Anni fa fui invitato a un ricevimento da alcune conoscenze a cui, per lavoro e amicizia, non potevo sottrarmi. Fu in quell'occasione che notai una donna che probabilmente era lì per sbaglio, come me.
Si chiamava Eleonora. Capelli scuri, occhi che sembravano guardare il mondo in maniera diversa dagli altri, e quel modo di stare in mezzo alla gente che è tipico di chi preferirebbe non esserci. La trovai da subito in sintonia con il mio pensiero. Come si dice "a pelle". Che per uno come me è già una diagnosi.
Ci presentarono tra il secondo Negroni e l'arrivo di un vassoio di tartine da cui tutti prendevano, perdendo però in dignità. Noi compreso.
Avevamo scambiato sì e no quattro frasi, quando nel raggio di trenta secondi si materializzarono tre esemplari di maschio Alfa in tiro, tutti con la camicia stirata e quel sorriso da "ho letto un libro su come fare colpo", che la circumnavigavano come squali intorno a una zattera con a bordo un naufrago. Il naufrago, nel caso non fosse chiaro, era lei.
Decisi di non competere. Non per eleganza. Per stanchezza. E anche, diciamocelo, per non esserne all'altezza. Gli squali avevano tutti almeno dieci anni meno di me e una certezza di sé che io non ho raggiunto nemmeno nei giorni buoni.
La sera stessa la cercai su Instagram. Profilo aperto, bio con scritto: "Yoga, libri, pizza, divano. Non per forza in quest'ordine." Pensai: questa è una persona seria.
Foto di tramonti senza didascalie poetiche. Un gatto morbidoso sul cuscino. Una pizza margherita ripresa con la stessa intensità con cui i fotografi di National Geographic riprendono i leoni. Post sullo yoga, ma il tipo di yoga dove si suda e ci si lamenta, non quello dove si levita e si emanano vibrazioni cosmiche. Film tra cui Frankenstein Junior. Serie TV improbabili alle due di notte. Tanti documentari e trasmissioni di Piero Angela. Una donna, insomma, con cui avrei potuto trascorrere un intero weekend senza fingere di essere qualcuno.
La seguii. Nel senso sul social, divenni suo follower. Voglio essere preciso perché oggi bisogna esserlo.
Mi seguì anche lei dopo undici minuti. Undici. Lo notai perché stavo guardando il telefono come un adolescente in attesa del voto del tema. Promosso.
Le scrissi dopo qualche giorno, con quella nonchalance studiata che richiede almeno venti minuti di preparazione e il riletto del messaggio altre cinque. Le proposi di vederci per guardare un film. Lei rispose: "Quale?" Io risposi: "Uno bello." Lei: "Ok."
Comunicazione adulta, efficiente, asciutta. Ottimo segno. O forse era solo pigrizia. In ogni caso, funzionò.
Ci incontrammo a casa sua un martedì sera. Appartamento al terzo piano, niente ascensore, odore di candela alla vaniglia e di qualcosa che aveva cucinato e poi abbandonato sul fuoco troppo a lungo. Il gatto del profilo Instagram era reale, si chiamava Freud, e mi annusò la scarpa con l'aria di chi sta emettendo una diagnosi. La diagnosi non fu buona, vista la sufficienza con cui si congedò. Avevo appena conosciuto qualcuno che mi giudicava senza nemmeno aspettare il secondo atto.
Eleonora era in pigiama. Non nel senso romantico. Proprio nel senso letterale: pigiama a righe, calzini diversi, capelli raccolti con qualcosa che poteva essere un elastico o un pezzo di cavo elettrico. Capii subito che era un buon segno. O un pessimo segno. Non l'ho ancora stabilito con certezza. Anche perché pensavo che uscissimo a guardare un film nel senso classico del termine. Al cinema. In mezzo alla gente. Con i popcorn e gli sconosciuti che masticano rumorosamente. Invece no. Eravamo già arrivati.
Passammo quaranta minuti a decidere quale film vedere. Quaranta minuti, voglio che questo sia chiaro, perché è un dato che merita di essere registrato agli atti. Discutemmo di generi, di registi, di quante volte fosse lecito rivedere la stessa cosa, dei sottotitoli come strumento di arricchimento culturale o di distrazione irrecuperabile, e di un film francese che lei aveva visto a metà tre anni prima e non aveva mai finito per ragioni che non riusciva a spiegare. Ci sono misteri che la scienza non ha ancora affrontato.
Freud ci osservava dal bracciolo del divano con la pazienza di chi ha già visto questo film. Quello vero, intendo. E probabilmente anche il francese a metà.
Alla fine scegliemmo qualcosa che nessuno dei due voleva veramente vedere, come si fa nelle migliori democrazie.
Primi venti minuti: film. Poi lei disse che la pizza che aveva ordinato era in ritardo, cosa che aveva previsto. Quindi aveva un piano B. Il piano B era un pacco di cracker e dell'hummus di dubbia provenienza recuperato in fondo al frigorifero con la tecnica dell'archeologia domestica. A nulla valsero le mie rimostranze da cavaliere. Mangiai hummus di dubbia provenienza su un divano scassato guardando un film che non volevamo vedere, mentre Freud mi fissava con l'espressione di chi sa già come va a finire. Non il film. La serata in generale.
Eppure fu uno dei martedì migliori degli ultimi anni. E non lo dico per fare il romantico. Lo dico perché è vero, e a una certa età si smette di abbellire le cose.
La pizza arrivò quando il film era a metà. Lo mettemmo in pausa. Non lo riprendemmo mai. Parlammo fino all'una e mezza di tutto e di niente, nel modo caotico e bellissimo in cui si parla quando ci si trova bene senza ancora sapere perché. Uno di quei rari martedì in cui il tempo ha la decenza di non pesare.
Quando uscii, sul pianerottolo, Eleonora mi disse: "Non abbiamo finito il film."
Lei: "Potremmo rivederci per finirlo."
Non ci vedemmo più. Non ho mai capito bene il motivo.
Ripenso ancora a quella sera. Non per lei, devo essere onesto. Ma per Freud e i suoi sguardi di sentenza, per quell'hummus che mi perseguitò per due giorni, e per quel film francese a metà che probabilmente esiste ancora da qualche parte, in attesa che qualcuno lo finisca.
Forse era meglio così. I film che non finisci restano sempre i più belli.