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Frammento
Mimmo Paladino, Overture, 2017 - 2018
Visitai questa mostra ormai tre anni e mezzo fa. L'esposizione si articolava in un progetto complesso, dislocato in vari luoghi rappresentativi della città di Brescia. Le opere di Mimmo Paladino l’avevano letteralmente invasa: nelle piazze, all’interno di Chiese, tra le rovine romane dell’antica Brixia; le sue sculture, collocate dai curatori attraverso sapienti accostamenti materici o simbolici, campeggiavano austere fra le architetture cittadine.
Quella di Mimmo Paladino è un’arte silenziosa, anche quando si manifesta nelle opere monumentali; si avvale di simboli arcaici, che vanno a toccare piani intimi del nostro vissuto. A contatto con la città e con i suoi scorci, queste “narratrici silenziose”, come meteore cadute e schiantate al suolo, sembravano oscillare fra il loro essere aliene e al contempo familiari; protagoniste di una loro personale narrazione, ma anche portavoci delle molteplici storie della città.
La scoperta dei luoghi avveniva in maniera graduale; l’arte diveniva quasi un pretesto per girare l’angolo e lasciarsi sorprendere da un nuovo scorcio. In tempi bui come questi, chi crede che la cultura possa ancora essere un faro che illumina il cammino, non può far altro che augurarsi che l’arte torni ad essere il motore delle cose, l’occasione da cogliere per riaccendere in noi la curiosità, il piacere della scoperta, il desiderio di rinascita.
La notte di Halloween
Più il tempo passava, più stava diventando difficile fare il mio lavoro. Nulla sembrava sortire gli stessi effetti che in passato: il mondo ormai apparteneva agli impavidi. Di generazione in generazione, le persone sembravano aver sviluppato una sorta di difesa immunitaria contro i facili spaventi; erano lontani i giorni in cui bastava l’immagine di un treno sparato a tutta velocità sulla folla per far scappare gli astanti a gambe levate, o quelli di uno sceneggiato radiofonico troppo realistico da far temere un’invasione aliena.
Per carità, le eccezioni c’erano ed erano sempre valide; ma erano rappresentate da pochi individui ipocondriaci, errori trascurabili rispetto alla tendenza generale del pianeta verso il definitivo abbandono del nobile sentimento del terrore. Il mantra della maggioranza era uno: cosa dovremmo più temere, in un’epoca in cui il progresso scientifico è riuscito a conquistare i segreti dell’universo assottigliandone sempre più i confini, e a decifrare i codici genetici svelandone la loro intima sintassi? Quali orrori peggiori ci aspettano, dopo aver assistito a invasioni, bombardamenti, genocidi e a 16 edizioni del Grande Fratello?
E pensare che negli ultimi tempi mi sono ingegnata parecchio tra catastrofi ambientali e terrorismo, il millennium bug e le profezie Maya, per non parlare della “minaccia dell’invasore”, un evergreen che non smette mai di angosciare. Non dico sia stato tutto inutile, per carità; ho ricevuto le mie belle soddisfazioni, procurando un bel po’ di notti insonni e brividi di terrore lungo la schiena. Ma era tutto passeggero, niente che non si potesse risolvere con l’abbraccio di un amico, rifugiandosi in un buon libro, o semplicemente spegnendo la tv.
E allora non vi nascondo certo la nostalgia da me provata per i tempi in cui mi bastava schioccare le dita per riuscire a scuotere le ginocchia, attorcigliare le gole, avvelenare gli stomaci; né è mia intenzione celarvi le frustrazioni di chi ha quasi alzato bandiera bianca, sconfitta da un’era che sembrava accendere molte più certezze di quanti dubbi io riuscissi a sollevare. Pensare di poter relegare la mia essenza in un’unica notte all’anno, prelevando un’antica tradizione celtica e tramutandola in un buffo carnevale un po’ più dark, è stata sicuramente la beffa peggiore che mi si potesse giocare.
Quest’anno invece la situazione si è ribaltata. All’inizio non ci avrei scommesso un soldo bucato; per una generazione abituata ad improbabili apocalissi e sciagure ai limiti del verosimile, non credevo che il cliché di una malattia potesse rivelarsi così efficace. Forse l’impossibilità di rifugiarsi nei soliti sperimentati rimedi, abbracci, carezze e quant’altro, ha giocato a mio favore: privati della possibilità di conforto, è inevitabile che l’oscurità sembri ancora più buia. E allora, quest’anno come non mai avrete bisogno di una zucca fuori al davanzale: perché forse ci eravamo già incontrati o forse no, o forse credevate soltanto di conoscermi, ma ahivoi, stavolta dovremo convivere un bel po’. E chissà che questa convivenza forzata non porti a qualcosa di buono: non il panico irrazionale che fa svuotare i supermercati, odiare il diverso e tradire i propri ideali, ma semplicemente smetterla di vivere come se niente potesse farvi male, ammettere una volta per tutte la vostra umanità.
