IL GIORNO IN CUI L’ITALIA INVENTÒ IL FUTURO
Il 27 febbraio 1960, su un treno diretto in Svizzera, il cuore di Adriano Olivetti si fermò per sempre. Aveva 59 anni, e stava per scrivere l’ultimo capitolo della sua sfida: conquistare il mercato Usa con il computer più avanzato del pianeta. In pochi minuti, l’uomo che stava ridisegnando il volto dell’Italia scomparve. Senza autopsia né spiegazioni... Un anno dopo, Mario Chu, il genio che guidava la divisione elettronica di Olivetti, morì anche lui in un misterioso incidente sulla Milano-Torino.
Coincidenze? Quando ci sono trilioni di dollari e il dominio digitale del mondo in ballo, le coincidenze non esistono.
Perché Olivetti era così pericoloso per il sistema? Ivrea, negli anni ‘50, era il luogo più avanzato del mondo. Mentre in America e in Europa gli operai erano ridotti ad automi, Adriano costruiva stabilimenti di vetro perché i lavoratori potessero vedere le montagne. Ridusse l’orario di lavoro a parità di salario, aprì asili nido che sembravano musei, biblioteche e centri culturali dove gli operai discutevano di filosofia con i più grandi intellettuali. Dimostrava che si poteva essere ricchi, produttivi e umani allo stesso tempo. E questo dava fastidio. CIA e FBI lo tenevano d’occhio sin dal 1940. Nei loro dossier, Adriano Olivetti era descritto come un uomo pericoloso.
Alla fine degli anni ‘50, Adriano capì che il futuro era l’elettronica. E affidò a Mario Chu un compito impossibile: costruire un computer che parlasse italiano. Nel 1959, in un laboratorio segreto vicino Pisa, nacque l’ELLEA 9003. Mentre l’IBM costruiva ancora computer enormi e pieni di valvole termoioniche che si bruciavano ogni ora, l’ELLEA era interamente a transistor. Era più piccolo, dieci volte più veloce, infinitamente più potente. L’Italia, uscita distrutta dalla guerra solo 15 anni prima, era diventata la leader mondiale dell’informatica. Eravamo la Silicon Valley prima che la vera Silicon Valley fosse inventata.
Ma Adriano voleva anche diffondere la conoscenza. Voleva che il computer diventasse uno strumento per l’uomo della strada. Per produrre su scala mondiale, comprò la Underwood, gigante americano delle macchine per scrivere, e preparò l’invasione degli Usa. Fu un atto di guerra commerciale. Gli americani reagirono, ma il colpo più duro non arrivò da Washington: arrivò da casa nostra. La grande finanza italiana, guidata da Mediobanca, decise che Olivetti andava fermato. E gli chiusero i rubinetti del credito.
Poi, la morte di Adriano, e di Chu. L’azienda restò senza guida. Entrò in scena il cosiddetto “gruppo di intervento” – un consorzio di banche e aziende, tra cui la Fiat, che dichiarò di voler salvare la Olivetti, ma il vero obiettivo era lo smembramento. Valletta, presidente della Fiat, pronunciò una frase agghiacciante: “La divisione elettronica è un cancro che va estirpato”. E così fu: tutta la divisione elettronica fu venduta alla General Electric per una cifra ridicola. Regalammo agli Usa 30 anni di ricerca, brevetti e segreti tecnici.
Ma gli ingegneri di Ivrea non si arresero. Un piccolo gruppo, guidato da Pier Giorgio Perotto, continuò a lavorare in clandestinità, nascondendo i prototipi quando arrivarono i nuovi padroni americani. Nel 1965 presentarono a New York la Programma 101, il primo PC della storia: memoria su scheda magnetica, linguaggio di programmazione, stampante integrata. 20 anni avanti a qualsiasi cosa esistente. La NASA ne comprò decine di esemplari: l’uomo è andato nello spazio grazie alla tecnologia italiana. E Hewlett-Packard pagò 900.000 dollari di royalty alla Olivetti per aver copiato quell’architettura.
Oggi di quell’impero restano stabilimenti dismessi e brevetti perduti. Ma la lezione è immortale. L’innovazione è coraggio. Il capitale umano è l’unico vero asset. Chi crea valore deve difendersi da chi vuole solo potere. Siamo stati i primi. Possiamo tornare a esserlo. Ma dobbiamo ricordare cosa abbiamo perso – e perché.
Fonte: Architetti Del Denaro