Impero te.
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Impero te.
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Nei dialoghi in cui c'è sempre uno scafato, più scafato di Trasimaco, a spiegare quanto sia inutile, puerile, illusorio, ingenuo, obiettare alla legge del più forte, io tendo sempre, per deformazione professionale, a stare dalla parte di Socrate. Soprattutto se lo safato di turno è civile, liberale e democratico.
Prendiamo il comunicato del governo, quello dell'intervento difensivo legittimo degli USA in Venzuela. Lo scafato mi spiegherà che è un capolavoro di cerchiobottismo, il che equivale a dire: il nostro governo non ha avuto il coraggio politico di dire che l'intervento non si pone proprio sul piano della legittimità o illegittimità dal punto di vista del diritto internazionale, perché il diritto internazionale è carta straccia da mo', poveri illusi. Questo pannicello caldo della legittimità dell'intervento fa ridere: lo scafato non se la beve. Dopodiché lo scafato che altro può dire? Se la politica è una questione di rapporti di forza, che si usi pure la forza, finché si può.
E in effetti Trump non perde mica tempo. Parla alla stampa e dice: uhm, Machado non funziona (non ha carte in mano); uhm, vorrà dire che il Venezuela lo governiamo noi, finché le cose non andranno come devono andare (noi sì che abbiamo le carte); e, tre, il petrolio tocca a noi, che le carte le abbiamo (en passant, in questi passaggi, Trump infila qualche tentativo di giustificazione - la droga, la sicurezza, ci hanno rubato il petrolio: inutile dire che lo scafato non se li può bere -).
A questo punto, però, cosa si può obiettare a Trump? Ben poco, temo. Allora, agli scafati democratici che, arrivati fin qui, provano a dire che però ora dobbiamo lavorare perché il Venezuela si dia un governo democratico legittimo (cavolo, legittimo), o perché il ruolo della Machado sia rispettato (e come si fa: che carte ha la Machado?), e persino lavorare perché i proventi del petrolio vadano al popolo del Venezuela (ma perché dovrebbero?), si può chiedere: ma quindi chi sarebbe l'illuso, l'ingenuo? E la popolazione: che carte ha in mano?
Massimo Adinolfi
THIS but it's (some) sardegna empire girls 🩷🩷
Dermar
Il Tessuto nell'Età del Canova
a cura di Marta Cuoghi Costantini
Electa, Milano 1992, 104 pagine, 22x24cm, ISBN 9788843538799
euro 45,00
email if you want to buy [email protected]
Affascinante monografia pubblicata in occasione del centocinquantenario della morte di Antonio Canova, che offre uno spaccato del gusto tessile in periodo Neoclassico ed Impero. Con interessanti contributi saggistici di vari autori e magniiche illustrazioni di tessuti per arredamento ed abbigliamento.
12/09/24
“ Invece di decifrare i mille volti del perdente, i sociologi si attengono alle loro statistiche: valore medio, devianza standard, distribuzione normale. Raramente arrivano a ipotizzare che potrebbero a loro volta fare parte dei perdenti. Le loro definizioni sono come quando si gratta una ferita: stando a Samuel Butler, quella poi prude e duole piú di prima. Fatto sta che da come l’umanità si è organizzata – «capitalismo», «concorrenza», «impero», «globalizzazione» – non solo il numero dei perdenti aumenta di giorno in giorno; come in ogni compagine di massa presto si verifica un frazionamento; con un processo caotico e indecifrabile le schiere dei soccombenti, dei vinti, delle vittime si scindono tra loro. Il fallito si rassegna alla propria sorte, la vittima chiede soddisfazione, il vinto si prepara alla prossima tenzone. Ma il perdente radicale si ritrae in disparte, diventa invisibile, coltiva il suo fantasma, raduna le proprie energie e attende la sua ora. Forse mette conto di inquadrare il suo antipodo, il vincente radicale. Anche costui è un prodotto della cosiddetta globalizzazione, e sebbene tra i due gruppi non si possa istituire alcuna simmetria, essi hanno in comune alcune caratteristiche. Anche il Master of the Universe in campo economico, che per potere e ricchezza supera tutti i suoi predecessori, è socialmente del tutto isolato, in balía costante dei propri fantasmi, già per meri motivi di sicurezza è affetto da perdita della realtà, si sente frainteso e minacciato.
Certo è che con le categorie dell'analisi di classe non è possibile venire a capo delle contraddizioni che qui si prospettano. Chi si accontenta dei criteri oggettivi, materiali, degli economisti, dei loro indici e delle deprimenti diagnosi degli empirici, non capirà nulla dell'effettivo dramma del perdente radicale. Quasi sempre si tratta di un soggetto maschile. Appurarne i motivi può sembrare banale, ma non è superfluo. Chi si attribuisce una superiorità, per il passato lapalissiana, e non si è rassegnato al fatto che i giorni del primato sono finiti, molto difficilmente accetterà la propria perdita di potere. (Non molto tempo fa esisteva ancora nelle famiglie tedesche un «gestore domestico»). Per tutte queste ragioni un uomo che si sente un perdente radicale avverte una caduta immaginaria, in genere non percepita da una donna. Va detto però che al perdente, per radicalizzarsi, non basta quello che gli altri pensano di lui, siano essi concorrenti o sodali, esperti o vicini di casa, compagni di scuola, capi, nemici o amici, ma soprattutto la moglie. Egli stesso deve metterci del suo; deve dirsi: io sono un perdente e basta. Finché non sia convinto di questo, per quanto se la passi male, per quanto povero e impotente, umiliato e sconfitto, diventa un perdente radicale soltanto quando ha introiettato il giudizio degli altri che ritiene vincenti. Solo allora va in tilt. “
Hans Magnus Enzensberger, Il perdente radicale, traduzione di Emilio Picco, Einaudi, 2007. [Libro elettronico]
[ Edizione originale: Schreckens Männer. Versuch über den radikalen Verlierer, Suhrkamp Verlag, Frankfurt am Main, 2006 ]
Her sister...
UwU
Formidable is sick of Impero's shit.
Breakfast at local cafeterias are the best