Tentativo di ordinare lo stra-ordinario
Giorno 1: vedere un po' di perplessità sui volti mentre introduci Gödel, e aspettare, come in un eterno ritorno, che racconti di nuovo quelle quattro storie.
Giorno 2: accenni alla visione della morte in Grecia e capisco che ciò che non ho imparato in quel corso universitario l'ho imparato oggi. Sarà che ci sono temi che toccano più di altri le mie corde, ma quando parli dei greci mi fai venire la pelle d’oca.
Giorno 3: trovo lo stralcio di testo che cinque anni fa, senza indizi, non riuscii a trovare, pur con il gran mare di internet a disposizione. Dopo averle ascoltate tre volte quelle storie sembrano quasi banali, eppure mentre le racconti rivedo in quei volti perplessi la me stessa di cinque anni e mezzo fa.
Giorno 4: ti chiedo, tentando la via dello sfinimento, di farle quelle lezioni su Leopardi. Investire birilli in cortile e maledire chi li ha messi: quasi divertente.
Giorno 5: pensiero debole e pensiero negativo, Leopardi e Schopenhauer. Stranamente, però, ho quasi preferito la lezione di storia sul perchè l’Occidente sta saltando in aria.
Giorno 6: forse é meglio che sappiate perché in questo momento storico certe cose stanno andando cosí, dici, piuttosto che sappiate la dinastia degli Ottoni. Penso che quelle lezioni siano una palla, però penso anche che forse parlare di titoli di stato e affini servirà, forse risparmierà qualcuno dal suicidio economico.
Giorno 7: alla fine i tuoi sproloqui sulla Poetica non erano del tutto infondati e te lo dico. Ma e le giustificazioni razionali a posteriori? Niente di che, è quando tua moglie ti dice di tirar su la biancheria e quanto torna ti rendi conto di non averlo fatto, e allora devi cercare delle motivazioni razionali per farla star buona: la filosofia serve (anche) a intortare gli altri, la filosofia è fatta di parole e con le parole puoi dimostrare più o meno tutto. Penso che più che filosofo sei sofista, ma vabbè.
Giorno 8: di svenimenti, di autopsie e di medicina, di economia del Mille e di big data mai fatti. Ti confesso che guardando la me stessa di quattro anni fa ora penso “ma dove avevo la testa quando ho anche solo lontanamente pensato di provare medicina?” e mi dici che forse tra qualche anno mi dirò "ma dove avevi la testa quando hai optato per quello che stai facendo?" e ti dico, con amarezza, che forse avrai ragione.
Giorno 9: Picasso é un pittore realista, dici, ed effettivamente, pensandoci, può avere senso: qualche volta i tuoi discorsi non sono degli heideggeriani Holzwege.
Giorno 10: Quando sbatti le porte fai paura, poi un secondo dopo hai la battuta pronta e quei ragazzi non capiscono. Toc toc, chi é? Non é la bidella ma é Niccolò Cusano. E prima di lui era Schopenhauer, venuto lí a parlarci di suicidio: sarà uno dei punti su cui i ragazzi non smetteranno mai di fare domande, perché effettivamente lo fai apparire contraddittorio.
Giorno 11: calma piatta, solo un’anglofona che non percepisce il mio umorismo.
Giorno 12: di barche a vela, dottorati su Kelsen che mi fanno capire molte cose, pc con ms-dos, telefoni old-style con antenna sporgente e tv degli anni ‘60 in cantina.
Giorno 13: sei fuori come un balcone e questo lo sapevo, ma mi sembra che col passare del tempo peggiori. Ciò di cui non mi capacito ancora è come tu riesca a creare una lezione dal nulla.
Giorno 14: La Cura ti è sconosciuta, non così il suo autore, e intanto resto con i miei dubbi. Oggi ho visto un lato che di te non avevo mai visto e che non pensavo avessi: non sapevo perchè avessi detto a quella ragazza di passare a ricreazione, e quando è arrivata le hai detto “Ti volevo solo dire questo: brava, ce l’hai fatta”. Eravate poesia e mi sono sentita quasi in mezzo in quel momento: tu sincero e con una serietà che raramente indossi, lei con gli occhi ridenti, felice di aver raggiunto dopo due anni ciò a cui puntava. Chapeau: a te, ragazza, per aver perseverato, a te, uomo, per aver riconosciuto e stimato quello sforzo.
Giorno 15: Non confidavo molto in quella conferenza, ma ne é valsa la pena: forse razionalmente non vale molto, ma emotivamente ha dipinto perfettamente la me di qualche anno fa.
Giorno 16: Provo a spiegare qualcosa, è un bel mestiere, ne sono sempre più convinta. Ti chiedono di parlare del referendum, di fare un cenno alla storia del Vajont, di parlare di Leopardi, di discutere del pensiero di Mancuso: il treno ormai é perso, ma mi rendo conto ogni giorno di piú delle opportunità che ho perso non chiedendo mai nulla se non il minimo indispensabile, e mi rendo altrettanto conto di quanto sia utile parlare di tutto, ma veramente di tutto, in un'aula di liceo. Forse quei ragazzi usciranno da lí non sapendo il libro di storia a memoria, ma sono convinta che anche i più svogliati, anche solo per inerzia, avranno messo in saccoccia un minimo di coscienza storica, di idea politica e di cultura in senso lato, filosofica e non. E forse a questo dovrebbe servire un liceo, o a poco altro.
Giorno 17: finisco di spiegare, spero che qualcosa sia passato. Alla fine ci si ferma a parlarne in cortile: qua dentro é sempre peggio, mi dici. E lo penso anche io, come penso anch'io che ciò in parte sia dovuto al dominio incontrastato della tecnica. I discorsi oracolari che seguono a quelle riflessioni in parte mi sfuggono, ma proverò a ragionarci.
Giorno 18: lo so che mi parli francamente e che credi davvero in ciò che mi dici, ma non posso fare a meno di pensare che tu insista spesso su questo punto perchè in fondo ti senti in colpa. Ho tenuto un'ultima cosa da dirti alla fine di tutto, mi dici. E torni sempre lí, e io torno sempre lí, é un eterno ritorno ormai da due anni a questa parte. "Mandami una cartolina da Ulan Bator".
Penso che, nonostante tutto, queste centocinquanta ore siano state piú utili di molti corsi universitari: esco da quelle aule e da quei brevi discorsi intavolati tra un cambio d'ora e l'altro con questioni a cui pensare che pochi corsi mi danno. Forse più che dare certezze dovremmo sollevare dubbi. Quei discorsi campati a mezz’aria alle 13.00 mentre l’adolescenziale fiumana si riversa nel parcheggio, mi dicono che si può davvero filosofare su tutto, che Picasso alla fine è davvero realista e che forse dobbiamo (anche) alla tecnica la nostra malattia di uomini moderni. E, dopo l’ultima sigaretta, con un mezzo nodo in gola, che prima o poi ti manderò una cartolina da Ulan Bator.