Gli Stati, indipendentemente dalla loro forma politica o dal contesto geografico, sviluppano una notevole abilità nel reperire risorse fiscali dai cittadini.
Quando un sistema di tassazione si rivela efficace e discreto, viene presto adottato altrove. Il motivo è comprensibile: le finanze pubbliche richiedono entrate per sostenere funzioni essenziali (difesa, giustizia, infrastrutture, servizi sociali), ma prelievi diretti e visibili suscitano sempre opposizione. Per questo motivo prevalgono spesso imposte indirette, dilazionate o applicate su consumi quotidiani, che risultano meno percepite come un onere diretto.
Smith non si opponeva alle tasse in quanto tali. Al contrario, riteneva che dovessero rispettare alcuni principi fondamentali: essere proporzionate alla capacità contributiva di ciascuno, certe e prevedibili nei tempi e negli importi, comode da versare e raccolte con il minor costo possibile per la collettività.
Solo così la fiscalità sostiene lo sviluppo economico senza soffocarlo, favorendo lavoro, commercio e creazione di ricchezza condivisa.
A distanza di oltre due secoli e mezzo, i semplici princìpi individuati da Adam Smith sono ancora disattesi da governi che cercano ogni mezzo per mettere le mani nelle tasche dei contribuenti nel modo più occulto e micragnoso possibile.
Non puoi avere crescita economica e un sistema fiscale del genere contemporaneamente. O l'una, o l'altro.











