un punto di svolta nel governo di Rhaenyra: la regina ora può finalmente esercitare il suo potere, ma con decisioni sempre meno mediate dalla prudenza e sempre più guidate dalla necessità di reagire al presente
Nel secondo episodio di House of the Dragon 3, Rhaenyra si trova a governare dopo la morte di Jacaerys. Il lutto non la blocca, ma apre una domanda centrale per lo spettatore oltre lo schermo e per i Sette Regni: che tipo di sovrana sta diventando sotto la pressione della guerra e della perdita?
La pretendente al Trono di Spade continua a guidare il fronte dei Neri nel pieno della Danza dei Draghi, ma il suo approccio appare progressivamente diverso rispetto alla Rhaenyra che, fino a quel momento, aveva cercato di governare seguendo l'eredità politica lasciatale da Viserys. Le decisioni sembrano meno filtrate dalla prudenza politica e più legate alla necessità di reagire nel presente, in un conflitto che entra in una fase di escalation evidente.
La trama del secondo episodio
Attenzione! Ciò che segue contiene spoiler sulla nuova puntata di House of the Dragon 3
Approdo della regina si apre su ciò che resta dopo la battaglia del Gullet: cadaveri, navi distrutte e un drago in volo verso Dragonstone. Baela sta riportando il cadavere di Jace a casa. Per Rhaenyra sarà un colpo terribile: non solo la perdita del figlio amatissimo, ma anche del suo legittimo erede al trono.
In mare, Lord Corlys Velarion sembra disperso ma Alyn e Addam di Hull lo ritrovano, ancora vivo. Dopo aver perduto entrambi i figli avuti con Rhaenys, il Serpente di mare valuta la possibilità di riconoscere ufficialmente quelli avuti prima con una popolana, e consolidare i legami interni alla casata Velaryon. Mentre una famiglia si distrugge pezzo per pezzo, un'altra sembra invece ricomporsi.
Nel frattempo, i pirati provenienti da Tyrosh attaccano le coste e generano disordini che coinvolgono diverse fazioni. Nel caos, Aegon e Larys Strong vengono liberati dalla loro prigionia temporanea e si danno alla fuga in direzione di Rook's Rest.
Ser Criston Cole, invece, muove l'esercito verso Harrenhal dopo aver intercettato i movimenti di Aemond e del drago Vhagar, che si stanno dirigendo verso lo stesso castello maledetto, aumentando la tensione militare sul fronte della guerra. Proprio ora che i semi di drago sono tutti partiti per altre destinazioni.
Perchè Rhaenyra, Daemon, Hugh e Ulf sono tutti e quattro diretti ad Approdo del Re, dove Alicent tenta di portare avanti i suoi piani di contatto e possibile accordo con l'ex migliore amica, ma la situazione politica interna e le difficoltà nel controllo della Guardia Cittadina complicano ogni sua mossa.
Quando la sovrana dei Draghi e i suoi uomini arrivano nella capitale, la situazione per gli Hightower precipita velocemente. Ogni oppositore interno al palazzo viene presto neutralizzato, Helaena e Alicent vengono bloccate prima della fuga, ma soprattutto colui che ha macchinato la congiura contro l'ascesa al trono di Rhaenyra, Otto Hightower, muore decapitato dalla nuova sovrana, segnando un importante cambiamento negli equilibri di potere all'interno della fazione dei Verdi.
In una scena finale potentissima, Rhaenyra, in lacrime, stretta alla spada di Jacaerys, si siede finalmente sul Trono di Spade. Di fronte a lei, con un'espressione colma di rabbia e paura, c'è Alicent.
La sofferenza di Rhaenyra domina il secondo episodio
La morte di Jacaerys ha lasciato una ferita insanabile in Rhaenyra, segnata da una trauma che si ripete (aveva già perso il secondogenito Lucerys per via di Aemond e Vhagar) in tutta la sua portata distruttiva, e che condizionerà inevitabilmente il suo rapporto con la realtà politica.
Il lutto si traduce in una sospensione emotiva che rende ogni scelta più fragile e meno ponderata. La regina dei draghi continua a esistere come centro del potere dei Neri, ma la sua capacità di mediazione interna appare compromessa. Perchè la sua lucidità è ora compromessa.
La perdita del diletto primogenito, inoltre, ha un peso che va oltre la dimensione personale. Il principe era il suo erede e il simbolo della continuità della sua dinastia: la sua morte indebolisce anche la legittimità politica della sua causa.
