Ieri ho urlato sul lavoro.
Non è stato esattamente il vertice della professionalità, da parte mia, ma non ho retto.
Nello specifico, non ho retto a un cinquantenne che ha fatto di nuovo la cosa che io gli avevo chiesto con fermezza di non fare mai più. Ovvero, ignorare me e la mia lezione per guardare sul dizionario cose non pertinenti (grazie alle quali poi deragliare la suddetta lezione) e finire col dovermi chiedere di rispiegare le cose che avevo ampiamente illustrato mentre lui era tutto intento a sollazzarsi col dizionario.
Quindi, shame on me, ho urlato.
Ho urlato perché ne avevo le tasche piene, ho urlato perché ero stanca, ho urlato perché era un cinquantenne, non un bambino dell’asilo, a non essere in grado di rispettare una richiesta più che ragionevole.
Ho urlato perché era una palese mancanza di rispetto.
Ho urlato perché il cinquantenne ha avuto la faccia tosta di dirmi “Ma la lezione è finita, pensavo…” quando alla fine della lezione mancava ancora un’ora e tre quarti, e 15 minuti ancora ci separavano dall’intervallo.
Ho urlato perché sono sanguigna, e quando scoppio, scoppio.
“Si ricordi che lei è una donna,” ha detto il cinquantenne.
E il mio cervello ha avuto un momento di “Cosa. Cazzo. Stai. Dicendo? Non avrai il coraggio di-”
Certo che ha avuto il coraggio!
“Si ricordi che lei è una donna,” ha ripetuto, per poi aggiungere: “le donne dovrebbero essere gentili, la gentilezza vi appartiene.”
Nella mia testa è partita una visione mistica in cui qualcosa di grosso e cattivo, con più artigli e zanne che gentilezza, sollevava il cinquantenne, lo sbatacchiava per la stanza, gli squarciava la gola a morsi, gli strappava il cuore, se lo mangiava di gusto e poi, urlando tutta la propria giusta furia, gettava il cadavere malmenato fuori dalla finestra.
Il cinquantenne può ringraziare tutti i santi (e gli dei, e le fate madrine, e gli spiriti benevoli) di questo mondo e ogni altro, perché ancora vive, respira e non gli mancano arti.
Può ringraziare che ero seduta alla cattedra, e lui era in fondo all’aula.
Può ringraziare che ho solo urlato, senza tirare fuori tutte le parolacce e gli insulti che si era appena guadagnato.
Può ringraziare che invece di gettarlo fuori dall’aula per essere stato un coglione maschilista irrispettoso e senza spina dorsale, si è preso solo la frase “La gentilezza si merita. Tu non te la sei guadagnata.”
La cosa che mi dà più fastidio di tutto questo è essermi sentita ridurre a una generalizzazione del cavolo, una frase fatta come tante.
I cani sono fedeli.
I gatti sono subdoli.
Non ci sono più le mezze stagioni.
Le donne sono gentili.
L’uomo ha da puzzà.
Millenni di donne che sono (anche) altro, oltre a gentilezza, dimenticati come sempre.
È più facile pensarci solo come creaturine dolci e gentili.
Vederci incazzate come iene perché siamo state trattate senza il minimo rispetto professionale dev’essere destabilizzante, rompe lo schema predefinito in maniera troppo violenta.
E no, venirmi a dire a fine lezione che di tutti i tuoi insegnanti in materia sono stata la più chiara, la più precisa, non mi rabbonisce per niente.
Al contrario, mi fa incazzare ancora di più: se sono un’insegnante così chiara e precisa e interessante e tutti gli altri complimenti che mi fai, perché ti senti in diritto di ignorarmi e mancarmi di rispetto?
Ishtar, dea dell’amore, della fertilità e della guerra. II millennio a.C.
Artemide fa sbranare vivo Atteone dai suoi stessi segugi, 470 a.C.
Copia dell’Atena Parthenos, III secolo d.C. Lo scudo è lì per bellezza.
Hera, la gentile dea che cercò di ammazzare il proprio figlioletto deforme e quello bastardo del marito. V secolo a.C.
Boudicca fu protagonista di un’altra notoria rivolta armata di sola gentilezza nel I secolo d.C.
Morrigan, dea celtica della guerra
Zenobia, III d.C., che si ribellò con gentilezza
Giovanna d’Arco combatté gli inglesi armata di gentilezza, mica di spada
Giuditta taglia gentilmente la testa a Oloferne, tela del 1620 su episodio del VI s. a.C.
Anne Bonney (1697-1720). La pirateria è una faccenda di estrema gentilezza
Certi giorni, l’approccio di Fiona sembra l’unico di buonsenso.
Sì, Fiona, spariamo, che forse è meglio.
La gentilezza vi appartiene Ieri ho urlato sul lavoro. Non è stato esattamente il vertice della professionalità, da parte mia, ma non ho retto.