La paura
Le “Strada principale e strade secondarie” concepite da Paul Klee nel dipinto del 1929 non traggono ispirazione dalle moderne arterie di una qualsiasi città europea degli anni ‘30, bensì dalle vie d’Egitto, paese le cui atmosfere hanno affascinato in ben più di un'occasione il pittore tedesco. L’esponente dell’astrattismo lascia che la luce del sole riscriva la reale morfologia del soggetto, subordinandola alla sua percezione; il risultato è una scacchiera dalle caselle irregolari, un mosaico con uno sbilenco punto di fuga che, seppur seguendo traiettorie tortuose, indirizza il nostro sguardo fino all’orizzonte. I colori dominanti sono due: l’arancione della sabbia e il blu dell'acqua, del mare e del Nilo che rende fertili le città sulle sue sponde. I due elementi non vengono relegati in precise zone del dipinto, ma si alternano e si compenetrano nella più totale libertà. Al contrario del suo coetaneo Mondrian, Klee non racchiude tutto in griglie che pretendono di dare ordine al caos; è cosciente del disordine che regna nell'universo e non ne ha paura, anzi lo affascina e lo affronta come se fosse un gioco, lasciando così libero il dialogo fra gli opposti di concedersi alle contaminazioni. Lo stesso dialogo lo troviamo anche nelle fotografie di Mario Giacomelli, per il quale però si concretizza nel contrasto fra luce e ombre. Land artist illo tempore, chiede ai contadini di intervenire sui campi realizzando profondi solchi prima di scattare le sue foto, e realizzando così le sue celebri inquadrature dall’alto di paesaggi rurali. Anche lui come Klee lascia libera la materia di straripare, allungando i tempi di esposizione; anche lui sembra volerci prendere in giro, scegliendo una vista dall'alto, per poi annullare la prospettiva e appiattire gli elementi compositivi trasformandoli quasi in una texture ornamentale. Ma la loro non è affatto una burla giocata ai nostri danni: è il segreto dei grandi artisti, che riescono a fare “cose da grandi” senza mai perdere lo sguardo del bambino che è in loro. Attraverso linguaggi differenti, i due artisti sembrano dunque rincorrere la stessa, insopprimibile vocazione verso la libertà, non accontentandosi di restare a guardare, ma attraversando senza indugi il mistero dell'arte e della vita.
Paesaggio (dove vorresti essere)
Castello Scaligero, Sirmione
Un ponte è una struttura utilizzata per superare un ostacolo, naturale o artificiale, che si antepone alla continuità di una via di comunicazione. In senso figurato, utilizziamo però questo termine per riferirci alla pratica di interagire con gli altri: è ciò che avviene ad esempio quando usiamo l'espressione, in cui mutuiamo un'altra metafora architettonica, "costruire ponti, non muri". Dunque l'espressione "gettare un ponte" può significare costruirlo, ma anche più in generale stabilire un collegamento: così, gettiamo un ponte fra due argini, fra due persone, fra due culture. Anche la fotografia a suo modo getta un ponte: fra chi la scatta e chi la guarda.
Distanza sociale
Il compagno dei sogni
Sarà che ho poche, fondamentali funzioni, ma vi assicuro che raramente deludo perfino i miei più esigenti fruitori.
Il mio compito fondamentale lo conoscono tutti: banalmente, si potrebbe dire che sono un oggetto posto sul materasso per appoggiarvi la testa durante il sonno; ma a me piace pensarmi più come un piedistallo per la mente, indispensabile in un momento come la notte, in cui il cervello sembra riposarsi, e invece macina in silenzio mille nuove elucubrazioni.
Alcuni miei colleghi, che hanno scelto (forse non avendo altra attitudine) la strada dell’estetica, si rivestono di fodere eleganti, e in tali fogge vengono poggiati su sedie, divani o pavimenti; nonostante la loro apparente superiorità sociale, salta facilmente agli occhi la distanza fra me che sorreggo teste, e loro che si fanno portatori dei valori di ben meno nobili parti anatomiche.
Ma il destino peggiore spetta a quei poveri malcapitati relegati al ruolo di dispositivi ornamentali: appoggiati su superfici pensate per restare immacolate, il loro unico scopo nella vita è essere sprimacciati, spostati, spolverati, anche più volte al giorno, da persone illuse che ai loro ospiti gliene freghi qualcosa di ammirarli. A prima vista può sembrare una bella vita, ma mi è stato detto che è una prigionia, restare immobili come in vetrina, ad osservare i giorni scorrere tutti uguali.
E invece io, appoggiato tutto il giorno su di un letto, a vedermi c’è da dirlo, non è che sia proprio un granché; eppure ho un’altra importante funzione la quale, sebbene sfugga ai più, si rivela preziosa in ben più di un’occasione. Quando la sera, dopo una lunga giornata, ci si ritira sotto le coperte, lo si fa per prepararsi ad entrare in una dimensione non meno pericolosa e conturbante, quella del sonno; il vostro inconscio lo sa e, per un attimo, ha paura. Ed è allora che mi abbracciate, per avere un’arma da portare con voi, per avere un valido alleato che vi protegga anche nel mondo dei sogni.
