Flussi di coscienza sul tempo e altri animali mitologici.
Pensavo che avrei iniziato il blog con un post introduttivo. È da giorni che non faccio altro che cercare un modo accattivante per conquistarmi l'affetto delle persone, scervellandomi su quali parole usare e quali no.
Invece, mi ritrovo a scriverlo sul quaderno degli appunti di arte medievale, circondata dal familiare odore di carta della biblioteca, al posto di studiare per l'esame di mercoledì. E io non lo so quando pubblicherò questo post, se prima dell'esame, se dopo, se fra un mese o mai più. L'unica cosa che so è che sentivo il disperato bisogno di scrivere, e mi sono ritrovata a farlo senza nemmeno rendermene conto.
Ma in questo confusionario giro di parole, dov'è che voglio arrivare? Perché sto perdendo tutto questo tempo?
Perché è proprio di questo che voglio parlare: del tempo che passa e se ne va.
Lo scorrere dei minuti è una delle mie più grandi ossessioni. Da quando ho iniziato l'università, dal momento in cui ho messo piede in quella landa pericolosa chiamata “vita da adulti”, sono stata risucchiata in un vortice: lezioni, esami, vita sociale che tardava a ingranare, coinquilini, crescere, vivere, fare i conti con le parti belle e quelle fastidiose della mia persona, piangere. E non ho fatto altro che chiedermi: sto gestendo bene il mio tempo? Potrei organizzare meglio la mia giornata? Sto facendo qualcosa di reale per la mia vita?
Uno stuolo di domande che, dopo cinque anni, hanno riscontrato solo risposte negative da parte della sottoscritta. Mi sembrava di non fare mai abbastanza, come se fossi sempre cento passi lontana dal traguardo.
Finché, l'altro giorno, una conversazione mi ha dato da pensare. Ero da una mia amica, e lei stava dietro ai fornelli. Stava cucinando per me, dentro quella casa che mi ricorda il sole e vecchie fotografie sbiadite, e c'era un delizioso odore di sugo. Io invece ero appollaiata su una sedia in posizione di difesa, ginocchia al petto e testa bassa, e le stavo raccontando le ultime fantasmagoriche (ma non troppo) novità della mia vita. O meglio, me ne stavo lamentando. Sebbene dica sempre il contrario, sembra che lamentarmi sia la cosa che mi riesce meglio fare. Comunque, arrivata al punto della questione, ho sbuffato: “non posso rischiare di perdere altro tempo”. E lei, sorridendomi con lo stesso calore che emana quella casa, mi ha risposto: “Ma tu hai ancora 24 anni, tesoro. Puoi concederti di perdere un po' di tempo”.
Lì per lì, non ci ho fatto molto caso. Ho gettato quella frase in un cassetto del mio cervello, e l'ho lasciata là a prendere polvere fino a oggi. Davanti a un libro sottolineato fino alla nausea, mi sono chiesta: ma io sto effettivamente perdendo tempo? Potrei fare più di quello che già faccio? Continuo a sentirmi come se non stessi correndo abbastanza, come se tutti gli altri mi stessero superando. È un meccanismo automatico che va avanti da anni e anni. Ma mi sono resa conto che non è una gara. Non lo è mai stata, e mai lo sarà.
Se gli altri in un'ora riescono a leggere sessanta pagine e io dieci, non sono difettosa.
Se gli altri a 24 anni hanno già un lavoro e io no, non sono difettosa.
Se gli altri hanno una relazione e io no, non sono difettosa.
Voglio solo districarmi fra i fili della vita senza rischiare di rimanere intrappolata e voglio farlo a modo mio: ascoltando musica, pensando alle ingiustizie del mondo, preparando un dolce, prendendomi cotte e delusioni, vincendo, perdendo, e provando a migliorarmi giorno dopo giorno. E, soprattutto, imparando ad essere un po' più clemente con me stessa.
Arrivati alla fine di questo post, non ricordo più perché l'avessi iniziato o cosa volessi comunicare. Direi che, come prima volta, può anche bastare.
PS: mi chiamo Roberta, piacere di conoscerci.