Premessa: Michele Serra è una delle espressioni meno deteriori di un giornalismo, quello italiano, che nel complesso andrebbe solo smantellato. Ciò non gli ha impedito, però, di scrivere un articolo che attinge all'arsenale di populismo ignorante dispensato a piene mani da Feltri e Sallusti. Il buon Serra brandisce due armi retoriche, in particolare: l'appello alla tradizione e alla vox populi, e il moderatismo salottiero. Fumogeni più che armi letali, utili per oscurare il campo di battaglia e disarmare lo scontro, così che tutto rimanga uguale a prima. Bisogna pur difendere la società, avrebbe detto Foucault.
La tautologia va così: la gente alleva animali, dunque non c'è niente di male a farlo. Chi ritiene che sia sbagliato può suggerirlo, non gridarlo. Argomenti facili, buoni a occupare il centro, attorno a cui gravitano i signori pensosi ma educati. Argomenti perfettamente leciti, se si discutesse di maggioritario e proporzionale. Quello che sembra sfuggire a Serra è la dimensione radicalmente etica del problema. Ed è la misura di quanto sia frainteso il discorso animalista da parte dei media, e dell'opinione pubblica in generale - in larga parte, per colpa degli animalisti stessi, ma tant'è.
Serra pensa che il discorso animalista sia negoziabile. Non è così: la coscienza della questione animale si fonda sulla sproporzione fra l'abisso etico degli allevamenti e i benefici economici che ne derivano. Derogare a una posizione del genere non si può: sarebbe come dire che far andare le fabbriche di gomma è tutto sommato una buona ragione per i lager, a patto che si trattino decentemente i prigionieri. Se le basi del discorso animalista sono sensate, ne consegue che gli allevamenti sono un male radicale. A differenza del male relativo, il male radicale non è riformabile, non è accettabile, e deve essere cancellato dalla mappa cognitiva della realtà. Considerare quelle basi più o meno solide, poi, dipende essenzialmente da come leggiamo i risultati dell'etologia alla luce dell'etica, ma Serra non sembra intenzionato a sviluppare una riflessione del genere nella sua annoiatissima Amaca.
Come molti, Serra riconduce il movimento animalista a un almanacco di attivismi tra il meritorio e il radical chic, non troppo diverso dalla difesa dei dialetti locali o dalla campagna per le piste ciclabili. Solo in quest'ottica è possibile sollevare un problema di educazione, rispetto, finanche di legalità. Ma nel momento in cui si sconfina dal territorio del Rotary Club a quello di Antigone, ci si rende conto di come la questione animale non riguardi solo, e nemmeno primariamente, gli animali: rinnova piuttosto l'antico duello fra la fanciulla e Creonte.
Per questa ragione l'articolo di Serra è inquietante: c'è qui un tentativo, tanto più pericoloso quanto involontario, di sovrapporre il buon senso all'etica. La vecchia abitudine che ha la mediocrazia italiana di addomesticare i conflitti, tanto discutibile quanto quella di addomesticare gli animali.