È proprio quando torna a confrontarsi con il suo Gran Consiglio che emerge il cambiamento più significativo. La Rhaenyra che fino a quel momento aveva cercato di evitare uno spargimento di sangue, nel rispetto della volontà del padre Viserys, appare sempre meno disposta ad ascoltare gli inviti alla prudenza. La guerra sembra aver reso impossibile il tipo di regno immaginato per lei.
Non è mai stata in discussione la determinazione con cui rivendica il Trono di Spade, ma ora è cambiato il modo in cui decide di perseguire l'obiettivo supremo. Quella prudenza che aveva caratterizzato il modo in cui aveva cercato di raccogliere l'eredità politica, lascia progressivamente spazio a una risposta più immediata, in cui la necessità di reagire prevale sulla riflessione. Il conflitto totale con chi è a capo dei Verdi (a cui pure Rhaneyra si è preparata nel corso di questi anni) non è più qualcosa da attendere e magari ritardare, ma una realtà da affrontare senza ulteriori indugi.
Per questo la cautela invocata dal Consiglio Nero finisce per apparire agli occhi di Rhaenyra non come una risorsa, ma come un ostacolo. Ed è forse proprio qui che House of the Dragon suggerisce l'inizio della sua trasformazione più profonda.
Daemon come amplificatore della reazione
Se il Consiglio Nero continua a invitarla alla prudenza, Daemon si inserisce come la voce che rende politicamente accettabile una risposta immediata, in un momento in cui Rhaenyra è già segnata dal lutto e dalla pressione militare. La morte di Jacaerys agisce da detonatore emotivo, ma è nel confronto con Daemon che questa tensione trova una direzione concreta: non la genera, ma la concretizza.
Il suo approccio resta coerente con la sua natura di uomo di guerra, efficace sul piano tattico ma meno adatto alla costruzione di un potere stabile. È proprio qui che emerge il limite strutturale del suo ruolo accanto a una futura sovrana: ciò che accelera la conquista del potere non garantisce la sua tenuta.
L'uccisione di Otto Hightower è il primo grande errore della nuova Rhaenyra
In questo senso, Approdo della regina è il punto finale di quel piccolo saggio pratico su due modalità di governo che la serie ha fin qui rappresentato: la gestione prudente del conflitto e la risposta immediata dettata dall'urgenza.
Rhaenyra non ha ancora abbandonato completamente l'idea di controllo politico, ma ogni sua decisione sembra ridurre lo spazio della riflessione a favore dell'azione. Il lutto, come sempre nell'universo di Game of Thrones, non è mai solo una ferita personale, ma diventa il filtro dominante attraverso cui interpretare le scelte del potere.
Ed è nel finale dell'episodio che la progressiva riduzione della distanza tra emozione e decisione politica trova una forma simbolica chiara: la decapitazione di Otto Hightower per mano di colei che ha visto crescere e che ha poi osteggiato con ogni mezzo. Consigliere e amico di Viserys, regista del progressivo avvicinamento della figlia Alicent al Re vedovo, primo strenuo oppositore dell'insediamento di Rhaenyra, Otto Hightower è senza dubbio il maggior responsabile della Danza dei Draghi.
Eppure, come Il Trono di Spade insegna, uccidere in maniera esemplare il più intelligente dei propri nemici è sempre un potenziale rischio e un grande errore. Non soltanto perchè altri verranno, altrettanto capaci e più crudeli (chi ha detto Ormund Hightower?), ma soprattutto perchè quel gesto segna l'ingresso in una fase di instabilità assoluta.
Conclusioni
Il secondo episodio della terza stagione di House of the Dragon non racconta semplicemente l’avanzata dei Neri verso la conquista del potere, ma il punto in cui il modo stesso di esercitarlo inizia a cambiare. Rhaenyra non smette di governare dopo il terribile lutto: al contrario, agisce con maggiore decisione proprio perché la guerra non consente più il tempo della mediazione. Tuttavia, il prezzo di questa accelerazione è evidente. La prudenza che aveva cercato di ereditare da Viserys si incrina nel momento in cui il dolore per Jacaerys diventa parte integrante del suo giudizio politico. Il trono che conquista segna l’ingresso in una fase in cui emozione e decisione iniziano a sovrapporsi in modo pericoloso. E la vera domanda che l’episodio lascia aperta non riguarda più se Rhaenyra riuscirà a vincere la guerra, ma che tipo di regina sarà nel momento in cui dovrà davvero governare ciò che ha conquistato
👍🏻
La prova di Emma D'Arcy è un saggio di recitazione in 65 minuti
Il primo incontro tra Aemond e Alys Rivers
👎🏻
Teaser for next weeks episode of House of the dragon
A Year in London: una romcom LGBTQ+ volonterosa che sconfina nella soap
Il film di Flaminia Graziadei racconta una storia d'amore saffica ambientata nel mondo dell'alta moda. Brave le protagoniste, Nina Pons e Melanie Liburd.
