[…] L’eleganza della postura attinge direttamente a una “formula” antica, una Pathosformel, nella quale l’artista s’era imbattuto replicando rilievi ellenistici o romani che raffiguravano il tipo del “Persiano morto”. La Santa Cecilia si elevò a “statua tra le più celebri del suo tempo”. Conobbe numerose varianti, più o meno riuscite: quali Santa Martina di Niccolò Menghini (1635)
o Santa Anastasia di Francesco Aprile (1685), entrambe a Roma.
Il suo destino si protrarrà nel tempo - in particolare, fin nel romanticismo - facendosi riconoscere nella Morte di Ofelia di Delacroix.
Non va perso di vista, tuttavia, che il capolavoro di Maderno, per quanto singolare, fa parte del sistema della figurazione dei corpi prostrati - nella statuaria classica o moderna, pagana o cristiana - che lo comprende come una variante tra le altre. Considerando soltanto i due criteri della postura e del panneggio, possiamo facilmente situare Santa Cecilia in un ampio quadro di possibilità, in cui essa si oppone, secondo il concetto Warburgiano delle “inversioni dinamiche”, ad altre varianti dello stesso periodo. Cecilia è rivolta al suolo e rinchiusa su se stessa in modo altrettanto spettacolare di altri sacri corpi che si aprono e si offrono, distesi sulla schiena, nel bene (estasi) o nel male (angoscia) che li sfibra.
Georges Didi-Huberman








