“ Essere vivo richiede uno sforzo di gran lunga maggiore del semplice fatto di respirare. “
The Victim’s Game è un drama thriller/ mistery made in Taiwan da soli 8 episodi che non solo consiglio vivamente, ma che ho trovato fatto molto bene anche se non mi ha fatta innamorare.
Nonostante la sua brevità - data anche dai 50 minuti di puntata - riesce ad essere coinvolgente, carica di tensione, con colpi di scena e svolte interessanti ed imprevedibili lungo tutta la storia. Per un verso, mi ha ricordato il kdrama Tell What You Saw: c’è un omicidio, c’è una squadra di investigazione, c’è un killer da acchiappare. la trama basic di questo genere
Tuttavia questa serie si allontana da tutto ciò, prendendo pieghe decisamente più inaspettate e intimistiche, spostando il piano su un’altra prospettiva. Non posso dire di più per non spoilerare
Fang Yi Ren, interpretato da un magistrale Joseph Cheng, è un detective forense con una sindrome di Asperger, che mentre raccoglie prove di un brutale omicidio [corpo sciolto nell’acido...argh] scopre l’impronta di sua figlia nel luogo del delitto. Figlia che non non vede, sente o ascolta da anni e che risulta sparita nel nulla. Turbato e spaventato da questa scoperta, inizia un appassionante corsa all’ultimo respiro per risolvere il caso e ritrovare sua figlia.
A fargli compagnia, la giornalista d’assalto Xu Hai Yin ( Tiffany Hsu ) donna intelligente e sveglia e con una moralità talmente bassa che Ditocorto di Game Of Thrones gli ha lasciato il suo posto per indegnità.
* Forense , Sindrome di Asperger , Detective , Giornalista , Emarginato sociale , Autismo , Omicidio , Serial Killer , Disabilità.
Questi sono alcuni dei tag che mydramalist inserisce per definire questa storia e che ricalcano perfettamente il carattere della serie: Fang Yi Ren e la sua sindrome sono un argomento, che viene toccato con bravura e sensibilità e che permette di far vedere il grande impegno degli addetti ai lavori. Alla fine di ogni puntata, è presente un “dietro le quinte” dove attori, regia e tutta la compagnia cantante, parlano dei loro personaggi, di come si sono approcciati ad essi ed alla storia. Si sa che dottori, psicologi, e professionisti, hanno dato una mano ed un parere sulle vicende della serie...e si vede. Tuttavia devo fare una nota a margine e sotto spoiler per quanto riguarda la malattia e la narrazione che mi ha fatto storcere leggermente il naso.
Un altro piccolo difetto che mi sento di menzionare, per me è stato nella parte narrativa, talvolta molto complessa e da cervello impostato su ON: i nomi, le dinamiche, le investigazioni qualche volta mi hanno costretta a mettere un attimo in pausa per fare il punto della situazione.
Tornando a Joseph Cheng: Lo avevo già visto in Drunken to Love You, ma qui si è decisamente superato con una recitazione davvero convincente. Il suo personaggio poi è davvero complesso ed è stato bravissimo nel portarlo in scena e renderlo credibile.
Meno sensazionale ma ancora brava Tiffany ( anche lei in Druken to love you) chiamata a interpretare questo personaggio a cui riesce a dare comunque uno spessore non da poco. E poi, l’ho amata tantissimo nel finale.
The Victim’s Game è una serie complessa, sia dal punto di vista narrativo sia da quello riflessivo. Anche qui non posso spoilerare, ma vi basti sapere che la serie porta in campo i valori etici e morali di ognuno di noi, costringendo lo spettatore ad inevitabili riflessioni personali. Se pensate di vedere il solito drama crime/investigativo con un serial killer da catturare...beh, vi sbagliate.
La serie riesce bene a giostrarsi tra la parte narrativa e riflessiva, creando un prodotto unitario e ben calibrato e che non si appesantisce mai.
Belle anche le scenografie e la fotografia: cupa, scura. Perfettamente adatta al contesto che la serie sta raccontando.
Ok lo ammetto: passare 3 episodi a cercare un Serial Killer che poi alla fine manco esiste è stato...strano. Geniale, ma strano. Un colpo di scena che decisamente non ti aspetti e che ho adorato.
Come dice anche il Capitano Kang, non c’è nessun omicidio ma siamo davanti ad un gruppo di suicidio assistito, dove persone senza più speranza, si uccidono dopo aver espresso il loro ultimo desiderio.
Tematica forte, attuale e che spinge alla riflessione lo spettatore, mettendo in campo dinamiche emotive e valoriali di ognuno di noi.
Ho inoltre amato come nel finale grazie a Hai Yin, venga portata in scena la speranza: se la cantante non si fosse uccisa, gli sarebbero arrivate lettere d’amore dai bambini che ha aiutato e che avrebbero potuto farle vedere quanto in realtà fosse amata. Se l’assassino non si fosse suicidato, avrebbe potuto conoscere suo figlio, portarlo a scuola, fare i compiti assieme a lui. Se il ragazzo non avesse preso questa decisione estrema, avrebbe trovato sua sorella pronto ad accettarlo nella sua sessualità...
Più che altro, al di là della tematica, non mi aspettavo che la serie parlasse di questo.
Oltre che alla recitazione del due lead, mi è anche piaciuta la loro chimica e ruolo: dove Fang Yi, geniale raccattatore di prove, non riesce ad arrivare per via della sua malattia, Hai Yin interviene, coprendo qualsiasi mancanza relazionale del protagonista. E devo dire che sono stati anche simpatici.
Ed è forse per questo che la Sindrome di Asperger è stata inserita nella storia: riflettevo infatti sul fatto che la storia sarebbe stata identica ( parlo della parte narrativa) anche se Fang Yi non avesse avuto questa malattia. La Sindrome infatti, non mi pare che incida nella trama, risultandomi quasi un plus ultra. Che tuttavia ho apprezzato tantissimo.
Ed è qui che entra in gioco la lead, che con una parlantina da conquistatore ed una faccia tosta impressionante, riesce a instaurare legami emotivi e relazionali con chiunque, dando un aiuto non da poco al lead e alla sua ricerca della figlia. Devo ammettere che all’inizio non amavo particolarmente Hai Yin, ritenendola un avvoltoio senza morale. Fingere di essere una fan della cantante per andare dalla mamma della donna e riprenderla mentre piange disperata per la figlia sciolta nell’acido e farci uno scoop, non me l’ha resa simpaticissima. Che poi, manco per amor di verità, per informare le persone...ma per accaparrarsi lo scoop.
Tuttavia mi è piaciuto come lungo l’arco della serie, non solo si leghi emotivamente alle vicende del lead, ci diventi amica e gli dia supporto, ma si resposabilizzi nel suo lavoro.
Ultima nota, per quanto riguarda la parte narrativa. Per quanto io adori le serie fatte a puzzle, con indizi sparsi lungo l’arco della serie, ho trovato difficoltà, alcune volte, nel seguire tutto il piano delle persone che poi si sono suicidate. Non ha aiutato poi, che ci fossero due investigazioni parallele sullo stesso omicidio e alcune volte ho dovuto prestare grande attenzione.