'Duecentomila il primo giorno', 'Mezzo milione solo il primo weekend'. I giornali danno i numeri sulle presenze giornaliere. Ma nessuna è ufficiale e verificata.
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'Duecentomila il primo giorno', 'Mezzo milione solo il primo weekend'. I giornali danno i numeri sulle presenze giornaliere. Ma nessuna è ufficiale e verificata.
L’Expo 2015, Milano «devastata» e...Fabrizio Gatti
Secondo i calcoli provvisori riportati quest'oggi dal quotidiano La Stampa (trafiletto a pagina 3), la conta dei danni della violenta manifestazione scoppiata il 1 maggio a Milano vede 27 auto di grossa cilindrata danneggiate (17 incendiate), 13 banche «attaccate» (che non si sa bene cosa voglia dire, ndr) e 12 vetrine rotte. Una «città devastata» che ha rovinato la festa per l'apertura dell'Expo2015, l'Esposizione Universale che il capoluogo lombardo ospiterà fino al prossimo 31 ottobre.
Una notizia, questa, che ha permesso a politici e media di oscurare un'altra notizia legata all'Expo e alla sua sicurezza. O, per meglio dire, alla completa impossibilità di contrastare un eventuale attacco terroristico aereo, una delle minacce che più preoccupa i servizi segreti italiani ed europei. Dopo l'allarme lanciato sui collaudi non realizzati sulle strutture per mancanza di tempo, a mettere insieme il “dossier sicurezza” è Fabrizio Gatti, inviato del settimanale L'Espresso che, nelle prime due settimane di aprile è riuscito ad intrufolarsi per ben sei volte nell'aeroporto di Milano Bresso – terzo aeroporto cittadino - girare indisturbato tra gli aerei ed uscire, senza subire il minimo controllo né trovare traccia del personale di sicurezza della Civis vigilanza che dovrebbe gestire l'aeroporto.
«Meno di tre minuti separano l'aeroporto di Milano Bresso dagli oltre centicinquantamila visitatori attesi ogni giorno all'Esposizione universale. Nemmeno un caccia riuscirebbe a intercettare un attacco a 180 secondi dall'allarme».
Eppure per la sicurezza, si legge nell'articolo, la società pubblica Expo 2015 ha affidato l'appalto per la vigilanza armata da venti milioni di euro a ben sei società (“All System spa”, “Ivri spa”, ”Ivri servizi fiduciari srl”, ”Sicuritalia spa”, ”Sicuritalia group service spa” e ”Consorzio Prodest Milano srl”, a cui sono andati 3 milioni e 300 mila euro ciascuno) tutte certificate dall'Enac – la stessa che per l'occasione «ha firmato una deroga agli obblighi antincendio dei piccoli aeroporti»- e di cui almeno la metà non in grado di assolvere il compito per cui sono state (profumatamente) pagate, tra pugnali e finti pacchi bomba non visti dai metaldetector, assegnazione di servizi di sorveglianza a società di portierato o uso di personale in servizi antirapina «senza giubbotti antiproiettile e radio ricetrasmittenti», a cui si aggiunge la completa assenza di formazione alla sicurezza per i nuovi assunti, circa due terzi della sorveglianza e delle guardie giurate assunte per rendere sicura l'Esposizione.
Senza dimenticare, naturalmente, che su appalti e cantieri si sono allungate fin da subito le mani della ‘ndrangheta. Ma in tutto questo, la Milano «devastata» dov’era?
