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Genova, una città che non ti basta mai
Io amo Genova. Perché i luoghi del mondo non sono solo posti geografici, non sono solo qualcosa di esteriore. Arrivi in un posto e capisci già che c’è qualcosa che va oltre quello che vedi, ma quell’oltre lì potrebbe essere solo tuo, non è detto che gli altri lo percepiscano. E quindi non mi stupisco della gente che mi guarda “con quella faccia un po’ così” mentre racconto che Genova ha qualcosa di speciale. Genova non è il mare delle ore al sole sulla spiaggia, non è la Milano da shopping, non è la Firenze dell’arte, non è la passeggiata in collina. Genova se l’hai vista solo in foto è quell’accatastamento di case che invade lo spazio dall’alto in basso, è quel porto da dove partono i traghetti per altri luoghi o da dove salpano quei palazzoni orizzontali chiamate navi da crociera. O è il porto commerciale pieno di container China Shipping Line, che uno si chiede se contengano i pomodori che poi ti spacceranno per pachino (pachino, pechino, questione di una lettera) oppure quei giocattoli con le pile liquefatte in un’inquietante sostanza chimica, o magari entrambe le cose, con le pile che sgocciolano sopra i pomodorini a ciliegina. E altre navi e altri container, e ti viene in mente di aver letto di Stella Maris, l’associazione che assiste chi non può scendere dalle navi ma neanche se ne può andare. Perché c’è anche questo nei porti: fantasmi vivi che nessuno vede. E costruzioni, credo ex magazzini. Ho cacciato il naso dentro a una cancellata che chiudeva vecchi spazi pieni di legno vecchio, ferraglie, pezzi che una volta componevano cose. Mi è arrivata una zaffata da svenire, ma questo non lo racconto perché so che la faccia passerebbe da un po’ così a un po’ cosà, come se gli si formasse in testa la nuvoletta con scritto: e tu spendi anche soldi per partire da una città che puzza di smog per andare in un’altra che puzza di mare marcio? Se dici che è un puzzo che sa di storia e storie che non conosci non ti capiscono lo stesso. A Genova puoi trovarti sopra il battello, avere le navi davanti e un aereo che ti passa sulla testa a volo radente. Praticamente in un colpo solo le cose che amo di più: aerei e navi, mezzi che portano lontano. Ma uno non va al mare per vedere dal basso fiancate di navi e aerei che cercano la pista. Be’, però Genova è una città, ma continuano a guardarti un po’ così. Genova è una città piena d’arte, palazzi bellissimi, ville, musei, chiese. Perché tutti vanno in gita scolastica solo a Firenze e a Roma? Ti guardano come se stessi dicendo un’eresia. Allora fai la vocetta un po’ giuliva: i caruggi sono veramente troppo carini, pieni di negozi, stretti stretti, intricati… e ti interrompono: sei andata in via del Campo? Sì, ci sono arrivata per caso, ma non gli dici che certe canzoni di De André hanno delle argomentazioni che proprio non ti piacciono perché se no si innesca la polemica.
A Genova c’è un atmosfera così particolare, cerchi di spiegarlo con qualche pensiero banale ma tanto la faccia un po’ così non cambia espressione. Al massimo qualcuno si illumina per l’acquario. Ma a me l’acquario è l’unica cosa che ha fatto schifo: non è vero che gli animali lì ci stanno bene, perché mai un delfino dovrebbe stare bene dentro a una vasca? Perché una murena dovrebbe essere felice dentro a un cilindro di vetro? Ed è anche un posto claustrofobico. E io neanche ci volevo andare all’acquario.
E allora parli di mare, di quel giorno che a Nervi infuriava e sembrava di camminare sotto un vaporizzatore perché goccioline leggere ti arrivavano in faccia. Una moltitudine di persone riprendeva lo spettacolo, e c’ero anch’io: volevo portarmi a casa quelle onde che sbattevano contro gli scogli, minuti e minuti di riprese, angolazioni diverse, perché ogni onda faceva i suoi personali disegni di schiuma e ognuna aveva la sua altezza e la sua potenza. Bisognava fissarne il più possibile perché la natura non fa le cose in serie come noi. Sì, va be’, scogli e onde, e uno il bagno dove lo fa? Si riparte con la vocetta giuliva: Boccadasse è bellissima, deve essere lì dove Gino Paoli ha scritto La gatta. E basta, tanto chi ha visto Genova solo in foto non è che può entusiasmarsi al resto che hai in mente. Io andavo a sbattermi lì al pomeriggio, stremata dai chilometri macinati di mattina nell’ansia di ingurgitarmi tutto: pezzi di passato ma anche viste dell’alto, ma anche strane ascensori verticali che sono mezzi di trasporto. Però a Boccadasse non ci si sbatte giù a peso morto, si sceglie con cura un posto dove i sassi sembrano più piccoli. Non che metterci cura serva a molto, troverai sempre l’infida pietra appuntita che ti si pianta dove c’è meno carne. Ma i sassi caldi sulle dita artritiche di umidità padana ripagano dei bozzi ghiaiosi che ti restano tatuati ovunque. Il mare è un insieme di sassi piatti scivolosi intervallati da schegge di scogli appuntiti che intercettano immancabilmente ginocchia e stinchi e che si interrompono improvvisamente per farti cadere in una specie di baratro d’acqua. Ti chiedi se il tuo fisico da cittadino bolso ce la farà a superare l’emozione di sentirsi sfuggire la terra sotto i piedi o se farai la figura dei soliti scemi che passano dalla scrivania al restare abbarbicati a qualche roccia, di mare o montagna non ha importanza. Il colore blu non si può spiegare. Il mare forse sì, ma l’effetto che fa il suo blu no. È una cosa che quando torni ti rende insopportabile il grigio e il marrone, un’insofferenza che perfino il verde non riesce a mitigare. Io me ne stavo lì a guardare il blu finché il grosso della gente non se ne andava e arrivavano i gabbiani. Alla sera c’era il Porto Antico e la Festa democratica: band, balli, bancarelle. Come passare una serata low cost o addirittura gratis. Mentre scendo soddisfatta come Montalbano per il carico di vongole che Walter, nonostante abbia torto il naso al mio assoluto divieto di aglio, mi ha servito, vedo campeggiare in piazza l’enorme scritta “Cucina romagnola”. Sì, va be’, dovunque ci si trovi la cucina della festa dell’Unità, poi dei Ds, poi quel che è, è appannaggio degli emiliani-romagnoli. Che a Milano ci andrebbe di lusso, ché a noi ci tocca la cucina etnica, pure originale ma vuoi mettere un piatto di lasagne? Ma lì, mah… lì suona strano. Mi fermo davanti a un piccolo gazebo. Niente sedie, nessuno dei signori che mi propone di prendere una delle poche vacanti all’interno, se non altro visto che ero l’unica a manifestare l’intenzione di restare fino alla fine. Bianco e nero, voce narrante dei cinegiornali (Guido Notari, forse sì forse no), acciaio, colate incandescenti, uomini che lavorano, esaltazione di macchine, primi piani su pistoni e lastrone che arrivano dall’alto. La regia, la fotografia, tutto ha la cura di un film. Ma è un documentario girato nei cantieri Ansaldo. Sembra incredibile che un’azienda decida di realizzare un vero e proprio film. Non uno spot più o meno azzeccato, non una presentazione in PowerPoint, ma un film. Le mie gambe triturate di chilometri si fanno sentire ma quello è il genere di pellicola che mi inchioda. Mentre sono lì, so già che li cercherò su YouTube. Credo che siano dei documenti di importanza storica e cinematografica e mi piace quindi ora segnalarne almeno uno, prodotto dalla Ferroni Cortometraggi con la regia di Aldo de Sanctis e Giampiero Pucci: Ansaldo. I parte di De Sanctis - Pucci (1949).I filmati appartengono alla Fondazione Ansaldo e si trovano sul canale GenoaMunicipality.
