Avviso: Partendo dal presupposto che non ho studiato per diventare traduttrice, quindi ci saranno SICURAMENTE dei possibili errori di traduzione, grammatica, punteggiatura e/o ortografia, questa è la mia versione tradotta in italiano dei capitoli bonus dei libri di Sarah J. Maas.
Introduzione: Per Cassian, lo sfacciato, bellissimo generale delle armate di guerra Illyrian di Rhysand, avere a che fare con il sesso opposto era sempre stato facile e piacevole. Ma quando venne inviato nel reame umano per mandare un messaggio per conto del suo Signore Supremo, Cassian si trovò contro la tenace sorella maggiore di Feyre, Nesta. Sinceramente, Cassian non vedeva l’ora di avere un altro round contro la bellissima Nesta dal loro primo incontro particolarmente teso di qualche settimana prima, anche se non l’avrebbe mai ammesso a nessuno, tantomeno a sé stesso.
E Cassian non avrebbe sicuramente ammesso di aver finalmente trovato qualcuno che non sarebbe riuscito facilmente a sedurre con uno dei suoi sorrisi smaglianti o la sua costante arroganza.
Continua a leggere per scoprire cosa è successo al secondo incontro privato e perché il generale del Signore Supremo si è rifiutato di divulgare alcun dettaglio di ciò che è accaduto, una volta tornato alla Corte della Notte.
Non è che stesse cercando una zuffa, continuava a dirsi Cassian mentre volava in cerchio per la quinta volta sulla vasta tenuta, nonostante il freddo d’inizio primavera, così brutale da poter togliere il respiro persino al più grande guerriero Illyrian. Rhys aveva chiesto a lui di consegnare la sua ultima lettera alle regine umane, dato che Az era impegnato a cercare un modo per penetrare in qualunque dannata difesa che fosse stata piazzata attorno al loro palazzo, e Mor non voleva mettere piede nel reame umano a meno che non fosse strettamente necessario. Amren, naturalmente, era fuori questione, per il semplice fatto che si trattava di Amren e sarebbe stato come mandare una volpe in un pollaio. Quindi restava lui.
In realtà anche Feyre, ma lei e Rhys erano… impegnati.
E, sinceramente, aveva accettato di andare un po’ troppo velocemente, ma… Cassian osservò la tenuta, il terreno fangoso che si stava scongelando, il villaggio poco lontano e la fitta foresta in gemmazione. Se n’era andato dall’ultimo incontro senza sapere in che posizione fosse o chi avesse il coltello dalla parte del manico. E, che la Madre lo dannasse, nelle ultime settimane, si era ritrovato a pensare ad ogni parola che si era scambiato con Nesta, in continuazione.
Nessuna di esse era stata piacevole, ogni sillaba uscita dalla bocca di lei era stata pungente e crudele e… Cassian sbuffò, caldi viticci che sparirono nel vento. Non riusciva a decidere quale fosse la cosa peggiore: che ci avesse pensato così tanto o il fatto di essere corso fin lì così in fretta. Ed ora stava… bighellonando.
Il pensiero lo fece andare in una veloce, quasi imprudente, picchiata verso la tenuta dal tetto verde, la sua magia di occultamento lo rese poco più di un soffio di vento ed un battito d’ali. I cavalli nelle stalle vicine si agitarono e nitrirono mentre si avvicinava, ma i loro custodi controllarono i dintorni, ma non notarono niente e ritornarono al loro lavoro.
Cassian cercò di non pensare a quanto semplice sarebbe stato, a come quella mancanza di attenzione e di istinto sarebbe costata le loro vite se il muro fosse stato distrutto. Nel caso in cui qualcuno come lui avesse reso quella tenuta un terreno di caccia.
L’aveva visto accadere durante l’ultima guerra, non che ci fossero molti umani abbastanza ricchi da avere una proprietà. Ma aveva visto ciò che era rimasto di interi campi di schiavi quando un Fae decideva di divertirsi un po’. Bastò quel pensiero per fargli serrare la mascella e concentrarsi sulla porta di fronte a lui.
Il giorno prima avevano avvisato sull’orario esatto in cui sarebbe giunto. Quindi, quando bussò, non passò altro che un istante prima che la porta venisse spalancata.
Il brusco movimento gli bastò per capire quale sorella era in attesa del suo arrivo.
Dato che era ancora celato dalla magia, Nesta Archeron, con il suo volto perfetto, non vide altro che qualche chiazza di neve sul prato fangoso ed il vialetto in pendenza che lo attraversava, il pietrisco che luccicava per il ghiaccio che si stava sciogliendo. Aprì con disinvoltura la porta per farlo passare, mentre diceva alla governante maledettamente curiosa che non c’era nessuno alla porta e che il rumore che avevano sentito non era altro che il vento.
Giusto. Se avessero fatto lasciare la casa da tutti i servitori così spesso, avrebbe fatto aumentare i sospetti più del previsto. Soprattutto con l’altra sorella fidanzata con quel coglione di un cacciatore di Fae.
La governante corse nell’atrio immacolato per accertarsi che non ci fosse nessun’altro, ma Nesta le disse solo che sarebbe andata al piano di sopra e che non voleva essere disturbata per un’ora. La donna aprì la bocca per obiettare, ma Nesta con la sua impressionante monotonia ripeté il suo ordine ed iniziò a salire la gradinata coperta da una passatoia.
Gli occhi della governante si assottigliarono mentre guardava la sua giovane padrona andarsene, e Cassian mantenne i suoi passi il più leggeri possibile, mentre superò la vecchia signora e saliva le scale.
Era così concentrato a non fare rumore e a tenere le ali strette al suo corpo affinché non andassero a sbattere contro qualcosa, che notò a malapena il pesante abito viola chiaro, più semplice rispetto agli altri che aveva visto addosso a Nesta, con il corpetto abbastanza stretto da mettere in risalto la vita magra e le maniche aderenti che mostravano le esili braccia. Aveva una corporatura più magra rispetto a Feyre ed Elain, eccetto per i generosi seni che aveva notato quando Nesta aveva raggiunto la cima delle scale ed aveva girato a sinistra.
Non che fosse rimasto a fissarli. Troppo.
Per il resto del mondo Nesta stava solo ciondolando verso la sua stanza, forse un po’ irritata e leggermente barcollante. Ma una volta entrata nella spaziosa stanza da letto, adornata da velluto e sete di varie sfumature di blu e argento, e chiuse la porta di quercia subito dopo, la sua posizione stanca e afflosciata svanì.
E così fece l’occultamento di lui.
Un battito di palpebre fu l’unica reazione di sorpresa da parte di lei, e lui potrebbe o meno aver aperto un po’ le ali mentre lei lo osservava.
«Sei in ritardo di dieci minuti» lei disse solo, spostandosi nell’angolo più lontano della stanza, dove un fuoco bruciava, contrastando il freddo d’inizio primavera. Dove il rumore delle fiamme avrebbe potuto coprire le loro voci. Ragazza intelligente.
«Ho anche altri doveri, sai» rispose lui, tenendo il tono di voce basso e facendole un sorriso.
Tipo girare intorno alla casa perché doveva compilare una lista di insulti da rivolgerle per controbattere a quelli di lei durante una litigata campata per aria. Come un completo idiota.
«Ed io che pensavo» disse Nesta, un pilastro di ghiaccio ed acciaio di fianco al focolare «di averti sentito volare qui attorno per dieci minuti. Deve essere stato un piccione che si è incastrato in uno dei camini.»
Cassian restò a fissarla. E lei fissava lui.
Sentì che stava iniziando ad agitarsi per quelle parole, alla perfezione di lei. Un’arma fatta persona, ecco cos’era.
Sorrise lentamente, in maniera perfida, proprio nel modo in cui aveva capito che le faceva vedere rosso. Un sorriso che aveva subito capito le avrebbe fatto tirare fuori quei suoi begli artigli. «Ciao, Nesta. È bello vederti.»
Nessuna reazione, neanche un cambiamento nel suo odore dopo quel sorriso che solitamente faceva scappare i suoi nemici. Niente, a parte un fremito delle narici. «Come sta mia sorella?»
“Sta guarendo” quasi disse. “Cerca di scappare dal fatto che si sta innamorando di Rhys e sta deliberatamente ignorando il fatto che lui è innamorato di lei da davvero molto tempo. Che tutti i segnali indicano che sono compagni, ma non sono così stupido da dirlo a nessuno dei due.”
Quindi disse solo: «È impegnata.»
La sua gola si mosse leggermente. «Così impegnata da non degnarsi nemmeno di venire a trovarci, a quanto pare.»
«Feyre ha già abbastanza di cui occuparsi, tra la situazione in cui ci troviamo con Hybern e tutto il resto.»
Il fuoco fece risplendere d’oro i capelli di Nesta quando ella inclinò la testa di lato. Un predatore che giudicava un valido avversario. «E quale sarebbe il tuo ruolo in tutta questa storia?»
Cassian allargò i piedi sul pavimento. «Comando le armate di Rhys.»
Gli occhi grigio-azzurro di lei guizzarono verso di lui in un modo tale che avrebbero potuto tagliare le palle ad un maschio inferiore. «Tutte quante?»
«Quelle importanti.»
Lei sbuffò e guardò verso il fuoco. Certamente un modo per sminuirlo.
Cassian si irrigidì. «E cos’è, esattamente, che tu fai che abbia importanza?»
La testa di lei scattò verso l’alto. Oh, aveva colpito il bersaglio.
«Perché dovrei preoccuparmi di difendermi» disse Nesta con un gelo letale «da un maschio che è così gonfiato dal suo senso d’importanza al punto che c’è a malapena spazio nella stanza per la sua enorme testa?»
Fu il turno di lui di sbattere le palpebre, sorpreso.
Poi si trovò a muoversi verso di lei, con lunghe falcate, passando sul tappeto ornato che si trovava tra di loro. Lei non indietreggiò neanche di un passo. Alzò solo il mento per incontrare il suo sguardo mentre torreggiava su di lei, aprendo leggermente le ali, sibilando: «Hai qualche notizia dalle regine?»
Le sue sopracciglia si appiattirono. «Generale delle armate del Signore Supremo, ma rimani comunque un bruto. Non puoi intimidirmi con le parole, quindi cerchi di farlo con la tua imponente corporatura.»
“Imponente…”
«Hai più bisogno di me di quanto io ne abbia di te. Quindi ti consiglio semplicemente di concordare con me, ripiegare quelle ali da pipistrello e chiedere gentilmente.»
Lui non lo fece.
Ma fece un passo in avanti, appoggiando una mano contro il caminetto, avvicinandosi abbastanza da inalare il suo profumo.
Lo colpì con una tale intensità che a malapena riusciva a concentrarsi e gli ci vollero cinquecento anni di addestramento per costringersi a guardarla negli occhi, piuttosto che far roteare i propri all’indietro, per restare fermo invece di nascondere il volto nell’incavo tra il collo e la spalla di lei, per trattenersi dall’avvicinarsi, dal… toccarla.
Le guance di Nesta non si arrossarono alla poca distanza che li divideva, poco più di una spanna tra i loro volti.
Era giovane, ventidue, ventitré anni al massimo. Ma era mai stata con un uomo? Non gli sarebbe dovuto importare, né avrebbe dovuto chiederselo, non faceva differenza, ma… di solito riusciva a capirlo. Ma lei… Cassian non riusciva proprio a decifrarla. Quindi sporse la testa verso di lei, i capelli scuri che gli coprirono le sopracciglia, e mormorò: «Ci sono altri modi in cui posso essere gentile, Nesta Archeron.»
Quel maschio Fae, Cassian, era pericoloso.
Ovviamente era pericoloso nei modi in cui ci si aspetterebbe: alto, muscoloso, esperto con le armi e in guerra. Poi c’erano quelle enormi ali ed il piccolo dettaglio che fosse un letale guerriero Fae ai servigi del più potente Signore Supremo della storia. Un Signore Supremo a cui sua sorella era legata e di cui si stava innamorando, se ci aveva visto giusto. Era chiaro che lui fosse già follemente innamorato di lei.
Ma Cassian era pericoloso per tutt’altra ragione. Non per il bellissimo viso, ma per quegli occhi nocciola… tendevano a valutare tutto e tutti.
Rimase attaccata al caminetto, il fuoco crepitante era incredibilmente caldo sul suo lato sinistro mentre Cassian torreggiava su di lei, abbastanza vicino da condividere la stessa aria. Nesta contò i propri respiri. Resse quello sguardo, decisa a non permettergli di vedere troppo in profondità. Era meglio tenerlo distratto con parole pungenti, allontanandolo completamente.
O con quello. L’offerta che le aveva rivolto, la prova.
Senza dubbio un modo per trovare un’altra debolezza. C’era un modo per superare le sue difese su quel fronte?
Doveva solo essere gentile. Un sorrisetto le incurvò le labbra.
«Se volessi le zampe di un maschio addosso a me» disse Nesta, rifiutandosi di abbassare il mento «andrei direttamente da uno dei nostri segugi.»
Quell’insopportabile sorriso rimase e Cassian puntò dritto alla gola quando chiese: «Sei mai stata con un maschio, Nesta?»
Mentire o dire la verità, cosa le avrebbe portato vantaggio? Quindi disse solo: «E tu?»
Cassian sbuffò e quel respiro le sfioro le labbra. «Te l’ho chiesto prima io, dolcezza.» Inclinò la testa di lato, i capelli scuri come la notte gli scivolarono sulle sopracciglia, come seta. «A meno che tu non preferisca le femmine?»
Non sarebbe stato affatto un insulto se fosse stato così, ma era stato abbastanza una provocazione da portarla ad appoggiare spudoratamente una mano sul petto di lui.
Muscoli scolpiti giacevano sotto le strette pelli da combattimento, il suo calore che irradiava nel suo palmo. Fuoco, le ricordava fuoco reso persona. Premette leggermente sul suo petto, la mano che in qualche modo sembrava ancora più piccola in contrasto all’ampiezza di quel torso.
Un assassino addestrato, nato e cresciuto come un predatore.
Arrogante per natura.
Quando lei osò muovere un passo in avanti, Cassian si raddrizzò, costretto a farlo solo perché se non l’avesse fatto, non ci sarebbe più stato spazio tra le loro bocche. «Non sono affari tuoi chi e cosa preferisco.» disse. «Tantomeno…»
«Non hai risposto alla mia prima domanda. O tutte queste domande sono solo un diversivo?»
«Secondo te?»
«Ed ecco un’altra domanda.» Fece un sorriso presuntuoso.
E facilmente lei la trovò, la risposta che sapeva l’avrebbe attanagliato.
Nesta premette il proprio corpo contro quello di lui, sfiorandolo appena, ma bastò per farlo irrigidire. Per far dilatare le sue pupille al punto che quasi divorarono quelle iridi nocciola. Mormorò: «No, mai.» Era vero. La sua mano spinse contro il petto coperto di pelli. «Perché avrei dovuto? Appena sono maturata mi sono trovata circondata da bruti e bastardi di basso rango. Ho preferito usare la mia mano piuttosto che insudiciarmi con le loro.»
Qualunque divertimento svanì. Avrebbe potuto giurare di sentire la freccia celata nelle sue parole colpire il proprio bersaglio. Aveva capito abbastanza delle sue origini. Quindi gli disse la verità, rivestendola di lame pronte a ferirlo se si fosse soffermato a pensarci su troppo a lungo.
No, non era mai stata con alcun maschio, né Fae né umano. Tomas voleva farlo, e lei… una parte di lei sapeva che non ci sarebbe stato un futuro con lui. Sapeva del suo odioso padre e del fatto che lui non aveva fatto nulla per evitare che quell’uomo picchiasse sua madre. Aveva a malapena lasciato che Tomas la baciasse, ed il giorno in cui lei aveva messo la parola fine alla loro relazione, lui aveva cercato di…
Deglutì, chiudendo fuori il ricordo di ciò che lui aveva detto e fatto. Il rumore del suo abito che si strappava. No, non si era giunti a quel punto, ma… il puro terrore di quei momenti in cui lui ci aveva provato, prima che lei urlasse e si liberasse con le unghie e con i denti. E non lo disse a nessuno.
Qualcosa doveva essere cambiato nella sua espressione, nel suo odore, perché il fastidio di lui svanì, no, mutò. In qualcos’altro, qualcosa… rabbia.
Questo era ciò che si vedeva sul volto di Cassian.
Pura, cocente rabbia.
Le tolse il fiato, cancellando qualunque sentore che avesse lei il coltello dalla parte del manico quando lui tagliò corto «Chi è stato?»
Odiava Tomas, lo odiava al punto che a volte sperava che venisse investito da un carro, ma non avrebbe augurato a nessuno il genere di morte che gli occhi di Cassian promettevano.
«Non so di cosa tu stia parlando» rispose e fece per ritirare la mano.
Lui la afferrò, prima che potesse registrare il movimento, bloccandola lì.
Era come se il suo cuore stesse galoppando, un rimbombante, potente galoppo.
Pericoloso, pericoloso, pericoloso era quel maschio.
Solo per il fatto che la faceva sentire senza controllo. Che non aveva idea di cosa lui, cosa lei, avrebbe fatto se l’avesse trovata vulnerabile per un solo istante.
«Qualcuno ti ha fatto del male» disse, la voce così gutturale che lo comprese a malapena.
L’ira, l’assoluta fermezza in cui si ergeva, era così quando stava per uccidere. Quando voleva uccidere.
Mano contro mano, i calli che la graffiavano.
Lei non gli rispose. «Cambierebbe qualcosa se qualcuno l’avesse fatto? Mi metterebbe in una luce diversa? Mi tratteresti diversamente?»
«Mi farebbe dare la caccia a quella persona per spezzargli ogni osso che ha in corpo.»
Un brivido le percorse la spina dorsale, non per paura di lui, ma per la verità celata in quella promessa. La sincerità.
«Non mi conosci» disse lei. «Perché dovresti preoccupartene?»
Cassian ringhiò, avvicinandosi ulteriormente, la sua mano che stringeva quella di lei, poi si fermò. Come se la domanda stesse penetrando. Come se la realtà stesse penetrando. «Lo farei per chiunque.»
Sapeva che diceva sul serio, che l’avrebbe fatto.
Forse era quello che la snervava, che la portava a volerlo ferire. L’assoluta sincerità. Il fatto che onorava le sue promesse e che non ne faceva alla leggera. Che vedeva e diceva la verità, e quando la vide il primo giorno, giudicò le sue… azioni di quando vivevano nella loro vecchia casa.
La sua codardia, l’egoismo. La rabbia che l’aveva consumata, al punto da portarla a volere tutti tremendamente affamati, solo per vedere se il loro inutile padre si sarebbe degnato di salvarle. E poi la piccola Feyre si era fatta avanti e Nesta l’aveva odiata anche per questo, perché Feyre aveva fatto l’inimmaginabile per mantenerli in vita.
Non sapeva di che farsene, di quella rabbia. Ancora la bruciava, la perseguitava, la faceva voler scattare, ruggire e distruggere tutto fino a fare a pezzi il mondo intero.