La speranza di molti è che il racconto della diversità cessi prima o poi di essere una scelta programmatica per trasformarsi in semplice osservazione della realtà. In questa direzione va A Year in London della regista Flaminia Graziadei, che prova a normalizzare una relazione sentimentale tra due donne raccontando il loro incontro tra turbamenti e batticuori, il tutto ambientato nel mondo della moda.
Nina Pons e Melanie Liburd in una scena di A Year in London
Olivia (Nina Pons) è una giovane promessa della moda originaria della Basilicata. L'arte del cucito le scorre nel sangue da generazioni, visto che proviene da una famiglia di sarti. Per spiccare il grande salto si reca a Londra per frequentare un corso di perfezionamento sotto la guida della carismatica stilista Nina Clark (Melanie Liburd). Una volta giunta a Londra, Olivia rimette in discussione il suo passato e, soprattutto, il suo futuro inebriata dalla vita eccitante della metropoli e dall'incontro con Nina. Ma le sue origini torneranno a chiedere il conto, costringendola a scelte dolorose.
Una sceneggiatura che fatica a decollare
Nina Pons e Melanie Liburd in una stanza d'hotel
La storia della ragazza di campagna che "perde la bussola" quando tocca con mano una realtà nuova, eccitante e cosmopolita è un tema riproposto di frequente sullo schermo. Il pubblico non mancherà di notare le affinità tra Olivia e la Andy Sachs di Anne Hathaway ne Il diavolo veste Prada, pellicola con cui A Year in London condivide anche l'ambientazione. Quello confezionato da Flaminia Graziadei è, però, un oggetto strano, difficilmente incasellabile nella forma e negli intenti, che ruba qualcosa a Sex and the City, ma che, anche per via dell'estetica, finisce per assomigliare a un film tv tratto da Rosamunde Pilcher in salsa lesbo.
I limiti della pellicola sono visibili in ogni comparto a cominciare dalla sceneggiatura. Scarso l'approfondimento psicologico dei personaggi, con pochissime eccezioni. Con tutta l'attenzione concentrata sul rapporto tra Olivia e Nina, le figure che ruotano loro attorno sono prive di spessore o ridotte a semplici stereotipi, dal fidanzato ferito che si vendica mentendo alla ballerina di night club, passando per gli studenti di moda "obbligatoriamente" estrosi e sensibili. Asfittico lo sviluppo narrativo. Per movimentare la situazione il plot viene disseminato di eventi traumatici (rapine, malattie, perfino un terremoto) totalmente decontestualizzati e gratuiti.
Dalla Basilicata a Londra: andata e ritorno
Nina Pons e Melanie Liburd in taxi
Uno dei temi attorno a cui ruota A Year in London è l'incontro/scontro tra due mondi antitetici come il Sud Italia da cui proviene Olivia e la metropoli londinese. Le radici della studentessa si innestano in un mondo legato ai valori del passato e intriso di pregiudizi, incarnati dalla madre della studentessa, amorevole, ma incapace di accettare la sua scelta di non sposare il fidanzato anche se non lo ama, per non parlare del resto. C'è da dire che la Londra che compare nel film poco ha a che vedere con la tipica essenza della capitale inglese. Un budget ristretto ha probabilmente limitato la regista nelle sue scelte, ma al di là di un clima ineditamente soleggiato e di una buona dose di double decker bus, di Londra vediamo poco o niente.
Un bacio tra Nina Pons e Melanie Liburd
Il film si svolge in gran parte in interni che comprendono la scuola di moda, hotel e saloni eleganti in cui si svolgono gli incontri di lavoro di Nina mentre la vita notturna si concentra in discoteche e locali LGBTQ+ affollati di lascive ballerine. Tutto il contrario del Sud Italia, anch'esso poco caratterizzato, di cui vediamo principalmente bucoliche vedute panoramiche. se non fossero esplicitate le location, a dir la verità faticheremmo non poco a identificarle. Nel ruolo di Olivia, Nina Pons prova a incanalare la sua freschezza e vitalità in un personaggio irrisolto, penalizzato da dialoghi poco incisivi. Più convincente Melanie Liburd nei panni di Nina, stilista tormentata e irrequieta dotata di fascino tale da farsi perdonare qualche intemperanza.