Il mio chilo interiore al netto dei gusci inizia a lasciare degli spazi a metà serata. Lasagne no, ma i bomboloni romagnoli spandono nell’aria il loro richiamo di frittone dolce e crema gialla. Resto basita di delusione: l’apoteosi di grassa bontà è immangiabile. Non può esserci un’altra spiegazione: la maledizione di un indignato dio ligure si è abbattuta su quell’ostentazione di Romagna nel cuore del Porto Antico. Mentre torno penso a quello che ho fatto e a quello che voglio fare ma cammino anche piano perché voglio guardare il mare. Corri per vedere più cose possibili e ti fermi per guardare il più a lungo possibile. Genova è questo: l’affanno di riempirsi di tutte le cose che offre, un’ingordigia che ti piglia quasi volessi portargliele via, di fare come i criceti che si infilano di tutto nelle tasche delle guance e se ne vanno via con una faccia grossa da far paura.
E porti a casa oggetti da Genova: vestiti, funghi secchi, collane. Perché se gliele fai vedere la gente smette di guardarti un po’ così, mentre tu hai capito cos’era il timore che quel posto dove andiamo non c'inghiotte e non torniamo più. Elena Colombo
Report di una magnifica serata
Successo clamoroso per l’evento dell’11 marzo 2013 Alberto Sordi la voce del talento, organizzato nell’ambito della III Convention del Mondo dei Doppiatori di Antonio Genna. L’intera sala sold out e parecchie persone in piedi, un gruppo di irriducibili che non hanno voluto perdersi i 75 minuti di Come un pisello nel baccello, realizzato con un montaggio certosino di pezzi rari, a volte rarissimi. E se il pubblico non è riuscito a trattenere espressioni di stupore per alcune sorprese inaspettate, come un Cary Grant che canta con la voce del nostro Albertone, non è stato da meno l’entusiasmo per le più note comiche di Stanlio e Ollio. Personaggi sempre irresistibili, che hanno fatto rimbombare il cinema di risate grosse e contagiose. Con un surplus di trasporto da parte di un signore nelle ultime file che si è esibito in un potente e gridato: “Stupìdo”. C’era una Milano ritrovata, quella che ama il cinema e la cultura, come ha sottolineato anche l’attore e doppiatore Raffaele Fallica durante il suo intervento.
Per scoprire il dietro le quinte e conoscere alcuni aspetti meno noti di Alberto Sordi, incontro gli autori del film Angelo Quagliotti, Lorenzo Bassi e Franco Longobardi.
Franco, puoi fare un breve resoconto della manifestazione? «È stato un successo al di là di ogni più rosea previsione. Oltre 160 spettatori presenti, con molti altri, non prenotanti, che non abbiamo potuto accogliere per l’esaurimento dei posti a sedere. Il prestigio della struttura ospitante, il cinema Apollo, una delle storiche sale cinematografiche del centralissimo corso Vittorio Emanuele di Milano, e l’autorevole patrocinio dell’Agis Lombarda, hanno fornito un proscenio di assoluto rilievo al nostro film, ideato per una celebrazione fuori dal coro del decennale dalla scomparsa del grande attore».
Qual è stato il responso del pubblico alla scommessa della vostra proposta in omaggio al Sordi doppiatore e cantante? ANGELO: «Il riscontro è stato entusiasmante. La sfida si presentava impegnativa e rischiosa. Abbiamo deciso di tralasciare i classici e comodi cliché del Sordi attore e regista, già ampiamente conosciuti dal pubblico e sui quali c’era ben poco da aggiungere. Per attuare questo ambizioso ed originale progetto abbiamo avviato un’approfondita ricerca storico-documentale che ci ha portato al recupero di tanti reperti filmati, da tempo dimenticati o smarriti, che hanno testimoniato la grandezza di Sordi anche con quei panni artistici».
Ma l’originalità della proposta si è fermata ai contenuti? LORENZO: «No. Anche sulla confezione del film abbiamo deciso di percorrere scelte di forte personalizzazione. Abbiamo voluto evitare un’accademica e stantia elencazione di autonomi contributi filmati che rischiavano alla lunga di essere un po’ fini a se stessi. Abbiamo preferito puntare su un montaggio agile e serrato, sempre ovviamente condotti dal filo rosso della straordinaria voce di Sordi, ordinato secondo una vera e propria sceneggiatura di riferimento basata su di un ironico gioco di accostamenti suoni-immagini, con il gusto del paradosso e del grottesco».
Quali performance di Sordi avete mostrato al pubblico con Come un pisello nel baccello? E perché quel curioso titolo? ANGELO: «Innanzitutto, il titolo è la citazione di una delle più felici battute de I figli del deserto, uno dei capolavori comici di Laurel e Hardy e vuole metaforicamente sottolineare come la prodigiosa voce di Sordi si trovi a proprio agio in qualsiasi dimensione artistica, esattamente come un pisello nel proprio guscio… ops, baccello. Il film è stato realizzato con inserti filmati tratti da più di 50 fonti, tra lungometraggi, comiche, interviste a Sordi e altri contributi ed è quindi impossibile nominarle tutte. Nel segnalarne alcune, mi piace citare lo stupefacente doppiaggio di Marcello Mastroianni, le avventure al leggio con Anna Magnani e Totò, il professionale doppiaggio di Ladri di biciclette, cult neorealista dal cast interamente formato da attori non professionisti, a riprova che con l’immagine si possono camuffare i limiti della recitazione, con la voce no. Poi le partecipazioni ai capolavori hollywoodiani come Casablanca, La vita è meravigliosa, Ombre malesi, Giungla d’asfalto, Gunga Din, Duello al sole, Fiume rosso; l’unico ruolo da doppiatore protagonista drammatico per Robert Mitchum, il curioso doppiaggio nel canto di Cary Grant, le preziose partecipazioni cinematografiche di Sordi come cantante nei primi anni di carriera e soprattutto il doppiaggio di Oliver Hardy in tante comiche ormai introvabili perché ridoppiate da tempo».
Avete conosciuto personalmente Alberto Sordi? FRANCO: «Nel 1994 la First National, la nostra Associazione, fu incaricata di avviare contatti con istituti scolastici milanesi per attuare un progetto ideato personalmente da Sordi, con lo scopo di preparare i giovani alla lettura consapevole del messaggio cinematografico, attraverso varie iniziative culturali tra le quali la proiezione dell’ultimo film, a quell’epoca, di Sordi, Nestore l’ultima corsa. Per approntare le prime misure organizzative una delegazione della First National incontrò Sordi più volte. Furono l’occasione per noi, suoi grandi fan, di conoscere meglio e dal diretto protagonista i risvolti meno noti della sua straordinaria carriera. Stupito favorevolmente dalle nostre domande molto circostanziate, Sordi si prestò volentieri a rievocare il proprio passato d’artista. Le rivelazioni contenute nei quiz di “In … soliti ignoti”, pubblicate sul portale di Antonio Genna, il più cliccato in Italia sul mondo del doppiaggio, sono in parte il frutto di quegli esaltanti incontri. Il progetto con Sordi purtroppo non ebbe seguito per inconvenienti sorti fra gli sponsor e i produttori romani».
Sordi è arrivato al doppiaggio quando era già famoso come attore? FRANCO: «Ti ringrazio della domanda perché posso chiarire un aspetto della sua carriera su cui c’è un po’ di confusione. Alcuni dicono che Alberto Sordi ha fatto il concorso per il doppiatore di Oliver Hardy nel 1936, altri dicono nel 1937. In realtà lo fece nel 1938. Fu lui stesso a confermarlo».
Da chi era stato indetto il concorso? FRANCO: «Dalla Mgm. Dovevano trovare la nuova voce di Oliver Hardy».
Solo per Hardy/Ollio? LORENZO: «Sì, perché per Stanlio era già stato scelto Mauro Zambuto, con il quale Sordi farà coppia fino al 1951. In precedenza c’era già stata un’altra coppia, tra il 1932 e il ’38: Carlo Cassola per Stanlio e Paolo Canali come Ollio. Cassola si stava già ritirando e Canali volevano sostituirlo perché non sapeva cantare. C’erano film in cui Oliver Hardy cantava e si voleva mantenere queste canzoni anche nel doppiaggio italiano. E allora si cercò una voce simile a quella di Paolo Canali, che in quegli anni doppiava anche Buster Keaton – questo lo sanno in pochi – ma che sapesse anche cantare. Sordi vinse il concorso soprattutto per le sue doti canore. Nel ’38 doppiò una prima comica e appena 18enne diventerà la voce di Ollio».