Lei sentiva tutto, troppo e profondamente. Odiava e si preoccupava, amava e temeva, più delle altre persone, pensava a volte. Poteva vagliare tutti loro in un istante, come se provasse un nuovo abito, e nessuno se ne accorgeva o non gli importava.
Tranne lui. Lui lo vedeva, lo sentiva.
Quel primo pomeriggio l’aveva guardata, non il viso ed il corpo a cui gli uomini umani puntavano, ma lei, ed aveva visto tutto. Voleva ferirlo per ciò, prima che potesse rivelare quelle cose a chiunque altro, voleva trovare un modo per spezzarlo così che non potesse…
La mano che spingeva la sua contro il suo petto allentò la presa. Il pollice di Cassian accarezzò il dorso della sua mano, il polpastrello ruvido per i calli.
Un ceppo di legno si spostò nel fuoco, schioccando mentre le braci scoppiettavano, illuminando la stanza.
Era rimasta a fissarlo. Lui sbatté le palpebre, la bocca che si aprì appena.
Cassian si inclinò verso di lei, e Nesta si trovò a piegare la testa all’indietro, esponendo il collo, garantendogli ulteriore accesso mentre lui le sfiorò la gola con il naso.
Che la Madre ed il Calderone lo dannassero.
Quella donna.
Nesta.
Cassian non riuscì ad allontanarsi da quella linea che era chiaramente segnata tra loro. Il momento prima avrebbe voluto strozzarla, poi aveva visto il terrore sul suo volto riguardo il suo passato e l’aveva sopraffatto una tale calma omicida che si era spaventato di sé, poi… poi tutto si era fermato, l’occhio del ciclone con loro dentro, e lei era lì.
Ed in quegli occhi grigio-azzurro poteva vedere i pensieri che le giravano per la mente, come fumo in un bicchiere. L’astuta mente al lavoro dietro quel viso, lo stesso che non era riuscito a togliersi dalla testa in quelle settimane.
Quindi, semplicemente, si… mosse.
E poi Nesta aveva alzato il mento, dandogli completo accesso alla sua gola.
Ogni istinto nel suo corpo venne in superficie, così violentemente che li dovette soffocare con una presa salda, altrimenti si sarebbe trovato in ginocchio, implorandola di toccarlo, di fare qualunque cosa.
Ma si chinò in avanti, passando la punta del naso lungo il lato del suo collo.
Morbida, la sua pelle era così morbida; così delicata. Poteva sentire l’odore del sangue mortale che scorreva nelle vene appena sotto quella pelle. Cassian inalò il suo profumo, che si attaccò a qualche intrinseca parte di lui, radicandosi e facendo sussultare il suo membro.
Nesta, Nesta, Nesta.
Gli occhi di lei si chiusero ed un affannato, piccolo suono uscì dalle sue labbra mentre Cassian spostava le labbra dove poco prima aveva strofinato il naso.
Quasi gli cedettero le gambe quando lei spinse ulteriormente la sua esile mano contro di lui. Cercò di non pensare a come sarebbe stato avere quella mano da qualche altra parte. Afferrandolo, accarezzandolo.
“Di più, di più, di più” implorava il suo corpo.
Inclinò la testa e baciò un altro punto, più vicino alla sua mandibola.
Il suo frenetico battito cardiaco era come le ali di un colibrì, anche se il suo corpo rimase teso, ma sciolto nei punti giusti, un leggero rossore che si espandeva sui suoi meravigliosi seni. Abbastanza grandi da riempirgli le mani, contro cui strofinarsi finché non lei non lo avesse implorato…
Il suo battito cardiaco martellava proprio sotto la sua bocca. La leccò. E fu proprio quel tocco che la fece saltare indietro.
Nesta andò a sbattere contro i pannelli di legno abbastanza forte che la dovette afferrare. Ma lei aveva gli occhi spalancati, furiosa, mentre si portava una mano alla gola.
Cassian la batté sul tempo con un commento velenoso contro quello che lei si stava preparando a sputare, dicendo «Un po’ tesa in questi giorni, Nesta?»
Lei abbassò la mano sibilando «È stata una tua qualche magia da Fae a fare questo?»
Abbaiò una risata. «No. Anche se sono lusingato che tu pensi questo.»
Nesta lo guardò in cagnesco, ma emise una bassa risatina. «Beh» disse, passandogli di fianco, dirigendosi verso la finestra con lenti passi calcolati. «Se un guerriero Fae nato bastardo è in grado di fare questo, non c’è da stupirsi che mia sorella sia così coinvolta con dei Signori Supremi.»
Stronza.
Stronza per l’insulto a lui e a Feyre. «Ti ha infastidita di più il fatto che lo volevi, o che un nessuno nato bastardo ti ha fatto provare certe cose, Nesta?»
«È stato un lungo inverno. I mendicanti non possono essere esigenti, suppongo.» Innalzò muro dopo muro dopo muro, la sua postura che si irrigidiva e…
Che gli importava? Che cosa gli importava? Aveva già abbastanza stronzate di cui doversi preoccupare. Lanciarsi su una mortale che avrebbe avuto qualche altra decade prima che le cose diventassero strane era… stupido. E poi ci sarebbe stato il problema di doverlo spiegare a tutti gli altri.
A Mor. Gli si gelò il sangue.
Non era stupido. Sapeva che lei e Azriel erano… qualunque cosa fossero. Sapeva che Azriel si era innamorato di Mor non appena era entrata nel campo di guerra Illyrian cinque secoli prima. E Cassian ne era stato geloso, dei timidi sguardi di Mor verso Azriel in quelle prime settimane e del fatto che il suo migliore amico e fratello… stesse guardando qualcun altro. Che lei era apparsa ed Azriel era cambiato. Leggermente, ma Cassian sapeva che il suo amico non apparteneva più solo a lui e a Rhys.
Così quando Mor gli chiese di andarci a letto insieme… L’aveva fatto. Uno stupido, geloso coglione, l’aveva fatto e se n’era pentito alla prima spinta, quando aveva sentito la sua verginità cedere sotto di lui, ed aveva realizzato la gravità di ciò che aveva fatto.
Ma poi lei se n’era andata ed Azriel non aveva fatto niente, e… Mor era ancora tra di loro. Da qualche parte tra l’essere amica ed amante. Cara alla sua famiglia, ma… Cassian si era odiato per quello sguardo sul volto di Azriel, successivamente.
E poi per quello che era successo a Mor per mano della sua famiglia.
Aveva avuto delle amanti, alcune solo per una notte, altre per mesi, e a Mor non era mai importato, ma…
Questa donna che stava davanti a lui come un pilastro di acciaio e fiamme… Cassian non voleva dire a Mor di lei. Di come le aveva toccato il collo.
Cassian riuscì a dire «Dato che eri felice di una distrazione, supporrò che le regine non si siano fatte sentire e me ne andrò.» Prima che lei riuscisse a castrarlo completamente. Schioccò le dita, la lettera di Rhys apparse tra di esse. La appoggiò su un basso tavolino lì vicino. «Inviatela alle regine prima che potete.»
Nesta spostò lo sguardo tra la lettera e lui, raddrizzando le spalle. «Dì a mia sorella ed a quel suo nuovo Signore Supremo di mandare qualcun altro la prossima volta.»
Cassian digrignò i denti in un sorriso feroce. «Dì alla tua altra sorella che preferiremmo avere a che fare con lei.»
«Elain resta fuori da questa storia. Meno deve avere a che fare con la tua specie, meglio è.»
«Perché le lasci sposare quel coglione bigotto?» La domanda gli sfuggì.
«Ha buone ragioni per odiare la tua specie. E così ne abbiamo noi.»
«Questa è una stronzata e lo sai benissimo»
«Credevo te ne stessi andando.»
«Hai una maledetta opinione per chiunque altro nel mondo. Perché non dire ad Elain che sta per sposare un mostro?»
«Forse tutti voi maschi siete dei mostri.»
Se qualcuno le avesse fatto del male, non l’avrebbe biasimata affatto per quel pensiero. Ma le sue parole furono comunque taglienti quando disse «Merita qualcuno di migliore.»
«Naturalmente.» Piatta e fredda.
Lui continuò, perché semplicemente non riusciva a fermarsi «E cos’è che tu meriti?»
Un lento sorriso, un felino pronto ad uccidere. Poi «Sicuramente più di un nessuno nato bastardo.»
Stronza. Ma rispose «Che socia carina che sei, Nesta. Ricordami di portare un libro di strategia militare la prossima volta. Allora, magari, avrai qualche possibilità.»
Uno sguardo freddo, piatto.
«È più semplice, non è vero» mormorò Cassian, avvicinandosi nuovamente, non curandosi di chi avrebbe potuto vederli dalla finestra. «Brandire le parole e la freddezza come armatura per impedire agli altri di vedere dove e chi hai deluso e di come non ti è importato finché non è stato troppo tardi.»
Solo l’odio le brillava negli occhi, nessuna traccia di quella lussuria dormiente che gli aveva annebbiato i sensi.
«Beh, io riesco a vederlo, Nesta Archeron. E tutto ciò che vedo è una ragazzina annoiata e viziata…»
Si mosse con un’impressionante velocità per un essere umano, ma fu comunque troppo lenta, permettendogli di bloccarla.
Cassian le afferrò il ginocchio alzato, a pochi pollici dalle sue palle e premette abbastanza forte da farla sibilare.
«Colpo basso» disse con un mezzo sorriso. «Vieni a giocare con me, Nesta, e ti insegnerò modi molto più interessanti per portare un maschio in ginocchio.»
Provò a liberarsi, ma lui non la lasciò. Inciampò all’indietro e lui la afferrò per la vita, tirandola vicino a sé per impedirle di cadere dalla finestra. Diede un’occhiata alle gonne attorno a lui. «Comunque, cosa nascondi sotto tutto questo?»
Nesta si stabilizzò abbastanza da liberare il ginocchio dalla presa di lui. «Esci da casa mia.»
Cassian le fece solo un sorriso.
Era tesa a causa sua.
Credeva che l’avrebbe strangolato, per cui le aveva afferrato il polso, ma…
Le sue mani, fredde e ferme, gli afferrarono i lati del volto. Tirandogli la testa verso di sé.
Il respiro di Cassian divenne irregolare quando gli occhi di lei si posarono sulla sua bocca, quando premette il proprio corpo contro il suo, quei seni cosi morbidi contro di lui. “Stupido, stupido, stupido…”
Non gli importava. Non gliene importava un cazzo mentre lei si sollevò sulla punta delle dita, avvicinando la bocca alla sua…
Il dolore esplose tra le sue gambe, togliendoli il respiro dai polmoni quando quel maledetto ginocchio trovò il suo bersaglio.
Cassian barcollò all’indietro, imprecando. Lei sbuffò, guardandolo cadere contro una poltrona, tenendosi lo stomaco, cercando di riordinare la sua mente…
«Siete tutti uguali.» disse, imperiosa come la notte e fredda come il crepuscolo. «Forse essere immortali vi rende prevedibili.»
«Tu» boccheggiò.
Una bassa risata emerse da quelle labbra, che si era preparato ad assaggiare, a divorare…
«No, le regine non si sono fatte sentire» disse Nesta, avviandosi verso la porta. «Non abbiamo sentito niente da parte loro.»
Cassian costrinse le sue gambe a muoversi, ma il dolore persisteva, immobilizzandogli le ginocchia.
«Invierò la lettera domani mattina.» Nesta si fermò con la mano sulla maniglia e guardò oltre la propria spalla. «Non sai niente di chi io sia, di ciò che abbia fatto e cosa voglio. E già che siamo sull’argomento… Manda qualcun altro, la prossima volta. Se ti vedo sulla soglia di casa mia, urlerò abbastanza forte affinché i servitori accorrano.»
Lui rimase a bocca aperta, il dolore si placò abbastanza da permettergli di rimettersi in piedi.
Ma Nesta se n’era andata, scendendo nell’atrio, dove un qualche domestico la chiamò e lei mormorò una risposta.
Un minuto dopo lui se ne andò. Non per la porta principale, ma passando per la maledetta finestra della camera da letto di lei, come un ladro nella notte. Si lanciò nel cielo prima che qualcuno potesse chiedersi cosa fosse stato quel fruscio e battito d’ali.
Cassian non girò intorno alla casa. Ma poteva comunque sentire l’attenzione di Nesta su di lui mentre si dirigeva verso il muro. Anche se schermato dall’essere visto, poteva sentire quegli occhi grigio-azzurro su di sé.
Capitolo Bonus La Corte Di Fiamme E Argento Feysand
Avviso: Partendo dal presupposto che non ho studiato per diventare traduttrice, quindi ci saranno SICURAMENTE dei possibili errori di traduzione, grammatica, punteggiatura e/o ortografia, questa è la mia versione tradotta in italiano dei capitoli bonus dei libri di Sarah J. Maas.
«Beh, è andata meglio del previsto» ammise Rhys una volta che tutti se n’erano andati, reclinando la testa contro il braccio dell’ampio divano dello studio. Nesta e Cassian erano tornati alla Casa del Vento, dove mia sorella aveva promesso di trovare un modo per iniziare la ricerca del Forziere della Paura. Il mio compagno aggiunse ironicamente “Nonostante il disastro tra Elain e Nesta.”
Ero tornata dalla chiacchierata con mia sorella sul piccolo, il bambino, trovando Rhys sdraiato sul divano, un braccio posato sugli occhi, probabilmente per trovare un momento di pace dopo aver sopportato l’esuberante euforia di Cassian ed Azriel.
Mi sedetti sul divano di fianco a Rhys, alzando le sue gambe muscolose sistemandomi sotto di esse. «Elain ha mostrato un po’ i denti» osservai. «Non me lo sarei aspettato.» O ciò che aveva detto riguardo al suo trauma persistente. Avevo intenzione di parlarne con Nesta, quante volte mi ero concentrata solamente sul mio terrore durante la sofferenza di Elain?
Rhys mi guardò con occhi semi aperti, il ritratto della grazia oziosa. Ma disse lentamente «Come ti fa sentire?» scrollai le spalle, reclinando la testa contro i cuscini «In colpa. Ha addossato tutta la sua rabbia contro Nesta, ma me la merito anche io.»
Elain ed io ci eravamo avvicinate molto dopo la fine della guerra con Hybern. È vero, potrei non essere mai andata a bere qualcosa con lei nello stesso modo in cui lo facevo con Mor e a volte Amren, ma… beh, con un bambino in arrivo, non potevo comunque più bere. E anche se non sono mai corsa prima da Elain con dei problemi o per consigli, avevamo una pacifica, amichevole comprensione. La trovavo una piacevole compagnia.
Mi chiesi se si sarebbe offesa per quel giudizio. Io sicuramente l’avrei fatto.
Rhys chiese «Hai mai visto Elain così?»
«No.» mi morsi il labbro inferiore. Lo sguardo di Rhys seguì il movimento. «Voglio dire, è stata coraggiosa quando serviva, ma non è mai stata polemica.»
«Forse non le è mai stata data la possibilità di esserla.»
Girai la testa verso di lui. «Credi che la stia soffocando?»
Rhys alzò le mani. «Non da sola.» Osservò lo studio mentre pensava. «Ma mi chiedo se tutti hanno costantemente creduto Elain dolce ed innocente, al punto da spingerla a comportarsi così, per non deludere tutti quanti.» Sospirò verso il soffitto. «Con il tempo e la sicurezza, magari vedremo emergere un altro suo lato.»
«Suona pericolosamente simile a quello che Nesta ha detto sul fatto che Elain stia finalmente diventando interessante.»
«Forse Nesta non ha torto.»
Guardai Rhys in cagnesco. «Credi che Elain sia noiosa?»
«Credo sia gentile, e sceglierei sempre la gentilezza alla cattiveria. Ma credo anche che non abbiamo visto tutto ciò che ha da offrire.» Un angolo della sua bocca si alzò. «Non dimenticare che il giardinaggio spesso risulta in qualcosa di bello, ma serve che le mani di qualcuno si sporchino nel frattempo.»
«E che vengano punte da spine» riflettei, ricordandomi di un mattino dell’estate precedente, quando Elain arrivò a casa, il palmo destro sanguinante a causa di diverse ferite causate da un roseto testardo che le aveva bucato i guanti. Le spine le si erano infilate sotto la pelle, lasciando schegge appuntite che dovetti rimuovere.
Non osai menzionare il fatto che se avesse usato i guanti incantati che Lucien le aveva preso per lo scorso Solstizio, niente gli avrebbe forati.
Sospirai, accarezzandomi distrattamente la pancia ancora piatta. «Concentriamoci sull’aiutare una sorella prima di iniziare con l’altra.»
«Concordo.» biascicò Rhys.
Lo fissai. «Dovevi per forza guardare Nesta come se la volessi uccidere, prima?»
Si mise seduto, l’anima dell’innocenza. «Non so di cosa tu stia parlando, Feyre cara.» Si sporse in avanti, l’aria luccicò brevemente quando lo scudo attorno a me venne abbassato. Le sue labbra mi accarezzarono la guancia. «Non farei mai una cosa simile. Devi pensare al tuo altro compagno.»
«Sì. Quello crudele, iperprotettivo, mezzo fuori di testa.» Sorrisi mentre mi baciava la mascella, poi il collo. Mi si piegarono le dita dei piedi.
«Crudele?» mormorò Rhys contro la mia pelle. «Mi ferisci.»
Gli permisi di adagiarmi sui cuscini, assaporando il suo peso mentre si sistemava sui gomiti. «Sembri felice» disse, il suo sorriso dolce e tenero in un modo che in pochi nel mondo fuori Velaris avevano mai visto.
«Sono felice» dissi. «Sono felice che la nostra famiglia possa condividere la nostra gioia.» A prescindere da quanto fosse diventato difficile il rapporto tra me e Nesta, aveva rischiarato qualcosa nel mio petto quando ci aveva fatto le sue congratulazioni.
«Se credi che sono iperprotettivo» disse Rhys, i capelli scuri che gli scivolarono in faccia «allora aspetta solo che Mor torni da Vallahan. Non lascerai mai la casa senza qualcuno che ti accompagni.»
«Credevo che Azriel e Cassian sarebbero stati quelli di cui preoccuparsi.»
«Oh, saranno tremendi. Ma Mor probabilmente aggiungerà un secondo scudo attorno a te e verrà a controllare sei volte al giorno per assicurarsi che mangi e dormi abbastanza.»
Gemetti. «Che la Madre abbia pietà.»
«Hmmm» disse Rhys, gli occhi luminosi mentre giochicchiava con la fine della mia treccia.
Per un lungo minuto, ci sorridemmo a vicenda. Osservai ogni elegante parte del suo volto, ogni punto che risplendeva di calore e felicità che radiavano da lui. «Cassian ha detto che sei stato lunatico. Perché?»
Credevo a Cassian, ma Rhys non era stato affatto lunatico attorno a me. Ogni volta che il mio compagno mi guardava negli ultimi tempi, solo puro amore risplendeva nei suoi occhi.
Non mi sarei mai scordata il momento in cui avevamo scoperto che portavo in grembo nostro figlio, quel bellissimo bambino che l’Intagliaossa mi aveva mostrato. Ero seduta davanti ad un cavalletto nella galleria, durante la tarda serata, dipingendo un incubo che avevo avuto il giorno prima.
