Perché anche l’uomo più bello, più santo, più coraggioso, più intelligente del mondo, una poteva magari andarci a letto, o tirar fuori 175 milioni per comprare un suo quadro, o farsi ammazzare sulle barricate gridando il suo nome; ma se non sapeva stare a tavola, se appoggiava le posate ai lati del piatto come i remi di una barca, per esempio, be’, c’era poco da fare, lei non sarebbe mai stata capace di vederlo sul serio come un suo simile. Erano questi, i veri pregiudizi di classe. Distribuire il latifondo tra i braccianti affamati - pensò generosamente - regalare l’argenteria ai lebbrosi, gettare bottiglie molotov contro la Rolls Royce di un cugino biellese, era ben più facile che liberarsi di queste piccolezze formali, dure e insolubili come calcoli renale. E se i rivoluzionari non fossero stati sempre quei semplicioni che erano, ne avrebbero tenuto conto, nei loro processi sommari. “Non impugnava il cucchiaio come una vanga: ventisette anni in Siberia.” “Non tagliava l’omelette col coltello: fucilato.” “Non beveva il caffè col mignolo alzato: impiccato”. Lei non avrebbe avuto niente da obbiettare, a delle sentenze del genere.
- Nella dichiarazione dei diritti dell’uomo, - stava dicendo Massimo, - dovrebbe esserci anche questo.
- Ah. Siete arrivati alla rivoluzione?
- Non stai mai attenta, quando si parla di cose serie. Siamo arrivati al diritto inalienabile di non intendersi di vini.
Fruttero & Lucentini, La donna della domenica, Arnoldo Mondadori Editore, 1972, p. 159-160