- Allora pensa sia stato giusto?
- Moralmente? Se fosse possibile una risposta non l’avrei fatto. Ci sono culture per le quali sarebbe stato giusto: le leggi di Draconte, il phonos dikaios. Non per la nostra: nessuno lo giudicherebbe giusto. In pubblico, no, ma nel fondo del cuore... Il suicidio è un omicidio timido, diceva Pavese: funziona anche al contrario, l’omicidio è un suicidio timido. E alla fine non c’è differenza, è comunque un parossismo della potenza, il grado estremo di una relazione: appartenersi fino alla morte.
Piuttosto, direi che è stato necessario. Come la storia di quei cacciatori di teste, nell’arcipelago delle Filippine o a Samoa, non ricordo: gli chiesero, perché tagliate le teste? E loro risposero: a causa del dolore. Il dolore attraversa la straordinaria macchina dell’esistenza, come il vapore in una tregenda vittoriana, le impone leggi, provoca azioni. Qualcosa deve accadere, dal dolore. Altro dalla scienza della morte è soltanto il miracolo: proprio il miracolo della compassione. Quanto male si eviterebbe, se gli uomini avessero compassione l’uno dell’altro. Se volessero lenirsi il dolore a vicenda, se pensassero la tenebra e l’inverno che stanno nell’altro, io stesso - il tumulto del cuore nella luce smarrita. Basta davvero così poco, l’elementarità del miracolo. Anche questa volta sarebbe bastato. Parole, ascolto, perdono. Aver compassione, dichiarare la compassione davanti agli inquisitori. Come io non posso fare davanti a lei, come non avrebbe potuto fare la vittima: nessuna differenza, le dicevo. Dichiarare la compassione contro il rosso tuorlo d’uovo del tramonto, accogliersi un poco, quello che basta, nell’irreparabile frattura della nascita. Le giuro, sarebbe bastato.





















