Mi sembra tutto in continuo mutamento e allo stesso tempo così statico. Le dinamiche si ripetono, alla fine dei conti soffro sempre per le stesse ragioni.
Sinceramente non sono nemmeno in grado di visualizzare la persona che ero prima. Non riesco a percepire me stessa con chiarezza, vedo solo tanta nebbia. Una nebbia di goccioline gelide che mi entrano nelle ossa e si depositano lì, cristallizzandomi. Vorrei riuscire a riordinare tutti i pensieri, paranoie, problemi che frustrano la mia mente, ma è davvero complicato a farsi. E’ tutto un concatenarsi di emozioni negative.
Ho questa tristezza che è depositata in me. E’ come la nota di fondo di un profumo. E’ lì, sempre presente, anche se non la percepisci subito o sempre, è l’emozione che permane sulla pelle. Nella pelle.
Non evapora, non si volatilizza. Resta.
Credo che la tristezza e la malinconia siano le mie radici; la mia personalità è cresciuta e costruita su di loro.
So che tutti passiamo la maggior parte della nostra vita a essere tristi, ma io credo di percepire la tristezza in maniera differente o per meglio dire, più profonda e costante. Lo ammetto, da una parte lo apprezzo perché è quel lato di me che mi permette di capire la sofferenza altrui, di comprendere le poesie, la musica, l’arte. Mi aiuta a cogliere tanti dettagli piccolissimi, microscopici, ma per me importanti. E non solo percepisco la loro presenza, ma li comprendo, li vivo.
Purtroppo però, è anche quello che mi rende così vulnerabile.
Cavoli, quanto sono fragile.
E’ davvero facilissimo ferirmi. Sono come una lastra sottile di ghiaccio; una foglia secca e raggrinzita; la pelle sottile e delicata di un bambino; una carta velina rosso vino che si spiegazza tutta al primo tocco.
Non sono indistruttibile anzi, puoi accartocciarmi, farmi a pezzettini, indebolirmi, annientarmi, spezzarmi con un fil di noncuranza. E magari senza neanche accorgertene.
Il problema è che non sono preziosa, quindi nessuno mi riserva delicatezza.
Forse scrivendo queste righe ho capito finalmente di cosa ho bisogno davvero: vorrei che gli altri mi riservassero più delicatezza, in tutto. Non la delicatezza da circostanza, quella data dalle buone maniere, ma quella delicatezza che si riserba per gli oggetti pregiati, per i bambini appena nati, per un sottile abito bianco candido.
So che questo non è sempre possibile, ma io non pretendo il sempre. Desidero solo qualcuno che con naturalezza mi custodisca come qualcosa che ama e non vuole perdere o rompere.
Parole pronunciate pregne di valore, onestà, sentimento, riguardo e non gettate lì come sassi nell’acqua.
Carezze sottili, prudenti, quasi nascoste.
Abbracci avvolgenti, sorrisi sensibili, baci morbidi.
E invece mi ritrovo qui, insignificante come una pezza sporca e stracciata.
[Mi scuso per errori grammaticali o di sintassi, ma sono semplici parole messe nero su bianco in un’affranta e confusa riflessione notturna]