I bambini erano tornati a casa, ed ero restata da sola, il che era inusuale in quei giorni, e mi era rimasta qualche rara energia in eccesso dopo le lezioni. Le cose che i bambini dipingevano spesso mi facevano piangere, anche se ero sempre attenta a nascondere le lacrime. Ma nonostante la quantità di emozioni complesse che quella giornata di lavoro mi aveva scatenato, si era dimostrato gratificante in un modo che non avrei mai potuto immaginare. In un modo che tutta la mia considerevole magia non mi aveva mai fatto provare.
E l’unica cosa da fare con quelle emozioni era dipingerle.
L’incubo mi aveva lasciata sbilanciata tutto il giorno, restando nella mia mente come una specie di livido. Ero tornata Sotto la Montagna, ad affrontare nuovamente la mia seconda sfida, quegli spuntoni irregolari che scendevano per impalarmi se non avessi tirato la giusta leva in tempo. In qualche modo ero tornata analfabeta, incapace di decifrare i segni sul muro, costretta a scegliere a caso la mia salvezza o la mia fine. Rhys mi aveva salvata, allora, ma nel sogno, lui non c’era.
Solo Amarantha era presente, il re di Hybern un’ombra dietro di lei, ed in qualche modo nessuno sapeva dove fossi, che ero stata riportata lì perché lei aveva capito che la prima volta ne ero uscita imbrogliando, e non sarei mai uscita, mai uscita, mai uscita…
Quello era stato l’ultimo pensiero che ho avuto prima di costringermi a svegliarmi, madida di sudore, il cuore che mi martellava nel petto. Rhys si mosse, mettendomi al suo fianco, la sua ala che copriva entrambi, e nonostante mi accoccolai al suo calore ed alla sua forza, il sonno non mi ritrovò.
Quindi attesi finché i bambini non avevano lasciato lo studio quel giorno, prima di prendere una tela nera e la mia tavolozza. Mi preparai una tazza di the alla menta piperita e radice di liquerizia, poi presi il pennello.
Avevo dipinto quell’incubo per quasi due ore, la schiena rivolta alla porta, quando Rhys entrò. Rimase completamente in silenzio. Non era l’appagato silenzio in cui rimaneva a volte mentre mi osservava dipingere. Era puro silenzio scioccato.
Mi girai verso di lui in tempo per vederlo crollare sulle ginocchia.
E poi si mise a piangere e a ridere e l’unica cosa che riuscii a capire dal suo balbettare estatico fu una parola: bambino. Mi alzai dallo sgabello. Stavo piangendo anche io quando mi lanciai tra le sue braccia, buttandoci a terra entrambi, e mi appoggiò una mano sulla pancia, in meraviglia.
Qualcosa era cambiato nel mio odore da quando l’avevo lasciato quella mattina, forse anche da quando se n’erano andati i bambini. Alla fine la vita si era radicata dentro di me.
Restammo stesi sul pavimento, le nostre risate e le lacrime mischiate assieme e, una volta che ci calmammo, lo baciai. I nostri vestiti svanirono subito dopo e lo cavalcai sul pavimento dello studio, lasciando che la luce dentro di me brillò sufficientemente forte da proiettare ombre nella stanza.
Ricominciò a piangere guardandomi muovere, lacrime silenziose che scivolavano lungo la notte stellata da lui emanata, e quando mi inclinai per leccarle via, venne così intensamente da far raggiungere anche a me l’apice del piacere.
Ed ora, proprio come aveva fatto quella volta nello studio, le sue dita iniziarono a tracciare pigri cerchi sul mio ventre, sui seni, già pesanti e doloranti in un modo che non aveva niente a che fare con il desiderio che stava crescendo tra le mie gambe. Era stato uno dei primi segni, oltre il vomito che nell’ultimo periodo era continuativo: i miei seni si erano gonfiati e facevano male.
Rhys fece un cerchio attorno ad uno dei miei capezzoli, che divenne turgido sotto il suo tocco. Lo osservò diventare un rilievo sotto la maglia, come un gatto osserva un topo.
«Rhys» dissi quando la mia domanda rimase senza risposta. «Perché Cassian ha detto che sei stato lunatico?»
Chiuse la bocca attorno ad un mio seno, i denti che mi graffiavano attraverso la maglia. «Non c’è un motivo.»
«Bugiardo.» gli tirai i capelli, costringendolo a tirare su la testa. «Dimmelo.»
Si liberò dalla mia presa e mise il viso contro il lato del mio collo, abbassando il proprio corpo abbastanza da mostrarmi come sarebbe andata a finire. Non riuscii a fermare i miei fianchi dallo scontrarsi con i suoi. Un altro segno: Ero stata tremendamente affamata. E non solo di cibo.
C’erano state notti in cui avevo a malapena aspettato che Rhys entrasse in camera da letto prima di strappargli i vestiti di dosso, prima di crollare sulle ginocchia per prendere in profondità nella mia bocca il suo membro, o chiedergli di scoparmi contro il muro. C’erano giorni interi in cui scoprivo di avere bisogno di averlo dentro di me, che usai i miei poteri da daemati per chiedergli di incontrarmi alla casa di città per pranzo, dato che era più vicino allo studio, rispetto alla nostra nuova casa.
Quella adorabile, perfetta casa che avevamo costruito, con una camera per bambini che, volesse il Calderone, sarebbe stata occupata verso la fine della primavera.
Rhys fece combaciare la mia interminabile fame con la sua. A volte lo facevamo lentamente, assaporando ogni centimetro dell’altro, l’incarnazione di quello che significa fare l’amore. Altre volte, solitamente, erano pure, rudi scopate. Solo quella mattina, ero stata così assalita dal desiderio che eravamo a malapena riusciti a fare colazione in privato nella nostra stanza, prima che gli andassi sopra cavalcandolo fino a che non restammo entrambi privi di sensi dal piacere.
Chiesi a Madja a riguardo il giorno precedente, se fosse una cosa… normale volerlo così tanto.
«Sì» aveva risposto, con gli occhi che luccicavano. «Molte gestanti non ne parlano, ma ha a che fare con l’essenza alterante del tuo corpo. Non so dirti perché succede, ma è normale. Goditi ogni momento.»
Rhys disse contro il mio collo «Sono stato lunatico perché non ho dormito.» Mi leccò lungo la gola e la sua mano si fece strada nei miei pantaloni. Non lo fermai, non quando le sue dita trovarono l’umidità che lo attendeva. Emise un ringhio soddisfatto. «Visto?»
Sapevo che stava cercando una copertura e lo lasciai fare. Avevo imparato che Rhys mi avrebbe detto cosa lo preoccupava quando sarebbe stato pronto a farlo. Forse Cassian aveva interpretato male il suo comportamento, forse era rivolto verso mia sorella.
Sapevo che era improbabile.
Ma mentre Rhys fece scivolare le sue dita dentro di me, seguendo un perfido ritmo lento, lasciai stare. Era sempre stata una parte della nostra amicizia: darci a vicenda il tempo di decidere quando eravamo pronti a parlare.
E poi c’era il nostro accordo finale, marchiato con l’inchiostro su di noi da quando avevamo sconfitto Hybern… Gli diedi un bacio profondo, la lingua che si aggrovigliava alla sua. Non avremmo passato un momento in questo mondo senza l’altro. Potevo solo pregare che il nostro bambino, un giorno, trovasse un amore del genere.
Rhys mi portò sull’orlo dell’orgasmo e poi la sua mano ed i miei vestiti sparirono. Si sbottonò i pantaloni con tremenda lentezza, guardandomi in faccia mentre liberava la sua considerabile lunghezza. Continuò a guardarmi per tutto il tempo mentre scivolava dentro di me in un’unica, potente spinta, sembrava assaporare ogni mio gemito e supplica senza fiato mentre si muoveva dentro di me.
Come se lo stesse memorizzando, tutto quanto.
Quando fummo entrambi ansimanti, il viso di Rhys ancora affossato contro il mio collo, le mie dita che si aggrovigliavano pigramente nella sua maglia madida di sudore, dissi «Sembra reale ora che anche gli altri lo sanno.»
Rhys sapeva a cosa mi riferivo. «C’è ancora una persona de informare.»
Sorrisi, tirandogli i capelli per costringerlo a guardarmi. Rhys obbedì, guardandomi in faccia. «Vuoi essere te a dirlo a Mor o posso farlo io?»
Lui la conosceva da più tempo, ma io la consideravo la mia più cara amica.
Una sorella, forse anche più di quelle che avevo già.
«Credo che dovremmo lasciare che glielo dica lui» disse Rhys, indicando la mia pancia.
Alzai un sopracciglio. «Come?»
Sorrise ironicamente. «La prossima volta che Mor sarà a casa, lasceremo scendere lo scudo attorno a te. Vediamo quanto ci vuole prima che ti senta. E che senta lui.»
Ricambiai il sorriso. «Mi piace.» Già desideravo avere modo di catturare la faccia di Mor in quel momento. Feci scorrere una mano lungo i capelli setosi di Rhys. «Hai qualche nome in mente?»
Rhys fece un sorrisino. «Oh, sì.»
«Non mi fido affatto di quel sorriso.»
«Perché?» si tirò indietro e con un’ondata della sua magia, ci trovammo entrambi puliti. Repressi la crescente fame che mi si era scatenata guardandolo risistemarsi nei pantaloni. «Non gli darei mai un nome ridicolo.»
«Non ti credo.» Gli toccai il naso. «Il tuo cognome…»
«Non parliamo del mio cognome» disse, mordicchiandomi la punta del dito.
Risi. «Va bene.»
Ma i suoi occhi si oscurarono «E se lo chiamassimo come tuo padre?»
Il mio cuore si tese. «Ti andrebbe davvero bene?»
«Ma certo.»
Dovetti inghiottire il nodo che mi si era formato in gola mentre mi tirai su per sedermi, fronte a fronte con lui. «Magari come secondo nome, ma… no. Voglio che nostro figlio abbia un nome suo.»
Nostro figlio. Le parole erano strane, ma splendide sulla mia lingua.
Rhys annuì, il viso si addolcì, come se le parole avessero commosso anche lui.
Potevo già vedere il padre che sarebbe diventato, lo vedevo ridere mentre lanciava il nostro bambino per aria, lo vedevo sonnecchiare con il bimbo su quel divano, un libro aperto sulle gambe. Nostro figlio non avrebbe mai, neanche per un istante, dubitato di essere amato ed apprezzato. E Rhys sarebbe andato fino alla fine del mondo per proteggerlo.
Sorrisi a quel sogno ad occhi aperti, le mani che già volevano disegnare quelle scene.
Rhys emise un mormorio di contemplazione. «Che ne dici di Nyx?»
Sbattei le palpebre. «Nyx?»
Rhys indicò una delle pareti di libri nello studio. Un tomo rilegato in pelle fluttuò verso le sue dita aperte. Senza dire una parola aprì su una pagina e me lo passò.
Lessi il testo all’interno. «Un’antica dea della notte?»
«Più o meno dei tempi del Forziere, in realtà» disse Rhys. «È per lo più dimenticata, ora, ma mi piace come suona il suo nome. Perché non usarlo per un maschietto?»
«Nyx» riflettei ancora, il nome che riecheggiava nel silenzio dello studio. Mi passai un dito tatuato sulla pancia. La mano di Rhys si sovrappose alla mia ed entrambi sorridemmo alla piccola vita che si stava formando nel mio corpo.
«Nyx» dissi un’ultima volta, e avrei potuto giurare che un potere baciato dalla notte emerse in risposta.
Rhys trattenne il respiro, come se avesse sentito anche lui quel nucleo di potere.
Insieme, guardammo le nostre mani congiunte, il mio ventre sotto di esse.
Insieme, guardammo nostro figlio, ed offrii i miei silenziosi ringraziamenti alla Madre per il bellissimo futuro che era sbocciato di fronte a noi.
Capitolo Bonus La Corte Di Fiamme e Argento in italiano Azriel
Avviso: Partendo dal presupposto che non ho studiato per diventare traduttrice, quindi ci saranno SICURAMENTE dei possibili errori di traduzione, grammatica, punteggiatura e/o ortografia, questa è la mia versione tradotta in italiano dei capitoli bonus dei libri di Sarah J. Maas.
Detto ciò, buona lettura!
Finalmente la casa sul fiume era sprofondata nel silenzio dopo la movimentata festa per il solstizio d’inverno, le lucifatate attenuate che proiettavano piccole macchie d’oro in contrasto alle tenebre della notte più lunga dell’anno.
Amren, Mor e Varian erano finalmente andati a letto, ma Azriel si trovò a restare al piano di sotto.
Sapeva che avrebbe dovuto dormire un po’. Ne avrebbe avuto bisogno per l’alba, per la battaglia a palle di neve che si sarebbe tenuta alla cabina. Cassian quella sera aveva menzionato almeno sei volte che aveva un piano segreto riguardo la sua vittoria imminente. Az aveva lasciato che il fratello si vantasse. Soprattutto perché Azriel stava pianificando la propria vittoria da ormai un anno.
Cassian non poteva immaginare cosa lo aspettava. Ed Az aveva intenzione di trarre vantaggio dal fatto che Nesta non avrebbe fatto dormire molto Cassian quella notte.
Az ridacchiò tra sé e sé, le ombre attorno a lui in ascolto.
“Vorrei poterlo fare” rispose silenziosamente. Ma il sonno lo trovava raramente in quei giorni.
Troppi pensieri affilati come rasoi lo ferivano ogni volta che si soffermava a pensarci troppo. Troppe voglie e bisogni gli lasciavano la pelle surriscaldata e gli facevano tendere le ossa. Quindi dormiva solo quando il suo corpo cedeva, e anche allora era solo per poche ore.
Azriel osservò la stanza vuota, regali e nastri che ricoprivano gli arredi. Cassian e Nesta non erano tornati, il che non aveva sorpreso nessuno. Era contento per suo fratello, ma comunque…
Azriel non riusciva a controllarla. L’invidia nel suo petto. Verso Cassian e Rhys.
Sapeva che ne sarebbe stato sopraffatto se fosse andato nella sua stanza, quindi rimase di sotto, alla luce morente del fuoco.
Ma anche il silenzio era un peso troppo oneroso ed anche se le ombre gli facevano compagnia, come avevano sempre fatto, come avrebbero sempre fatto, si trovò a lasciare la stanza. Entrando nell’atrio.
Passi leggeri si sentirono scendere dalle scale, ed eccola.
Le lucifatate facevano risplendere i capelli sciolti di Elain, facendola sembrare luminosa come il sole all’alba. Lei si fermò, il respiro le rimase in gola.
«Io…» La guardò deglutire. Strinse un pacchettino tra le mani. «Stavo venendo a lasciare questo sulla tua pila di regali. Mi sono scordata di dartelo, prima.»
Bugia. Beh, la seconda parte era una bugia. Non aveva bisogno delle sue ombre per comprendere il suo tono, la leggera contrazione del viso. Aveva atteso che tutti fossero andati a dormire prima di avventurarsi al piano di sotto, dove avrebbe lasciato il suo regalo tra tutti gli altri regali aperti, subdola e inosservata.
Elain si avvicinò ed il suo respiro divenne più veloce quando si fermò ad un piede scarso di distanza. Allungò verso di lui il regalo incartato, le mani tremanti. «Tieni.»
Az cercò di non guardare le proprie dita ricoperte di cicatrici mentre prese il regalo. Non aveva preso un regalo per il suo compagno. Ma ne aveva preso uno per Azriel l’anno precedente, una polvere per il mal di testa che teneva sul comodino alla Casa del Vento. Non da usare, ma solo da guardare. Cosa che faceva ogni notte che dormiva lì. O provava a dormire lì.
Azriel scartò il pacchetto, dando un’occhiata al biglietto che diceva solo “Potresti trovarli utili alla Casa in questi giorni” e poi aprì il coperchio.
Due pezzettini di tessuto a forma di fagiolo erano posati all’interno. Elain mormorò «Gli metti nelle orecchie e bloccano ogni suono. Con Nesta e Cassian che vivono lì con te…»
Lui emise una risatina, incapace di trattenersi. «Non c’è da stupirsi che non abbia voluto che lo aprissi di fronte a tutti.»
La bocca di Elain formò un sorriso. «Nesta non apprezzerebbe la battuta.»
Le offrì un sorriso in risposta. «Non ero sicuro se darti il tuo regalo.»
Lasciò il resto non detto. Perché il suo compagno era lì, che dormiva al piano di sopra. Perché il suo compagno era nel salotto ed Azriel dovette stare tutto il tempo sulla porta perché non riusciva a sopportare di vederlo, di sentire il loro legame di compagni ed aveva bisogno di una via di fuga se fosse stato troppo.
I grandi occhi di Elain vacillarono, ben consapevole di ciò. Proprio come lui sapeva che lei era a conoscenza del motivo per cui Azriel andava raramente alle cene di famiglia, nell’ultimo periodo.
Ma quella sera, nel buio e nel silenzio, senza qualcuno che potesse vedere… Tirò fuori una scatolina in velluto dalle ombre attorno a lui. La aprì per lei.
Elain emise un debole respiro che gli sfiorò la pelle. Le sue ombre si dileguarono al suono. Erano sempre state prone a svanire quando lei era in giro.
La collana d’oro sembrava ordinaria, la catenina insignificante, l’amuleto abbastanza piccolo che avrebbe potuto essere scambiato per un gioiellino mondano. Era una piccola rosa appiattita fatta in vetro colorato, disegnata per far sì che quando la luce la colpiva, la vera profondità dei colori diventasse visibile.
Un qualcosa di una splendida bellezza segreta.
«È bellissima» sussurrò lei, sollevandola dalla scatolina. Le lucifatate dorate splendevano attraverso i piccoli vetri, facendo risplendere il gioiello con sfumature rosse, rosa e bianche. Azriel fece portare via la scatola dalle sue ombre, mentre lei mormorò «Mi aiuti ad indossarla?»
La sua mente divenne silenziosa. Ma prese la collana, aprendo il gancetto mentre lei gli diede le spalle, tirando su i capelli con una mano per scoprire il suo lungo collo morbido.
Lui sapeva che era sbagliato, ma eccolo lì, a metterle la collana al collo. Lasciando che le sue dita cicatrizzate toccassero la pelle immacolata di lei. Lasciandole accarezzare il lato della sua gola, assaporandone la consistenza vellutata. Elain tremò e lui si prese molto tempo per agganciare le due estremità.
Le dita di Azriel rimasero sulla sua nuca, appena sopra la prima vertebra. Lentamente, Elain si appoggiò sempre di più al suo tocco. Finché il suo palmo non fu premuto contro il collo di lei.
Non si era mai arrivati a quel punto. Si erano scambiati delle occhiate, gli occasionali sfioramenti delle dita, ma mai quello. Mai un tocco palese, senza restrizioni.
Sbagliato, era così sbagliato.
Non gli importava.