Il problema della Fortezza Europa
Tutta l'Europa ha il dovere di impedire che le persone continuino ad annegare. Molte sono state costrette a lasciare il proprio paese anche a causa del comportamento degli stati europei in Africa. L'Italia sta facendo molto per salvare i rifugiati e ha bisogno di aiuto. Il Regno Unito, il Belgio e la Germania pensano di essere lontani dall'Africa e di non avere nessuna responsabilità, ma tutti hano partecipato alla sua colonizzazione. La Nato ha partecipato alla guerra in Libia
(Hakim Bello, The Guardian-Internazionale, 24 aprile 2015 pag.15)
[titolo originale: Justice for Blackwater Victims]
Lo scorso 13 aprile, il giudice Royce Lambert della Corte Federale di Washington ha condannato all’ergastolo l’ex dipendente della Blackwater (poi Xe Services, oggi Academi) Nicholas Slatten e a trent’anni ciascuno Paul Slough, Dustin Heard ed Evan Liberty, anch’essi dipendenti della società di contractors che ha ancora contratti in essere per un miliardo di dollari con il governo statunitense;
I fatti: il 16 settembre 2007 i quattro, di scorta ad un diplomatico americano, spararono nel mercato di piazza Nisour a Baghdad, uccidendo 14 persone e ferendone altre 24. I quattro, presi dal panico, giustificarono l’azione sostenendo di essersi sentiti sotto attacco. Da qui la necessità giudiziaria di capire se si potesse parlare o meno di legittima difesa.
Passata alla storia come “il massacro di piazza Nisour“, la strage rappresenta - come riporta il New York Times - «uno dei più abominevoli abusi commessi dagli americani durante la guerra in Iraq».
«La condotta abusiva di molte guardie della Blackwater, e la sensazione che Washington la condonasse» - si legge nell'articolo - «ha alimentato l’idea che gli americani considerino gli iracheni come superflui. La diffusione di questa tesi ha dato legittimità a gruppi estremisti sunniti e sciiti che hanno ucciso e mutilato migliaia di soldati americani».
L’Isis, Al Quaeda, Al Shabaab o le tante sigle che oggi compongono il network del cosiddetto “terrorismo islamico“ trovano fondamento anche nel terrorismo di matrice occidentale (quello che ha dato origine ad Abu Ghraib o al sistema dei black sites statunitensi). «Nominalmente, il processo rappresentava la decisione di quattro americani di utilizzare la forza in quel giorno del 2007» - scriveva lo scorso 15 aprile Amanda Taub su Vox- «Ma per gli iracheni il processo rappresenta qualcosa di più grande: la paura e le violenze sotto cui hanno vissuto durante l’occupazione americana. E questo parla di un fatto che gli americani non hanno davvero compreso: sebbene gli americani credevano di star liberando gli iracheni dalla tirannia di Saddam, gli iracheni sperimentavano l’occupazione americana non come liberazione ma come la continuazione dell’oppressione - una nuova tirannia di caos violento e incertezza».
di Fiorenza Sarzanini, Corriere della Sera, 25 aprile 2015
Obama, i droni e quel problema chiamato “omicidi mirati“
[clicca sull'immagine per ingrandirla] [clicca qui per i dati sulla drone wars, progetto del The Bureau of Investigative Journalism]
35-40 parlamentari. A tanto ammonterebbe il numero di deputati presenti ieri in aula mentre il ministro degli Esteri Paolo Gentiloni riferiva in merito all’omicidio di Giovanni Lo Porto, il cooperante palermitano ucciso in un attacco di droni americani nella valle dello Shawal, in Waziristan, area da sempre “calda“ al confine tra Pakistan ed Afghanistan.
Una presenza ben più ampia dei soli cinque membri del Congresso statunitense che nel 2013 hanno accolto Rafiq ur Rehman - insegnante di quella stessa regione - e i due figli, Zubair (12 anni) e Nabila (9), che al governo del Premio Nobel per la Pace Barack Obama - riporta un articolo di Ryan Devereaux su The Intercept - chiedevano risposte in merito all’omicidio di Momina Bibi, 68enne madre di Rafiq, uccisa come Giovanni Lo Porto e Warren Weinstein in uno dei tanti raid “mirati“ con i droni che hanno colpito l’obiettivo sbagliato o hanno portato molti più danni collaterali che omicidi pienamente riusciti.
