Avola, inflitte 24 condanne al processo d’appello “Nemesi”
AVOLA. Si è concluso con una sentenza di condanna a carico di ventiquattro imputati il processo d’appello scaturito dall’operazione “Nemesi” per mafia, estorsioni, droga e bische clandestine scaturito dall’omonima operazione portata a termine nel luglio 2008 dalla polizia ad Avola. La Corte d’Assise d’Appello ha accolto anche se in parte le richieste dettate a conclusione della requisitoria dal sostituto procuratore generale Romina Cantone.
I giudici hanno irrogato la pena di 22 anni in continuazione con la sentenza del processo “Mangusta” a carico del presunto boss di Avola, Michele Crapula (nella foto a fianco), per il quale la pubblica accusa aveva sollecitato la condanna a 30 anni di reclusione. Si è vista ridurre la condanna da 13 anni e 8 mesi a 11 anni e mezzo Francesco Alota, in arte “Profeta Francois” (18 anni era la richiesta del pm). Riformata in meglio anche la pena a carico del netino Angelo Monaco, condannato a 9 anni (11 anni in primo grado); 8 anni sono stati inflitti anei confronti di Sebastiano Catania, appena sei mesi in meno rispetto al primo grado; 7 anni e mezzo di reclusione sono stati inflitti a carico di Massimo Liggeri (9 anni e 4 mesi in primo grado) e Antonino Carbè (10 anni in primo grado); 6 anni per Biagio Sesta (tre mesi in meno); 6 anni e 4 mesi per l’unica donna coinvolta nell’operazione, Carmela Quadarella (da 9 anni e 4 mesi). Ridotta da 7 anni a 3 anni e mezzo la condanna per Gaetano Liuzzo Scorpo, mentre a carico di Giuseppe Cancilla la riforma della pena a 3 anni di reclusione (3 anni e mezzo in primo grado). Si è vista dimezzare la pena Piero Puglisi, che da 6 anni in primo grado adesso ne dovrà scontare 2.
Conferma della pena, invece, per tutti gli altri imputati alla sbarra: 21 anni a carico di Antonino Di Stefano, 20 anni di reclusione a carico di Marco Di Pietro e Corrado Ferlisi, 19 anni di reclusione, in continuazione, sono stati inflitti Zafer Yildiz, 14 anni e 4 mesi per Carmelo Lo Giudice, 10 anni e mezzo di reclusione Innocenzo Buscemi, 10 anni per Salvatore Celesti, 8 anni e 2 mesi per Renzo Macca, 7 anni per Corrado Morana, 3 anni di reclusione per Antonino Di Rosa Zagarella. 2 anni per Benedetto Cannata, Davide Russo, Giovanni Tumminello.
L’operazione “Nemesi” è scattata il primo luglio 2008. Secondo quanto accertato dagli investigatori del commissariato di pubblica sicurezza di Avola il clan Pinnintula si era riorganizzato attorno ad alcune figure che avevano preso il posto dei capi da tempo ormai in carcere in regime di 416 bis. Estorsioni, racket dei videogiochi, traffico di sostanze stupefacenti, le attività illecite principali attorno alle quali si sarebbero alimentate le casse della cosca mafiosa. L’indagine dei poliziotti del commissariato di Avola, con il coordinamento della direzione distrettuale antimafia di Catania, hanno permesso di fare luce su una serie di episodi, ma soprattutto di leggere la nuova mappa del clan Trigila, che opera nella zona Sud della provincia di Siracusa.
Diverse le ipotesi di reato contestate agli indagati: associazione mafiosa finalizzata alla gestione, il controllo e l’esercizio di bische clandestine, traffico di stupefacenti, sequestro di persona e, tentato omicidio e detenzione illegale di armi.
Per gli inquirenti, a reggere il clan Pinnntula sarebbero il boss di Avola Michele Crapula, Waldker Albergo ed Antonino Campisi. A loro avrebbero fatto capo le attività illecite, come emerge dall’inchiesta iniziata nel 2004 e che si poggia su un’attività di pedinamento, osservazione, ma anche intercettazioni telefoniche ed ambientali, riprese video. Gli investigatori hanno anche dato riscontro alle dichiarazioni di due collaboratori di giustizia, i quali hanno reso ancora più chiaro lo spaccato in cui si è mosso il gruppo Trigila.
Una delle attività peculiari del clan era costituita dalla gestione delle bische clandestine su tutto il territorio a sud del capoluogo. La gestione del racket dei video giochi era l’altra fonte di guadagno, con l’imposizione agli esercizi commerciali di apparecchiature da gioco. Estorsioni dalle quali non erano esenti le imprese edili e di raccolta dei rifiuti solidi urbani ad Avola ed anche imprese di pompe funebri. Ma il grosso dei finanziamenti arrivava dalle attività legate al traffico della droga, i cui flussi erano assicurati da continui collegamenti con il palermitano, il Nord Italia e persino con il Marocco. Una particolare efficacia nell’azione di pressione esercitata dal gruppo sulle imprese è coincisa nel periodo in cui a reggere le sorti del clan era Antonino Di Stefano, il quale si sarebbe fatto appoggiare dal gruppo dei caminanti, capeggiati da Biagio Sesta. Consigliere strategico viene indicato Sebastiano Catania, che aveva il compito di garantire gli stipendi non soltanto al vertice del clan in carcere, ma anche ai loro familiari ai quali dovevano essere corrisposti mensilmente cospicue somme di denaro. Di Stefano organizzava nel periodo natalizio le bische clandestine per lo svolgimento del gioco d’azzado. Finiti nel mirino del clan anche le imprese di pompe funebri, che già in passato pagavano il pizzo per garantirsi il monopolio del mercato nelle città in cui operano. Nel calderone delle indagini anche un tentativo di omicidio. La colpa della vittima era quella di avere perpetrato fin troppi furti ai danni dei cantieri allestiti ad Avola per la costruzione dell’autostrada Siracusa-Gela.
Protagonista e vittima della vicenda è Rosario Stella, avolese, il quale aveva preso di mira il cantiere dell’autostrada, dove effettuava dei blitz soprattutto noturni, per rubare attrezzature e carburante. Sei le persone coinvolte, alle quali, a vario titolo vengono accusati dei reati di sequestro di persona e tentato omicidio. Si tratta di Antonino Di Stefano, ritenuto il reggente del gruppo.













