Salmos 104

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Salmos 104
Massimo Serato et Alida Valli dans "Le Mariage de Minuit" de Mario Soldati (1941) - d'après le roman éponyme d'Antonio Fogazzaro (1895) - novembre 2023.
Matilde Serao - Le Amanti
Era un taciturno ed energico uomo di azione, un meridionale senza parole che applicava al lavoro assiduo, quotidiano, tutta la forza che gli altri meridionali sprecano in sogni, in parole, in declamazioni; e l’assuefazione a questo concentramento, l’assembrare ogni giorno tutto l’impeto del suo temperamento focoso, e il domarlo con la forza della volontà, e il farne uso per un lavoro scientifico e pratico, nel continuo contatto della vita e dei libri, della umanità che soffre, lo aveva reso celebre a trentacinque anni, orgoglioso, ma non vanitoso della sua grande reputazione, fortunato, ma non reso più meschino, più piccolo dalla sua fortuna. Ah no, egli non potea sognare per il pallido volto di giglio di Bianca Maria Cavalcanti: troppa gente intorno a lui si ammalava di tifo, di vaiuolo, di tisi, di cento altre dure, quasi invincibili malattie, che chiedevano la sua presenza, il suo soccorso, la sua energia quotidiana! Troppa gente lo chiamava, lo invocava, gli tendeva le mani, chiedendo aiuto, assediando il portone, le scale, la sua porta, la sua anticamera, cercandolo all’ospedale, cercandolo all’Università, andando ad aspettarlo alla porta degli altri ammalati, con la pazienza e la rassegnazione di chi aspetta un salvatore! Troppi, troppi soffrivano, si ammalavano e morivano, perché egli potesse sognare per la esile apparizione, mirando il candido volto che si piegava, pensieroso, sotto il peso delle trecce nere! Pure, attraverso quella vita tutta lavoro utile, per sé e per gli altri, attraverso quella continua azione, la cui apparenza di frettolosa durezza e talvolta di dolorosa brutalità scientifica era compensata dalla nobiltà dei quotidiani sacrifici, quella figura attraente nel suo silenzio e nel suo pensiero, confortava ogni mattina la fantasia del dottor Antonio Amati: man mano la giovanile apparizione prendeva un posto fra le cose che il dottor Antonio Amati prediligeva e che amava di trovar al loro posto, ogni giorno: i suoi libri, i suoi vecchi quaderni di pelle, certi ricordi di infanzia e di giovinezza, la manina di cera modellata su quella di una sorellina che gli era morta, un’antica fotografia di sua madre che viveva in provincia di Campobasso, la provincia di cui egli conservava il forte accento, malgrado la sua dimora di diciotto anni a Napoli e i suoi viaggi in Francia e in Germania.
Matilde Serao, Il paese di cuccagna, Ist. Geog. De Agostini (collana Capolavori della narrativa), 1984 [Ed.ne or.le 1890]; pp. 119-21.
— Che leggete? — chiese lui, lasciando cadere la domanda, non curante della risposta. — Leopardi — rispose lei, senza alzare la testa. — Un uomo che dice di aver sofferto. — E non è vero — mormorò Teresa. — E non è vero — gridò lui, rabbiosamente. — Non permetto a nessuno di dire che ha sofferto, quando non ha vissuto la mia vita! Lei lo guardò sdegnosa, fremente per lo stesso sentimento di egoismo vanitoso. — Sentite — disse lui, pacatamente, dopo un poco. E senza guardarla, fissando il muro dirimpetto o un punto indefinito, senza fare un gesto, con la sua voce bassa dove non scorreva più calore, dove non vibrava più vita, fermandosi ogni tanto per respirare, le narrò minutamente la storia del suo amore, come era nato, in quale ambiente desolato era cresciuto, come egli n’era stato invaso e travolto: poi come questo amore era stato violentemente spezzato. Egli narrava lentamente, senza fare alcuna osservazione, impersonalmente, quasi che dicesse la storia di un altro: precisava nettamente i fatti, metteva le date, accennava a tutte le più piccole circostanze. Il racconto sgorgava freddo e tranquillo, con un movimento d’impulsione quasi matematico, andando diritto alla sua via, quasi rigido, quasi inflessibile. Sembrava il resoconto imparziale, né severo, né indulgente, di un giudice che ha dimenticato di essere uomo. Non portava opinione di narratore, sembrava che in lui tutto tacesse dalla coscienza alla fantasia, e che solo operasse lucidamente, algebricamente, la memoria. Teresa