“ Anche nei centri avanzati di civiltà, la violenza prevale attualmente: è praticata dalla polizia, nelle prigioni e negli istituti per malati di mente, nella lotta contro le minoranze razziali; è portata, dai difensori della libertà metropolitana, fino nei paesi arretrati. Questa violenza in realtà genera violenza. Ma trattenersi dalla violenza di fronte alla violenza immensamente superiore è una cosa, rinunciare a priori a rispondere colla violenza alla violenza, nel campo etico o in quello psicologico (perché può agire contro i simpatizzanti) è un’altra. La non-violenza normalmente non viene soltanto predicata ai deboli ma pretesa da essi - è una necessità piuttosto che una virtù, e normalmente non danneggia seriamente la condizione dei forti. (Il caso dell’India è una eccezione? Là, la resistenza passiva fu portata a buon fine su scala di massa, e spaccò o minacciò di spaccare la vita economica del paese. La quantità si trasforma in qualità: su tale scala, la resistenza passiva non è più passiva - cessa di essere non-violenta. Lo stesso vale per lo sciopero generale). La distinzione di Robespierre tra il terrore della libertà e il terrore del dispotismo, e la sua glorificazione morale del primo appartiene alle aberrazioni più convincentemente condannate, anche se il terrore bianco fu assai più sanguinoso del terrore rosso. La valutazione comparativa in termini del numero delle vittime è l’approccio quantificante che rivela l’orrore prodotto dall’uomo durante tutta la storia che fece della violenza una necessità. In termini di funzione storica, c’è una differenza tra violenza rivoluzionaria e violenza reazionaria, tra violenza messa in pratica dagli oppressi e violenza messa in pratica dagli oppressori. In termini di etica, ambedue le forme di violenza sono inumane e dannose - ma da quando in qua la storia è fatta in accordo alle norme etiche? Cominciare ad applicarle là dove i ribelli oppressi lottano contro gli oppressori, quelli che non hanno niente contro i possidenti è servire la causa della violenza reale indebolendo la protesta contro di essa.
«Capite finalmente questo: se la violenza è cominciata stasera, se lo sfruttamento o l’oppressione non sono mai esistiti in terra, forse la nonviolenza ostentata può placare il dissidio. Ma se il regime per intero e fin i vostri nonviolenti pensieri sono condizionati da un’oppressione millenaria, la passività vostra non serve che a schierarvi dal lato degli oppressori» (J.-P. Sartre, Prefazione a Frantz Fanon, I dannati della terra, ed. it., Einaudi, Torino 1962, p. 20). “
R. P. Wolff, B. Moore jr., H. Marcuse, La Critica della tolleranza - La forma attuale della tolleranza: un mascheramento della repressione, Einaudi (traduzioni di Domenico Settembrini e Lorenzo Codelli; collana Nuovo Politecnico, n° 25), 1968¹; pp. 94-95.
[ Edizione originale: A Critique of Pure Tolerance, Beacon Press, Boston (MA), USA, 1965 ]