Iniziò quindi a doppiare da giovanissimo? ANGELO: «Certo! Lui faceva credere di avere più di 20 anni, mentre ne aveva appena 18. Da bambino era una voce bianca, cantava nel coro della cappella Sistina. Raccontava con tanta soddisfazione che con questo coro fu chiamato in eventi importanti. Poi, verso gli 11-12 anni, improvvisamente gli si formò una voce da basso. Suo padre era un musicista, suonava il bassotuba e quindi da lui ha ereditato la passione per la musica. Cantava, gli piaceva esibirsi, per cui, faccia tosta, nel ’37 si presentò a Cinecittà, per fare la comparsa in Scipione l’Africano e in Il feroce Saladino. Il cinema esercitava un grande fascino su di lui. Gli piacevano Gary Cooper, i grandi eroi, non desiderava fare il comico. Poi gli capitò l’occasione di cantare per Oliver Hardy».
Mi pare che Stanlio ed Ollio in origine fossero doppiati da degli italo-americani. La Mgm volle quindi mantenere questo accento? FRANCO: «No, questa è una leggenda. Nel 1930-31 si usava raramente il doppiaggio. Hal Roach girava in presa diretta. Di conseguenza Laurel e Hardy dovevano girare ripetutamente il film recitando in spagnolo, in francese, in tedesco eccetera. In italiano parlavano con un accento fortemente yankee. I film, con queste voci particolari, quando arrivavano in Italia risultavano involontariamente ridicoli. Ma erano tutti così, non solo quelli con Stanlio e Ollio. Ricordo un film del ’30 di Raoul Walsh con John Wayne al primo ruolo di protagonista, Il grande sentiero, in cui per la versione italiana fu scritturato un certo Franco Corsaro per il ruolo di protagonista».
Dunque, la carriera di Sordi inizia con Ollio. FRANCO: «Sì. Vinto il concorso, ebbe modo subito di doppiare. Nel 1939 venne realizzato un collage di comiche, Le avventure di Stanlio e Ollio, naturalmente con la sua voce per Hardy. In una di queste comiche Ollio canta. Per accentuare l’italianità del prodotto si decise di fare una partitura tutta italiana. Si stravolse il testo e la melodia della canzone, tutto rifatto ex novo, tradendo totalmente l’originale, rispettando solo il labiale. Negli anni ’30 l’ideologia fascista voleva che tutto fosse tradotto in italiano. Si voleva inoltre favorire i compositori italiani. Ma Hal Roach non era affatto d’accordo nell’annullare le partiture originali, soprattutto quelle di Marvin Hatley, il suo compositore preferito e più importante, quello che aveva creato “La canzone del cucu”, il biglietto da visita della coppia. La riscrittura musicale italiana avviene anche nel doppiaggio successivo, I diavoli volanti, il primo lungometraggio doppiato da Sordi. Qui si ha modo di gustare la famosa canzone Guardo gli asini che volano nel ciel, che nell’originale possiede una melodia totalmente diversa. Queste comiche e il lungometraggio furono addirittura bloccate. Nacque, come riferitoci anche dal maestro Virgilio Savona del Quartetto Cetra, la “famosa questione musicale”. Una disputa tra i sistemi distributivi americano ed italiano, per far valere, ciascuno, le proprie ragioni sui diritti d’autore e sui relativi introiti. Ci sarà una contrastata distribuzione italiana tra il ’39 e il ’40. Anche il film I diavoli volanti venne proposto nel 1940, poi ritirato, per ritornare nel ’41 per una serie di brevi proiezioni ma privato della canzone. Infine, riapparve completo nel ’42. Lo scoppio della guerra e l’interruzione dei rapporti commerciali fra i due Stati, consentirà ai compositori italiani di depositare le loro partiture in modo tale da tutelare i diritti d’autore senza ulteriori contenziosi. E tra l’altro queste partiture saranno utilizzate in molti film di Laurel e Hardy, fino alla metà degli anni ’50. I diavoli volanti e le comiche riappariranno nel dopoguerra, senza nessun problema».
Quando arriva il successo per Alberto Sordi? ANGELO: «Nel ’53 con I vitelloni, ma già dal 1951 aveva intensificato i suoi impegni cinematografici. Infatti dal 1952 lascerà il doppiaggio».
Avete realizzato qualche restauro con il suo doppiaggio? LORENZO: «Sì. Recentemente abbiamo restaurato due collage di comiche di Laurel e Hardy: Le avventure di Stanlio e Ollio e uno tra i più celebri fatti in Italia, Ronda di mezzanotte».
Elena Colombo
Alberto Sordi la voce del talento
Alberto Sordi sarà sempre ricordato come uno dei più grandi attori del cinema italiano. Principe della commedia all’italiana, brillante, satirico, interprete di quella italianità sempre in bilico tra intelligenza e furbizia, inventiva e cialtroneria, ha saputo però magistralmente impersonare anche ruoli drammatici. Una lunga filmografia fatta di generi diversi, come solo un grande attore può permettersi di vantare. Ma non si è “limitato” a restare davanti alla macchina da presa: regista, doppiatore, protagonista anche in teatro, tv e radio, Alberto Sordi è stato un personaggio dai mille talenti. Ripercorrerli (ma anche scoprirli), è l’omaggio che la Milano del cinema vuole tributargli per il decennale della sua scomparsa.
Alberto Sordi la voce del talento è il titolo dell’evento organizzato dal portale “Il mondo dei doppiatori” di Antonio Genna e dall’Associazione Culturale Cinematografica First National di Milano, in collaborazione con Agis Lombardia. La serata è in calendario per lunedì 11 marzo 2013, alle ore 20.45, presso il cinema Apollo di Milano (Galleria De Cristoforis 2, vicino alla fermata della MM Rossa San Babila).
Questo interessantissimo evento sarà l’occasione per assistere ad una prima assoluta: la proiezione del docu-film Come un pisello del baccello, pellicola-montaggio realizzata dagli storici del cinema Angelo Quagliotti, Lorenzo Bassi e Franco Longobardi. Questa frase, che suonerà senz’altro nota ai tanti amanti di Stanlio e Ollio, caratterizza uno degli indimenticabili ruoli di Alberto Sordi: la voce italiana di Ollio. Ma il filmato è un’antologia a tutto tondo delle più significative, curiose e meno esplorate performance dell’“Albertone nazionale”, un omaggio ai suoi mille talenti.
La presentazione sarà a cura di Franco Longobardi. L’ingresso è gratuito fino ad esaurimento posti, per prenotazione scrivere a: [email protected] Elena Colombo
Arte & Viaggio: un concorso per donne viaggiatrici
“Noi non conosciamo le persone quando vengono da noi; dobbiamo andare noi da loro per sapere quel che sono”. Si può sintetizzare in questa frase di Goethe il senso del viaggio intrapreso per conoscere: non solo le persone ma i loro contesti, la loro cultura e arte. Lo scrittore tedesco, come Stendhal, Mary Shelley assieme a tanti altri autori di ogni epoca, fino al contemporaneo Tiziano Terzani hanno dato origine o contribuito a formare la “narrativa del viaggio”. L’Italia è certamente una delle nazioni che, grazie al suo patrimonio storico e artistico, ha maggiormente attratto le élite culturali di mezzo mondo (e come dimenticare che è stata proprio l’Italia a essere la causa della Sindrome di Stendhal?). Ma andiamo oltre il nostro Paese per parlare in generale dello stretto legame tra viaggi e arte e di chi, cogliendo questa connessione, l’ha concretizzata in un concorso.