ascoltava, senza guardare Guido, distesa nella sua poltroncina, con gli occhi socchiusi, immobile, senza interromperlo mai, attenta forse, disattenta forse, ma simile alla sfinge che tutto pensa dietro la sua fronte di liscio granito. Lui narrò a lungo, a lungo: suonavano le ore all’orologio, trascorreva la notte e lui narrava sempre e lei ascoltava sempre. Quando finì, l’alba bigia spuntava: lui si levò e prese il cappello, senza aggiungere altro: lei si levò senza parlargli. Guardandosi in faccia, si videro lividi in quella scialba luce. Così, tacitamente, si lasciarono. Il giorno seguente, quando lui giunse, Teresa trovò la parola: — E voi? — gli chiese. — Io? io ho finito. Ho chiuso. Sono morto. — O felice, felice! — gridò lei. — Io sono viva ancora, io non posso morire. E trasalendo, impallidendo, piangendo a riprese, coi singhiozzi che rompevano le parole, col rossore dello sdegno che asciugava le lagrime, coi fremiti della gelosia che ancora le facevano morire la voce, ora abbandonandosi nella desolazione, ora rialzandosi nella collera, ella disse come si era perduta. Era un racconto informe, affogato, tutto ripetizioni, tutto intralciato di osservazioni, di esclamazioni, ricominciato cinque o sei volte, affannoso, balzante dall’ironia alla passione, dalla tenerezza al furore. Lei raccontava, esaltandosi, inebriandosi della propria voce, ascoltandosi, come se Guido non fosse più là, come se dialogasse con se stessa. Da tanto tempo quella storia le ruggiva dentro ed essa la comprimeva e si sentiva soffocare. Era presa dalla febbre dell’espansione, dal delirio di dire tutto, di gettare via il suo segreto per poter respirare. Avesse avuto cento persone là innanzi, crudeli o indifferenti, avrebbe sempre detto tutto. Si sentiva morire, se non parlava. Quando tacque, non aveva finito. Solo la voce mancava, gorgogliante nella strozza: solo il corpo si lasciava vincere da una lassezza. Ma nella figura ella rimaneva tragica e disperata, simile a una greca eroina di Eschilo che la fatalità ha pietrificata nel dolore.
Matilde Serao, Sacrilegio, in: Cristina, Enrico Voghera Editore, Roma, 1908.
Nel mese di maggio Cristina Demartino ricevette un giornale politico letterario di Forlì, il "Satana", dove era pubblicata una ode barbara di Aldo Fiorello, dedicata a "una fanciulla sciocca". In essa l'autore si burlava, in metro alcaico, di una fanciulla provinciale, bacchettona, che ancora aveva la volgarità di credere nel "vecchio Jehova dei sacerdoti", che era anemica, ammalata d'isterismo, ipocrita e desiderava l'amore solo sotto il giogo coniugale, che è la galera dei liberi cuori. L'autore, Aldo Fiorello, dichiarava d'essere stato ingenuo sino al punto di amare questa stupida, ma che allargatoglisi innanzi l'orizzonte, "sapute le tempeste", egli preferiva, sì, preferiva l'amore che la "chellerina" gli offriva, insieme con la tazza spumante di birra. Di questa poesia Cristina non capì la parola "Jehova", ma la credette una bestemmia e si segnò; non capì la parola "chellerina", ma intese, in generale, che lo studente si permetteva d'insultarla e pianse di collera.
Matilde Serao, Cristina, Enrico Voghera Editore, Roma, 1908.
Accattatavillo!
Appena ha due soldi, il popolo napoletano compra un piatto di maccheroni cotti e conditi; tutte le strade dei quartieri popolari, hanno una di queste osterie che installano all'aria aperta le loro caldaie, dove i maccheroni bollono sempre, i tegami dove bolle il sugo di pomidoro, le montagne di cacio grattato, un cacio piccante che viene da Cotrone. Anzi tutto, quest'apparato è molto pittoresco, e dei pittori lo hanno dipinto, ed è stato da essi reso lindo e quasi elegante con l'oste che sembra un pastorello di Watteau; e nella collezione di fotografie napoletane, che gl'inglesi comprano, accanto alla monaca di casa, al ladruncolo di fazzoletti, alla famiglia di pidocchiosi, vi è anche il banco del maccaronaro. Questi maccheroni si vendono a piattelli di due e di tre soldi; e il popolo napoletano li chiama brevemente, dal loro prezzo: nu doie e nu tre. La porzione è piccola e il compratore litiga con l'oste, perchè vuole un po' più di sugo, un po' più di formaggio e un po' più di maccheroni.
M. Serao, Il ventre di Napoli, 1906. Online su LiberLiber.