Aveva bisogno di sapere quale fosse il sapore della pelle del suo collo. Di cosa sapevano quelle labbra perfette. I suoi seni. Il suo sesso. Aveva bisogno che gli venisse sulla lingua…
Il membro di Azriel era dolorante dentro i pantaloni, faceva così male che a malapena riusciva a pensare. Pregò che lei non guardasse in basso. Pregò che non percepisse il cambiamento nel suo odore.
Si era concesso quei pensieri solo nel mezzo della notte. Allora permetteva alla sua mano di impugnare il suo pene e pensare a lei, quando anche le sue ombre erano andate a dormire. Come sarebbe stato il suo volto mentre la penetrava, i suoni che avrebbe emesso.
Elain si morse il labbro inferiore e servì ogni oncia di moderazione di Azriel per non affondare i propri denti lì.
«Dovrei andare» disse Elain, ma non si mosse.
«Sì» disse lui, il pollice che le accarezzava il lato della gola.
L’eccitazione di lei lo raggiunse ed i suoi occhi quasi si girarono all’interno della testa a quel dolce profumo. Avrebbe implorato in ginocchio per avere la possibilità di assaporarla. Ma Azriel si limitò ad accarezzarle il collo.
Elain rabbrividì, avvicinandosi. Era così vicina che con un respiro profondo i suoi seni gli avrebbero sfiorato il petto. Lo guardò, il viso così fiducioso, speranzoso ed aperto che lui sapeva che lei non aveva idea delle indicibili cose che gli avevano insudiciato le mani molto oltre quelle cicatrici.
Cose così terribili che era un sacrilegio che le sue dita toccassero la sua pelle, contaminandola con la sua presenza.
Ma poteva avere quello. Quel momento e magari un assaggio e sarebbe finita lì.
«Sì» mormorò Elain, come se avesse letto la decisione. Solo quell’assaggio nel cuore della notte più lunga dell’anno, dove solo la Madre gli sarebbe stata testimone.
La mano di Azriel scivolò lungo il suo collo, infilandosi tra i suoi voluminosi capelli. Muovendole la testa nel modo in cui voleva. La bocca di Elain si aprì leggermente, gli occhi puntati sui suoi prima di chiuderli.
Offerta e permesso.
Quasi gemette dal sollievo e dal bisogno mentre abbassava la propria testa verso quella di lei.
“Azriel.”
La voce di Rhys tuonò in lui, fermandolo a pochi pollici dalla dolce bocca di Elain.
“Azriel.”
Un inesorabile comando riempiva il suo nome ed Azriel alzò lo sguardo.
Rhysand era in cima alle scale. Guardandoli torvo dall’alto.
“Nel mio ufficio. Ora.”
Rhys sparì ed Azriel rimase di fronte ad Elain, ancora in attesa del suo bacio. Lo stomaco gli si torse mentre ritirava la mano dai suoi capelli, facendo un passo indietro. Costringendosi a dire «È stato uno sbaglio.»
Lei aprì gli occhi, dolore e confusione li annebbiarono prima che mormorasse «Mi dispiace.»
«Non devi… Non scusarti.» Riuscì a dire. «Non farlo affatto. Sono io quello che dovrebbe…» Scosse la testa, incapace di sopportare la desolazione che aveva fatto calare sulla sua espressione. «Buonanotte.»
Azriel trasmutò nelle ombre prima di poter dire qualcosa, apparendo alle porte dello studio di Rhys un attimo dopo. Le sue ombre gli bisbigliarono all’orecchio che Elain era andata al piano di sopra.
Rhys era seduto alla scrivania, la furia di una notte senza luna era dipinta sul suo viso. Gli chiese piano «Sei fuori di testa?»
Azriel indossò la maschera di gelo che aveva perfezionato mentre stava nella cella di suo padre. «Non so di cosa tu stia parlando.»
Il potere di Rhys si espanse nella stanza come una nube oscura. «Sto parlando di te, che stavi per baciare Elain, nel mezzo dell’atrio dove chiunque avrebbe potuto vedervi.» Abbaiò. «Incluso il suo compagno.»
Azriel si irrigidì. Lasciò la sua gelida rabbia salire in superficie, la rabbia che lasciava vedere solo a Rhysand, perché sapeva che il fratello poteva uguagliarla.
«E se il Calderone si fosse sbagliato?»
Rhysand batté le palpebre. «Che mi dici di Mor, Az?»
Azriel ignorò la domanda. «Il Calderone ha scelto tre sorelle. Dimmi come è possibile che i miei due fratelli siano con due di quelle sorelle, ma la terza sia stata data a qualcun altro.» Non aveva mai osato dire quelle parole ad alta voce.
Il viso di Rhys perse colore. «Credi di meritartela come compagna?»
Azriel sbuffò. «Credo che Lucien non sarà mai abbastanza per lei, e comunque lei non ha interesse verso di lui.»
«Quindi cosa farai?» La voce di Rhys era ghiaccio puro. «La sedurrai via da lui?»
Azriel non disse nulla. Non aveva mai pianificato di arrivare a quel punto, sicuramente non oltre le fantasie da cui traeva piacere.
Rhys ringhiò «Lascia che metta in chiaro una cosa. Tu le devi stare lontano.»
«Non puoi ordinarmi questo.»
«Oh, posso e lo farò. Se Lucien scopre che le stai dietro, avrà tutto il diritto di difendere il loro legame come preferisce. Incluso l’invocare il Duello di Sangue.»
«È una tradizione della Corte d’Autunno.» La battaglia fino alla morte era così brutale che veniva messa in atto in rari casi. Nonostante ne fosse estraneo, Azriel aveva voluto invocarlo quando aveva trovato Mor tutti quegli anni prima. Era stato pronto a sfidare sia Beron che Eris al Duello di Sangue, uccidendoli entrambi. Solo il diritto che aveva la mano di Mor di reclamare le loro teste per vendetta lo aveva frenato dal farlo.
«Lucien, come figlio di Beron, ha il diritto di richiederlo.»
«Lo sconfiggerò senza tanto sforzo.» Pura arroganza rivestiva ogni parola, ma era vero.
«Lo so.» Gli occhi di Rhys si mossero. «E se lo facessi, distruggeresti ogni fragile pace ed alleanza che abbiamo, non solo con la Corte d’Autunno, ma anche con la Corte di Primavera e Jurian e Vassa.» Rhys scoprì i denti. «Quindi lascerai stare Elain. Se ti devi scopare qualcuno, va in una casa di piacere e paga per farlo, ma le starai lontano.»
Azriel ringhiò leggermente.
«Ringhia quanto ti pare.» Rhys si appoggiò alla sedia. «Ma se ti vedo di nuovo a sbavarle dietro, te ne farò pentire.»
Rhys minacciava o si imponeva raramente. Colpì Azriel abbastanza forte da farlo rinsavire dalla sua rabbia.
Rhys indicò con il mento la porta. «Esci.»
Azriel richiuse le ali e se ne andò senza ulteriore parola, attraversando la casa e uscendo in giardino, sedendosi alla fredda luce stellare. Facendo combaciare il gelo nelle sue vene con l’aria attorno a sé.
Finché non sentì più nulla. Di nuovo non era più nulla.
Poi volò verso la Casa del Vento, sapendo che se avesse dormito nella tenuta sul fiume, avrebbe fatto qualcosa di cui poi si sarebbe pentito. Aveva fatto così attenzione a tenere Elain il più lontano possibile, era rimasto in piedi per evitarla, e quella notte… quella notte aveva avuto la conferma di aver fatto bene.
Puntò verso il campo d’allenamento, cedendo al bisogno di buttare fuori la tentazione, la rabbia e la frustrazione ed il bisogno impellente.
Lo trovò già occupato. Le sue ombre non lo avevano avvertito.
Era troppo tardi per atterrare senza sembrare che stesse correndo. Azriel atterrò nel quadrato a pochi piedi da dove Gwyn si stava allenando nel freddo della notte, la sua spada che brillava come ghiaccio nella luce lunare.
Si fermò a metà di un fendente, girandosi verso di lui. «Mi dispiace. Sapevo che foste tutti alla casa sul fiume, quindi credevo che a nessuno sarebbe importato se fossi salita quassù e…»
«Non c’è problema. Sono venuto a recuperare una cosa che mi sono scordato.» La bugia era piatta e fredda, come sapeva essere il suo volto. Le sue ombre la guardarono da dietro le ali.
La giovane sacerdotessa sorrise, ed Azriel sapeva che poteva essere diretto alle sue ombre curiose. Ma si infilò una ciocca di capelli castano ramato dietro l’orecchio a punta. «Stavo provando a tagliare il nastro.» Con la spada indicò il nastro bianco, che sembrava brillare d’argento.
«Non hai freddo?» Il respiro formò una nuvoletta davanti a sé.
Gwyn scosse le spalle. «Una volta che ti muovi, non te ne accorgi più.»
Lui annuì, il silenzio cadde. Per un istante, i loro sguardi si incrociarono. Bloccò la terribile memoria che gli passò davanti agli occhi, così in contrasto con la Gwyn che vedeva davanti a sé in quel momento.
Lei abbassò il capo, come se stesse ricordando anche lei. Che era stato lui a trovarla quel giorno a Sangravah. «Buon solstizio» disse lei, tanto un congedo quanto un augurio per le feste.
Sbuffò. «Mi stai cacciando?»
Gli occhi verde acqua di Gwyn ebbero un baluginio d’allarme. «No! Voglio dire, non mi disturba condividere il quadrato. È solo che… so che ti piace stare da solo.» La sua bocca si spostò di lato, schiacciando le lentiggini sul suo naso. «È per questo che sei venuto quassù?»
Circa. «Mi sono scordato una cosa.» le ricordò.
«Alle due di mattina?»
Puro divertimento le brillava negli occhi. Meglio del dolore che aveva notato un momento prima. Quindi le offrì un sorriso sghembo. «Non riesco a dormire senza la mia daga preferita.»
«Un conforto per ogni bambino che cresce.»
Le labbra di Azriel si contrassero. Si trattenne dal dire che dormiva eccome con una daga. Molte daghe. Inclusa una sotto il cuscino.
«Come è andata la festa?» Il suo respiro formò una nuvoletta davanti alla bocca ed una delle ombre scattò per danzarci insieme prima di tornare da lui. Come se avesse sentito una musica silenziosa.
«Bene» disse, realizzando un attimo dopo che non era una risposta socialmente accettabile. «È andata bene.»
Non che fosse molto meglio. Quindi chiese «Tu e le sacerdotesse avete celebrato?»
«Sì, anche se la cerimonia è stata il momento saliente.»
«Capisco.»
Lei inclinò la testa, i capelli luccicarono come metallo fuso. «Tu canti?»
Batté le palpebre. Non succedeva tutti i giorni che qualcuno lo coglieva di sorpresa, ma… «Perché lo chiedi?»
«Ti chiamano cantaombre. È perché canti?»
«Io sono un cantaombre, non è un titolo che si è inventato qualcuno.»
Lei scosse nuovamente le spalle, irriverente. Az socchiuse leggermente gli occhi, studiandola. «Comunque, lo fai?» continuò. «Canti?»
Azriel non riuscì a trattenere una debole risata. «Sì.»
Lei aprì la bocca per chiedere altro, ma lui non se la sentiva di spiegare. O di fare dimostrazioni, dato che di sicuro era quello che gli avrebbe chiesto subito dopo. Quindi Az indicò con il mento la spada nella mano di lei. «Riprova a tagliare il nastro.»
«Cosa… con te che guardi?»
Annuì.
Lei ci pensò e lui si chiese se avrebbe detto di no, ma Gwyn esalò un respiro, si bilanciò con i piedi e tirò un fendente. Un preciso colpo eseguito molto bene, ma non abbastanza da tagliare il nastro.
«Ancora» ordinò lui, sfregandosi le mani per contrastare il freddo, ringraziando per il suo morso frizzante e la distrazione da quella lezione improvvisata.
Gwyn fendette di nuovo, ma il nastro non cedette.
«Giri la lama di una frazione rendendola parallela al terreno.» Spiegò Azriel, sfoderando la sua spada Illyrian da dietro la schiena. «Guarda.» Fece una lenta dimostrazione, ruotando il polso come lei. «Vedi come apri qui?» Corresse la sua posizione. «Tieni il polso così. La spada è un’estensione del tuo braccio.»
Gwyn provò il movimento lentamente, come lui, mentre la osservò correggersi da sola, lottando contro l’impulso di aprire il polso e di ruotare la lama. Lo fece tre volte prima di smettere di cadere in quella brutta abitudine. «Incolpo Cassian per questo. È troppo impegnato a fare gli occhi dolci a Nesta invece di notare certi errori in questi giorni.»
Azriel rise. «Te lo concedo.»
Gwyn fece un ampio sorriso. «Grazie.»
Azriel abbassò il capo accennando un inchino, qualcosa di inquieto si insediò in lui. Anche le sue ombre si erano calmate. Come se fossero contente di rimanere sulle sue spalle a guardare.
Ma… dormire. Aveva bisogno di provare a dormire un po’.
«Buon solstizio» disse Azriel prima di puntare verso l’arcata nella Casa. «Non restare troppo a lungo. Ti congelerai.»
Gwyn annuì i suoi saluti, voltandosi di nuovo verso il nastro. Una guerriera che giudicava il suo avversario, ogni traccia di quell’affascinante irriverenza completamente sparita.
Azriel entrò nel calore della scalinata e mentre scendeva, avrebbe potuto giurare che un bellissimo, debole canto lo seguisse. Avrebbe potuto giurare che le sue ombre cantassero in risposta.
Dormì proprio come si sarebbe aspettato, ma quando Azriel tornò alla casa sul fiume per raccattare i suoi regali prima dell’alba, trovò la collana di Elain posata sulla pila. La mise in tasca. Passò il resto della giornata, anche la dannata battaglia a palle di neve, con l’intenzione di riportarla al negozio nel Palazzo del Filo e dei Gioielli.
Ma quando ritornò dalla cabina nelle montagne, non andò alla piazza del mercato.
Invece, si trovò nella biblioteca sotto la Casa del Vento, in piedi di fronte a Clotho, mentre l’orologio suonava le sette di sera.
Fece scivolare la scatolina sulla scrivania. «Se vede Gwyn, potrebbe darglielo?»
Clotho inclinò la testa incappucciata e la sua penna incantata scrisse su un pezzo di carta. Un regalo per il solstizio da parte sua?
Azriel scosse le spalle. «Non ditele che è da parte mia.»
Perché?
«Ha bisogno di saperlo? Ditele solo che è un regalo da parte di Rhys.»
Sarebbe una bugia.
Evitò l’impulso di incrociare le braccia, non volendo sembrare intimidatorio. Bloccò fuori dalla mente la memoria che gli si presentò, sua madre farsi piccola di fronte a suo padre, il maschio in piedi con le braccia incrociate in un modo che faceva capire il suo disappunto prima ancora che aprisse la sua odiosa bocca.
«Ascolti, io…» Az cercò le parole giuste, la voce che si attenuò.
«Se c’è un’altra sacerdotessa qui che potrebbe apprezzarla, la dia a lei. Ma quando me ne andrò non avrò con me quella collana.»
Aspettò che la penna di Clotho finisse di scrivere. I vostri occhi sono tristi, Cantaombre.
Le offrì un sorriso triste. «Oggi ho perso la battaglia a palle di neve.»
Clotho era abbastanza intelligente da vedere attraverso la sua deflessione. Scrisse La darò a Gwyneth. Le dirò che un amico l’ha lasciata per lei.
Non avrebbe esattamente chiamato Gwyn un’amica, ma… «Va bene. Grazie.»
La penna di Clotho si mosse nuovamente. Si merita qualcosa di bello come questo. Vi ringrazio per la gioia che le porterà.
Qualcosa si accese nel petto di Azriel, ma si limitò ad annuire i suoi ringraziamenti e se andò. Poteva immaginarselo, comunque, mentre saliva le scale verso la vera Casa. Come gli occhi verde acqua di Gwyn si sarebbero illuminati a vedere la collana. Per qualche motivo… Riusciva a vederlo.
Ma Azriel mise da parte il pensiero, cancellando consciamente il sorriso che si era dipinto sul suo viso. Mise l’immagine nel profondo di sé, dove brillava piano.
Capitolo Bonus Crescent City 3 in italiano Ember e Randall
Avviso: Partendo dal presupposto che non ho studiato per diventare traduttrice, quindi ci saranno SICURAMENTE dei possibili errori di traduzione, grammatica, punteggiatura e/o ortografia, questa è la mia versione tradotta in italiano dei capitoli bonus dei libri di Sarah J. Maas.
Certi termini NON saranno gli stessi utilizzati nel terzo libro di Crescent City, come Pugnale della Verità e Tesoro della Paura/Terrore (non ricordo quale termine viene usato, lol), invece ho preferito tenere la versione presente nei libri di ACOTAR, quindi StrappaVerità e Forziere del (di nuovo non mi ricordo, tanto non importa dato che usano solo la prima parte).
Detto ciò, buona lettura!
Ember Quinlan fissò la femmina Fae in piedi sull’ornato tappeto rosso davanti al caminetto scoppiettante. Per un attimo avrebbe potuto giurare che anche negli occhi della giovane femmina scoppiettassero delle fiamme argentee. Spaventò Ember abbastanza da farla fermare.
Solo un istante, poi…
Ember si girò verso il punto in cui c’era stato il portale, dove c’erano stati la neve e il ghiaccio di Nena, i cui fiocchi si stavano ancora sciogliendo tra i suoi capelli neri.
Il fucile di Randall fece clic, la sicura tolta. Ember non ebbe bisogno di guardare il marito per sapere che aveva mirato contro la femmina che li monitorava con una tale immobilità.
Il portale non c’era più. Solo la stanza, quel mondo, erano rimasti. Una stanza con muri di pietra rossa, arredi in legno con imbottiture, e un’intera parete di libri. Delle finestre delineavano l’altro muro, tutte chiuse contro la notte, rivelando una luminosa città al di sotto. Non un’esageratamente illuminata città moderna, piuttosto una con bassi edifici e luci dorate. Lo sprazzo di un luccicante fiume che come un serpente ne attraversava il cuore.
Bryce l’aveva lasciata lì. Li aveva lasciati. Aveva buttato lei e Randall lì, poi aveva chiuso il portale.
E ora Bryce era…
La femmina Fae parlò, la voce fredda e piatta, in una lingua che Ember non riconobbe. Perché non era una delle lingue di Midgard. Era una lingua di un altro luogo, di un altro mondo…
“Apri quel portale” ringhiò Randall nella loro lingua ed Ember si girò per vedere il marito che stava ancora mirando il fucile contro il bel viso della femmina. Ma la femmina guardò verso la parete di finestre. Verso l’oscurità che giungeva dall’orizzonte.
Perfino il sangue mortale di Ember sapeva che non era una tempesta. Era qualcosa di molto, molto peggio.
La femmina parlò di nuovo, la voce ancora imperturbata. Indicò il fucile, facendo segno con la mano di metterlo giù.
Randall non lo fece. “Apri quel portale” ordinò nuovamente.
L’oscurità all’orizzonte si stava avvicinando a loro. I sottili peli sulle braccia di Ember si sollevarono.
