Quando ci trovammo di fronte la prima volta mi ricordo che ci sorridemmo. Ci guardammo, ci incrociammo e ci sorridemmo. Successe due o tre volte.
Era il periodo in cui lavoravo in una sala bingo. Vendevamo cartelle, lei era lì da più anni di me ma nonostante non fosse il mio primo giorno di lavoro quella era la prima sera che facevamo il turno insieme.
La prima domanda che mi fece, appena riuscimmo a parlarci, fu di che segno ero.
A ripensarci dopo poco (e ancora oggi) mi viene sempre da sorridere per quel modo di esordire, perché ti aspetteresti una domanda tipo “come ti chiami”. Ho capito dopo che se la Valchiria ti chiedeva il segno zodiacale era per due motivi. Il primo è che ti trovava interessante. Il secondo è che si scordava facilmente i nomi. I segni sono solo 12; i nomi molti di più.
Aveva capelli lunghi “biondo cenere”, come li definivo io. Gli occhi erano cerulei. Tutte le donne più interessanti che ho conosciuto avevano bellissimi occhi e tra loro quelle più belle in assoluto, dentro e fuori, avevano occhi chiari. Anche lei aveva un seno prosperoso e forme generose.
Mi prese un po’ sotto la sua ala protettiva in un certo senso visto che era una delle veterane e probabilmente anche perché immaginava fossi un po’ troppo gentile per quel lavoro. Si sarebbe ricreduta col tempo.
Quando le dissi che sono capricorno prese a colpire con un pugno la parete che aveva davanti per rafforzare il concetto: «Capa tosta!».
«Tu di che segno sei, invece?»
«Ariete» e mi misi a ridere: da quel poco che conoscevo dei segni ricordavo che l’ariete è altrettanto testardo.
Cominciammo a frequentarci anche fuori dalla sala Bingo, dapprima per andare a fare colazione dopo il lavoro, poi anche in altri ambiti. Entrami preferivamo metterci di turno la sera perché così il resto della giornata potevamo recuperare ed essere liberi durante il giorno. Naturalmente quello era anche un lavoro per il quale era difficile uscire la sera con amici perché si lavorava quando gli alti si divertono, normalmente. Facile dunque finire nel giro di amicizie tra colleghi, gli unici che fanno gli stessi tuoi orari.
Avevo soprannominato questa donna “La Bionda Valchiria del Nordest” perché veniva dal Veneto. I suoi erano abruzzesi, a dire il vero, ma molti anni prima erano migrati in Nord Italia per lavoro. Avevano girato tanto per poi stabilirsi nella provincia di Verona dove lei era cresciuta prendendo l’accento di quelle zone.
Mi piaceva la sua cadenza, così diversa dalla mia, e certi termini che usava, certe espressioni dialettali che ho imparato e che talvolta uso ancor oggi.
L’ho conosciuta in un periodo in cui era diventata meno nomade. Fino a pochi anni prima mi disse che era considerata in famiglia “la ragazza con la valigia” sempre in movimento. Le trasmettevo calma, la affascinavo per questo mio essere razionale e misurato sempre, anche in situazioni in cui lei avrebbe agito in maniera impulsiva. Disse che lo calmavo in qualche modo.
Credo fondamentalmente abbia trovato in me una certa stabilità, una sorta di porto sicuro. Me lo disse chiaramente una volta: «Tu mi tranquillizzi»
Non le dicevo quasi mai di no quando voleva uscire le sere libere per svagarsi.
Era spiritosa, divertente e combattiva. Passavamo le ore a parlare dopo i turni al bingo. Iniziammo a vederci dopo il lavoro perché lei abitava lontano e sotto casa sua non era raro trovare cani randagi di cui lei aveva timore. Era spaventatissima dai cani e io sono sempre stato sensibile al richiamo della fanciulla in pericolo, lo ammetto. Specie se questa fanciulla è una donna che vuole apparire forte.
È così che iniziò tutto. Credo di aver saputo più cose io di lei che il suo ex marito. È stata le a insegnarmi l’importanza, per un uomo, di saper cucinare per corteggiare una donna.
Ci siamo frequentati anche dopo che ho lasciato il Bingo. Era felicissima per me perché andavo a fare un’altra esperienza lavorativa più vicina a quello che volevo fare. Sapeva che il mio futuro non sarebbe stato lì dentro.
Lei invece è rimasta lì. Pochi anni dopo ha acceso un mutuo ed ha preso casa non molto lontano dal Bingo. Ha sempre un po’ paura di cani ma ne ha preso uno per superare questa fobia.
Il ricordo più vivo che ho di lei è quando una notte, dopo averla riaccompagnata a casa, prima che lei salisse su si sedette accano a me nella mia auto e mi raccontò un pezzo importante della sua vita.
La notte in cui si è aperta completamente a me, senza più veli o muri e senza omissioni.
La Valchiria aveva dismesso l’armatura.