Il Presidente americano si è giustificato dicendo che nel compound dove erano detenuti i due cooperanti fossero presenti solo membri di alto livello di Al Quaeda (l’uso dei droni è infatti possibile solo se in presenza di alti vertici delle organizzazioni terroristiche, cosa che né Ahmed Farouq né Adam Gadahn erano, secondo la ricostruzione del giornale statunitense) e nessun civile, nonostante le «centinaia di ore di sorveglianza» sul compound. Sorveglianza di qualità evidentemente inferiore rispetto a quella utilizzata per il raid e il successivo omicidio di Osama Bin Laden nel 2011.
Questa vicenda porta ad almeno tre riflessioni:
La prima, evidenziata già dall’articolo di Deveraux, è che le scuse e il dispiacere per l’omicidio di vittime innocenti valgono solo per le vittime occidentali, ivi compresa la desecretazione dei documenti sulle operazioni che ne hanno portato all’omicidio;
Che sarebbe bene capire quanto l’uso dei droni sia effettivamente utile (ad oggi, infatti, per 41 obiettivi “mirati” sono state uccise infatti 1.147 persone) soprattutto alla luce del probabile utilizzo nel Mediterraneo in funzione anti-traffico di esseri umani;
Che sarebbe infine necessario capire come si siano mossi i servizi di intelligence statunitense ed italiano se è vero, come si apprende dai media italiani, che i nostri servizi segreti fossero vicini fossero vicini alla liberazione di Lo Porto (”vicini“ da prendere con le molle, non essendo chiaro a che punto dell’operazione fossero al momento del raid). Si è trattato solo di uno sfortunato misunderstanding, di scarsa collaborazione - ciò smonterebbe la narrazione dell’estrema vicinanza tra Italia e Stati Uniti proposta dopo l’ultimo viaggio di Matteo Renzi a Washington - o di qualcosa di più simile all’omicidio di Nicola Calipari, l’agente del Sismi (oggi Aise) ucciso nel 2005 in Iraq dal cosiddetto “fuoco amico”?
Il discorso del ministro degli Esteri Paolo Gentiloni alla Camera sulla morte di Giovanni Lo Porto. Un discorso fatto davanti ad un’aula praticamente vuota (qui l’immagine). Neanche i morti, ormai, meritano il rispetto di una presenza in aula?
La Verità - Trilussa
La Verità che stava in fonno ar pozzo Una vorta strillò: - Correte, gente, Chè l’acqua m’è arivata ar gargarozzo! - La folla corse subbito Co’ le corde e le scale: ma un Pretozzo Trovò ch’era un affare sconveniente. - Prima de falla uscì - dice - bisogna Che je mettemo quarche cosa addosso Perchè senza camicia è ‘na vergogna! Coprimola un po’ tutti: io, come prete, Je posso dà’ er treppizzi, ar resto poi Ce penserete voi... - M’assoccio volentieri a la proposta - Disse un Ministro ch’approvò l’idea. - Pe’ conto mio je cedo la livrea Che Dio lo sa l’inchini che me costa; Ma ormai solo la giacca È l’abbito ch’attacca. - Bastò la mossa; ognuno, Chi più chi meno, je buttò una cosa Pe’ vedè’ de coprilla un po’ per uno; E er pozzo in un baleno se riempì: Da la camicia bianca d’una sposa A la corvatta rossa d’un tribbuno, Da un fracche aristocratico a un cheppì. Passata ‘na mezz’ora, La Verità, che s’era già vestita, S’arrampicò a la corda e sortì fôra: Sortì fôra e cantò: - Fior de cicuta, Ner modo che m’avete combinata Purtroppo nun sarò riconosciuta!
Trilussa (1871 - 1950)
Qual è la cosa più importante sulla quale dovrei lavorare proprio ora? E se non stai lavorando su quello, perché no?
tratto da: “The internet’s Own Boy”, storia di Aaron Swartz (1986 - 2013)
La Consorteria Petrolifera – Viaggio nel polmone nero del Potere italiano
L’ultimo secolo della Storia d’Italia può essere riscritto attraverso la biografia di un Potere che, dal 1924 ad oggi, si è mosso quasi completamente incontrastato. Un Potere diverso da quello delle consorterie mafiose ma capace, allo stesso modo, di eliminare politici, giornalisti, sentenze giudiziarie scomode e comprare leggi, partiti politici e uomini di governo. È, questa, la storia dell’Oligarchia Petrolifera Italiana.
