Vorrei essere presa ora con squallore violento, forte contro il letto che mi divora, ogni gemito un pensiero in meno, non deve rimanere niente se non il piacere fisico e terreno di una scopata inutile.
Voglio provare quel brivido. Che se ne fa la gente delle altre cose?, tanto è sempre dolore e finisce poi in tragedia, a me non interessa più di tanto. Ho il vino dentro le vene, e una mano dentro le mutande. Così li risolvo i problemi. Pure fra le lacrime, ma comunque ci devo tirar fuori un orgasmo minimo.
Mi bagno, immaginando la delicatezza di una lingua umida e calda, che mi tormenta fra le cosce: spinge forte fra le labbra, si avviluppa contro il clitoride (se lo vuole portar via?), si muove, e forte, forte, ma c'è quella morbidezza che non si può confondere, quel calore tipico, e io mi sciolgo, stringo le cosce contro una faccia, che comunque è immaginata, ma la sento veramente, e oscilla il mio corpo (è una mano o sei tu? Sono le mie dita che mi spalancano la bocca o è la tua erezione che mi vuole aprire?). Soffoco; non posso gridare. Vorrei, vorrei, e ancora di più, non basta mai.
Si può riempire un vuoto con le mani? Ci vuole qualcosa di più. Ti penso quando sto male. È malsano, ma lo sono anche io.
Ho pensieri di violenza e il desiderio di sentire i polsi stretti, e la pelle che brucia, mentre si formano i lividi. Schiaffeggiatemi e riempitemi di personalità e botte. Sono il vuoto, il nulla, l’oggetto. Distruggetemi, annientatemi. Solo nel dolore mi ricordo che esisto.
Era il male oscuro di cui le storie e le leggi e le universe discipline delle gran cattedre persistono a dover ignorare le cause, i modi: e lo si porta dentro di sé per tutto il folgorato scoscendere d’una vita, più greve ogni giorno, immedicato.
La cognizione del dolore – C.E. Gadda (via parasonnia)
Se nessuno vuole guardarmi, allora mi guarderò da sola.
Mi sistemo lo specchio, affisso su un’anta dell’armadio che per qualche motivo non vuole saperne di aprirsi in modo corretto. Ci piazzo contro un oggetto pesante e poi mi ci siedo di fronte. Se nessuno vuole guardarmi, mi guarderò da sola.
Osservo le mie gambe muscolose ma ancora non quanto dovrebbero, l’immancabile rotolino sulla pancia, i seni irregolari. Sembra quasi impossibile, ma c’è della sensualità insita in quella lista infinita di imperfezioni, ne trasuda la pelle che scopro quando tolgo via la maglia. Sono bella.
Sono bella e non ho vergogna di espormi davanti ai miei occhi curiosi, che sono due paia. Ci sono quelli nella stanza, sul mio viso e quelli che mi guardano attraverso lo specchio. Sono spettatrice e insieme perfomatrice, mi regalo l’attenzione che merito.
Sfilo via anche i pantaloncini. Ho scelto degli slip rossi, che ironia; sono alti alla vita e delineano i fianchi, mettono in risalto tutto quello che è tondo. Mi giro di spalle, mi appoggio sulle ginocchia, poi anche sulle mani, mi distendo come un gatto e allungo il collo verso lo specchio in una mossa circense, quasi. Con quale determinazione mi spio, non posso staccarmi gli occhi di dosso. Una Venere Callipigia.
Sicuramente faccio odore di sesso. Un odore intenso, ne avrò impregnate le mutande, i vestiti, la stanza. Nessuno può sentirlo, è un profumo che va sprecato.
Mi dondolo sulle ginocchia, torno indietro e mi siedo sulle caviglie, poi me ne pento e intanto sciolgo i capelli, che stanno crescendo. Ci sono mani che vorrei addosso, proprio in questo momento. La frenesia degli ormoni mi dà alla testa, e immagino di essere afferrata da qualcuno che mi preme con forza la faccia contro il marmo, ma in realtà sono io che cedo arrendovelmente, mi piego, mi sottometto al mio stesso volere. Insieme domino e subisco. Se c’è una mano che mi fa male è la mia, se ci sono dita che mi stringono i seni fino a lasciare i segni, anche quelle sono mie.
Gli slip sono adesso un mucchietto rosso vicino a me. Non ricordo nemmeno di averli tolti. Io, nel frattempo, sono un disastro. La cavità nella parte interna delle mie cosce è ricoperta da una patina lucida, che scende a gocce precise e lente. Sono lacrime di desiderio. Le caviglie, distanti l’una dall’altra, faticano a star ferme. Mi guardo ancora e penso a Courbet. L’origine del mondo. Ma anche il principio di tutti i problemi.
Affondo le dita in quel piacere? Non lo faccio, aspetto? Intando mi arrampico sul letto e non c’è più tempo per guardarsi. Troppo intimo persino per me. Ho la bocca socchiusa e il respiro accelerato, poi apro il primo cassetto del comodino e ringrazio la tecnologia perché mi ama e si offre.
A pancia in giù, come vorrei che mi prendessero. I seni oscillano e stringo le dita attorno alle sbarre della testiera, lascio andare un gemito soffocato che però non riesce a coprire il ronzio sommesso che mi emoziona e mi fa perdere il controllo. Chissà che spettacolo da dietro. Un frutto, rosso e succoso. Il posto perfetto in cui far sprofondare la punta del naso, mentre si apre la bocca e si tira fuori la lingua per goderne del suo sapore salato.
Mi mordo i polsi e mi mordo le mani. Voglio i lividi e non posso star ferma. Una spinta e poi un’altra, fino a che non mi riesce difficile distinguere la realtà dalla mia fantasia. Chi c’è sotto di me, fra le mie gambe divaricate? Quale pelle sento sotto la punta delle mie dita? Mi appartiene? Non sembra più la mia.
Poi esplode, nella testa. C’è quel pulsare inequivocabile. Se l’universo ha un ritmo, segue allora quello di un orgasmo. Ogni stretta è un grammo di tristezza che si allontana. Per poi ritornare. Ma intanto preferisco godermi il momento, così sporca e disfatta sul mio letto scombinato.
Non so scrivere, non voglio scrivere, non sono creativa, sono pessima, devo smetterla. Tanto non scrivo mai, dico che mi piace perché nella mia testa sento di poter creare e dire ed esprimermi, ma ho la testa vuota, sono ignorante e non ho ironia.
Mi basta l’immagine, mi basta?
Come sopprimo il desiderio irresistibile di comunicare al mondo le cose che in testa? E perché, nonostante questo desiderio fortissimo, poi quando provo non ci riesco? Come se il mio cervello parlasse una lingua diversa.
The following pieces of morbid art are by Nicola Samori, a 35 year old Italian artist. He says “My work stems from fear: fear of the body, of death, of men. I think my nature as an artist is something like feeling hopeless. Works are just temporary shelters and painting is a leisure place where you can conceal yourself.”
Ho appena finito di leggere I Malavoglia e volevo dire la mia.
Also: vorrei entrare a far parte di un club letterario. Leggere è bello, ma se non si può parlare di quello che si è letto lo è un po’ di meno. Lo facciamo? Vi unite? Dai, su. Dai. Daaaai.
When everything
is life and death
you may think like
there’s nothing left.
Instead of love,
and trust and laughter,
what you get is happy never after.
And deep down all you want is love,
the pure kind
we all dream of.
But we cannot escape the past,
so you and I will never last.