Conclusioni
Nonostante l'intento più che lodevole di normalizzare la commedia romantica LGBTQ+ con una storia sofisticata ambientata nel mondo dell'alta moda, i limiti di A Year in London sono visibili in ogni comparto a cominciare dalla sceneggiatura. Scarso l'approfondimento psicologico dei personaggi e anche la struttura narrativa fatica a trovare respiro.
👍🏻
L'interpretazione convincente di Melanie Liburd e la freschezza di Nina Pons.
Il tentativo di infrangere i pregiudizi normalizzando il racconto di una storia d'amore lesbo.
👎🏻
Lo scarso approfondimento psicologico dei personaggi.
Alcune scelte narrative discutibili come l'inserimento di eventi traumatici decontestualizzati dalla storia.
L'utilizzo degli esterni poco caratteristici.
180e: sì, l'ennesimo "crudo crime thriller" di Netflix
Un revenge movie sudafricano pensato e tarato a misura d'intrattenimento svogliato, da vedere e dimenticare. Con una riflessione: ma questo è il massimo che arriva in top 10?
Soliti ingredienti, solita cottura, solito tutto. Chiaro: finché c'è qualcuno che li guarda, perché smettere di produrre certi film? 180, diretto dal sudafricano Alex Yazkek, parte dal più classico dei presupposti per delineare 90 minuti dalla forte linearità, nei quali si promuove - lecitamente? - una visione adatta ad ogni forma di distrazione, ragionando per schemi e mai per sfumature, accontentandosi di accompagnare (passivamente) lo spettatore fino ai titoli di coda.
Prince Grootboom
Diventa frustrante, quasi ridondante, ritrovarsi a recensire titoli come questi (rei di ingolfare sempre di più i cataloghi delle piattaforme), che non hanno nessun barlume di originalità né un sincero desiderio di scambio con lo spettatore, ormai ridotto - suo malgrado - a semplice utente.
180, la trama: ennesimo revenge movie
Scorrendo la home, Netflix ci propone 180 come un "crudo crime thriller". Paroline magiche che, spesso, riescono a catturare le scelte del pubblico, andando avanti e indietro, tra un film e una serie. Il protagonista è Prince Grootboom (star sudafricana famoso in patria per diverse serie tv) che interpreta Zak. Uomo di famiglia, passato tormentato, una nuova vita da portare avanti. Tutto cambia quando una casuale lite si trasforma in dramma: suo figlio viene colpito da un proiettile, finendo in terapia intensiva. Che fare? Ovvio: cercare la fatidica vendetta.
Da vedere e dimenticare
Dietro 180, c'è solo l'ennesimo e stantio meccanismo che porta in scena l'uomo comune alle prese con una situazione estrema, ragionando sulla società intrisa di violenza ed esasperazione. Un tema, visto lo schiocco che accende la trama, di drammatica e stringente attualità, ri-dipinta però secondo una scrittura che punta ad andare costantemente avanti, eliminando ogni tipo di retro-pensiero.
C'è la voglia, a tratti smaniosa, di giocare sul ritto (serrato) per edificare un revenge movie che, senza scomodare i grandi titoli, si rifà ad un immaginario profondamente radicato. Tuttavia, se c'è tensione (almeno quella), dall'altra parte non c'è la sorpresa che dovrebbe rompere l'andatura automatica.
180: una sequenza del film
Dunque, 180 punta all'intrattenimento duro e puro, usato sicuro, tratteggiato con quell'algoritmo che, agli occhi dell'AI, appare addirittura vetusto. Poco male, direte voi, per un'opera da vedere e dimenticare. Lecito, giusto, quindi, il cinema pensato come riempitivo, tra uno scrolling e l'altro. In ufficio, a casa, in metropolitana. Il punto è però un altro: perché continuare a insistere quasi esclusivamente con produzioni standard (nella regia, nei colori, nella sceneggiatura), senza pensare che possa esserci anche un utente più ricettivo e più attento alla qualità?
