| Poema: Era en invierno | | Autor: Lorenzo Stecchetti | | Año: 1845 | | Fuente: Recorte de un diario argentino |

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| Poema: Era en invierno | | Autor: Lorenzo Stecchetti | | Año: 1845 | | Fuente: Recorte de un diario argentino |
Sem esperança todos nós morremos.
Io mi volli levar dal reo letame Dove marcisce la mia gioventù. Ti sputai sulla faccia un nome infame E mi giurai di non amarti più. Ahimè, la primavera oggi è fiorita, Vibra per l’aer novo un acre odor Ed un possente palpito di vita M’agita il sangue e mi fluisce al cor! Ah, de’ tuoi baci e delle tue promesse Il secreto ricordo ecco m’assal: Della tua bionda testa ancora impresse Ecco le forme sovra il mio guancial! Sento l’anima mia che si ribella, E le vampe dell’odio in me bruciar; Io t’odio ancora, ma sei troppo bella, Io t’odio ancora e non ti so scordar. Vieni, ritorna e vadano in oblio La speranza, la gloria e la virtù, Suggi co’ baci tuoi l’ingegno mio: T’odio, ma torna e non fuggirmi più.
Quando tu sarai vecchia e leggerai Questi poveri versi accanto al fuoco, Rivedrai colla mente a poco a poco, I giorni in che t’amai. E ti cadrà sul petto il viso smorto, Per la memoria del tuo tempo lieto: A me ripenserai nel tuo segreto, A me che sarò morto. E ti parrà d’udir la voce mia Nel vento che di fuor suscita il verno E ti parrà d’udir come uno scherno, Una bieca ironia.
E la voce dirà: «Te ne rammenti, Te ne rammenti più? Com’eran belli I tuoi capelli d’oro, i tuoi capelli Sul bianco sen fluenti!
Oh, come il tempo t’ha mutata! Oh, come T’ha impresso in viso i suoi pallidi segni! Dove son dunque i tuoi superbi sdegni E le tue bionde chiome? Sola al tuo focolar siedi, piangendo La giovanil tua morta leggiadria; Io piango solo nella tomba mia; Vieni dunque: t’attendo! Vieni e se in vita mi fallì la speme Di viver teco i giorni miei sereni, Ci sposeremo nella tomba. Vieni; Vi marciremo insieme.»
L. Stecchetti
Come il ricordo vago e mal distinto D’una speranza giovanil caduta, Come il ricordo d’un affetto estinto Nel mio vano sognar tu sei venuta, E m’hai messo nel sangue un novo istinto Che scalda il cor tediato e lo tramuta; Sul mio cammin la speme hai risospinto, La tentatrice ch’io credei perduta. L’anima mia così lascia la stolta Piuma dove ingrassò de’ sonni tardi E attenta il suono de’ tuoi passi ascolta.
Lasciar per te potrebbe i suoi codardi Ozi ed amar la vita un’altra volta, Ma tu le passi accanto e non la guardi.
L. Stecchetti, Postuma
Poveri versi miei gettati al vento, Della mia gioventù memorie liete, Rime d’ira, di gioia e di lamento, Povere rime mie, che diverrete? Ahi fuggite, fuggite il mondo intento A flagellar chi non l’amò; premete L’inculto sì ma non bugiardo accento, Conscie dell’amor mio, rime discrete. E se la donna mia ritroverete Per cui le angosce della morte io sento, Voi che il segreto del mio cor sapete, Voi testimoni del perir mio lento, Quanto, quanto l’amai voi le direte, Poveri versi miei gettati al vento!
