«Quando si pensa agli uccelli migratori ci si immagina di solito una formazione di volo molto ordinata e compatta, che solca il cielo in una lunga schiera o falange ad angolo acuto, quasi una forma d’uccello composta d’innumerevoli uccelli.
Quest’immagine non vale per gli storni, o almeno per questi storni autunnali nel cielo di Roma: si tratta d’una folla aerea che sembra sempre stia per diradarsi e disperdersi, come granelli d’una polverina in sospensione in un liquido, e invece continuamente s’addensa come se da un condotto invisibile continuasse il gettito di particelle vorticanti, senza però mai arrivare a saturare la soluzione.
La nuvola si dilata, nereggiante d’ali che si disegnano più nette nel cielo, segno che si stanno avvicinando. All’interno dello stormo già il signor Palomar distingue una prospettiva, dovuta al fatto che alcuni volatili se li vede già vicinissimi sopra la sua testa, altri lontani, altri più lontani ancora, e continua a scoprirne di sempre più minuscoli e puntiformi, per chilometri e chilometri, si direbbe, attribuendo alle distanze tra l’uno e l’altro una misura quasi uguale. Ma questa illusione di regolarità è traditrice, perché nulla è più difficile da valutare che la densità di distribuzione dei volatili in volo: dove la compattezza dello stormo pare stia per oscurare il cielo ecco che tra pennuto e pennuto si spalancano voragini di vuoto.
Se si sofferma per qualche minuto a osservare la disposizione degli uccelli uno in rapporto all’altro, il signor Palomar si sente preso in una trama la cui continuità si estende uniforme e senza brecce, come se anche lui facesse parte di questo corpo in movimento composto di centinaia e centinaia di corpi staccati ma il cui insieme costituisce un oggetto unitario, come una nuvola o una colonna di fumo o uno zampillo, qualcosa cioè che pur nella fluidità della sostanza raggiunge una sua solidità nella forma. Ma basta che egli si metta a seguire con lo sguardo un singolo pennuto perché la dissociazione degli elementi riprenda il sopravvento ed ecco che la corrente da cui si sentiva trasportato, la rete da cui si sentiva sostenuto si dissolvono e l’effetto è quello d’una vertigine che lo prende alla bocca dello stomaco.
Questo avviene per esempio quando il signor Palomar, dopo essersi persuaso che lo stormo nel suo insieme sta volando verso di lui, porta lo sguardo su un uccello che invece si sta allontanando, e da questo su un altro che s’allontana anch’esso ma in una direzione diversa, e in breve s’accorge che tutti i volatili che gli sembrava s’avvicinassero in realtà stanno fuggendo via in tutte le direzioni, come se lui si trovasse al centro d’un’esplosione. Ma gli basta volgere gli occhi verso un’altra zona del cielo ed eccoli concentrarsi laggiù, in un vortice sempre più fitto e gremito, come quando una calamita nascosta sotto un foglio attira la limatura di ferro componendo disegni che diventano ora più scuri ora più chiari e alla fine si disfano e lasciano sul foglio bianco una picchiettatura di frammenti dispersi.
Finalmente una forma emerge dal confuso battere d’ali, avanza, s’addensa: è una forma circolare, come una sfera, una bolla, il fumetto di qualcuno che sta pensando a un cielo pieno d’uccelli, una valanga d’ali che rotola nell’aria e coinvolge tutti gli uccelli che volano intorno. Questa sfera costituisce nello spazio uniforme un territorio speciale, un volume in movimento entro i cui limiti — che pure si dilatano e contraggono come una superficie elastica — gli storni possono continuare a volare ognuno nella propria direzione purché non alterino la forma circolare dell’insieme.»