In casa mia abita un essere mitologico: Leo Sfinge. Sdraiato sul tappeto del disimpegno, all’ingresso, assume la posa regale della Sfinge egizia, con un’aria di sufficienza che farebbe tremare chiunque. Appena varco la soglia, i suoi occhi mi trafiggono, inquisitori, come se per oltrepassarlo dovessi superare una prova. Non si passa senza rispondere ai suoi enigmi.
“Umano,” esordisce con un tono che trasuda superiorità felina, “se vuoi passare, accetta il senso della vita: miao.”
“Leo, il senso della vita è un po’ più complicato da decifrare…” tento di ribattere.
“Non hai capito: miao,” ripete, scandendo ogni sillaba come se parlasse a un cucciolo lento di comprendonio.
“Miao?!” ripeto, confuso.
“Esatto. Quale parte di ‘miao’ non ti è chiara?”
“Ehm… credo nessuna.”
“Lo immaginavo. Il senso della vita è miao,” conclude con un ghigno soddisfatto.
“Quindi mi stai dicendo che ‘miao’ è il senso della vita?” chiedo, cercando di stare al suo gioco.
“Esattamente, umano. Ogni tanto quel tuo cervellino da menteGatto ci arriva. Il miao è tutto.”
“Quindi niente Yin e Yang, ma… Miao e Meow?” azzardo, con un mezzo sorriso.
Leo socchiude gli occhi, indignato. “Non fare il maleduGatto. Sii serio, umano ridicolo.”
"Ridicolo? Ma per piacere" rispondo stizzito.
Leo, non smuovendosi da quell'aria di superiorità rilancia; “Va bene, rispondi a questa domanda: qual è l’animale che cammina al mattino su quattro zampe, al pomeriggio su due e alla sera su tre?”
Sorrido, questa la so. “Oh, la domanda che la Sfinge pose a Edipo. So la risposta: è l’uomo, perché quando nasce...”
“Sbagliato!” urla Leo, con fare scontroso.
“Come… sbagliato?” balbetto, incredulo. “Edipo disse che...”
“La risposta è l’uomo, sì, ma il tempo è al contrario,” mi riprende Leo con un sorrisetto. “La sera cammina su tre zampe perché è ubriaco e si appoggia a un palo; il pomeriggio, mentre va al bar, cammina normale; la mattina, dopo una notte di bagordi, striscia a carponi.”
Fisso Leo basito. “In realtà, non è proprio così…” rispondo in un ultimo tentativo di ragione.
“Come osi contraddirmi, umano?!” ruggisce, alzandosi a metà, “Vuoi che vomiti sul tappeto o preferisci il divano?”
“No, no, hai ragione!” mi arrendo subito, alzando le mani. “Stupido io.”
Soddisfatto, Leo si rimette comodo e lancia un’altra sfida: “Rispondi a questa domanda, se potessi scegliere quale animale vorresti essere?”
“Un uccello,” rispondo d’istinto. “Per volare libero nel cielo.”
Leo mi guarda, perplesso. “Stranamente, abbiamo un pensiero in comune.”
“Davvero? Ti piacerebbe volare libero nel cielo?” chiedo, sorpreso.
“No,” risponde secco, con un lampo malizioso negli occhi. “Vorrei essere un uccello per cacare in testa a voi umani.”
“Ma dai!” esclamo, ridendo.
“Hai ragione, umano,” concede, con un tono fintamente magnanimo. “Dovrei smettere di accanirmi su di voi. Siete così… limitati.”
“Oh, grazie per il rispetto,” ribatto, ironico.
“Sempre, verso i meno fortunati,” conclude lui, con un ultimo sguardo sprezzante.