MATTEO RENZI E L'USO DEI MORTI
I morti non possono parlare e tanta gente ne approfitta. Su Facebook trovi un mucchio di stronzate attribuite a Einstein, a Voltaire, a Oscar Wilde e persino a Charlie Brown, che non è morto ma non può più dire niente perché è morto il suo autore. Quelle stronzate in realtà sono elucubrazioni di persone che usano una tecnica vecchia come il mondo: il principio di autorità. L'ha detto Tizio e allora posso evitare un lungo ragionamento che non sarei in grado di fare. È vero e basta. Contraddirmi significa essere brutte persone. Significa sputare sulla memoria di Tizio. Per fortuna oggi c'è Google e bastano rapidi controlli per capire che Tizio non si è mai sognato di pronunciare certe parole. Tanta gente evita questa fatica, forse perché inserire qualche parola chiave su Google è contrario alla sua religione, e si limita a condividere il presunto parere di Einstein, anche quando Einstein dice che vogliono inserire microchip nei nostri corpi con i vaccini e che le scie chimiche ci uccideranno tutti. Esiste un altro modo per usare i morti: inventare quello che direbbero se fossero ancora qui. I morti non possono tornare in vita per punirti, per sputtanarti, per urlare sui tetti del mondo il loro barbarico: "È una stronzata che non direi mai". Matteo Renzi ha usato questa tecnica e l'ha fatto nel modo peggiore, perché ha scavato in una ferita. Si è servito dei morti di Bergamo e Brescia per rovesciare addosso a chi lo ascoltava l'applauso immaginario delle vittime di una catastrofe. Quei morti sono stati arruolati nel suo esercito immaginario. Matteo Renzi ha affermato: "Se i morti di Bergamo e Brescia potessero parlare direbbero: ripartite anche per noi". Ha detto "se potessero parlare" per dipingersi come l'eroe che restituisce la voce alle vittime. Google non può aiutarci a smentire il suo delirio messianico. Ma non serve Google per capire che si tratta di un'azione ignobile.
— L’Ideota