Leggi la mia inchiesta del giugno 2014 Capitolo I: la Tangente Nera, o del finto nazionalismo di Mussolini; Capitolo II: la legge; Capitolo III: la Piramide (del Potere); Capitolo IV: Basilicata. Ombre sul petrolio; Capitolo V: Lampi sull’Eni. Il gruppo di pressione
Somalia: storia delle due piraterie
La storia recente della Somalia viene spesso raccontata attraverso gli attacchi della pirateria somala, una minaccia che secondo l'organizzazione londinese Platform sarebbe gonfiata ad arte – le imbarcazioni sequestrate tra il 2005 e il 2012 rappresenterebbero infatti meno dell'1% delle navi transitate attraverso il Golfo di Aden – dall'industria dei trasporti marittimi e da multinazionali petrolifere come Bp, Shell o Chevron, che avrebbero fatto attività di lobbying sui governi nazionali per ottenere lo spostamento di fondi pubblici dalla spesa sociale a quella militare, sfruttando un “sussidio segreto” sotto forma di intervento anti-pirateria nel Golfo di Aden per la protezione dei propri interessi nell'area.
Dall'altro lato, una società uscita distrutta dal conflitto tra i signori della guerra della metà degli anni '90 che ha visto collassare l'industria peschiera – seconda risorsa del Paese – sostituita dall'accordo “armi per rifiuti tossici” con i paesi occidentali, si è riorganizzata usando i pescatori somali come guardie costiere contro lo sversamento dei rifiuti tossici e la pesca illegale, realizzata fin dagli anni '90 dai grandi pescherecci stranieri anche grazie ai fondi dell'Unione Europea. Questa evoluzione ha portato, però, alla creazione di veri e propri gruppi criminali, che ai sequestri hanno affiancato attività criminali classiche come il traffico di droga, armi ed esseri umani.
Per questo, dunque, quando si parla di pirateria legata alla Somalia sarebbe più veritiero parlarne al plurale, evidenziando così anche l’incidenza della “pirateria” occidentale sulla condizione della Somalia, condizionata anche dall’essere uno dei Paesi scelti dagli Stati Uniti per ospitare parte della rete di carceri segrete contro la guerra al terrorismo.
Leggi la mia inchiesta sulle due piraterie, realizzata nel 2014 per The Blazoned Press (link ripresi da The Wayback Machine)
Pirateria in Somalia: la minaccia dell’1% Le opportunità nascoste dietro la pirateria somala
Iendi, Stefano e la malacooperazione italo-afghana
Iendi Iannelli e Stefano Siringo arrivano in Afghanistan nel 2006 per lavorare all'interno del "Programma Giustizia", il progetto portato avanti dalla cooperazione italiana per ricostruire il sistema giudiziario afghano. Stefano ha un contratto di quattro mesi con il ministero degli Esteri e un futuro già programmato in America Latina; Iendi - ex pilone del Torvaianica Rugby - lavora invece come amministratore della International Development Law Organization (Idlo), l'organizzazione che gestisce gran parte dei fondi italiani destinati alla cooperazione con l'Afghanistan.
Vengono trovati privi di vita il 16 febbraio di quello stesso anno nella camera che Iendi occupa alla Guest House di Kabul. La prima ricostruzione parla di avvelenamento da monossido di carbonio, nonostante la stufa presente nella camera sia elettrica e non a gas; dopodiché la causa della morte passa all'«intossicazione acuta da eroina» mischiata al cibo, una tecnica di omicidio classica in Afghanistan.
Tra le due fantasiose ricostruzioni, la verità inizia a venire a galla quando si scopre che Iendi aveva scoperto un giro di false fatturazioni tra la Idlo e lo United Nation Office for Project Service (Unops) per un valore di 1,5 milioni di dollari. Cifra che, stando ai sospetti, sarebbe solo una parte della malacooperazione italo-afghana.
