Me ne rendo conto quando penso che sono ormai quasi dieci anni che rimando l'idea di cominciare a tatuarmi con la motivazione stupida dei soldi – che ora come ora potrei anche buttarceli dei soldi, così come li spendo per altre cose ben meno durature, tutt'altro che eterne.
Spendo in viaggi, spendo in tempo speso con altre persone, spendo in musica ascoltata dal vivo, in abbracci e pochi istanti passati a guardare negli occhi persone che altrimenti potrei vedere solamente attraverso uno schermo. Spendo in emozioni forti che mi tengono attiva, vigile, perché è l'unico modo in cui io mi sia mai sentita viva.
Ho anche provato ad adeguarmi e a vivere con calma, perché dopo un po' comunque la tregua l'ho desiderata: un posto tranquillo in cui sentirmi serena. Non avevo ancora capito che la serenità non fa per forza rima con tranquillità, e che presto o tardi mi avrebbe portata alla deriva, alla ricerca di qualcosa di me che avevo perso. Così un passo alla volta ricomincio a cercare, ricomincio a voler vivere nella tempesta, in tutto quello che lascia un segno.
Il “per sempre” non lo vedo ancora, se non in poche persone ed in una sola cosa.
Quando guardo i miei genitori, la mia migliore amica, il mio gatto, il mio cincillà, allora vedo il “per sempre”. Un amore tanto grande e tanto lungo che vorrei rendere eterno. E anche quando disegno, quando creo qualcosa, vedo il “per sempre”: la possibilità di lasciare qualcosa di me al mondo, per quanto piccolo, insignificante. Un ricordo del mio passaggio su questa terra. Sono sicura che passo dopo passo costruirò altre certezze riguardo a quello che mi importa che duri, a quello che renderei eterno – se solo ne avessi la possibilità; e magari riuscirò a marchiare la mia pelle con qualcosa che mi rappresenta e che mi ricordi chi sono: non per sempre, ma per il tempo che mi è dato vivere qui.