Conclusioni
180, thriller sudafricano, rivede il tema della vendetta secondo uno schema standard, misurato per una visione a prova di distrazione. Ennesima produzione copia-e-incolla, che sottolinea uno stato produttivo streaming che non ha voglia di puntare a quegli utenti più attenti, codificando i film secondo una struttura sempre uguale. Svilente.
👍🏻
Un tema attuale: la violenza estemporanea.
👎🏻
Svogliato.
Prevedibile.
Tarato per seguire standard streaming.
House of the Dragon 3, primo episodio: la guerra è iniziata, il caos anche
"Ogni volta che nasce un nuovo Targaryen, gli Dei lanciano una moneta e il mondo trattiene il respiro per vedere dove atterrerà". La celebre frase di Re Jaehaerys II nelle Cronache del Ghiaccio e del Fuoco continua a essere il modo più efficace per descrivere la famiglia al centro di House of the Dragon.
Non perché tutti i Targaryen siano folli, ma perché ciascuno di loro vive costantemente sospeso tra ambizione e autodistruzione, "tra follia e grandezza", tra il desiderio di governare e l'incapacità di sfuggire ai propri impulsi. Questa premiere lo dimostra immediatamente, ed è proprio dentro questa instabilità che si apre.
Cosa è successo in House of the Dragon 3x01
Attenzione! Da qui in poi ci sono molti spoiler sulla puntata
Il primo episodio di House of the Dragon 3 parte proprio da qui. Dalla consapevolezza che la Danza dei Draghi non è una guerra tra buoni e cattivi, ma una tragedia familiare in cui ogni vittoria contiene già il seme della sconfitta successiva.
La nuova stagione della serie HBO riparte dove la precedente si era interrotta, mostrando finalmente agli spettatori quella battaglia navale del Gullet che è ormai imminente. Anche se il conflitto, ora, si muove su più fronti. Sulla terrafema l'esercito di Rhaenyra, capeggiato da Daemon Targaryen (Matt Smith), sta riportando vittorie contro quello della Corona, e sta richiamando nuovi alleati: sventolando i vessilli con l'immagine di un lupo, e con la testa di Jason Lannister in un sacco, dal Nord arrivano gli uomini degli Stark.
Di contro ad Approdo del Re il palazzo è nel caos perchè Aemond (Ewan Mithcell) ha scoperto che suo fratello, Re Aegon (Tom Glynn-Carney), ha abbandonato la capitale insieme a Lord Larys Strong (Matthew Needham).
Toccherà alla regina madre Alicent (Olivia Cooke) portare avanti quella che ormai è solo una parvenza di piano, rispondendo alle domande del figlio crudele, convincendolo alla fine a recarsi ad Harrenhall con il suo drago Vhagar.
Mentre Criston Cole (Fabien Frankel) attende rinforzi dai Verdi, Ormund Hightower (James Norton), zio di Alicent e signore di Vecchia Città, riceve un messaggio, apparentemente firmato dal Re reggente Aemond, che lo invita a non avanzare con il suo esercito.
A Roccia del Drago, dove è giunta l'eco vittoriosa del campo di battaglia, Rhaenyra si prepara a volare verso Approdo del Re, scommettendo su quel patto stretto con Alicent nel finale della stagione 2. Ma i consiglieri non credono alla buona fede della regina madre, e mettono in guardia la sovrana dei draghi dalla propria ingenuità.
In mare, intanto, l'esercito di Casa Velaryon, comandato da Lord Corlys, si appresta ad affrontare la flotta della Triarchia, capeggiata da Lohar, acerrima nemica del "serpente di mare". Mentre Corlys e il suo ritrovato figlio illegittimo Allyn combattono strenuamente contro gli alleati dei Verdi, dal cielo giunge l'aiuto di Jacaerys e Baela, in groppa ai draghi Vermax e Danzatore di Luna.
Ma è questo l'inizio di una nuova tragedia: l'arrivo a sorpresa di Rhaena e del suo drago, conosciuto dagli abitanti della Valle come Ladro di Pecore (una nuova licenza della serie tv rispetto ai libri di Martin), fa precipitare gli eventi.
Quando una nave della Triarchia riesce a colpire a morte Vermax, neanche per Jacaerys c'è via di scampo. La scomparsa dell'adorato primogenito sconvolgerà Rhaenyra oltre ogni previsione.