Lorenzo Stecchetti
Lorenzo Stecchetti - Il canto dell'odio
Quando tu dormirai dimenticata sotto la terra grassa E la croce di Dio sarà piantata ritta sulla tua cassa Quando ti coleran marce le gote entro i denti malfermi E nelle occhiaie tue fetenti e vuote brulicheranno i vermi Per te quel sonno che per altri è pace sarà strazio novello E un rimorso verrà freddo, tenace, a morderti il cervello. Un rimorso acutissimo ed atroce verrà nella tua fossa A dispetto di Dio, della sua croce, a rosicchiarti l'ossa. Io sarò quel rimorso. Io te cercando entro la notte cupa, La mia che fugge il dì, verrò latrando come latra una lupa; Io con quest'ugne scaverò la terra per te fatta letame E il turpe legno schioderò che serra la tua carogna infame. Oh, come nel tuo core ancor vermiglio sazierò l'odio antico, Oh, con che gioia affonderò l'artiglio nel tuo ventre impudico! Sul tuo putrido ventre accoccolato io poserò in eterno, Spettro della vendetta e del peccato, spavento dell'inferno: Ed all'orecchio tuo che fu sì bello sussurrerò implacato Detti che bruceranno il tuo cervello come un ferro infocato. Quando tu mi dirai: perché mi mordi e di velen m'imbevi? Io ti risponderò: non ti ricordi che bei capelli avevi? Non ti ricordi dei capelli biondi che ti coprian le spalle e degli occhi nerissimi, profondi, pieni di fiamme gialle? E delle audacie del tuo busto e della opulenza dell'anca? Non ti ricordi più com'eri bella, provocatrice e bianca? Ma non sei dunque tu che nudo il petto agli occhi altrui porgesti E, spumante Liscisca, entro al tuo letto passar la via facesti? Ma non sei tu che agli ebbri ed ai soldati spalancasti le braccia, Che discendesti a baci innominati e a me ridesti in faccia? Ed io t'amavo, ed io ti son caduto pregando innanzi e, vedi, quando tu mi guardavi, avrei voluto morir sotto a' tuoi piedi. Perché negare - a me che pur t' amavo - uno sguardo gentile, quando per te mi sarei fatto schiavo, mi sarei fatto vile? Perché m'hai detto no quando carponi misericordia chiesi, e sulla strada intanto i tuoi lenoni aspettavan gl'Inglesi? Hai riso? Senti! Dal sepolcro cavo questa tua rea carogna, nuda la carne tua che tanto amavo l'inchiodo sulla gogna, E son la gogna i versi ov'io ti danno al vituperio eterno, a pene che rimpianger ti faranno le pene dell'inferno. Qui rimorir ti faccio, o maledetta, piano a colpi di spillo, e la vergogna tua, la mia vendetta tra gli occhi ti sigillo.
Quando tu dormirai dimenticata Sotto la terra grassa E la croce di Dio sarà piantata Ritta sulla tua cassa, Quando ti coleran marcie le gote Entro i denti malfermi E nelle occhiaie tue fetenti e vuote Brulicheranno i vermi, Per te quel sonno che per altri è pace Sarà strazio novello E un rimorso verrà freddo, tenace, A morderti il cervello. Un rimorso acutissimo ed atroce Verrà nella tua fossa A dispetto di Dio, della sua croce, A rosicchiarti l'ossa. Io sarò quel rimorso. Io te cercando Entro la notte cupa, Lamia che fugge il dì, verrò latrando Come latra una lupa; Io con quest'ugne scaverò la terra Per te fatta letame E il turpe legno schioderò che serra La tua carogna infame. Oh, come nel tuo core ancor vermiglio Sazierò l'odio antico, Oh, con che gioia affonderò l'artiglio Nel tuo ventre impudico! Sul tuo putrido ventre accoccolato Io poserò in eterno, Spettro della vendetta e del peccato, Spavento dell'inferno: Ed all'orecchio tuo che fu sì bello Sussurrerò implacato Detti che bruceranno il tuo cervello Come un ferro infocato. Quando tu mi dirai: perché mi mordi E di velen m'imbevi? Io ti risponderò: non ti ricordi Che bei capelli avevi? Non ti ricordi dei capelli biondi Che ti coprian le spalle E degli occhi nerissimi, profondi, Pieni di fiamme gialle? E delle audacie del tuo busto e della Opulenza dell'anca? Non ti ricordi più com'eri bella, Provocatrice e bianca? Ma non sei dunque tu che nudo il petto Agli occhi altrui porgesti E, spumante Licisca, entro al tuo letto Passar la via facesti? Ma non sei tu che agli ebbri ed ai soldati Spalancasti le braccia, Che discendesti a baci innominati E a me ridesti in faccia? Ed io t'amavo, ed io ti son caduto Pregando innanzi e, vedi, Quando tu mi guardavi, avrei voluto Morir sotto a'tuoi piedi. Perché negare - a me che pur t' amavo - Uno sguardo gentile, Quando per te mi sarei fatto schiavo, Mi sarei fatto vile? Perché m'hai detto no quando carponi Misericordia chiesi, E sulla strada intanto i tuoi lenoni Aspettavan gl'Inglesi? Hai riso? Senti! Dal sepolcro cavo Questa tua rea carogna, Nuda la carne tua che tanto amavo L'inchiodo sulla gogna, E son la gogna i versi ov'io ti danno Al vituperio eterno, A pene che rimpianger ti faranno Le pene dell'inferno. Qui rimorir ti faccio, o maledetta, Piano a colpi di spillo, E la vergogna tua, la mia vendetta Tra gli occhi ti sigillo.
Il canto dell'Odio, Lorenzo Stecchetti