Arianna Serra è una persona che può essere tranquillamente definita audace, e cioè una di quelle che ha avuto l’ardire di lasciare il posto fisso, e non in un’azienda qualunque ma addirittura in Fiat, per diventare consulente e, in contemporanea, inventarsi una nuova professione. Ha trasfuso tutta l’esperienza accumulata nel suo lavoro da assistente in un’avventura professionale composta da due parole, di cui una è planner. Il planner oggigiorno è uno che sa veramente cosa sta facendo e toglie dagli impicci noi, che invece ne sappiamo di meno, o magari abbiamo meno tempo, meno fantasia per “plannificarci” ciò che vogliamo fare. Ma non è una wedding planner, che, tra la scelta di un vestito e la decisione sul tipo di fiori da mettere a corredo della tavola nuziale, quieta anche le ansie che precedono il grande giorno. Arianna Serra è una travel planner. Un’organizzatrice di viaggi su misura, lunghi come una vacanza o brevi come un weekend. Dà consigli sulle mete e le cose da fare una volta raggiunte, pianifica gli itinerari e si occupa delle prenotazioni. Visita personalmente le destinazioni che poi propone e questo le consente di instaurare contatti diretti con alberghi e guide, bypassando altri intermediari e assicurandosi quindi prezzi migliori. Scrive inoltre sul blog Nonsoloturisti.it
In un’intervista a La Stampa del maggio 2012 è stata “rubricata” alla voce Trentenni che non si arrendono. Io aggiungerei anche che guardano, ascoltano, captano. Ogni cosa interessante può essere un punto di partenza. E il suo concorso nasce proprio dal fatto che Arianna ha prestato orecchio alle sue amiche che si muovono nel campo dell’arte e che, purtroppo, lamentano la scarsa attenzione verso gli artisti più giovani. Istanze che ha raccolto e unito alla sua passione per i viaggi, dando vita a Arte & Viaggio, un concorso aperto a varie forme artistiche: fotografia, video, scultura, pittura, collage e altri generi, riservato alle donne senza limiti d’età. Si chiuderà entro la fine del 2013, ma non è ancora stato volutamente fissato il termine ultimo per la consegna delle opere, così da poter dare più tempo possibile alle partecipanti per creare i lavori da presentare.
Elena Colombo
Teatro, cinema, scrittura: è cultura, non un hobby
Dovevo prendere uno di quei treni che io classifico come “diligenze”, un viaggio breve, per il quale non si impiegherebbe più di un’ora se non fosse che la tratta è da annoverarsi tra quelle “maledette”, percorsi strani in cui sembra che tutti gli intoppi del mondo si concentrino. Quindi quel distributore di libretti nella metropolitana di Cadorna mi era parso l’unica cosa bella che potesse capitarmi perché, ne ero certa, da lì a poco mi sarei trovata chiusa in un vagone fermo in mezzo alla campagna, per i soliti imperscrutabili motivi. La gente si serviva di quegli opuscoli gratuiti con la stessa voracità con la quale abborda un buffet di matrimonio: quando si dice che i libri sono il cibo della mente…
I mini-libri erano le opere dei vincitori del concorso Subway-Letteratura. Fu così che ebbi modo di leggere Craniata terribile, di Maurizio Patella. Un racconto bellissimo, per lo stile e il contenuto, da cui emerge il senso profondo del legame tra uomo e cane. Sono passati alcuni anni da allora, era il 2009, ma non ho dimenticato quel breve romanzo, probabilmente perché appartiene a quel genere di storie che vengono elaborate a livello personale. Cento persone possono dire che un libro è bello, ma per qualcuno sarà più di questo. Ho deciso di rintracciare via web Maurizio Patella, scoprendo così che le sue esperienze nel campo della cultura vanno ben oltre Craniata terribile. È attore di teatro, si è diplomato presso la Civica scuola d’arte drammatica Paolo Grassi di Milano, ha recitato in numerose rappresentazioni, ha interpretato il ruolo di protagonista in Orgia di Pier Paolo Pasolini (votato come Miglior attore ai referendum per i Premi Ubu). È attore di cinema: Come se fosse amore di Roberto Burchielli (2001), Alice e la tempesta di Silvio Soldini (2003), attore protagonista in All’amore assente di Andrea Adriatico (2007). Sul web, per conto dell’editore Perdisa di Bologna, cura la rubrica di teatro “Occhio di bue”, il nome in gergo del grande fascio di luce che illumina gli attori sul palcoscenico. La frase che apre il blog «Tutto quello che vi siete persi rinunciando al vostro sogno nel cassetto.» mi dà lo spunto per la prima domanda.
Hai avuto ruoli e riconoscimenti importanti a teatro, sei arrivato anche al cinema, eppure da questa tua frase e da altre affermazioni in rubrica sembra che pensare di vivere di teatro o, più in generale, di cultura, vuol dire troppo spesso chiudere i propri sogni in un cassetto. È così? «Esiste sempre una forte discrepanza tra desideri e realtà. È inevitabile. A una certa età, non puoi che immaginare il mondo che ti aspetta. Dopo, eccolo, che ti ruggisce in faccia. Purtoppo in Italia c’è l’idea che fare cultura, in ogni sua forma, sia un hobby piuttosto che un lavoro. Invece, è un lavoro. E come tale andrebbe non solo percepito, ma sostenuto. Chiudere i propri sogni nel cassetto significa oggi accettare la realtà: finanziamenti zero. Lavoro, pochissimo. Paghe minime. Tempi di pagamento eterni. Fare cultura diventa un hobby nel momento in cui chi la fa non viene pagato».
In Tv danno il promo di una fiction su RaiUno, gli attori recitano talmente male che mi sento quasi in imbarazzo per loro. Vado a teatro, siamo così pochi che potremmo fare merenda insieme, eppure gli attori sono veramente bravi. E ancora, c’è gente “nascosta” nel web che scrive molto meglio di nomi editorialmente forti. Si può dire sbrigativamente che il grande pubblico predilige la scarsa qualità o c’è qualche altro meccanismo che non permette ai talenti di emergere? «La cultura, a mio avviso, ha seguito le orme del consumismo. È diventata cultura di massa. Si è voluto lucrare trasformandola in una fabbrica di prodotti come spazzolini, cellulari, barattoli. L’editoria predilige nomi forti, qualitativamente mediocri, perché il grande pubblico – com’è oggi – apprezza prodotti di consumo che ricalchino ciò che già conosce, ovvero stereotipi televisivi, finzione più finta, trame scontate. Il grande pubblico è un pubblico passivo, rimbecillito dagli schermi e ingoia tutto; l’importante è restare comodi sul proprio divano. Comodi e tranquilli. Ma per leggere un libro davvero bello, o per vedere uno spettacolo, un film che abbiano arte in sé non si può rimanere comodi e tranquilli. La cultura, quella vera, vuole smuoverti le viscere. Vuole farti battere il cuore, vuole farti pensare, immaginare. Per questo la cultura, quella vera, non vende: non vende perché non viene promossa. E non viene promossa perché esiste una strategia educativa di rincoglionimento globale idonea a svuotarci il portafogli. Consumismo, si chiama».
Sei di Genova, hai studiato a Milano e per lavoro avrai certamente viaggiato molto. Quali sono le città che danno più spazio alle varie espressioni artistiche? «Al momento non saprei cosa rispondere. Ho vissuto a Genova, Milano, Bologna e Roma. Forse Milano è la città che in Italia mi ha offerto di più. Immensamente meno di Londra, Berlino, Parigi».
Non ho mai avuto velleità recitative, eppure ho un “sogno”: spalancare con un calcio la porta, pistola alla mano, e urlare “Fbi”. Tu sei già riuscito a recitare tutti i ruoli che più ti affascinavano o hai anche tu un tuo “Fbi”? «Ho anch’io un mio “Fbi”. S’intitola Notte poco prima della foresta di Bernard-Marie Koltès. È un monologo che ho amato molto. Notte, pioggia. Un magrebino francese, ubriaco, appena scampato a un raid punitivo xenofobo. Una tettoia sotto alla quale ripararsi. Un ragazzino sconosciuto, silenzioso, vicino a lui. Tutti e due al riparo dalla pioggia, e del tempo da passare. Inizia così. Consiglio».
Penso che Shakespeare sia uno dei più grandi scrittori di tutti i tempi. Tennessee Williams dipinge un’America così disperante che riesce ad infrangere in poche ore il grande mito americano. E sono solo due esempi. Cosa si prova ad interpretare testi tanto potenti? «Shakespeare è il sogno di ogni attore. Per niente facile da recitare. Prova a dire “Essere o non essere” senza sembrare un pirla! Ma che sfida, che emozione. E la sfida vera è capire fino in fondo quello che dice Shakespeare. Tennessee Williams è certamente un grande autore. Ma molto americano. Molto anni ’40 e ’50. Si riferisce a un mondo che mi emoziona meno».