“Abbassa il fucile” sussurrò Ember a Randall.
“Cosa?” Randall non abbassò il fucile mentre spostava lo sguardo verso di lei.
“Abbassa quel cazzo di fucile” espirò Ember mentre l’oscurità si faceva ancora più vicina, divorando le luci della città, le stelle, la luna…
Randall rimise la sicura, ma non fece in tempo ad abbassare l’arma prima che le tenebre esplodessero dalle pareti.
“Non avevi alcun diritto” un maschio Fae tuonò dietro una porta chiusa. Ember aveva sentito Nesta chiamarlo Rhysand. Lei e Randall ascoltarono da una sala in pietra rossa, sorvegliati da un solenne maschio con capelli scuri e ali da drago.
Ember capì le parole solo perché in quei primi momenti dopo che la tempesta oscura aveva distrutto le finestre irrompendo nella stanza, lei e Randall erano stati interrogati. Dato che era chiaro che non capissero la lingua, il maschio che era comparso dal cuore della tempesta punteggiata da stelle aveva dato a entrambi un fagiolo argentato, facendo segno di mangiarlo.
Ember l’aveva inghiottito, perché la femmina dagli occhi grigi, Nesta, aveva detto Bryce e aveva mimato di mangiare il fagiolo, per poi indicarsi la bocca. Ember ricordò che la figlia aveva menzionato di aver mangiato una specie di cosa magica lì che le aveva permesso di capire e parlare a quelle persone nella loro lingua. Quindi Ember lo inghiottì e Randall seguì il suo esempio.
Svennero, risvegliandosi lì, nella sala, proprio mentre le porte dello studio si stavano chiudendo. Ember aveva intravisto i nuovi arrivati, giusto in tempo per vedere Nesta circondata da Rhysand, una femmina con capelli corti, e un maschio con spalle larghe e ali da drago come il guerriero nella sala di fianco a loro.
Ember e Randall non avevano osato parlare. Non mentre sprazzi dell’accesa discussione filtrava dalla serratura.
“Non avevi alcun diritto” Rhysand ringhiò ancora, la voce che riverberava nella pietra. Il suo potere faceva sembrare il Re d’Autunno un bambino in confronto.
“Avevo ogni diritto” Nesta controbatté freddamente. “Il Forziere risponde a me, mi obbedisce.”
“Hai trasferito un’arma mortale proprio nel mondo dove i nemici che la stavano cercando si sono accampati per millenni, proprio nelle mani dell’unica persona che può aprire un portale verso il nostro mondo con mezzo pensiero. Che cosa stavi pensando?” Le ultime parole vennero ruggite.
L’altro maschio nella stanza mormorò: “Rhys.”
Un feroce ringhio basso fu l’unica risposta.
La voce dell’altra femmina, secca, tagliente, disse: “Prima di farla a pezzi, Rhysand, ascolterei le ragioni della ragazza per aver consegnato la Maschera.”
“Non ci sono scuse per questo” scattò Rhysand. “E quando arriverà Feyre…”
“Non rispondo a mia sorella o a te” ribatté Nesta. “Non sono una tua suddita da punire a piacimento.”
Ember guardò la loro guardia. Il bellissimo maschio dall’altro lato di Randall, l’armatura scura adornata con pietre blu, rimase impassibile.
“Hai messo a rischio questo intero mondo” urlò Rhysand. “Puoi non rispondere direttamente a me, ma risponderai a ogni essere qui per ciò che hai fatto.”
“Era disperata” disse Nesta, e il cuore di Ember le fece male. “Era disposta a lasciare i suoi genitori come garanzia, porca puttana.”
“Non mi importa un cazzo di chi ha lasciato o cosa ha detto. Le hai dato la Maschera…”
“Mi ha implorata di tenerli, anche se non le avessi dato la Maschera.”
Ember guidò Randall. Puro dolore e sofferenza riempirono gli occhi di suo marito. Bryce li aveva… scambiati. Per quella luccicante cosa d’oro che aveva visto passare da Nesta a sua figlia.
E oh, dei. Cooper…
Ember strinse l’amuleto d’argento dell’Abbraccio attorno al collo, chiudendo gli occhi e mormorando una preghiera.
Benevolente Cthona che dimori al di sotto, proteggi nostro figlio, prenditi cura di lui…
In quelle settimane, per quanto brevi, l’allampanato ragazzo quasi scheletrico che si era presentato alla sua porta con dei tali occhi inquieti e cupi era diventato un figlio. Dalla preoccupazione che ora riempiva anche gli occhi di Randall, Ember poteva solo immaginare che i suoi pensieri avevano preso la stessa direzione. Bryce aveva lasciato Cooper indietro. Aveva preso loro, ma aveva lasciato il ragazzo, lasciandolo vulnerabile e solo, ancora…
Ci vide rosso. Bryce aveva parlato con Cooper, aveva riso con lui ad Avallen. Si era comportata normalmente, eppure sapeva di aver pianificato di fare questo, di lasciarlo indietro.
Il bellissimo maschio alato guardò con sospetto verso Ember, percependo la sua ira.
Nello studio, Nesta stava dicendo: “Se c’è una possibilità di sconfiggere i Daglan, gli Asteri, perché non dare a Bryce ciò che le serve?”
“Perché la uccideranno e prenderanno la Maschera e il Corno e apriranno un cazzo di cancello verso questo mondo!” Urlò Rhysand. “Avresti dovuto uccidere Bryce nel momento in cui ha aperto quel portale” continuò lui. “Nel momento in cui è apparsa avresti dovuto colpirla alla sua cazzo di gola con Ataraxia…”
“Meritava l’onore di essere ascoltata” scattò Nesta di rimando. “Dopo tutto quello che ha passato, lo meritava.”
“Meritava di essere obliterata per averci messo in un tale rischio, una seconda volta!” Urlò Rhysand.
“Litigate dopo” consigliò l’altra femmina. “Prima dobbiamo occuparci dei genitori.”
Ember si irrigidì e Randall fece per prendere un coltello che non c’era più. Si erano svegliati senza il suo fucile e il suo coltello. Insieme a quello segreto che teneva negli stivali.
Le porte dello studio si spalancarono, sbattendo così forte contro i muri di pietra che Ember avrebbe potuto giurare che perfino la loro guardia sussultò. “Azriel.” La comandante voce di Rhysand tuonò da dentro lo studio. “Portali dentro.”
Azriel, il maschio con cui Bryce aveva viaggiato nelle caverne. Stava facendo loro cenno di andare avanti, il volto come il ghiaccio.
Ogni passo sembrava troppo lento mentre Ember e Randall, la loro guardia che li fiancheggiava, entravano nello studio. Era più piccolo della stanza in cui erano arrivati. Troppo piccolo, considerati gli imponenti maschi che ora lo occupavano. Anche Rhysand aveva ali, come Azriel e l’altro maschio, ma aveva anche le orecchie a punta dei Fae.
E l’altra femmina più bassa… il caschetto al mento ondeggiò mentre si girava, rivelando occhi argentei che marcavano ogni dettaglio di Ember, fino al fondo della sua anima.
Rhysand incombeva come una tempesta movimentata al centro della stanza.Perfino il fuoco sembrava intimorito da lui. Nesta era a diversi piedi di distanza, gli occhi azzurro-grigi sospettosi, nessuna traccia di quella fiamma d’argento. Strinse le mani, ma il volto rimase vuoto. Il bellissimo maschio dalle spalle larghe al suo fianco aveva le labbra strette dalla preoccupazione, o dalla rabbia. Forse entrambe.
Nessuno degli sconosciuti sembrava particolarmente… tranquillo. Gli occhi viola-blu di Rhysand si mossero verso Randall, poi Ember. Randall si irrigidì, come se sarebbe saltato tra Ember ed ogni minaccia, come aveva fatto molte volte nel corso della loro vita assieme.
Ma Ember fremette di rabbia contro Rhysand, “Non ti disturbare di obliterare mia figlia.” La furia le scorreva attraverso. “Quando tornerò a Midgard, lo farò io stessa.”
“Sapevi che Bryce aveva pianificato tutto questo?”
“Non so in quanti altri modi posso dirlo” rispose Ember a Rhysand cinque minuti dopo. “No.”
Randall aggiunse, con la mascella contratta: “Ci ha ingannati, ci ha fatto credere di essere diretti a Nena per una missione, ma era per scaricarci qui.”
Si erano dovuti togliere i pesanti cappotti invernali per via del calore della stanza, ma ora, nella sua lunga t-shirt e jeans, Ember si sentiva un po’ scoperta, circondata da guerrieri armati fino ai denti. Solo la femmina bassa indossava abiti normali.
Sempre che la veste di fine seta potesse essere considerata normale. Se la collana di rubini attorno alla gola era una cosa comune.
“E dove sta andando ora?” Chiese Azriel con acredine. “Ora che ha la Maschera” -fulminò Nesta con lo sguardo, il cui viso era attentamente neutro- “dove sta andando Bryce?”
“Non lo so” insistette Ember. “Non sapevo nemmeno che volesse la Maschera, non ci ha detto di questo vostro Forziere. Lei e Hunt devono aver pianificato tutto questo in segreto.”
Perché era stato il vento di tempesta di Athalar che li aveva spinti lì. E se Ember avesse mai messo le mani sull’Umbra Mortis…
“Eppure avete portato uno dei vostri fucili con voi” disse Rhysand, il suo accento inciampò sul termine. “Dovete aver saputo di star andando incontro a dei guai.”
“Nena è… non è un bel posto” disse Randall. “Saresti un idiota ad andarci disarmato.”
Rhysand rimase in silenzio, rivolgendo lo sguardo verso la piccola femmina dai capelli scuri. Lei sospirò guardando il soffitto e disse: “Sono umani, Rhysand. Non possiamo tenerli qui.”
Randall lanciò uno sguardo ad Ember, come per avvertirla di restare in silenzio. Ma lei aveva passato l’intera vita a sentire quella stronzata, non l’avrebbe tollerato ora.
“Giusto” attaccò Ember. “Siamo solo patetici, deboli, stupidi umani. Poco più di schiavi per voi.”
Ember avrebbe potuto giurare che Nesta la stesse osservando incuriosita.
Ma Rhysand disse piano: “Se Amren ti ha offesa, non è stato fatto apposta. Qui nutriamo tutti un profondo rispetto nei confronti degli umani.”
Per qualche motivo, Ember gli credette. Amren inclinò il capo in segno di scuse.
“Non vi causeremo alcun problema” disse Ember, volgendo verso l’alto i palmi in quello che sperava si traducesse in un gesto implorante in quel mondo. “Non vorremmo nemmeno essere qui.”
“Non sono preoccupato della vostra presenza qui” disse Rhysand, qualunque accenno di quella calda sincerità si indurì in ghiaccio. “Sono preoccupato di vostra figlia. Se i nostri antichi nemici mettono le mani su di lei, sulle armi che porta, sulle persone che ama…” Scosse il capo, la luce del fuoco danzava sui suoi capelli nero-blu. “Quanto sarebbe difficile spezzarla?” Ha già dimostrato che farebbe di tutto per salvare i suoi cari.” Indicò Ember, Randall. “Se i Daglan, gli Asteri, come li chiamate voi, catturano il suo compagno, suo fratello… non ci tradirebbe per salvarli?”
“Non conosci nostra figlia” disse fermo Randall.
Lo stomaco di Ember però si rivoltò al pensiero dei metodi che gli Asteri avrebbero usato per fare del male a Bryce. Era stato abbastanza brutto sentire da Fury che Hunt e Ruhn erano nelle prigioni degli Asteri, nemmeno una parola su dove fosse andata Bryce. Ember non aveva dormito per giorni. Aveva a malapena mangiato fino a quando non le era giunta notizia che Bryce era riapparsa e li voleva ad Avallen immediatamente.
Rhysand disse calmo a Randall: “Non conosco vostra figlia, ma i miei compagni hanno passato abbastanza tempo con lei ultimamente per farmi un’idea. Ha il cuore tenero eppure è spietata. Intrigante, ma impulsiva. Determinata e testarda. E con una pericolosa tendenza alla spericolatezza.”
“È così da quando era una bambina” disse Ember, massaggiandosi le tempie. “Immagina tutto questo in una bambina di un anno.”
Randall si schiarì la gola in segno di avvertimento, ma avrebbe potuto giurare che la bocca di Rhysand guizzò verso l’alto. Come se riuscisse ad immaginare una tale cosa. Forse aveva passato qualcosa di simile.
Il maschio al fianco di Nesta, il suo compagno, se Ember doveva tirare a indovinare, disse con naturalezza, anche se la preoccupazione nei suoi occhi nocciola tradivano il tono: “È tardi Rhys. Lasciamoli riposare e ci riuniremo di nuovo di mattina.”
Rhys annuì senza guardare il guerriero e concentrò tutta la sua furia su Nesta. A suo credito, la femmina rimase con la schiena dritta e il mento alto. Imperiosa e inflessibile. Ember non riusciva a fare a meno di ammirarla.
Gli occhi viola-blu di Rhysand divennero pura oscurità alla sfida nell’espressione di Nesta, nella sua postura. Un predatore che riconosceva un degno avversario, sfoderando gli artigli. Le sue mani si chiusero ai suoi fianchi, come se invisibili artigli si stessero formando.
Il compagno di Nesta si avvicinò a lei, gli occhi che passavano da uno all’altra, diviso. Come se non sapesse da quale parte stare nell’imminente battaglia. “Sto bene, Cassian” mormorò Nesta.
Rhysand non tolse gli occhi da Nesta mentre ordinava: “Presentatevi nel mio ufficio all’alba. Finiremo tutto questo allora.”
Uscì dalla stanza, le porte che sbattevano dietro di lui su un vento notturno.
Nel successivo silenzio, Amren fece cenno a Nesta. “Trova una camera per i tuoi… ospiti, ragazza. E prega la Madre che tua sorella faccia cambiare idea a Rhysand, stanotte.”
Con ciò, uscirono anche loro dalla stanza, lasciando dietro di loro solo un pesante silenzio inquieto.
“Voi due potete stare qui.” Nesta aprì la porta di un’accogliente camera da letto che dava sulla piccola città al di sotto. “Ci sono protezioni su ogni centimetro di questo posto e la Casa è viva, quindi non potete uscire a meno che non ve lo permettiamo, ma… è meglio di una prigione.”
Avevano portato Bryce nelle loro prigioni. Furiosa come era con la figlia, un’altro genere di furia si impadronì di Ember al pensiero.
“Grazie” disse Ember un po’ rigidamente alla femmina. Randall non parlò mentre controllava ogni uscita e potenziale arma. “Aspetta” disse Ember. “Questa casa è viva?”
“In un certo senso” disse Nesta, agitando un’esile mano. “Risponde a me. Questa è casa mia.” Suonava sottile, fragile. Dopo la sfuriata verbale che si era beccata nello studio…
“Grazie” disse piano Ember. “Per essere stata dalla nostra parte.”
Nesta sollevò una spalla, girandosi per andarsene. “Se avete fame, vi basta chiedere ad alta voce alla Casa e del cibo comparirà.”
“Conveniente” mormorò Randall da vicino la finestra.
“Grazie” ripetè Ember. “Se ci fosse un modo per tornare indietro, ce ne andremmo, ma senza Bryce…” Scosse la testa. “Potrei ucciderla per questo, sai. Potrei ucciderla per questo.”
“Vostra figlia vi ama” disse roca Nesta. “Vi ama abbastanza da mandarvi via per tenervi lontani dai problemi.”
“Ci ha usati come moneta di scambio” la corresse Ember.
“No” fece Nesta. “Voleva la Maschera per combattere contro i vostri Asteri, ma penso che più che altro abbia aperto il portale per mandarvi qui. Lontano dai pericoli.”
“Ha lasciato indietro nostro figlio” ringhiò Randall con minaccia non da lui.
“Sono certa che abbia qualche piano per proteggerlo” ribatté Nesta. “Vostra figlia sembra… piena di risorse.”
Ember sbuffò. “Non ne hai idea. Prova ad imporre un coprifuoco per quella ragazza.”
L’ombra di un sorriso attraversò il viso di Nesta. “Verrò a trovarvi dopo colazione.” Le sue spalle si curvarono in avanti mentre si dirigeva verso la porta.
“Sei nei guai?” Domandò Ember. L’incontro tra Nesta e Rhysand come prima cosa di mattina chiaramente non sarebbe stato piacevole.
“Non più del solito” disse tranquillamente Nesta, ma Ember percepì la bugia.
“Veramente, non causeremo problemi qui” disse Ember, “come abbiamo promesso prima. Voglio solo tornare a casa a Midgard.”
“Non penso tornerete a casa, a meno che vostra figlia non abbia successo nella sua missione impossibile.”
Il cuore di Ember si sgretolò. Ma disse: “Se c’è qualcuno che può riuscire ad abbattere gli Asteri, quella è Bryce.”
Un’altra ombra di un sorriso. “Tendo ad essere d’accordo.”
Era confortante, in qualche modo, che questa sconosciuta di un altro mondo avesse fede nella sua selvaggia figlia ostinata. La selvaggia figlia ostinata che a volte le era sembrata uno specchio di sé stessa, se Ember doveva essere onesta.
“Bryce si è… comportata bene qui?”
“No” rispose Nesta. “Ha cercato di dare me e Azriel in pasto ad un verme troppo cresciuto.”
Randall si strozzò, ma non si girò dalla finestra mentre replicava: “Certo che l’ha fatto.”
Ember si massaggiò gli occhi. “Dei, deve avervi dato sui nervi.”
“Naturalmente.” Il sorriso di Nesta fu lento, a malapena un sollevamento dell’angolo delle labbra. Come se non fosse qualcuno che sorrideva facilmente o regolarmente. Una guerriera, sì, ma sembrava giovane, nonostante quelle orecchie da Fae. Nel modo in cui Bryce, con le sue orecchie a punta, sembrava giovane, anche se i Fae potevano sembrare venticinquenni quando avevano trecento anni. Gli dei lo sapevano che il Re dell’Autunno sembrava ancora giovane, sembrava ancora essere appena entrato nella trentina quando Bryce aveva…
Sua figlia aveva…
Era stato Ruhn, si ricordò Ember. Ruhn aveva dato il colpo di grazia.
Ma sembrava comunque che fosse stata Bryce a ucciderlo, in qualche modo. Aveva affrontato il Re dell’Autunno, sfidato tutto il suo odio e la sua miseria. Ember non aveva ancora idea di come processare il tutto.
Anche Nesta aveva quello sguardo. Come se stesse processando un sacco di cose.
E forse era un qualche istinto materno, ma Ember si trovò a dire: “Domani, se esci dal tuo incontro mattutino viva… mi piacerebbe sedermi e parlare con te, Nesta.”
Nesta rimase in silenzio per un attimo, senza dubbio soppesando la richiesta.
Alla fine, la sua bocca si curvò di nuovo verso l’alto in quell’ombra di un sorriso. “Anche a me piacerebbe.”
“Dovresti dormire, Em.”
La voce di Randall risuonò dall’altro lato del letto. Nonostante la chiara ambientazione non moderna, il letto era sufficientemente comodo da rivaleggiare qualunque materasso di Midgard. Ma comunque non offriva ad Ember l’occasione di trovare un oblio riposante.