Leggi l’inchiesta, pubblicata nell’agosto 2013 per AgoraVox “Voglio la verità sull’omicidio di Iendi Iannelli e Stefano”. Intervista a Barbara Siringo; Che fine hanno fatto i soldi della cooperazione italo-afghana? L’omicidio di Iannelli e Siringo; Caso Iannelli-Siringo: che fine hanno fatto i soldi della cooperazione italo-afghana? Afghanistan: gli interrogativi dell’omicidio di Iannelli e Siringo
Chi ha ucciso Cristiano Congiu?
Il tenente colonnello dei Carabinieri Cristiano Congiu arriva a Kabul, Afghanistan, nel 2007, lavorando all'ambasciata italiana come ufficiale della Direzione Centrale dei servizi antidroga, con il compito di indagare sulla produzione di droga destinata all'esportazione. Ad un certo punto, però, sul suo profilo facebook compare una frase tanto inquietante quanto profetica: «vogliono farmi tacere». Il 3 giugno 2011, a due settimane dal suo rientro in Italia – sarebbe dovuto infatti rientrare il 19 - Cristiano Congiu viene ucciso.
La prima versione sull'omicidio parla di due colpi di arma da fuoco, uno al petto e l'altro al viso, esplosi verso il tenente colonnello durante un tentativo di rapina. Ma così come per l'omicidio di Iendi Iannelli e Stefano Siringo, anche in questa vicenda di ricostruzioni ce ne sono più d'una. Un'altra versione sostiene che Congiu sarebbe stato ucciso in una rappresaglia dei familiari di un “noto eroinomane” a cui l'uomo avrebbe sparato due colpi mandandolo in coma; una terza versione parla di pestaggio. Testimoni che hanno potuto vedere il corpo, parlano però di un solo colpo di pistola, alla testa (la stessa autopsia cita invece anche un colpo al petto).
Come è morto, dunque, il tenente colonnello Cristiano Congiu? È davvero stato ucciso dalla “criminalità comune”, come riportato da alcuni dei principali organi di informazione italiani? E, soprattutto, perché? C'entra qualcosa quella miniera di smeraldi che, pare, il tenente colonnello voleva comprare per conto della Advanced Engineering Technologies, apparentemente società di copertura per le operazioni estere della Cia?
Leggi il mio approfondimento, pubblicato nel 2013 su Agoravox Afghanistan: Cristiano Congiu è morto davvero per criminalità comune? Afghanistan, 52 macchie di sangue sulla bandiera italiana. Più una
Uncovered Afghanistan
Nel 2014 l’Afghanistan sarebbe dovuto diventare un paese libero, tanto dai talebani quanto dai militari dell'Isaf che dal 2001 hanno invaso il Paese alla ricerca di Osama bin Laden, ucciso in un cinematografico raid nel 2011. Ma così non è stato.
Chiarite ormai le bugie di guerra sulla caccia allo “Sceicco del terrore” e sull’esportazione della democrazia, il vero motivo che ha spinto all’invasione – oltre al tracciato del gasdotto con il quale portare il gas turkmeno in Pakistan attraverso l’Afghanistan occidentale – è uno soltanto: quel papavero da oppio che il Mullah Omar aveva vietato di coltivare nel 1999 ma che fa gola tanto ai trafficanti di droga quanto alle grandi case farmaceutiche.
Un’invasione che, tra omicidi mai chiariti, ha visto il ritorno di una pratica in voga nella Somalia degli anni Novanta: la malacooperazione internazionale.