Recitando si entra in un’altra dimensione. Quando scendi dal palco dopo tanta concentrazione, tensione e immedesimazione, mi sembra di immaginare che tu possa ritrovarti in una specie di zona-cuscinetto tra finzione e realtà. Come vivi questi momenti? «Una volta era così. Un po’ di confusione, già. E devo ammettere che mi gongolavo di questa confusione. Mi sembrava un indizio di bravura. Più confuso, più bravo. Molto Stanislavskij, UAU! E invece è esattamente il contrario. Se hai fatto un buon lavoro, hai il pieno controllo di te, delle tue emozioni, delle reazioni del pubblico. Da ciò desumo che spesso ho recitato da schifo. Me la cantavo e me la suonavo da solo. Pensa, ho ammorbato tanti poveracci in cerca di svago. Infatti, mi pareva di udire alcune detonazioni di pistola. Mi dispiace, scusatemi, davvero, non l’ho fatto apposta. Oggi, confusione o no, scendo dal palcoscenico e zompetto felice in direzione del bar più vicino. Recitare, tutte quelle battute, mi secca la gola. Anzi, se venite a vedermi e vi ammorbo: aspettatemi a fine spettacolo. Offro io, giuro».
Molti dei racconti vincitori di Subway-Letteratura sono prefati da autori affermati e il tuo Craniata terribile è stato certamente letto da un gran numero di persone. Sono cose che ti hanno favorito nella carriera letteraria? «Mi hanno contattato un paio di editor di case editrici abbastanza importanti, domandandomi se avevo un romanzo nel cassetto. Qualcosa tipo: Mia sorella è una foca monaca di Frascella. Ebbene, il romanzo non ce l’avevo, allora l’ho scritto e gliel’ho inviato. Una fatica tremenda. Ma il mio romanzo – il mio primo romanzo! – con “foca monaca” non aveva niente a che vedere. Fine della storia. “Il resto è silenzio”, dice Amleto. Poi muore. Vabbè, ci sono rimasto male, ma più che altro per i modi spicci. Poi del primo romanzo, che dire? Boh, magari era robetta, chissà. Comunque sia imparerò a scrivere meglio, tutto qui».
Cioè, fammi capire, sono stati gli editori a chiederti un certo tipo di contenuti e stile? «Non direttamente. Ma avrebbero gradito, sì. Ci si trova quindi davanti a un bivio: o scrivere quello che si sente, o tentare di essere un clone. È anche vero che molti scrittori sono dei cloni senza saperlo».
I volti, le voci, l’incanto: è il cinema, bellezza. E la sua lunga storia
Incontro Franco Longobardi nella sede dell’Associazione culturale cinematografica First National di Milano, di cui è presidente. Dal 1992 organizza, insieme ai suoi soci Angelo Quagliotti e Lorenzo Bassi, cineseminari di Storia del cinema, presentando le opere che hanno contribuito in maniera determinante a fare del cinema la settima arte. L’Associazione, attraverso uno studio attento e l’utilizzo di mezzi tecnici sofisticati, si occupa anche del restauro delle pellicole, riportandole ad un livello qualitativo molto alto. È importante sottolineare che recuperare un film significa spesso ricomporre la versione italiana originale, persa a causa di tagli indiscriminati e di rifacimenti del doppiaggio o della colonna sonora di qualità inferiore. La costante ricerca di materiali ha inoltre portato al recupero di pezzi ormai di assoluta rarità.
Quali sono le tue esperienze in questo campo e come nasce l’idea della First National? «Nasco come attore e mi reputo principalmente un attore. Ho cominciato a muovermi nello spettacolo nel 1972 con una piccola troupe di amici. Giravamo dei film, all’epoca si potevano fare in 8 mm. Mi dilettavo già di regia e organizzazione e ho così ideato delle comiche stile Charlie Chaplin. Io facevo Charlot, torte in faccia, inseguimenti, botte. Le abbiamo fatte dal ’72 al ’76 ma anche lungometraggi, mediometraggi, remake di film di Chaplin come per esempio Il dittatore, cose ignobili. L’imitazione di Charlot era discreta, forse appena passabile, gli attori piuttosto bravi ma i film erano pessimi; ancora oggi mi soddisfa vedere la direzione che facevo degli attori però i film erano tutti diretti da me male, malissimo! Nel ’78 ho scritto il soggetto del mio primo film sonoro-parlato I soliti idioti, la storia di due ladri maldestri alle prese con furti che vanno sempre male, io ero uno dei due. Recentemente ho digitalizzato l’originale che era in pellicola, facendone anche una riduzione drastica da 90 a 30 minuti, conservando quella che secondo me era la parte salvabile. Ho continuato con questa troupe fino all’80, ho fatto anche dei cortometraggi su richiesta di alcuni cineclub, uno era la parodia de La febbre del sabato sera dove io facevo John Travolta (presente su YouTube, con altri filmati, con il titolo Carissimo John, ndr), li abbiamo proiettati anche alla Cineteca italiana di Milano. A una mia personale c’era Alberto Lattuada e la sorella Bianca che faceva i casting dei suoi film. Era rimasta entusiasta delle mie interpretazioni, tanto da arrivare a dirmi che mi avrebbe scritturato per uno dei prossimi film. Ma questa è una delle prime di una serie di promesse non mantenute, ma non solo per quanto mi riguarda, è il mondo dello spettacolo che è molto fittizio. In seguito partecipai a un festival di filmaker a livello nazionale con tre cortometraggi, vennero proiettati al cinema Eden di Milano, se ne occupò anche Rai3. A fare teatro inizio nell’82, per sfida praticamente. Guardando gli spettacoli ero sempre molto critico, così una sera mio padre mi disse: “Ma perché non li fai tu che parli tanto?”. E così con un paio di amici, tra cui Angelo Quagliotti che ancora oggi è mio importante collaboratore insieme a Lorenzo Bassi, che però conosco da tempi più recenti, abbiamo messo su una compagnia teatrale che abbiamo chiamato “Amici della farsa”. Dall’82 fino al ’94 abbiamo diretto, interpretato e organizzato spettacoli teatrali di genere brillante, Cechov, Eduardo Scarpetta, Eduardo De Filippo. Poi per parecchi anni ho avuto l’esclusiva per la Lombardia di Peppino De Filippo. Non eravamo una grossa compagnia così pronta a livello di mezzi per fare grandi viaggi, siamo andati anche in Svizzera, sì, però non posti lontanissimi. È stato un bel periodo, dei begli anni che ancora oggi mi mancano. Contemporaneamente lavoravo in radio, dall’86 al ‘90 circa, prima Radio 6 poi RadioCity, dove facevo le interviste agli attori di cinema e teatro. Poi una serie di programmi televisivi: Vivere, Colletti bianchi. Nella seconda metà degli anni ’90 ho diretto il film Una scelta difficile, per conto di una casa di produzione indipendente. Abbiamo fatto anche una serie di comiche di un personaggio ripreso dalla mia esperienza teatrale delle farse di Peppino de Filippo, tale Pasqualino Pastetta, praticamente un pazzo scatenato, un misto di Mr. Bean, Chaplin e Harry Langdon. Ne ho fatto tre comiche rappresentative che mi hanno permesso poi di entrare a Mediaset nel cast di Finalmente soli con Gerry Scotti e Casa Vianello, in cui ho fatto parecchie apparizioni.Finita l’esperienza del teatro, inizio a lavorare alla First National, oggi ne sono anche il presidente. Realizziamo cineseminari di Storia del cinema, rassegne cinematografiche, restauri. Credo di aver portato anche qui il mio modo di essere controcorrente, di portare avanti quello che gli altri non vogliono fare. A teatro tutti facevano Eduardo De Filippo? E io facevo Peppino! Gli altri scartano? Io invece vedo che sono cose buone e le faccio. Gli altri ridoppiano i classici del cinema? E io recupero le colonne originali, italiane, perché poi ritengo che siano migliori di quelle rifatte in modo pedestre. Per me vedere un film è anche sentirlo. Molti critici non badano all’audio, pensano solo alla musica, mentre ci sono anche i doppiatori che sono parte integrante del film. Il doppiatore è un attore a tutti gli effetti che contribuisce al film quanto il volto sullo schermo. Quando hanno iniziato a invitarmi a qualche festival del doppiaggio, ho scoperto che questa passione in realtà era diventata esperienza. Con Angelo e Lorenzo abbiamo creato questo triumvirato. Separatamente siamo molto bravi ma insieme siamo la punta di diamante degli esperti del doppiaggio storico (ride). Abbiamo conoscenza, materiale e abilità nel montarlo, creando così delle rappresentazioni curiose e divertenti. A queste realizzazioni abbiamo dato il nome di Doppio Cinema e le abbiamo presentate nell’ambito di vari festival e manifestazioni con ospiti come Massimo Boldi, Maurizio Nichetti, Roberto Brivio. Le abbiamo proiettate alla Cineteca italiana e in vari cinema-teatri d’Italia. Recentemente nel Monferrato abbiamo organizzato un’altra rassegna cinematografica e abbiamo partecipato varie volte al Gran Galà del doppiaggio di Roma, con Pino Insegno».