“Non capisco come tu possa anche solo provare a dormire” sibilò lei, scalciando le pesanti lenzuola. “Siamo in un altro mondo, porca puttana.”
“Ecco perché dovremmo riposare finché possiamo, così avremo forza e concentrazione domani.”
Ember esalò un profondo respiro. “Ti fidi di queste persone?”
Randall rimase in silenzio per un momento, riflettendoci in quel suo silenzioso modo considerato e spietato. “Mi fido della fiducia che ha Bryce in loro. Non penso che nostra figlia ci avrebbe mandati tra le mani di brutali assassini, quando la sua intenzione era quella di tenerci al sicuro.”
Ember tirò su con il naso. “Ne sei sicuro? Ha minacciato di spingermi nella fornace una volta.”
Randall ridacchiò, girandosi su un lato e tenendosi su la testa con una mano. Dei, anche dopo tutti quegli anni, era ancora sufficientemente bello da farle arricciare le dita dei piedi. “Ti ricordo che sei stata te la prima a minacciare di gettare JJ in suddetta fornace se lei non avesse pulito la sua camera.”
Suo malgrado, Ember rise debolmente al ricordo. Ma il divertimento svanì mentre diceva: “La nostra bambina proverà ad affrontare gli Asteri, Randall.”
“Rigelus non saprà cosa l’ha colpito.”
Ember si tirò su a sedere, fulminandolo con lo sguardo.
Anche lui si mise seduto, prendendo una delle sue mani tra le sue, il volto serio. “Lo so contro cosa si sta mettendo. Ma so anche che se c’è qualcuno a Midgard che può farcela, questa è Bryce. E non lo sto dicendo come suo padre. Abbi fede in lei, Ember.”
Ember annuì, sospirando. “Lo faccio. Sono solo…”
“Terrorizzata.”
Ember annuì nuovamente, la gola che si chiuse. “Pensi che Cooper…”
“Sta bene. Quel ragazzo è intelligente e capace. E ha Fury Axtar e Baxian Argos che badano a lui.”
“Non perdonerò mai Bryce per questo.” Disse Ember trattenendo un singhiozzo.
Randall passò un’amorevole mano rassicurante lungo i capelli di lei. “Onestamente? Prego gli dei che riusciremo a dire a Bryce quanto incazzati siamo con lei.”
“Lo so.” Lacrime le pungevano gli occhi ed Ember non poté trattenere un rantolo tremolante. Un attimo dopo, le braccia di Randall si avvolsero attorno a lei, stringendola forte contro di lui. Le baciò la tempia. “La rivedremo.” La baciò di nuovo, delicatamente tirandola giù al suo fianco. “Te lo prometto. Li rivedremo entrambi.”
Ember e Randall si erano appena seduti per la colazione nella sala da pranzo, portati lì da un silenzioso Azriel, quando Rhysand atterrò sulla veranda oltre le porte in vetro. Le sue ampie ali erano come nuvole di tempesta nella luce mattutina. Un attimo dopo, Cassian atterrò, Nesta tra le braccia. Entrambi avevano il viso come la pietra. Incazzati.
Rhysand ringhiò qualcosa che fece irrigidire le spalle di Nesta, il capo che si abbassava.
Ed Ember si trovò a spingersi via dalla sedia, dirigendosi verso le porte. Randall provò ad afferrarla, ma fu troppo tardi. Ed Azriel non la fermò mentre Ember spalancò le porte in vetro per poi chiedere a Rhysand: “Non è un po’ presto per staccare a morsi la testa della gente?”
Il trio si immobilizzò. Rhysand si girò lentamente verso Ember. I suoi occhi erano pozzi neri. “Non ricordo di averti chiesto di unirti alla nostra conversazione.”
Ember tenne il mento verso l’alto. “Avete interrotto la mia colazione. Se volevate privacy avreste dovuto andare altrove.”
Era divertimento quello che brillava negli occhi di Cassian? Ember non osò distogliere la sua attenzione da Rhysand per confermarlo. Randall comparve al suo fianco, una mano sulla schiena in avvertimento mentre diceva: “Vi lasciamo soli.”
Ma Ember si rifiutò di muoversi, anche se una parte di lei tremava dal terrore, e disse: “Nesta ha deciso di accoglierci, ha deciso di dare a Midgard una possibilità per diventare libera. Per dare al mio mondo speranza. Che razza di persona sei per farla a pezzi per questo?”
“Em” la avvisò Randall.
Rhysand incrociò le braccia muscolose. “Mi stai definendo un mostro, Ember Quinlan?”
“Sto dicendo di farla finita” scattò Ember. Dietro di lei, avrebbe potuto giurare che Azriel si fosse strozzato. Ma lei indicò Nesta con il mento. “Lasciala in pace.”
Rhysand resse il suo sguardo.
Per un momento, un’eternità. Delle stelle sembrarono comparire negli occhi di lui. Come la vastità della notte che gli giaceva dentro, dolce e terribile, bellissima e straziante.
Ma Ember gli resistette. Aveva visto e affrontato il male vero. Ne avrebbe portato un segno sulla guancia per sempre a causa di esso.
Qualcosa sembrò ammorbidirsi nello sguardo di Rhysand, come se l’avesse visto. Lo sguardo di lui si spostò su Randall. “Con una moglie e una figlia come le tue, non so come fai ad essere ancora in piedi.”
Randall disse con fascino naturale: “Onestamente, il più dei giorni, non lo so nemmeno io.”
Rhysand sbatté le palpebre alla risposta di Randall, poi rise. Un attimo dopo, anche Cassian ed Azriel ridacchiarono.
Tipici maschi. Non importa su quale pianeta si trovino.
Ember però non sorrise. Il suo sguardò finì su Nesta. Nemmeno la femmina Fae rideva. I suoi occhi azzurro-grigi rimasero fissi su Ember. Pieni di emozione.
Sorpresa. Gratitudine. Desiderio.
E fu lo stesso istinto materno che l’aveva guidata la sera prima che fece estendere ad Ember una mano verso Nesta, dicendole: “Vieni. Fai colazione con me.”
Nesta le prese la mano, le dita sorprendentemente fredde. Come se il volo fin lassù le avesse raffreddate. Ember gliele strinse. “Non lasciare che ti maltratti” consigliò Ember alla femmina.
“Non preoccuparti” disse Nesta, anche se quello sguardo ferito rimase nei suoi occhi. “Mia sorella, la compagna di Rhysand, gli ha fatto la stessa identica ramanzina venti minuti fa.”
Ember sibilò: “Quindi ti ha riportata quassù per sgridarti lontano da lei?”
Nesta sbuffò. “No. Feyre ha messo fine alla discussione. Non verrò giustiziata. Non oggi, almeno.”
All’espressione orripilata di Ember, Nesta continuò: “Non mi ucciderebbero. Non credo. Ma… è complicato. Dubito che qualcuno mi perdonerà molto presto.”
Ember fece cenno verso Cassian. “E il tuo compagno?”
Il dolore nel suoi occhi, la colpa, sembrarono intensificarsi. “Cassian è il più infuriato di tutti con me.” Un muscolo della sua mascella ebbe uno spasmo. Come se stesse trattenendo un’ondata di emozione pura. Solo un muro di acciaio la teneva alla larga.
Ember strinse ancora la mano di Nesta. “Se c’è qualcosa che posso fare per aiutare, qualunque cosa che io possa dire per togliere un po’ di colpa da te…”
Nesta le fece un mezzo sorriso. “Fare il culo a Rhys adesso mi è bastato.” Spinse Ember verso la colazione davanti a loro.
Ember si guardò oltre una spalla, verso Randall che era con Rhysand, Azriel e Cassian. Tutti i maschi ora stavano sorridendo, grazie agli dei. “Sembra che Randall stia facendo un buon lavoro nel conquistarli. Probabilmente raccontandogli di quanto io gli renda difficile la vita.”
Nesta sbuffò di nuovo. “Lamentarsi delle compagne: è praticamente uno sport competitivo per loro.”
Ember ridacchiò. “Sembra che Midgard e questo posto abbiano alcune cose in comune, allora.” Inclinò la testa, guardando la bellissima città dall’aspetto antico al di sotto, il fiume che serpeggiava lungo essa, e quello che sembrava essere il distante luccichio del mare. “Comunque, cos’è questo posto? E perché siete tutti così attraenti?”
Nesta fece un sorrisetto, prendendo a braccetto Ember prima di dire, con del calore che le era finalmente entrato nel tono: “Benvenuta nella Corte della Notte, Ember. Ti troverai bene qui.”
Capitolo Bonus Crescent City 3 in italiano Bryce, Nesta e Azriel
Avviso: Partendo dal presupposto che non ho studiato per diventare traduttrice, quindi ci saranno SICURAMENTE dei possibili errori di traduzione, grammatica, punteggiatura e/o ortografia, questa è la mia versione tradotta in italiano dei capitoli bonus dei libri di Sarah J. Maas.
Certi termini NON saranno gli stessi utilizzati nel terzo libro di Crescent City, come Pugnale della Verità e Tesoro della Paura/Terrore (non ricordo quale termine viene usato, lol), invece ho preferito tenere la versione presente nei libri di ACOTAR, quindi StrappaVerità e Forziere del (di nuovo non mi ricordo, tanto non importa dato che usano solo la prima parte).
Detto ciò, buona lettura!
Drip. Drip-drip-drip. Drip
Ad occhi chiusi, la testa appoggiata contro l’umida pietra irregolare della parete della caverna, Bryce ascoltava la pietra e l’acqua parlare.
Drip-drip. Drop. Drip-drip-drop.
Era più conversazione di quanto avessero offerto Nesta o Azriel nelle due ore in cui si erano tutti presi una pausa. Tecnicamente, Bryce avrebbe dovuto essere addormentata. Ma senza il giorno o la notte a scandire i ritmi del suo corpo, sedeva semplicemente in uno stato di semi-torpore, non proprio addormentata, non proprio sveglia.
Drip-drop-drop. Drip.
Bryce aprì un occhio, osservando i suoi due compagni. Nesta sedeva contro la parete opposta, il capo chino, respirando piano.
Ma Azriel fissava direttamente Bryce. Lei sobbalzò, sbattendo la testa contro la roccia. Ci vide bianco dal dolore. Per quando si riprese, Nesta si era svegliata.
“Che succede?” Nesta guardò lungo una parte del tunnel, poi dall’altra. Fitta oscurità riempiva entrambe le direzioni, interrotta solo dal debole bagliore argenteo della stella di Bryce da sotto la maglietta. Una luce costante che non era aumentata o diminuita. Come se stesse dicendo, Sei sulla giusta strada. Continua.
Bryce massaggiò il retro della sua testa dolorante e si tirò su a sedere. “Oh, niente. Solo il tuo solito guerriero predatore notturno che mi fissa mentre dormo.”
“Non stavi dormendo,” disse Azriel, un leggero divertimento nella voce.
“Come lo sai?” Bryce controbatté, ma le labbra le guizzarono verso l’alto.
Nesta sbadigliò, allungando le braccia sopra la testa e girando il collo da una parte all’altra. “È suo compito essere vigile.” Abbassò le braccia, un leggero cipiglio mentre guardava Azriel. “La stavi davvero guardando dormire?”
Azriel la guardò torvo. “Quando lo dici così, suona… sgradevole.”
“È inquietante,” borbottò Bryce.
“Tu sei una sconosciuta per noi,” le fece notare Nesta. “Saremmo degli stupidi a distogliere l’attenzione da te per un solo secondo. Anche quando dormi.”
Bryce incrociò le gambe, sospirando. Non c’era possibilità di dormire, ora. “Be’, smettiamo di essere sconosciuti,” suggerì. Una tattica di sopravvivenza che Randall le aveva insegnato: entrare nelle grazie di qualunque carceriere. Fargli vedere cuore e anima affinché considerasse di non ucciderla.
Perché nonostante avessero lasciato quella cella per interrogatori, anche se Nesta le aveva ridato il telefono, Bryce non aveva dubbi che l’opzione di ucciderla fosse ancora considerata.
“Cos’è che vuoi sapere?” Nesta chiese attenta.
Bryce guardò tra i due. “Come vi siete conosciuti?”
Avrebbe potuto giurare che Azriel si era irrigidito, come se stesse giudicando quanto pericolosa sarebbe stata qualunque risposta, cercando di capire perché Bryce avesse voluto saperlo.
“C’era una guerra,” Nesta disse brevemente.
“Tra chi?” Chiese Bryce.
Di nuovo, quel silenzio giudicante. Fu Azriel a rispondere stavolta. “Tra un malvagio Re Fae e noi.”
“Voi due o, tipo… tutti?”
Nesta la fulminò con lo sguardo. “Sì, il Re di Hybern ha dichiarato guerra solo contro me e Azriel.”
Bryce sollevò le spalle. “Non mi sorprenderebbe con i Fae. Stronzi meschini e quant’altro.”
Azriel ridacchiò, ma disse, “Voleva conquistare le nostre terre, poi il mondo. Non intendevamo permetterglielo.”
Nesta aggiunse cupamente, “Specialmente dopo che ha fatto trasformare me e mia sorella da umane a Fae Maggiori.” Parole perfide, ma inquiete.
“Suppongo che la vostra parte abbia vinto?” Bryce alzò un sopracciglio.
“Abbiamo sconfitto Hybern,” confermò Azriel. Uno sguardo verso StrappaVerità al suo fianco. Poi verso Nesta. “Nesta stessa ha decapitato il Re di Hybern.”
Bryce sbatté le palpebre. “Cazzuta,” disse.
Un’indomita soddisfazione brillò negli occhi di Nesta. “Se l’è cercata.” Studiò Bryce. “Da ciò che hai detto, il tuo mondo è costantemente in guerra. Ci sono… dei ribelli?”
“Già.” Bryce giocherellò con l’orlo della maglia. “Combattono contro gli Asteri da molto tempo. Il mio compagno, Hunt, ha lottato in un’altra ribellione secoli fa, una che è fallita. Quella degli umani è iniziata un secolo dopo quella. E gli Asteri ne erano così incazzati da dare inizio al servizio di coscrizione umana.”
“Di cosa si tratta?” Chiese Azriel.
Bryce corrugò la fronte. “Ogni umano è un membro della classe dei peregrini, in confronto ai Vanir, che sono cittadini appieno, civitas. E a ogni peregrino è richiesto di servire nella milizia imperiale per tre anni. Gli Asteri li mandano dritti al fronte dei ribelli. Li fanno uccidere la loro stessa gente. Uccidono le stesse persone che combattono per la loro libertà.”
“Tu hai dovuto servire?” Chiese Nesta, osservando Bryce.
“No,” disse roca Bryce. “Mia mamma ha fatto un accordo con mio padre biologico, che è Fae. Lui mi ha fatto ottenere lo status completo di civitas, che mi ha esentata dalla coscrizione. Lui è uno spreco di spazio, in generale, ma mia mamma era disposta a rischiare di contattarlo, di permettergli di rientrare nelle nostre vite, per il mio bene. Così che potessi evitare di andare al fronte.” Non aveva mai smesso di essere grata a sua madre per quello.
“Ma tua madre, da umana, ha dovuto servire, presumo,” disse Nesta, il viso pieno di pietà.
“No,” disse di nuovo Bryce. “Per preservare le menti umane più brillanti, gli Asteri offrono un test per evitare la coscrizione. Ottieni i punteggi più alti, e sei decretato abbastanza utile da non dover servire. Mia mamma ha fatto il test a sedici anni, ha fatto praticamente tutto giusto, e ha potuto saltare il servizio. Mio padre, il mio patrigno, intendo, non ha raggiunto la soglia minima per un punto. L’hanno spedito al fronte due settimane dopo. È, uh… Non è stato facile per lui.”
Randall aveva avuto per molto tempo problemi per il peso dei suoi anni da cecchino. Andava ancora in terapia due volte a settimana per ciò, a volte si perdeva ancora negli orrori che aveva sopportato e inflitto ad altri.
Santi numi, Bryce sperava che stesse bene. Sperava che fosse in grado di rispolverare quelle abilità omicide per le quali aveva pagato così tanto per tenere al sicuro sua madre e Cooper.
“”Tua madre deve essere molto intelligente, allora,” disse Nesta. “E resiliente.”
“Già,” fece Bryce, il petto che le faceva male. “È una spina nel fianco, ma devo molto di ciò che sono a lei. Tua mamma anche deve essere fiera di tutta la tua… cazzutaggine.”
La schiena di Nesta si irrigidì. “Mia madre si rivolterebbe nella tomba se sapesse che sono una guerriera, se sapesse che indosso i pantaloni tutti i giorni e che sono legata ad un maschio Fae. Non so dire cosa l’avrebbe schifata di più: se avessi sposato un uomo umano e povero, o quello che sono diventata ora.”
Bryce sussultò. “Mi sembra che fosse proprio una perdente. Senza offesa.”
La bocca di Nesta si contorse in un sorriso ironico. “Nessuna offesa.”
Bryce indicò Azriel con il mento. “Tu pure hai il malinconico aspetto di uno con una madre tremenda. Ti va di raccontare?”
Nesta sbuffò. “Az non parla mai di sua madre, e nemmeno i nostri amici, quindi immagino sia anche peggio.”
L’Illyrian ringhiò piano, “Mia madre è tutt’altro che tremenda.”
Nesta si tese, come se fosse sorpresa di ricevere un tale responso da lui. “Stavo scherzando, Az. Non sapevo nemmeno…”
“Non voglio discuterne,” la interruppe freddamente Azriel.
Bryce non si perse il bagliore ferito negli occhi di Nesta. Tentando di salvare la conversazione, disse, “Be’, per quello che vale, anche la mia migliore amica, Danika, aveva una mamma di merda.”
“Non ne ho il monopolio,” disse piattamente Nesta, che ancora si stava ricomponendo dopo la sfuriata di Azriel.
Bryce fece un sorriso. “Danika diceva che forma il carattere.” E all’espressione chiusa di Nesta, si trovò a dire, “Penso avesse ragione, in un certo senso. Penso che la crudeltà di sua madre l’avesse resa una persona più gentile, premurosa. Ha visto come Sabine trattava gli altri, e ne era così disgustata da voler diventare l’opposto. Danika viveva nel terrore di diventare come sua madre.”
Nesta non disse altro, ma, lì. Un debole cenno. Come se avesse compreso. Come se avesse vissuto con quella paura ogni giorno.
L’acqua continuò a fare drip-drip-drip nuovamente nel silenzio pesante.
“Quindi quel… tuo telefono,” disse improvvisamente Nesta, come se fosse impaziente di cambiare argomento per il bene di tutti. “Hai detto che contiene della musica?”
Bryce pescò il telefono dalla tasca posteriore, la sua luminosità era intensa contro quella lieve della sua luce stellare. “Già. Ho la mia intera libreria musicale qui dentro.”
L’orologio sul suo telefono segnava le 3:56 del mattino. Le girò la testa. Era quello l’orario lì? O a casa? Che giorno era lì, o laggiù? Per quanto tempo Hunt e Ruhn erano stati…
Spinse i pensieri fuori dalla mente.