Leggi l’inchiesta, pubblicata a luglio 2013, su AgoraVox Afghanistan, l’editto anti-oppio e lo “strano” tempismo di una guerra che non finirà; Il Signor Smith svela la “Missione oppio”. Intervista a Giorgia Pietropaoli; L’oppio afghano finanzia le campagne elettorali (statunitensi)? BigPharma: il grande elettore tra Obama e Bush; Afghanistan, 52 macchie di sangue sulla bandiera italiana. Più una; Afghanistan, Cristiano Congiu è morto davvero per criminalità comune? Mogadiscio-Kabul, la lunga strada della (mala)cooperazione; La cooperazione in Afghanistan? Oppio e aiuti internazionali; I soldi della cooperazione afghana tornano ai paesi donatori. Intervista ad Augusto Di Stanislao; Per una “controstoria” dell’invasione in Afghanistan. Intervista ad Enrico Piovesana
Denied Access - Del corpo migrante si fa lotteria
Una volta l'uomo aveva un'anima e un corpo, oggi ha bisogno anche di un passaporto, altrimenti non viene trattato da essere umano. [Stefan Zweig]
Le prime stime parlavano di 700 persone, con il passare delle ore il numero di vittime è salito a 950. Se confermate, queste cifre descriveranno la più grande tragedia del mar Mediterraneo dal dopoguerra ad oggi, in uno degli innumerevoli viaggi dei migranti dalle coste della Libia all’Italia - e un’operazione di salvataggio che ha visto impegnate 18 imbarcazioni tra quelle coinvolte nell’operazione Triton, navi della Guardia Costiera, mercantili e pescherecci - primo approdo di un continente europeo divenuto ormai una vera e propria fortezza.
Una Fortezza Europa che ha soprattutto nella sua frontiera meridionale - allo stesso modo di quanto avviene sulla frontera sur statunitense - il fronte più caldo di una guerra dichiarata alla condizione migrante fatta di persone spesso in fuga da guerre e regimi dittatoriali che proprio l’Occidente ha creato e usato a proprio uso e consumo (caso esemplare la Libia di Muhammar Gheddafi). Una guerra che, sulla frontiera meridionale, ha creato un’unica barriera che dalle enclavi spagnole di Ceuta e Melilla arriva fino alle città-satellite tra Turchia e Grecia passando per i barconi di Lampedusa.
E mentre i migranti muoiono, in mare o cercando di scavalcare le mura fisiche della Fortezza Europa, da quest’altro lato della frontiera c’è chi ha trasformato i corpi migranti in un vero e proprio business, come quello dei Centri di Identificazione ed Espulsione.
Leggi il mio approfondimento dell’ottobre 2012 su AgoraVox.it Fortezza Europa, viaggio sull’invalicabile confine sud (1/4) Denied Access. L’Internazionale dell’espulsione (2/4) Denied Access. Il business del migrante (3/4) Denied Access. Viaggio nel purgatorio delle città-satellite (4/4) Cartoline da Melilla. Benvenuti nella Fortezza Europa
Shattered News
C’è un mondo lì fuori, aperto a chi lo vuole scoprire. Si tratta solo di non andarci con le Vacanze Grande Viaggio. [Tiziano Terzani]
Ci sono storie, in questo mondo, che possono viaggiare sull'autostrada dei grandi media, che arrivano sulle prime pagine dei quotidiani con centinaia di migliaia di lettori, nei servizi di apertura dei telegiornali o a cui vengono dedicati i talk-show della sera. E poi ci sono le altre storie, quelle che non arrivano quasi mai in prima pagina, dimenticate o sepolte da pseudo-notizie che durano a mala pena il tempo di un tweet. Storie che stanno dieci centimetri più a destra e dieci centimetri più a sinistra dello schermo del televisore ma che meritano, allo stesso modo delle prime, di essere raccontate perché anch'esse capaci di cambiare le cose, anche solo un semplice punto di vista.
Sono storie fastidiose, perché toccano i nervi scoperti di una società, perché smontano verità “ufficiali” o perché, semplicemente, pretendono il loro tempo per essere ragionate. Storie nuove raccontate con la grammatica dei nuovi media o storie piene di polvere, rinchiuse in qualche libro dalle poche copie vendute o nella memoria storica di qualche archivio.
Storie che spesso sono solo il frammento di storie più grandi. Dettagli, nomi, omissis utili a rimettere insieme i «pezzi disorganizzati e frammentari della realtà», storie che intrecciano la cronaca di oggi con la storia – anche quella con la maiuscola – di ieri.
Tutto questo è Shattered News