Una guerra spettacolare che non celebra mai se stessa
La più maestosa in circolazione tra le produzioni HBO (e televisive in generale), House of the Dragon 3 conferma la sua natura spettacolare con questa premiere, con immagini che restituiscono tutta la potenza distruttiva del conflitto ormai esploso tra Verdi e Neri.
Eppure la qualità più interessante dell'episodio risiede nel modo in cui riesce a utilizzare quello spettacolo per raccontare il costo umano della guerra. Ogni avanzata sul campo di battaglia produce nuove ferite, ogni successo genera conseguenze imprevedibili, ogni decisione sembra trascinare i protagonisti verso un destino sempre più difficile da controllare.
La serie evita intelligentemente la tentazione di trasformare la Danza dei Draghi in una semplice successione di battaglie. Il conflitto resta imponente, ma non diventa mai esaltante. Lo spettatore assiste alla distruzione progressiva di una famiglia e di un regno, non all'ascesa trionfale di un'eroina.
La battaglia del Gullet diventa anche il segnale più evidente di un cambio di passo nella gestione narrativa della serie. Dopo una seconda stagione che spesso sembrava dilatare gli eventi, la terza riporta immediatamente il conflitto al centro del racconto.
Le informazioni arrivano con maggiore chiarezza, i personaggi agiscono con obiettivi più definiti e le conseguenze degli eventi tornano a essere immediate e tangibili. Il risultato è una premiere che recupera energia anche grazie al ritmo narrativo, evitando quella sensazione di attesa prolungata che aveva appesantito la stagione precedente, anche se è abbastanza palese che qusto episodio sarebbe dovuto essere il nono della scorsa stagione.
House of the Dragon cambia ancora il libro di George R.R. Martin
Come già accaduto nelle stagioni precedenti, anche questo episodio introduce alcune modifiche rispetto agli scritti di George R.R. Martin. Scelte che inevitabilmente faranno discutere i lettori più affezionati, ma che appaiono coerenti con la strategia adottata dagli autori.
Da un lato c'è una evidente semplificazione narrativa. Alcuni personaggi e alcune dinamiche vengono compressi o ridimensionati per evitare che la storia si disperda sotto il peso delle proprie ramificazioni (HotD avrà d'altronde a disposizione solo 4 stagioni). Dall'altro, però, questa semplificazione permette alla serie di rafforzare quello che ormai è il suo vero nucleo emotivo.
Per quanto draghi, battaglie e intrighi restino fondamentali, House of the Dragon continua a essere soprattutto, purtroppo o per fortuna, la storia dell'amicizia distrutta di Alicent Hightower e Rhaenyra Targaryen. Due donne che hanno perso il controllo degli eventi che loro stesse hanno innescato, e che continuano a influenzare il destino del regno anche quando la guerra sembra aver preso il sopravvento su tutto il resto.
Una premiere che alza le aspettative, forse troppo
Il principale merito del primo episodio, si diceva, è proprio aver ricordato allo spettatore perché la Danza dei Draghi è una tragedia prima ancora che uno spettacolo.
La serie offre alcune immagini impressionanti, ma il vero peso dell'episodio risiede nella consapevolezza che nessuno uscirà davvero vincitore da questa guerra. I Targaryen continuano a inseguire il potere mentre i Sette Regni si sgretolano sotto i loro piedi, e la premiere trova una forza particolare proprio nel mostrare l'assurdità di questa corsa verso l'autodistruzione.
Resta però una domanda inevitabile: dopo un avvio così imponente e carico di eventi, House of the Dragon 3 riuscirà davvero a mantenere questo ritmo fino all'episodio 8, oppure il rischio è quello di una progressiva perdita di intensità narrativa?
Conclusioni
Questa premiere segna un ritorno deciso alla centralità del conflitto. House of the Dragon non cerca mai di trasformare la guerra in spettacolo eroico, ma in una spirale di conseguenze inevitabili che colpiscono tutti i fronti in gioco. La serie conferma la sua forza produttiva e narrativa, ma soprattutto ribadisce la sua natura: non una storia di vincitori, ma di equilibri che si spezzano. Resta ora da capire se questa intensità iniziale sia il nuovo standard della stagione o il picco da cui sarà difficile scendere senza perdere tensione.
👍🏻
L'entrata in scena degli Stark
Il ritmo incalzante
👎🏻
Il personaggio di Lohar
La gestione di Jacaerys Velaryon ( troppo poco spazio per il "re che non sarà mai" )
Trailer for the upcoming episodes of 'House of the Dragon' 🐉