“Posso… sentire un po’ della tua musica?” la domanda di Nesta era tentativa, come se fosse stata a disagio a fare una richiesta così personale.
Bryce le fece un mezzo sorriso. “Certo. Che tipo di musica vi piace?”
Al loro silenzio confuso, Bryce continuò, “Classica, dance, jazz… okay, chiaramente queste parole non significano nulla per voi.”
“Metti la musica che rappresenta meglio il tuo mondo,” disse Nesta.
“Penso che Midgard potrebbe entrare in un’altra guerra per questo,” fece Bryce. “Ma vi metto la mia preferita, almeno.”
Fece una smorfia notando la batteria che scendeva, ben consapevole che mettere la musica l’avrebbe prosciugata, ma la brama di un assaggio di casa superava l’apprensione.
Bryce scorse tra la musica finché non selezionò un duo folk che le venne subito in mente: Josie e Laurel. La mano le tremò un po’ all’importanza di scegliere quale delle loro svariate canzoni mettere, quale sarebbe stata la loro prima canzone ad essere ascoltata su quel pianeta. Le sue preferite cambiavano a seconda del suo umore, dell’attuale fase di vita. Alla fine, scelse di pancia.
Stone Mother cominciò, la batteria rullava e batteva, compensando la chitarra, selvaggia e al contempo delicata. E poi la voce di Josie riempì il tunnel, aspra, ma alta, accentuata dai cori dolci e chiari di Laurel. Il suono era straniero, semplice, perseguitante. Nel giro di poche note, Bryce era tornata nella sua cameretta d’infanzia a Nidaros, stravaccata sul tappeto, lasciando che il suono della musica le passasse sopra per la prima volta.
Poi era sulle secche colline di Valbara, circondata da ulivi. Dopo sulla banchina costeggiata da palme lungo l’Istros. Poi con Danika. Poi da sola.
Infine con Hunt.
Quella canzone l’aveva accompagnata durante tutto quello, attraverso gli anni di dolore e vuoto e ricostruzione. L’aveva portata dalla luce all’oscurità e di nuovo alla luce.
Le armonie quasi spettrali echeggiavano contro le pietre, fino a quando la roccia sembrò cantare.
E quando finì, il silenziò riprese. Gli occhi di Nesta erano ampi. “È stato bellissimo,” disse infine. “Non ho capito una parola, ma l’ho sentito.”
Bryce annuì, sofferente al pensiero di casa, dei volti che la canzone le aveva portato alla mente. “Questo era un genere di musica folkloristica, country. Ma questa è quella che chiamiamo musica classica, roba che viene suonata in grandi saloni. La mia amica Juniper danza a questo genere di cose al Crescent City Ballet. Anche io danzavo, però… lunga storia. Questa era una delle mie danze preferite. È di un balletto chiamato The Glass Coffin.” Bryce premette di nuovo avvia, e i violini cominciarono.
Di nuovo, Nesta era silenziosa, le ginocchia al petto, fissando l’oscurità. Come se stesse dedicando ogni parte di sé all’ascolto.
“Questa sembra della nostra musica,” mormorò Azriel. Nesta lo zittì.
Bryce batté il piede a ritmo della melodia, leggendo le espressioni che attraversavano il viso di Nesta mentre la musica continuava. Meraviglia e curiosità, gioia, e desiderio. Nesta sembrava vibrare con la musica, nonostante non si movesse affatto. Come se prendesse vita solo ascoltandone il suono.
Quando il pezzo finì, il roboante finale fragoroso nella caverna, Nesta incontrò lo sguardo di Bryce e disse, “Anche a me piace danzare.” Era un piccolo pezzo di sé stessa, ma offerto volontariamente. Bryce sentì il cuore scaldarsi per la guerriera, solo un po’.
“Sì?”
Ma Nesta indicò di nuovo il telefono. “Mettine ancora, per favore.”
E Bryce lo fece.
Due ore dopo, stavano di nuovo camminando. Forse Azriel era stato abbastanza interessato alla musica da permettere loro di trattenersi. Bryce aveva messo un campione di ogni genere che le era venuto in mente. Nesta si era portata le mani alle orecchie alle urla e lamenti del death metal, ma Azriel aveva sogghignato.
Probabilmente sarebbe andato d’accordo con Ruhn e i suoi amici idioti.
Nesta aveva preferito la roba classica, ed entrambi erano intrigati dalla musica da club pulsante e martellante. “È a questo che ballate nel tuo mondo?” chiese Nesta. Bryce non era riuscita a capire se fosse intrigata o sconcertata. Azriel almeno sembrava apprezzare.
Ma ora erano tornati di nuovo al silenzio, camminando di fianco a un’incisione dietro l’altra. Dovevano starsi avvicinando a… qualunque cosa li attendesse in fondo a quel tunnel.
E se avessero camminato e camminato senza trovare qualcosa? A che punto avrebbero deciso di rinunciare? La stella di Bryce continuava ad essere luminosa, puntando in avanti, ma cosa sarebbe successo se non la stava interpretando in maniera giusta? Forse il suo istinto si sbagliava.
Forse non era stata mandata lì da Urd. Forse era stata tutto un’enorme stronzata cosmica.
Un gigantesco errore.
La gola di Bryce si strinse. Aveva cercato di non pensare a cosa stava succedendo a Hunt e Ruhn, ma nella continua oscurità dei tunnel, la paura le tornò. Erano al sicuro? Erano ancora vivi?
“La musica nel tuo mondo,” disse improvvisamente Nesta, interrompendo i pensieri tragici di Bryce. “È semplicemente disponibile per tutti?”
“In un certo senso? C’è una specie di… libreria non fisica fatta da macchinari che possono conservare tutte le informazioni del mondo. Musica, arte, libri, tutto. Quindi sì, puoi trovare qualunque canzone, qualunque brano, e ascoltarlo quando vuoi.”
“Avete delle meraviglie nel tuo mondo.” Disse Nesta.
Azriel aggiunse da un paio di passi più indietro rispetto a loro, “E orrori.”
Bryce grugnì in assenso. “Sono certa che ne avete anche voi.”
“È così,” disse mestamente Azriel.
Bryce riempì il buco di ciò che lui non avrebbe rivelato. “Ma non avete mai visto cose come pistole o bombe, giusto?” Supponeva che fosse così, dato che erano sembrati sconvolti quando aveva mostrato loro le sue memorie nella sfera Veritas.
“Sono stati gli Asteri ad inventare quelle armi?” chiese cupo Azriel.
“No. È stato qualche altro coglione malato,” mormorò Bryce. “Ma ora sono ovunque.”
“Dovrebbero essere distrutte tutte.”
“Sì. Non portano nulla di buono al mondo.” Bryce inclinò la testa di lato. “Quindi voialtri avete spade e cose così?”
“Una cosa del genere.” disse evasivo Azriel. Chiaramente non l’avrebbe illuminata sulle loro difese.
“E la vostra magia è…”
“Non insistere,” disse Azriel, una punta di quel gelo di prima gli entrò nella voce.
Le labbra di Nesta si assottigliarono a quel tono, come se stesse ricordandosene anche lei. Come se non le andasse bene.
“Okay, okay,” fece Bryce. “Ma sarebbe bello sapere qualcosa del vostro mondo. O di voi.”
Entrambi restarono in silenzio.
Bryce chiese a Nesta, “Hai un compagno, giusto?” Fece un cenno verso Azriel. “E tu?”
“No,” disse velocemente Azriel, la voce piatta.
“Una partner o moglie?
“No.”
Bryce sospirò. “Okay, allora.”
Le ali di Azriel si contrassero “Sei un’impicciona incurabile.”
“Credo che sia la cosa più carina che tu abbia detto su di me.” Bryce gli fece l’occhiolino. “Ascolta, è solo che… sono curiosa. Voi no?”
Azriel non rispose, ma Nesta disse, “Sì. Lo siamo.”
Bryce fece passare una mano su una delle incisioni, una giovane ragazza seduta su un fungo velenoso, un segugio spaparanzato sul terreno di fianco a lei. “Trovo pazzesco come, in quindicimila anni, abbiamo sviluppato qualunque tipo di tecnologia e il vostro mondo è ancora, sapete, così.” Indicò i loro vestiti, la caverna. Gli occhi di Nesta si assottigliarono, e Bryce aggiunse in fretta, “Mi sto semplicemente chiedendo perché cambiamenti simili non siano successi qui. Voglio dire, noi avevamo gli Asteri, ma molte delle nostre invenzioni non sono venute da loro.”
“Forse è stato il risultato di così tanti mondi che si sono mischiati assieme a Midgard,” suggerì Nesta. “Ognuno ha portato le proprie conoscenze. Unendosi, avranno capito come fare. Da soli, forse, non ci sarebbero riusciti.”
“Forse. Ma avevamo anche la primaluce, una risorsa di potere comune. Voi non l’avete qui. Solo potere individuale.” Certo, il potere comune di Midgard c'era grazie agli Asteri. Era una cosa buona o cattiva? Bryce non iniziò nemmeno a chiederselo. I suoi sentimenti su ciò erano un garbuglio incasinato di gratitudine e rabbia.
Nesta chiese, “Pensi che senza primaluce, il tuo mondo diventerebbe come il nostro?”
Bryce ci pensò. “Non vedo un altro modo per caricare le nostre macchine o i telefoni, quindi… probabilmente.”
Azriel chiese, “Le pistole hanno bisogno di primaluce?”
“No,” disse Bryce. “E nemmeno alcune delle bombe ne hanno bisogno.”
Il peso dell’oscurità era opprimente. “Quei mali resteranno a Midgard per sempre, anche senza primaluce.”
“E la gente continuerebbe a uccidersi a vicenda, anche senza quelle armi.” Nesta disse gravemente. “I malvagi troveranno sempre un modo per ferire e fare del male.”
“È questa la parte dove mi ricordate che voialtri troverete sempre un modo per ferire e fare del male a me se faccio un passo falso?”
“Sì,” disse piano Azriel. “Ma questa è anche la parte in cui ti dico che di solito siamo noi quelli che cercano un modo per fermare quella gente malvagia.”
“Non è un po’ troppo rivelatore?” Stuzzicò Bryce. “Dovreste mantenere l’immagine dei grandi stronzi cattivi. Non dirmi che siete un gruppo di brava gente che combatte il crimine.”
“Puoi fare del bene,” la avvertì Azriel, “anche se sei cattivo.”
Bryce fischiò. “Conosco diversi maschi a casa che potrebbero solo sognarsi di dire una frase simile in modo così figo.”
Nesta ridacchiò. “Ne conosco un po’ anche io.”
Azriel lanciò uno sguardo incredulo a Nesta. Ma Nesta stava sogghignando verso Bryce.
Bryce sorrise di rimando. “Ego maschile: una costante universale.”
Nesta rise di nuovo. “Se non fossi nostra prigioniera,” le disse, scuotendo il capo, “credo che mi piacerebbe definirti un’amica, Bryce Quinlan.”
Bryce non sapeva perché quelle parole colpirono qualcosa nel suo profondo.
“Già,” disse roca Bryce. “Lo stesso vale per me.”
Camminarono ancora in silenzio, ma non era più teso. C’era qualcosa… di più leggero. Anche solo per un momento. Come se loro non fossero i suoi carcerieri, ma piuttosto i suoi compagni.
Bene. In quel mondo, almeno, i Fae non erano così male. Chiaramente avevano la loro dose di stronzi Fae anche lì, ma Nesta… a Bryce non dispiaceva.
Era spiacevole, davvero. Bryce era sempre stata fiera di provare risentimento nei confronti di qualunque Fae, suo fratello e i suoi idioti di amici erano una rara eccezione, ma questi due sconosciuti, e ciò che aveva messo assieme riguardo la gente attorno a loro…
Sembravano persone decenti, a cui importava e che si volevano bene a vicenda.
Non era nemmeno sicura che i Fae di Midgard sapessero il significato della parola amore. La definizione di essa del Re dell’Autunno aveva lasciato una piccola cicatrice sul viso di sua mamma.
Ma questi Fae erano diversi.
Importava? I Fae di Midgard non erano un suo problema, e non voleva che lo fossero, ma se avessero potuto essere molto di più? Un tale cambiamento era possibile?
“Ti piace?” chiese Bryce a Nesta all’improvviso. “Essere Fae?”
“All’inizio no,” disse piatta Nesta. “Ma ora sì.”
Azriel sembrò ascoltare attentamente.
Nesta continuò, “Sono più forte, più veloce. Più difficile da uccidere. Non ci vedo lati negativi in questo.”
“E la durata di vita praticamente immortale non è così male, eh?” la stuzzicò Bryce.
“Mi sto ancora abituando all’idea,” fece Nesta, gli occhi puntati sul tunnel di fronte a loro. “Quel tempo è così… vasto. La quotidianità contro l’estensione nei secoli.” Spostò la propria attenzione su Azriel. “Come fai a gestirlo?”
Lui rimase in silenzio per un momento prima di rispondere, “Trova delle persone che ami, fanno passare il tempo in fretta.” Catturò l’attenzione di Nesta, dicendo con un’ombra di scuse, “Soprattutto se ti perdoneranno quando ogni tanto ti arrabbi con loro per cose di cui non hanno colpa.”
Qualcosa sembrò intenerirsi negli occhi di Nesta, sollievo, forse, al ramo di ulivo porto. Lei disse piano, tentativamente, “Non c’è nulla da perdonare, Az.”
Ma le parole di lui avevano alleggerito la tensione rimanente. E le successive finirono completamente il lavoro mentre faceva l’occhiolino a Nesta. “E mi è stato detto che anche i bambini fanno volare il tempo.”
Nesta alzò gli occhi al cielo, ma Bryce non si perse il bagliore in essi. Nesta era disposta a stare al gioco, per tornare alla loro normale dinamica. Ammise, “Non saprei nemmeno come crescerlo, un bambino.” Indicò sé stessa. “Cresciuta da una madre terribile, ricordi?”
“Non significa che anche tu la sarai.” Azriel disse dolcemente.
Nesta rimase zitta per un istante, poi ammise, “Mia madre era anche peggio con Feyre, e mia sorella è diventata…” Cercò la parola adatta. “Una madre perfetta.”
“Non esiste una madre perfetta.” Si intromise Bryce. “Giusto che tu lo sappia.”
“Proprio tua madre sembra abbastanza perfetta,” disse secca Nesta.
“Santi numi, no,” disse Bryce, ridendo. “Ma sarebbe la prima a dirlo. La perfezione è un ideale ingiusto da imporre a chiunque. Mia madre me l’ha insegnato, in realtà.”
Bryce deglutì a fatica, pensando a Ember. Gli Asteri le avevano dato la caccia e uccisa? Se Bryce fosse mai tornata a casa… sua madre sarebbe stata lì?
Nesta posò una mano sulla spalla di Bryce, sembrava consolatoria, in qualche modo. Come se avesse sentito tutto quello che passava per la mente di Bryce, il panico che le batteva nel cuore.
“Che c’è?” Bryce chiese, guardando la femmina.
Nesta indicò la tasca di Bryce. “Possiamo ascoltare un altro po’ della tua musica?”
Era un’offerta amichevole, decisamente intesa per tirare fuori Bryce dalla sua malinconia. Una gentilezza da una femmina che chiaramente non era abituata a tali dimostrazioni. Bryce ripescò il suo telefono.
La batteria stava scendendo verso la zona rossa. Presto sarebbe morta. Ma per questo… poteva risparmiarla.
“Cosa volete ascoltare?” Chiese Bryce, aprendo la sua libreria musicale.
Nesta ed Azriel si scambiarono uno sguardo, e il maschio rispose un po’ imbarazzato, “La musica che avete nelle vostre sale di piacere.”
Bryce rise, “Sei un patito dei club, Azriel?”
Lui la guardò in cagnesco, guadagnandosi un sorrisetto da parte di Nesta, ma Bryce mise uno dei suoi brani preferiti su cui ballare, un vigoroso miscuglio del martellante basso e dei sassofoni, di tutte le cose. E mentre i tre camminavano nell’oscurità senza fine, avrebbe potuto giurare di aver visto Azriel muovere la testa a ritmo di musica.
Nascose il suo sorriso e mise una canzone dopo l’altra, fino a quando la batteria del suo telefono non arrivò agli sgoccioli. Fino a quando quell’ultimo bellissimo legame con Midgard si spense e morì.
Niente più musica. Niente più foto di Hunt.
Ma la musica sembrava rimanere, come un’eco fantasma nella caverna.
E ad ogni miglio, poteva sentire Azriel canticchiare piano tra sé e sé. L’ondeggiante melodia selvaggia di Stone Mother fluiva dalle sue labbra, e avrebbe potuto giurare che persino le sue ombre danzassero al suono.
I would like to request an Azriel x reader fic, but you can ignore this if you don't feel comfortable with it. So, lately I've been having a few problems with an ED (anorexia nervosa), and I think that reading how Azriel would react and deal with reader struggling with it, would help me and comfort me in some way.
I repeat, if you don't feel comfortable with writing this, it's completely okay, you don't have to do it. Whatever your choice will be, thank you in advance! ❤
With her.
Summary: Azriel finds out his mate's relationship with food, and tries to convince her to see Madja.
•○●⛦●○•
A/n: hello anon! Thank you for the ask, I love the idea. Also, I'm soo sorry you have to go through that and I hope you get better 🫶☺️ also any and all information I have was provided by Google, so please feel free to correct me if I write something wrong.
Hope you like it and hope it helps you in any way ❣️
•○🌑○•
Her chest heaved, her throat scratched as she hovered over the bowl, having just hurled her guts up. She slumped back against the wall, clutching her head.
Y/n stayed there for a couple of minutes before standing and turning to the mirror. She stared, then washed her face.
Before she left, though, she checked once to make sure the shield she had put up around the bathing room was up, because her newly found mate was in the house. She didn't want him to hear her.
And then all the blood drained from her face as she realised that she, while puking, had unintentionally left the shield down.
Her heart started beating wildly.
She was sure Azriel had heard her. There was no way he hadn't.
Even though the two of them had worked for Rhysand for centuries, they had barely had any interactions. And so, after they found out a month ago that they were mates, they were trying to get to know each other more. They'd been having dinner, and then she had excused herself, saying she needed to use the restroom.
She hesitantly stepped into her room, relieved but confused to find it empty. She had thought Azriel would be waiting in here to interrogate her. Did he not hear? Maybe she let the shield down after she was finished?
She decided to go down to the living room where Azriel was sitting before she left him there.
She found him staring into the fire, his jaw clenched.
"Hey, I'm back."
He turned to her and gave her a small smile. They then sat talking for some time, and with every moment that passed, the tension slowly bled from her shoulders. Maybe he hadn't heard anything, and she was worrying for no reason.
They talked carelessly, though Az continuously studied her.
"Are you in pain?" He asked, gesturing to her stomach.
She hadn't even realised she had wrapped her arms around herself until he pointed it out. But she was, in fact, in pain. She didn't think there was any harm in telling him about her abdominal pain, so she nodded.
"Nothing much though. It will subside."
"Are you nearing your cycle?"
