A noi pare che quella del sostanziale divorzio in atto fra mafia e potere politico sia una delle tipiche tesi consolatorie che la cultura progressista elabora periodicamente in omaggio all'«ottimismo della volontà». D'altronde, la circostanza che il giudice Chinnici cui non mancavano gli elementi di conoscenza diretta — si sia dichiarato convinto che i rapporti fra mafia e potere politico non solo persistevano, ma si erano fatti più stretti, e abbia suffragato con fatti concreti il suo convincimento, non può non far riflettere. Soprattutto, non può non far riflettere il fatto che — pochi mesi dopo aver fatto pubblicamente queste dichiarazioni — Chinnici è stato ucciso. Se questo rimane, a nostro avviso, un punto-chiave indispensabile per tentare un'analisi seria della mafia nella società dell'eroina, la relazione tenuta a Castelgandolfo da Chinnici fornisce altre riflessioni di grande interesse. Il materiale di cui si era servito Chinnici per preparare il testo proveniva in buona parte dalle inchieste di un magistrato che lavorava con lui, Giovanni Falcone. C'è nella relazione Chinnici un passaggio che implicitamente conferma quella che abbiamo definito la piccolezza del pianeta: «La multinazionale della droga non è espressione giornalistica, né è priva di significato. Le indagini condotte da Falcone, in particolare, hanno messo in evidenza i legami della mafia siciliana e di quella calabrese e napoletana e dei gruppi che operano nell'Italia del Nord, con trafficanti di eroina e di armi, belgi, francesi, mediorientali; hanno fornito conferma al fatto che le potenti famiglie mafiose che operano negli Usa e nel Canada, e che provengono in massima parte dalla Sicilia occidentale, e con particolare riferimento ai traffici illeciti di eroina, sono in posizione di dipendenza rispetto alle associazioni mafiose dei paesi d'origine, specie dopo che il centro di produzione dell'eroina si è spostato dalla Francia meridionale a Palermo e forse anche in Calabria e nel Napoletano». Nella lotta contro la corruzione politica — e in quella, contigua, contro la mafia — la magistratura italiana ha certamente compiuto gravi errori, peraltro di gran lunga inferiori ai meriti acquisiti dai giudici più lungimiranti e coraggiosi. Il successore di Chinnici, Antonio Caponnetto, per fronteggiare da Palermo le strategie internazionali della criminalità organizzata, creò, secondo le indicazioni del predecessore, un pool antimafia, la cui azione incisiva inserì elementi di crisi fra le cosche e permise alla giustizia di ottenere finalmente risultati concreti. Fra i più attivi magistrati del pool si distinsero Giovanni Falcone, Paolo Borsellino, Giuseppe Ayala. Ben presto però il pool fu smantellato. Questo accadde quando il governo, su pressione soprattutto della segreteria socialista, sostenne l'esigenza di un coordinamento centralizzato: in questa proposta non pochi videro la volontà di sottoporre l'azione della magistratura al controllo dell'esecutivo. Giovanni Falcone fu trasferito a Roma, al ministero della Giustizia, da dove peraltro continuò a mantenere contatti con i colleghi siciliani, per impedire che l'esperienza acquisita dal disciolto pool andasse perduta. Evidentemente la mafia ritenne che il trasferimento a Roma non avesse ridotto la pericolosità dell'esperto magistrato siciliano, e nel maggio del 1992 — giusto nei giorni in cui il parlamento italiano era riunito per eleggere il nuovo presidente della Repubblica — ordì contro Falcone un micidiale attentato, provocando, con un'esplosione spaventosa sull'autostrada fra l'aeroporto di Punta Raisi e Palermo, la morte del magistrato, della moglie, degli uomini che componevano la scorta. Non era trascorso un mese, quando il potenziale successore di Falcone, Paolo Borsellino, fu trucidato a Palermo in un'imboscata mafiosa di altrettanta precisione tecnica. Il nuovo presidente della Repubblica, Oscar Luigi Scalfaro, democristiano come il predecessore Cossiga, esordì pertanto nell'alta carica partecipando a cerimonie funebri durante le quali l'esasperazione di molti, a cominciare dagli agenti di polizia, creò attorno alle autorità momenti di tensione e contestazione.
Sergio Turone, Politica ladra. Storia della corruzione in Italia 1861-1992, Laterza (collana I Robinson), 1993²; pp. 278-79.