Quindi non solo Storia del cinema ma anche Storia del doppiaggio. «Doppio Cinema sintetizza tutte le cose fatte dalla First National: Storia del cinema e Storia del doppiaggio. Recupero e restauro di vecchie colonne sonore cinematografiche di grandi film assurdamente andate perse, come La finestra sul cortile, Gilda, Biancaneve e i sette nani e molti altri titoli. Hanno importanza storica e grande qualità di doppiaggio. Per gli spettatori e i frequentatori dei nostri corsi è come riscoprire il film».
Cosa ne pensi della proposta di cui ogni tanto si parla di eliminare il doppiaggio e proiettare i film con i sottotitoli, come fanno in altri Paesi? «È una cosa assurda, fin dagli anni ’30 si parla di questo. Ma lo spettatore non vuole vedere i sottotitoli, vuole vedere l’immagine e gustarsi lo spettacolo. George Clooney, Brad Pitt, come gli attori del passato, li vuole sentire in italiano. E poi in Italia siamo abituati bene perché abbiamo avuto i migliori doppiatori e quindi perché toglierci questa arte? Poi chi vuole sentire le voci originali è giusto che lo faccia, perché il doppiaggio è sempre un qualcosa di estraneo ma, come diceva il grande regista Mario Mattoli, è un danno minore, se questo rende più fruibile la pellicola. A patto che sia ben fatto, fedele e le voci siano quelle giuste».
Mi vengono in mente voci storiche come Lydia Simoneschi, Emilio Cigoli… «Abbiamo fatto vari omaggi ai grandi doppiatori del passato. Per esempio, in occasione del centenario della nascita, abbiamo realizzato ciò che da anni è un nostro vecchio progetto e l’abbiamo chiamato Emilio Cigoli Day, in assoluto il più grande doppiatore. È stato la voce di Clark Gable, Humphrey Bogart, John Wayne, William Holden, Jean Gabin, Gregory Peck, Gary Cooper e tanti altri grandi del cinema. Una serie infinita di nomi, anche nel cinema italiano: Raf Vallone, Vittorio Gassman. Persino a Totò, in un film comico dove faceva il gangster, hanno dato questa voce da duro. Questo tributo ha avuto un ottimo successo, e a gran richiesta l’abbiamo replicato più volte. Abbiamo anche pensato di farne un altro dedicato a Ferruccio Amendola, la voce di Sylvester Stallone, Dustin Hoffman, Robert De Niro e altri».
Finora i Cineseminari sono stati articolati in “Storia del cinema”, “Grandi registi”, “I grandi restauri”, “Grandi comici”. Quali saranno le novità per la nuova programmazione in partenza a ottobre 2013? «La stagione 2013/2014, io le chiamo stagioni come a teatro, è molto ambiziosa perché celebreremo il ventennale d’attività. A ottobre nella nostra sede qui a Milano, e per la prima volta, faremo il Festival completo Doppio Cinema: le antologie di montaggio e le rassegne cinematografiche dei lungometraggi da noi restaurati. È una cosa unica, saranno venti serate che andranno da ottobre fino ai primi di marzo. Quindi sarà una cosa, mi auguro, molto interessante per il pubblico».
È tutto di grande interesse, non dovreste avere difficoltà a organizzare queste iniziative. «Sì, le difficoltà invece ci sono perché ogni volta che riusciamo a realizzare qualcosa non siamo mai liberi di farla veramente come vogliamo, ci sono sempre degli impedimenti. La cosa più difficile è riuscire a trovare gli sponsor giusti, perché sono iniziative particolari, di grande impatto culturale ma anche spettacolare. Noi non siamo persone che vanno in giro a cercare sovvenzioni, sponsorizzazioni, se fossero loro a proporsi ne saremmo più che felici».
Le locandine dei più famosi film, i ritratti di attori e attrici che hanno fatto sognare un po’ tutti, un originale scatto di Charlie Chaplin sembrano aspettare che si accenda il grande schermo che campeggia nella saletta delle proiezioni. Il cinema è sempre magia, quello che vedi con gli occhi e le storie che immagini. Quando si abbassano le luci, alla First National la magia è un po’ più vicina e tante di queste storie vengono raccontate.
Per informazioni e calendario iniziative: First National Via Mosè Bianchi 24 20149 Milano Tel. 02.480.042.43 www.doppiocinema.net [email protected]
Appuntamento ad Assisi per parlare di felicità
Si terrà ad Assisi, presso l’Hotel Domus Pacis, da mercoledì 20 a sabato 23 marzo 2013, il convegno dal titolo La ricerca della felicità: una sfida della vita. L’incontro, con la direzione scientifica del professor Orlando Bassetti, psicologo, psicoterapeuta e pedagogista, intende indagare i diversi aspetti di un concetto tanto importante quanto difficilmente circoscrivibile (e descrivibile) come la felicità. Nelle varie giornate verranno infatti affrontati i temi: La felicità: significato e caratteristiche, Il perché dell’infelicità: le cause e le trappole, L’itinerario educativo verso la felicità (relatori: Orlando Bassetti e Renata Lesca, consulente psicopedagogica e metodologa); La felicità nell’ambito familiare (relatore: Giancarlo Barbieri, docente di Infermieristica generale e Clinica presso l’Università di Ferrara, referente aziendale corsi Life's support based /advanced); La felicità nell’ambito professionale (relatore: Franca La Rosa, infermiera responsabile dell’area Day Service per corsi clinici presso il Centro Monzino di Milano, docente a contratto presso l’Università Statale di Milano); Le religioni promuovono la felicità? (relatore: Antonio Gentili, biblista, direttore della Comunità dei Padri Barnabiti di Campello sul Clitunno-Pg); Si può essere felici nella terza età? (relatori: Mirella Gelso, coordinatore infermieristico Day Surgery Sanremo-Im e Mara Bertin, responsabile unità organizzativa ospedaliera dell’area delle professioni sanitarie di Sanremo e Imperia).
Il meeting si rivolge in particolare a chi opera nel campo della salute e dell’assistenza. Il professor Orlando Bassetti organizza da anni corsi formativi e culturali specificamente rivolti a medici, infermieri, educatori: professioni complesse che agiscono in un settore delicato in cui entrano in gioco dinamiche che vanno oltre il concetto di cura, dove il rapporto assistente/assistito non può essere ridotto unicamente all’aspetto materiale, alla malattia nelle sue manifestazioni fisiche e al conseguente aiuto terapico. I corsi, spesso integrati da conferenze, sono incentrati sulla cosiddetta competenza relazionale, che riguarda l’equilibrio psicoemozionale, informazione/comunicazione, dinamiche di gruppo, gestione dello stress, autoconoscenza e conoscenza degli altri, aspetti etici.
Su queste tematiche, Orlando Bassetti ha anche scritto diversi saggi, tra cui Rassicurare informando e Tabù e sanità.
Il convegno è aperto anche a tutti coloro che, pur lavorando in altri settori, desiderano comunque approfondire gli argomenti in calendario. La partecipazione è gratuita, per un massimo di 100 posti.
Elena Colombo
Non tutti vogliono viaggiare in prima
Ho “conosciuto” l’antiviaggiatore su YouTube. Ero tornata da poco dalle Shetland e volendo tenere viva la magia di quelle terre cercavo dei video sull’Up Helly Aa, il Festival vichingo celebrato ogni anno a Lerwick, la città più grande delle Shetland. Mentre sto guardando uno di questi video, con la coda dell’occhio vedo il titolo Vado alle Shetland/Goin’ to Shetland e più sotto l’esilarante In partenza per le Shetland: 'a Maronna m’accompagna!