She nearly laughed. "No. I haven't had my cycle in quite some time now."
"Why?" He asked, his stare intense.
She faltered. "Why what?"
"Why haven't you had your cycle?"
"Because..." That was when she realised that she was in deep shit. The male she was now taking to wasn't her mate. No, it was the Spymaster of the Night Court, and she was going to be interrogated.
"I always wondered why you made such elaborate meals for others but never ate them yourself. How you, somehow, never seem to be hungry. The unusual visits to the bathing room after eating."
"Azriel–"
"Are you having problems love?" He stood, coming towards her and crouching in front of her. His hands landed on her knees as he searched her face.
"You know that you can tell me anything, right?"
She nodded, blinking back tears.
"Then please tell me what you're going through. I want to help."
"I... I don't know how to tell you... its just–" She stopped speaking, wondering how to approach the topic. He stayed silent, rubbing circles on her thigh, letting her take her time. He wasn't going to let it go, so she had to tell him.
And then, all of it came out. She told him of how her mother had always wanted her to be perfect, and not being skinny was unacceptable. And so, in order to please her mother, she started eating less and less, eventually resorting to throwing up anything she ate.
"But your mother passed years ago. Why did you not stop?" He questioned gently, now sitting next to her.
She shook her head. "She had planted the image of perfection in my mind. If someone was not skinny, it took away from their beauty. I became obsessed with perfection. Or atleast what I thought was perfection.
"Whenever I looked at Mor, I would want to be perfect. And then, Feyre and her sisters came along. It worsened my obsession with being skinny."
"What are you saying?"
"They are just so damn beautiful. They have great figure, and even when they were mortal, they could have rivaled many fae females. And I want to be like them. Perfect. Someone who you could love. Someone worthy."
"No. Love, please don't think like that. I'm sorry you had to go through that, but you're beautiful as you are. I couldn't care less about your figure. I would love you no matter what."
Tears ran down his face as he said those words, and she instantly felt bad. She buried her face in his neck, trying to stop the tears.
"I'm sorry."
"What for? There is nothing you should be sorry about."
They stayed that way for quite some time, with him rubbing her back and constantly murmuring about how perfect she was and how she didn't need to do this. She sobbed into his chest, the guilt eating at her.
"Stop. Stop, don't feel guilty about it." She realised he could feel her emotions through the bond.
"Love? I suggest we go to Madja. She would know how to help."
"I don't need help." She mumbled, pulling away from him and clutching her knees to her chest.
"Y/n, darling, please..." When she again shook her head, he paused. Then, as if coming up with an idea, he spoke again. "How about we make a deal?"
"What deal?" She asked quietly.
"We go to Madja, and you follow her instructions and try to get better. In return, at the end of every week, I'll do anything you say."
She thought about it. She knew what she was doing was unhealthy, and she did want to get better. If not for herself, then for Azriel. Which was messed up, considering she should be doing this for herself. But this could be a start.
"Anything?" She whispered.
He grinned. "Anything."
"So if I tell you to wear a chicken costume and go out onto the streets and squawk around for the whole day, you'll do it?"
A blush rose to his cheeks, knowing how embarrassed he would be, but he leaned closer. "If that is what it takes."
She blushed, leaning back, but he followed her until their noses bumped. He pecked her lips once, twice, before resting his forehead on hers. "I'll do anything to make you happy."
She smiled.
If he was ready to do anything for her, even wear a chicken costume for her, to help her, then she'll be damned if she became a barrier stopping him from his goal.
"And, if you don't eat in a healthy way, you'll have no energy. And you need that for when we eventually accept the bond."
She stared at him for a moment, wondering what the hell he meant. But when she realised, she stood, sputtering, her face a burning mess. He grinned cockily, leaning back as his hands came to rest behind his head, his legs spread.
"I mean, it'll go on for a week at the least, maybe even a month. More than that, if all goes to plan. So, what do you say?"
She nodded, fighting the smile threatening to overtake her face. "Okay, I'll go." She sat back down, snuggling into his side.
He kissed her head, wrapping his arms and wings around her. "Love? I just want you to know that you don't need to hurry. Take it at your pace. Don't worry about anything else. I'll be there for you in this journey, every step of the way. And when you finally come out on the other side, I'll be waiting for you. I'll always wait for you."
She smiled. She knew it was true.
He would be there for her, no matter what.
And her situation didn't seem so bad, now that he was with her.
Summary: Marriage had always been something sacred to little Y/n, something dream like, where her husband would come and whisk her away to a fairyland. At least, that's what she had always thought.
All her dreams would be shattered.
But maybe she can salvage them?
•○●⛦●○•
A/n: yeah soo... I think I have some kind of obsession with this trope. And I have never ever seen any azriel x reader forced marriage fics, so I decided to write one myself. But I could be wrong and there are fics out there that I haven't seen, in which case, please let me know about them. (Also, because we do not know who azzie's father was and if he was a camp Lord, for the sake of this fic, lets pretend that he was, indeed, a camp lord.)
Tw: Forced marriage, none more that I can think of, so please let me know if I need to add anything.
•○🌑○•
Y/n poured the imaginary tea in the cups set on the low table in front of her, talking to Mister Fluffkins about the weather. He was her daughter's husband, or she pretended that he was. Her daughter, Alisa, was her favourite doll, who was going to be married today.
"I hope there was no troubles while on the way here?" She asked as she set down the teacup and turned towards her other toys.
Before Mister Fluffkins could answer though, Y/n's mother walked in, crouching in front of Y/n, smiling.
"What are you doing?"
"I was just asking Mister Fluffkins about his travels today. Do you want some tea?"
"No dear. I just wanted to tell you that a friend of father is coming here today with his son. I want you to try and become his friend, as he has none. Okay?"
"Okay mother." The little girl turned away and settled down opposite her to be son in law, sipping her imaginary tea. Excited that she'll be making a new friend today. Maybe he can play with her. He could be Alisa's father, and they would be one big and happy family.
As little Y/n was busy musing about her new friend, she lost track of time, and soon they had arrived. The door opened once again and her mother stepped inside, Y/n stood. A small boy, probably her age or older, stepped in behind her, his hands clasped together nervously. His eyes flitted around the room, his hair dishevelled and messy. He looked too thin to be healthy.
Y/n mother nudged him forward, and he hesitantly took a step forward. Then another and another.
"I'm Y/n. What is your name?" She asked when he was standing in front of her.
"Az– Azriel."
"Let's be friends." She said, before practically shoving him in the chair next to Mister Fluffkins and pouring him some tea. "It's tea. Drink, you'll like it."
He blinked. "There's nothing there."
"Obviously. We're playing, I can't use real tea."
Her mother had laughed, walking away. It took some time for Azriel to get accustomed to playing with her, but when he did, he enjoyed it, cherishing this rare moment of happiness. And though he was quite odd, saying he had never played anything in his life, Y/n didn't mind.
But then both of their father's stepped in, as if in a hurry. Azriel's father yelled at him to be quick and clasp her hand, and Y/n decided she didn't like this man. He was too loud.
Y/n's father was looking sadly at her when the bad man told him to make haste. They made Y/n and Azriel hold hands, guiding them through it.
"Listen girl, I want you to say I agree to everything he says, understand?" Y/n nodded, afraid of his father. "Now," he began saying to Azriel, "repeat after me. I will marry you, when I see you after we come of age. Say it." Azriel looked scared, but repeated nonetheless. And she mumbled a I agree after him before a pain shot down her left ring finger and she wrenched it from Azriel's grasp, tears pooling in her eyes. At that exact moment, the door slammed open and her mother stumbled in, gasping and clutching at her head.
"No..." She stared at her husband angrily with tears in her eyes.
Y/n didn't understand, but it wasn't as if she could question the adults. Because, even though her father didn't hate her, he didn't like her very much either, hitting her whenever she got too loud. But he wasn't bad, atleast Y/n didn't think so.
Maybe when her older siblings came home from school, she would ask them about it.
•○🌑○•
As she stared at the rain droplets pelting the window of her room, Y/n couldn't stop thinking about that day. It had been almost five centuries since then.
Asking her siblings about it had yielded no information, after all, they were kids too.
But now she knew.
Azriel's father had fame and control over the camp they had once lived in. Her father wanted to be in the good graces of the Lord and also the recently vacated position of the second most powerful person, the camp Lord's second in command. Azriel's father was giving Y/n's father what he wanted in exchange for her marriage to his bastard son.
Who had run away.
But she couldn't fault him for that, knowing what his father was like. She knew Azriel fairly well, considering she met him a few more times after the day they had been promised to each other. The last time they met, he had finally told Y/n that his father kept him in a dungeon. Then he left. They could have been called friends once, but now, Y/n didn't even know if he was alive or rotting somewhere. But, even after all these centuries, Y/n still cares for that tiny, skinny, timid boy with disheveled hair, who would get extremely happy if provided with one small act of kindness.
But she also couldn't stop the tiny kernel of resentment that bloomed in her, because, after he had run away, his father had decided that he no longer wanted to share the power when he wasn't getting anything out of it, kicking their family out of the camp. Her father had gone nearly crazy.
Her sister, Velda, had been in a similar situation as Y/n, having been forced to marry one of the more prized warriors. But she didn't have to make a promise for it, as the warrior wanted to marry her. Y/n had been forced to promise herself to Azriel because his father somehow knew that he couldn't marry Azriel forcefully.
She would have been married too, if not for the mark on the second last finger of her left hand, encircling it like a ring. Every day she woke up with a pot of dead and hope in her stomach. Dread, for if Azriel came to take her, she would be forced to marry him, but if he didn't, she'd have to ensure her father's taunts, as if it was somehow her fault Azriel escaped. Those taunts, which had increased since her mother's death, haunted her at night.
Hope, for if he came, maybe she'll be able to have the life she always dreamed of, and that Azriel would still be the boy she had befriended. And if he didn't, she won't have to leave.
Her father had waited all these years in hopes that Azriel would come to get his bride. But he was tired of waiting, it seemed. And so, today, she and her father they would be visiting Hewn City, in his hopes that the High Lord could find her husband.
•○🌑○•
The Hewn City was hauntingly beautiful. That's all Y/n could describe it as.
They were waiting on the side, her father conversing with someone named Keir while she stared at everything she could get her sights on in awe.
The doors to the court room suddenly opened, everyone falling silent as the High Lord and the Lady, with the little heir in her arms, walked in, with their Inner Circle, as they were called. Y/n kept her eyes downcast, hiding behind her father. Her neck prickles, as if someone was staring at her, but it wasn't something she was unfamiliar with.
Soon, everyone dropped to their knees, rising when the High Lord commanded. After a few people conversed with him, her father stepped forward, her following, still staring at the ground. He bowed, and she curtsied.
But then, when a shiver wound down her spine, she lifted her eyes.
She had to take a step back, her jaw dropping.
Because, staring at her were wide, hazel eyes.
She stared and stared, hoping she was dreaming and hoping that she wasn't. Because those eyes, she would never forget.
Azriel.
Her father bowed, turning away, and she shook her head at Azriel, slightly. He dipped his chin and looked away.
But when Y/n tried to step away, a sharp pain shot through her chest and left hand, a scream tearing from her throat. She fell to her knees, gasping and clutching her hand to her chest. One glance at the dais told her that Azriel had fallen to his knees as well, and everyone was silent, looking between the two of them.
She looked at her father, the confusion in his eyes clearing and a wicked smile blooming on his face.
Hi! Today I got a navel piercing and I couldn't help but wonder how the Bat-boys (especially Az, I don't have preferences, nooo) would react to their SO reader getting a piercing and if they'd also get one (even in an AU), and since I love the way you write, I wondered whether you'd be ok with writing something with this prompt, if it isn't a problem. I apologise if my English isn't perfect, but it isn't my first language 😅
Batboys reacting to you getting a piercing | Modern!AU
warnings: a bit suggestive and a lot of fluff <3
words count: 1042
author's note: i loved this req!!! first time writing for rhys and cass yayyy <3 and you don't need to apologize sweetheart, you're english is good :)
Rhysand
You were getting a nose piercing
You’ve been wanting to do it for a long time, and now you finally had the courage to
But you didn’t tell your boyfriend though
And your anxiousness was eating you alive
Will he like it? Is this change too much?
There’s no way back when you attend your appointment
The body piercer was lovely and calmed you down a bit
She kept saying that the jewel will suit you really well, and the most important was for you to like it
And you DID
Instant self esteem boost
You go to your apartment and get ready to meet Rhys
It was 'movie at home' day, the best way to spend the rest of friday.
"Darling? I brought the soda." Rhysand says once he got into the apartment.
"I'm in the kitchen!" You answered.
Back towards the entrance. You were concentrating on making guacamole and nachos, Rhys said he was craving Mexican food. You felt his arms circle your waist, head resting on your right shoulder.
"That looks delicious."
"Well, I hope it tastes as good as it looks." You both laugh.
"You're not looking at me, and haven't kissed me yet. Are you mad at something?" His voice is low, almost whispering. His thumbs caressing the skin in your waist softly.
"No!..." You laugh it off. "I was just concentrating on doing the food, I'm sorry."
You turn around to face him. Your cheeks are already red from your nervousness, excited to see his reaction when he realizes the small change on your face.
"Darling…" Rhys hands go to cup your face, lifting it so you could be eyes to eyes with him. "And I thought you couldn't be more beautiful."
His lips met yours softly, careful so his nose didn't bump yours.
"You liked it?"
"You liked it?" He asked and you nodded your head. "My only complaint is not being able to kiss you furiously right now."
“Well, you can kiss me gently.” You circle your arms around his neck.
“And I’ll do it the whole night, darling.”
Cassian
When you first thought of getting the piercing you already talked to him
He loved the idea
Even more where the piercing was going
You made an appointment and asked him to come with you
His hands was caressing your the whole time to give you comfort
And he kept saying how gorgeous you will look with it
We all know Cassian is a breast man and no one can change my mind
So when you suggested a nipple piercing he gone feral
He's doing everything in his power so you don't change your mind
He was more excited than you to see the results
"Cass, what if it hurts really bad?" You were anxious, never been really good at dealing with pain.
"It will probably hurt, my love. But you've been wanting it for a long time” He lands a kiss on the side of your head.
“You’re more excited than me, aren’t you?” You give him a side eye.
“Maybe. But that’s because you’re gonna look so pretty! Like, they’re already so pretty. But with the piercings? Gonna be another level of sexyness.”
You laugh at him, feeling so lucky to have such a supportive boyfriend.
The pain was less than you expected and the body piercer was really sweet to you the whole process. It was a woman, so Cassian didn't freak out with a man touching your body.
Both of you were already in the car going home, thinking about what to do for the rest of the day.
“I have to be careful now, huh?” He said looking at you in the red light.
“Yes baby, no feeding to you.” You mock him rolling your eyes.
“You know the best part of this?” He asks not looking at you, but with a smirk already in his lips. “You’ll be on top for quite some time.”
“That’s the best part? Not your girlfriend having prettier breasts for the rest of her life?”
“Oh my love, I thought about a lot of bestest parts. But I won’t be able to demonstrate any of them since those two are fully recovered.”
Azriel
Azriel is a man who worships his lover's body. Anyone is opposite to that??
Taking that into consideration. Anything you change he will love
If it’s in a place he can see it frequently? Head over heels
He made you know how bad he likes your body since the beginning of the relationship
So when you decided to do the navel piercing you were sure he would love it
When you go to your appointment, you already told him you were doing something
But didn’t told him what
So when you meet him later for a date it’s gonna be a big surprise
You see his broad shoulders once you step into the theater. There was a new movie out that both of you planned to watch since the first teaser.
With his back turned to you he didn’t see you approaching, only seeing you when you went to kiss his lips. His arms went to your back to press you against his chest like he does every time, but you stopped him.
“Not in the mood for PDA?” He asks you a bit worried.
“No! It’s just that it’s still hurting a little bit, so I’m trying to not put pressure on it.”
“What’s hurting? Are you hurt?” He put himself apart from you, scanning your body for any bruises.
Then he sees the delicate jewel on the top of your belly button, and his face lights up with a smile. Both of his hands go straight to your waists, like he’s holding the frame of a masterpiece.
“Sweetheart, that looks amazing! That’s what you were doing earlier?”
“Yes. I decided to make a surprise, did you like it? I’ll be only wearing crop tops for a while.” You said looking up at him, but his eyes fixed in your stomach.
“I loved it! You look so pretty. So that means no chocolate for tonight’s movie?” His eyes moved to look at yours, his thumbs gently caressing your exposed skin.
Ora avrò la gente addosso, voglio provare ad andare contro il pensiero comune.
Ultimamente si parla molto di catcalling, molestie verbali da parte di uomini, che stanno venendo demonizzati a non finire, ma avete mai letto i commenti sotto i post di, ad esempio, Damiano Carrara (il pasticcere) o Damiano dei Maneskin? (coincidenza dei nomi, wow!)
Spesso e volentieri leggo cose tipo: "TI PREGO INGRAVIDAMI, TI SPOSEREI SUBITO, TI VOGLIO NEL MIO LETTO" e altre cose del genere. Ora, mettiamo caso che i due Damiano fossero delle Damiana ed i commenti fossero da parte di uomini; si scatenerebbe l'inferno.
Ma nella situazione attuale non si dice nulla... Perché?
E guardate bene, anche io ho ricevuto catcalling, l'ultima volta addirittura da un gruppo di non solo ragazzi, ma anche ragazze! Anzi, soprattutto ragazze! Come la mettiamo?
Perché la gente è così opportunista? Ti fanno credere di essere tanto amici vostri, quando poi non vi considerano per mesi interi e un giorno, così all'improvviso, ti scrivono chiedendoti un favore. E fin qui, ok.
Poi passano altri mesi in cui non si fanno sentire, e ti chiedono un altro favore e un altro e ancora! Finisce che poi diventi la loro fonte di favori e loro non muovono neanche un dito.
Dovrei iniziare ad eliminare queste amicizie tossiche...
Siamo di nuovo al momento in cui credevi di avere diversi veri amici, per poi trovarti praticamente solo/a.
Con te rimane praticamente una sola persona.
Tutti gli altri se ne sono lentamente andati, uno dopo l'altro.
Gente con cui hai condiviso anni della tua vita, aggiornandole giorno per giorno, ora per ora di quello che stai vivendo; gente con cui hai parlato di tutto, segreti, paure... Tutto.
Per poi non averle più lì con te.
Erano persone con cui ti scambiavi frasi del tipo: "Io ci sarò sempre per te, lo sai", "Puoi sempre fidarti di me", "Non ti lascerò mai".
Quei sempre e quei mai non valgono nulla. Anche se sul momento sembra che significano tutto, in realtà non significano nulla.
Perché come dice la canzone, sono solo parole.
E fa ancora più male quando, prima di incontrare queste persone, eri già solo/a come un cane, appena le conosci ti senti rinato/a, ti senti come se non fossi più abbandonato/a dal mondo intero... E poi vieni nuovamente scordato/a da tutti...
Ed è una cosa che lentamente ti uccide dentro...
E loro non capiscono. Non sanno. Non hanno idea di ciò che stai sopportando per loro...