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it’s oh so glittery in Venice.
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Susan Metzger(American)
here, here and here
la triste verità.
Gli artisti sono finiti. E quei pochi sopravvissuti non sono più tanto ingenui da non conoscere tutti i trucchi del mestiere per provare a farci fessi. Abbiamo in compenso schiere di musicisti, cantanti, autori, compositori, parolieri, tutti per lo più inquadrabili come collezionisti. Nemmeno a dirlo del talento altrui. Prendono in prestito tutto, poiché l’essere artista non è una merce che si può comprare. E’ oramai palese che questi collezionisti, per lo più gente preoccupata a dare un senso al proprio stare al mondo, quando non direttamente all’apparire, non si contentano di poco, vogliono quindi per sé i nomi migliori, i periodi migliori di questo o quel artista. E prendono in prestito un po’ di tutto, per rivalersi del ribasso di un artista col rialzo di un altro. Nulla è lasciato ingenuamente al caso. Anche se l’artista plagiato è una firma da considerarsi minore, la volontà di fondo è quella di apparire più originale di chi sgraffigna l’estro ai nomi più chiacchierati. E’ una guerra oramai, e l’apollineo ha ceduto il posto al dionisiaco. Nel suo pamphlet sul Belgio, Baudelaire diceva: “Parlano di prezzi credendo di parlare di pittura”. Allo stesso modo nella musica d’oggi tutto il mondo è come il Belgio, e l’Italia pure peggio. Mi si chiede spesso cosa ne penso di un dato disco o di un dato singolo, recensito là o qua. E non so mai cosa rispondere. Questi non sanno che quei dischi ne contengono all’interno altri trecento, trenta dei quali probabilmente li hanno anche ascoltati. E se lo sanno, sembrano non dargli peso. Il prestito è una pratica oramai così a buon mercato che il plagio viene chiamato citazione e il furto omaggio. Persino i meno noti, quelli che non arrivano a duemila ascoltatori, vengono falsificati. Ma molto probabilmente anche gli originali sono già una copia. Anche i più lesti tra i falsari dovrebbero rendersi conto che questa storia non potrà durar all’infinito; e invece incuranti proseguono e ripropongono, alla meglio, senza inventare nulla, senza quel grado di qualità, di sorpresa, di felicità che solo un artista può mettere anche nel suo disco più distratto. Anche il loro lo chiamano disco ma è solo una copia più o meno riuscita di qualcos’altro. Ora qualcuno mi potrebbe domandare perché giudicare un disco come non autentico se le vibrazioni che questo lascia lo sono. Che importanza può avere se un lavoro riesce a essere veramente originale o solo un tributo, un omaggio a qualcosa che è stata fatta da un altro? In fondo se piace a chi piace dovrebbe bastare quello per renderlo autentico. Altrimenti se non piace ma è stato ascoltato nella supposizione che fosse autentico, come assai spesso accade ai neofiti delle sette note, è giusto comunque che si possa imparare dai propri ascolti sbagliati. Il punto è infatti un altro. A noi contemporanei sembra di vivere in una società dove musica, l’arte o la cultura in generale siano ovunque ma è tutto un inganno. Infatti non passa un giorno che aprendo questo trabiccolo infernale che è internet non veniamo invasi da copertine di dischi, recensioni, musiche in sottofondo, streaming, free download di materiale sempre nuovo. L’atteso ritorno, lo sfavillante debutto, la sospirata ristampa. La società moderna e il cittadino che la ospita in sintesi non cerca più un artista vero e veritiero, non vuole un ascolto visceralmente vissuto ma soltanto l’idea costante che ci sia nuova musica da sentire. Venti artisti con X Factor, dieci recensioni a settimana su Ondarock, una novità al giorno in ogni dove. E la stupidità collettiva poi fa il resto: non si ascolta musica come ricerca del proprio io ma solo per non rimanere indietro in questo faticoso annaspare di nomi e firme da discount. Una volta si faceva il pelo e il contropelo a un dato artista se non spruzzava estro da tutti i pori, ora si considera “artista” gente che campa di cover per un anno e si coniano nuovi generi (hypergrunge l’ho sentito oggi stesso) per parare il culo a chi di personale non ha un bel niente. Questo infinito tollerare tutto in quanto nuovo, a meno che non faccia veramente schifo (e lì di solito subentra la mia curiosità), sta automatizzando, disintengrando e uccidendo la musica - o quei pochi veri artisti rimasti a farla, che infatti oramai non hanno neppure nessun interesse a produrre un lavoro di spessore ma un qualcosa che si noti nel marasma collettivo. Ed ecco il disco regalato, rubato e ritrovato, a puntate, tutto fa brodo nel patetico sbracciarsi per avere un minimo d’attenzione. Questa è la triste verità e per questo io faccio sempre più fatica a trovare qualcosa che mi piaccia e non mi annoi mortalmente. Eppure sarebbe così bello ritrovarci in un mondo capace di ridare un senso alla parola artista, che sappia distinguerla dalla copia, dal doppione, dal duplicato, dal facsimile, dalla riproduzione, dal falso, dall’imitazione e poi basta che se no questo tavolo diventa un piano a coda e io mi strasformo in John Lennon (”Imagine all the people…”). Resta quindi il mal contento per l’ennesimo troppo che stroppia che si va ad aggingere come la ventiquattresima lama inutile dei rasoi Gillette, e per l’ennesimo bluff della società dei consumi che ci fa credere di stare una pasqua (pieni di figa, pieni di musica, pieni di amici) e invece stiamo nella merda. Ps - Al momento di essere postato mi è stato fatto notare da due colleghi di penna differenti che questo mio intervento può sembrar riferirsi a) alla querelle tra Massimo Privero e Gianna Nannini e b) alla moda delle commosse disamine dei dischi che si ascoltavano quando si avevano vent’anni perché quelli che si recensiscono ora fanno quasi tutti schifo - pure quelli di cui si parla bene. Nè l’una né l’altra, questo post era nell’aria già da una settimana. Il fatto che possa dare a intendere tante cose, però, mi convince di più della sua sensatezza.
Ciao, sei di Padova?
Ciao, sì, a 20 minuti:)
it’s oh so glittery in Venice.
It's beginning to look a lot like Christmas
broken
wonderland in a cage