Penso che devo assolutamente vedere chi è quell’unico italiano, oltre a me, abbastanza folle da scegliere una meta così lontana e selvaggia. Bè, no, l’unico no. Ricordo una coppia di emiliani nel museo di Lerwick, ma furono gli unici connazionali trovati in loco. Gli italiani li trovi ovunque, ma probabilmente le Shetland sono troppo ovunque. I video sono veramente belli. Non sono semplici riprese o montaggi di foto, sono documenti di viaggio arricchiti da descrizioni umoristiche, commenti divertenti, impressioni. Da citazione è la scelta degli abiti pesanti a luglio, con una temperatura che si aggira attorno ai 38 gradi. L’antiviaggiatore si chiama Carlo Crescitelli, è membro dell’Associazione Culturale Italo Britannica di Avellino (Acib), dove vengono organizzate le proiezioni dei suoi video in serate con musica e dibattiti,
ha scritto alcuni libri, tra cui L’antiviaggiatore e Come farai a fuggire da te stesso... se lui continua a correrti dietro?!? ed è un blogger. E naturalmente è un viaggiatore. Non un turista, perché le sue mete non sono e non saranno mai gli all inclusive, i villaggi turistici, quelli che potresti essere ovunque perché tanto stai dentro lì, non sai nemmeno cosa c’è fuori, i resort a X numero di stelle, le spiagge affollate, le piscine con acquagym in riva al mare. Le sue mete sono fatte di natura e di incontri, sono anche quelle più difficili perché, come lui stesso ha scritto, sono i luoghi «cui nessuna agenzia di viaggio vi indirizzerà mai». Clima spesso inclemente, destinazioni non attrezzate per il turismo di massa, dove è difficile spostarsi ed è impossibile portarsi dietro le proprie abitudini. Ma sono senz’altro questi posti che ti permettono di vedere che cosa sia veramente la natura quando “esplode” in tutta la sua libertà, di provare commozione al cospetto di un animale selvatico che nuota, vola o corre fuori da qualsiasi gabbia umana, di conoscere le persone che qui abitano, di entrare per un po’ nella loro vita e farli entrare nella tua. Il viaggio, questo tipo di viaggio, diventa così anche un viaggio dentro se stessi, una riflessione, un misurare le proprie forze e capacità.
Carlo Crescitelli, attraverso i suoi video e gli scritti, ama condividere le sue esperienze di viaggio per far conoscere i luoghi che ha visitato ma anche per narrare le sue avventure interiori. Una guida di viaggio un po’ speciale, non il solito catalogo stampato su carta patinata con il mesto elenco di alberghi ordinati a seconda dei comfort offerti (compresi spaghetti e lasagne in capo al mondo), corredato da foto di paesaggi perfettini e mielosi. Ma chi ama veramente la natura sa che non c’è proprio niente di dolcemente romantico nel vento del Nord che soffia implacabile e la pioggia non è quella di D’Annunzio che «piove su i nostri volti silvani, piove su le nostre mani ignude, su i nostri vestimenti leggieri, su i freschi pensieri», è uno scroscio gelido che ti entra nel collo, nelle scarpe, ti picchia inviperito sulle mani e sulla faccia che quasi fai fatica a respirare. In momenti come questi è facile chiedersi dove avevamo la testa quando abbiamo snobbato una calda e morbida spiaggia per ritrovarci a combattere ricurvi e ciechi contro una bufera. La risposta viene dopo, quando riusciamo a riportare la pelle al riparo e pensiamo: comunque ce l’ho fatta. E ci sono altri mille motivi che danno la risposta perché, come scrive Carlo, «alla fine ne è valsa comunque la pena». Elena Colombo
Italia / Nuova Zelanda: battaglia persa a colpi di gnomi
È nelle sale in questi giorni il film Lo Hobbit - Un viaggio inaspettato. Distribuito anche in 3D, il film di Peter Jackson è un prequel della trilogia de Il signore degli anelli di J.R.R. Tolkien. Come gli altri film tratti dal romanzo dello scrittore britannico, si è preannunciato da subito come un grande successo e il mese di dicembre, tradizionalmente dedicato al cinema di famiglia, darà certamente un forte contributo in termini di affluenza dl pubblico. Essere un kolossal e appartenere al genere fantasy, sempre molto apprezzato e seguito, è già di per sé una garanzia per suscitare un gran numero di recensioni più o meno favorevoli e un altrettanto gran numero di discussioni tra gli appassionati della trilogia. Ma al di là di quest’aspetto, vale la pena soffermarsi su un dato curioso per trarne uno spunto di riflessione e, stranamente, un paragone con il nostro Paese. Non perché ci sia qualcosa che possa avvicinarci in qualche modo al Signore degli anelli, su carta o su schermo, né dal punto di vista culturale (il fantasy non appartiene alla nostra tradizione letteraria) né come ambientazione. E infatti il paragone va oltre, perché riguarda la velocità di reazione, la capacità di cogliere le opportunità, cosa che purtroppo l’Italia sembra aver dimenticato da tempo. Questa pellicola e le precedenti sono state girate in Nuova Zelanda, tra Matamata, Wellington e altre località. È un arcipelago dove è ancora possibile trovare natura incontaminata, animali che vivono nel loro habitat naturale e panorami meravigliosi, condizioni che la rendono quindi comunque un’importante meta turistica. Eppure la Nuova Zelanda ha visto incrementare notevolmente il suo volume d’affari legati ai viaggi proprio da quando Peter Jackson l’ha scelta per ambientarvi le sue scene. E i neozelandesi non sono stati a guardare. Lesti come elfi, si potrebbe dire, si sono attivati immediatamente per “sfruttare” tutte le potenzialità di questo successo, promuovendo in ogni modo il legame tra loro e il Signore degli anelli e ideando itinerari ad hoc per soddisfare il turismo cinematografico. Il sito ufficiale del turismo in Nuova Zelanda ospita varie pagine dedicate alla trilogia. Anche altri siti di viaggi, tra cui l’italiano Nuova Zelanda riportano sezioni specificatamente create per dare informazioni sui luoghi dove sono stati girati i film.
Ed ecco che ci avviciniamo al paragone, continuando, guarda la coincidenza, con un altro neozelandese, l’attore Russell Crowe. È infatti grazie al suo forte impegno e alla petizione Save the Gladiator's Tomb, promossa dall’American Institut for Roman Culture, se la Tomba del Gladiatore non verrà reinterrata per mancanza dei fondi necessari al restauro. Il mausoleo, scoperto a Roma nel 2008 durante i lavori per la fabbricazione di alcuni palazzi, è attribuito a Marco Nonio Macrino, generale dell’imperatore Marco Aurelio, ed è il monumento che ha ispirato il regista Ridley Scott per la realizzazione del film ll gladiatore, interpretato appunto da Russell Crowe, vincitore di cinque premi Oscar e campione di incassi. Almeno per il momento, e solo grazie a un interessamento “esterno”, abbiamo evitato di perdere per sempre una così meravigliosa testimonianza archeologica. Una perdita che sarebbe andata ad allungare la lista dei siti archeologici rovinati dall’incuria, dei tesori che giacciono negli scantinati dei musei.
Che nessuno dei nostri governi sia mai stato in grado di soppesare il valore del nostro incommensurabile patrimonio artistico è notorio, ma in questo caso non hanno nemmeno avuto la scaltrezza manageriale di vedere oltre la Tomba del Gladiatore per farne un’attrazione del turismo cinematografico. La Nuova Zelanda ha magicamente attirato soldi con una finzione che nemmeno appartiene a loro, noi ricopriamo di terra la nostra storia e il nostro passato. C’è chi ha la mentalità da gnomo e chi da gladiatore. Si sono solo invertiti i luoghi.
Elena Colombo
Racchiusi in un libro il corpo e l’anima
Nella migliore tradizione letteraria stile Snoopy, l’incipit potrebbe essere “Era una notte buia e tempestosa”. Ma è piuttosto difficile dare una connotazione gotica a una serata milanese, in un orario e in un periodo dell’anno in cui la città è affollata di gente che esce dal lavoro e dagli irriducibili dello shopping. L’unico aspetto climatico a cui si può fare riferimento è il gelo, quello umido e insopportabile della Bassa, che nemmeno l’ossessa moltitudine di via Torino riesce a mitigare. Di tempestoso c’è solo il dilemma se è veramente il caso di affrontare quel freddo, e il buio viene piuttosto da quelle luci natalizie un po’ sotto tono. È il 5 dicembre e la casa editrice ArpaNet ha organizzato la serata di presentazione del volume Corpo e Anima, pubblicatonella collana “Double face”. Ma il locale è uno di quelli che riesce a chiudere fuori l’inverno, colori caldi e i resti di una torre romana. E come giustamente ricorda in apertura uno dei soci fondatori della casa editrice, il nome del locale, Pane e Vino, come il loro libro ha nel nome il doppio riferimento alla materia e alla spiritualità. “Double face” è una collana che si rifà proprio a questa dualità che va poi fondendosi in un unico centro, metaforicamente e fisicamente. Il volume è infatti stampato con un diritto e un rovescio, anzi, con due diritti: due copertine a segnare l’inizio delle sezioni Corpo e Anima, che si ricongiungono poi nel mezzo. Il trait d’union è il tema degli opposti, già indagato nei precedenti titoli: Eros e Amore, Virtù e Peccato, Fedeltà e Tradimento. L’editore fa maliziosamente notare che per tutti i volumi la maggior parte dei racconti arrivati in redazione erano da classificare nella parte più cattiva. Corpo e Anima non ha fatto eccezione, laddove il corpo occupa quasi i tre quarti del libro, ma senza mai distaccarsi del tutto dalla dimensione spirituale che resta comunque fortemente presente.
Dopo l’introduzione, la serata prosegue con la lettura di brani tratti da alcuni racconti. Il reading è eseguito dall’attore Christian Clay, accompagnato dalle musiche di sottofondo di Stefano Buonanno, entrambi provenienti dal Laboratorio Teatrale Nuovo Imprevisto. L’atmosfera è affascinante, calma ma nello stesso tempo carica di attenzione. L’apprezzamento da parte del pubblico per quei momenti fatti di parole e musica si esprime negli applausi che accompagnano il finale di ciascuna lettura. I racconti rivelano le diverse suggestioni che gli autori hanno tratto dai due contrapposti concetti. C’è il corpo atletico, perfetto, allenato di un tuffatore che fallisce la prova fondamentale di un’Olimpiade, quello trattato male, avvelenato dall’alcol e ferito che giace tra l’indifferenza dei passanti, quello profanato dalla violenza o dalla malattia, e naturalmente l’erotismo. L’anima assume invece le forme della spiritualità di cui sembrano impregnati alcuni luoghi, quella delle religioni, quella delle domande che ci si pone davanti al mistero di una vita che sta nascendo o quella opposta e angosciosa di chi è di fronte alla morte.
La pila di libri un po' sbilenca che si erge nel mezzo della sala in tutta la sua fisicità, sembra almeno per quella sera vincere sull’e-book, di cui ArpaNet è stata quasi una pioniera nel 2002, ma direi che non ha molta importanza schierarsi con l’uno o l’altro fronte della battaglia. La parola scritta continua a mettere in gioco realtà produttive, unisce chi ama la scrittura e il raccontarsi alle persone che amano leggere e a creare universi paralleli per la nostra immaginazione.
Elena Colombo
Un’idea “spettacolare” per salutare il nuovo anno
Anche quest’anno è arrivato il momento di organizzare la serata del 31 dicembre. Tra veglioni e feste in piazza, un’idea alternativa potrebbe essere il teatro. Le proposte con brindisi dai palcoscenici di Milano.
Sebbene la crisi e i conseguenti tagli siano stati purtroppo impietosi anche per il settore culturale, Milano resta comunque una città con molti teatri e tra i vari cartelloni possiamo sempre trovare il genere che più ci appassiona.
Per chi volesse dunque passare un Capodanno un po’ diverso, magari brindando con le compagnie teatrali senza dimenticare le tradizionali lenticchie, alcuni teatri milanesi offrono serate speciali con spettacolo e brindisi.
Il Teatro della Triennale di Milano mette in scena Casa dolce casa- Teatro acrobatico dell’Europa dell’Est, KaraKasa Circus. Acrobazie, danze, arte di strada, una rappresentazione allegra e travolgente per salutare il nuovo anno. Inizio spettacolo ore 21, con brindisi finale. Se devi dire una bugia dilla ancora più grossa è invece in cartellone al Franco Parenti, versione italiana della commedia degli equivoci di Ray Cooney, vincitrice del premio Lawrence Olivier come miglior commedia dell’anno a Londra. Seconda replica alle 22.30 con buffet di lenticchie e spumante nell’intervallo.
Comicità in stile british e festa di fine anno per il Teatro Litta, che propone una commedia di Alan Ayckbourn: Sinceramente bugiardi. Uno spettacolo ad alta energia, messo in scena da un nuovo cast, è il programma del Teatro Leonardo da Vinci. Caos (remix) è il titolo “rivisto” dello spettacolo ideato nel 1988, e da allora replicato sia in Italia che all’estero, dalla Compagnia Quelli di Grock. A fine spettacolo si festeggia con musica, spumante e panettone.
Festeggiamenti con il cast prima e dopo la rappresentazione per il musical di genere “on the road” Priscilla la regina del deserto, al Teatro Arcimboldi. Al bel Teatro Dal Verme è invece possibile assistere al Gran Concerto di San Silvestro, musica e ambientazione briosa con inizio alle 22.30. Il Teatro Martinitt sceglie per la notte del 31 dicembre la commedia Non sarà mica la fine del mondo?!, scritta e diretta da Roberto Marafante. Alla fine dello spettacolo (inizio alle 20.00), brindisi con gli attori.
La zia di Carlo, progetto e regia di Danilo Ghezzi, è il “gran spettacolo di Capodanno” proposto dal Teatro Alfredo Chiesa, che a mezzanotte dirà addio al vecchio anno con panettone e brindisi.Speciale brindisi di mezzanotte anche per il Teatro Filodrammatici, che metterà in scena Il processo di K, ispirato al famoso romanzo di Franz Kafka Il Processo. E quando si parla di teatro, non può certo mancare uno dei suoi migliori autori, Oscar Wilde. Con L’importanza di chiamarsi Ernesto, il Teatro Caboto chiude questo 2012 con brindisi, panettone, cabaret e tombola. Musica, balletto, cabaret, brindisi fino a ore piccole al Teatro della memoria, immersi nelle atmosfere da Belle Époque de Il café chantant della vedova (allegra).
Libreria all’aperto nel cuore di Modena
Un incontro imperdibile per chi ama i libri e un’occasione per chi è a caccia dei regali di Natale.
L’8 e il 9 dicembre 2012 piazza Grande, nel centro di Modena, farà da cornice alla presentazione delle proposte editoriali del territorio modenese. All’evento, organizzato dall’Associazione Editori Modenesi, aderiscono dieci case editrici e due associazioni culturali. La manifestazione ha sempre riscosso un grande interesse di pubblico e anche quest’anno Modena si prepara ad accogliere i “famelici” appassionati della lettura. Che certamente non resteranno delusi, perché sulle tante bancarelle troveranno libri di generi diversi: narrativa e poesia, libri per ragazzi e bambini, pubblicazioni di storia locale e gastronomia, volumi di fotografia. Una vera e propria festa del libro, che soddisferà i lettori di ogni gusto ed età.
Libriamodena propone inoltre una serie di appuntamenti di sicuro interesse. La giornata di sabato sarà infatti dedicata alle presentazioni di alcuni volumi, tra i quali Modena e la storia dei bolidi rossi di Giancarlo Benatti (edizioni Il Fiorino), una lunga epopea che parte dal 1909 e che nel corso degli anni consacra definitivamente Modena come “città dei motori”. Gli incontri si terranno presso la Galleria Europa del Palazzo Comunale.
Domenica, sempre alla Galleria Europa, si potrà invece visitare la mostra fotografica Fratture, storie dal sisma, realizzata con gli scatti di cinque giovani fotografi modenesi che hanno fermato nelle loro immagini i drammatici giorni del terremoto che ha sconvolto l’Emilia. Quest’anno infatti la Rassegna si pone anche l’obiettivo di tenere accesa l’attenzione sulla tragedia che ha colpito le persone e i luoghi di questa zona d’Italia.
I libri, che arricchiscono il nostro sapere e il nostro tempo, in questo periodo tradizionalmente dedicato alla ricerca dei regali di Natale possono anche diventare una fonte di idee per un regalo intelligente ed economico.
Elena Colombo