Rispondi sinceramente: ti ho mai deluso? Sono sempre stato al tuo fianco, nella buona e nella cattiva sorte; ne siamo sempre usciti vivi, anche dall’incubo più spaventoso. Da questo periodo, data anche l’impossibilità per le persone di dare e ricevere abbracci, ne uscirò più sgualcito che mai; ma è una missione a cui non voglio sottrarmi, quella di dare conforto e speranza, quella di essere una soffice arma, con la quale superare l’incubo e tornare a sognare.
Un cuscino
Delrio: «Alitalia, cerchiamo qualcuno che la compri tutta»
Diane Arbus è, per data di nascita, vicina alla generazione di artisti che, sotto l'etichetta della Pop Art, si adopera per riportare una visione più oggettiva del mondo nell'arte, dopo l'eccesso di soggettività che ha investito tanto l'informale europeo quanto l'espressionismo astratto americano. Pur partendo da premesse comuni, però, lo sguardo della fotografa è differente: Diane non usa i media di massa come filtro per "raffreddare" una società surriscaldata dalla frenesia della contemporaneità; al contrario, i suoi soggetti sono messi a nudo dall'obiettivo senza alcun tentativo di edulcorare una realtà che non è quasi mai simile ai nostri sogni, né tantomeno alla réclame di un detersivo. Anni prima, in un momento ugualmente cruciale per la storia dell'umanità, un pittore di nome Otto Dix dimostrava nelle sue opere la stessa sincera brutalità, reagendo all'esasperato intimismo promosso dagli artisti espressionisti. E' la stagione della Nuova oggettività: un realismo tanto caricato da sembrare un'allucinazione, in quanto cronaca degli anni che avrebbero anticipato l'incubo dell'avanzata dei totalitarismi. Nella foto della Arbus, la ragazza che fuma non è in posa, ma è immortalata nella sua più totale naturalezza; nessun artificio della composizione viene progettato per mentire sulla sua spossatezza; l'unica qualità che sembra ostentare è il suo essere umana. E nelle mani allungate, nel viso appuntito, nello sguardo vacuo del Ritratto di Sylvia Von Harden di Otto Dix, troviamo la stessa urgenza di raccontare la realtà, non intesa come verosimiglianza col soggetto, ma come l'imperativo dovere dell'artista di mostrarci che, nonostante il racconto del potere (tanto quello della dittatura, quanto quello dei media) voglia spesso farci credere il contrario, la perfezione é una qualità totalmente aliena a questo mondo.
Fluorescenze
Matera
“La Lucania mi pare più di ogni altro, un luogo vero, uno dei luoghi più veri del mondo [...] Qui ritrovo la misura delle cose [...] le lotte e i contrasti qui sono cose vere [...] il pane che manca è un vero pane, la casa che manca è una vera casa, il dolore che nessuno intende un vero dolore. La tensione interna di questo mondo è la ragione della sua verità: in esso storia e mitologia, attualità e eternità sono coincidenti”.
Carlo Levi
Telemaco
La sera, quando la luna scintillando riflette la sua pelle eterea nel mare di Itaca, e io rimango fermo a contemplare le increspature delle onde irrequiete appoggiato alla balaustra della terrazza di casa, mi capita spesso di pensare a mio padre.
Non l'ho mai conosciuto. O comunque, non ricordo il suo volto: è partito che io ero troppo piccolo per ricordarlo, allontanato da una guerra di cui nessuno riusciva a scorgere la fine. Nelle mie fantasie, mio padre ha il volto che immaginavo durante i racconti che di lui mi faceva mia madre: le sue minuziose descrizioni hanno preso vita nella mia testa, dandogli i lineamenti dell’uomo che un giorno vorrei diventare.
Per molte lune ho atteso il suo ritorno; sono stati anni difficili, perché la nostalgia di ciò che non si è mai avuto è sempre la più forte. E mentre io mi struggevo in silenzio, costretto a crescere in una casa invasa dal nemico, mia madre rimaneva chiusa nella sua stanza, a tessere la tela. “Lo faccio per noi”, mi diceva, “per evitare che uno di quegli impostori si insinui al posto di tuo padre”; ma la sua era solo una trovata molto abile per procrastinare l’inevitabile. Io invece volevo agire; e l’impotenza a cui ero costretto lentamente mi divorava dentro.
Adesso che sono abbastanza grande per lottare, non è il conflitto a spaventarmi, ma la consapevolezza che, in caso di vittoria, la ricostruzione non sarà facile. Le persone conteranno su di me per colmare l’assenza di mio padre; e io quali certezze potrò dare loro, scaraventato all’improvviso su di un trono che non mi spettava?
E’ per questo che ho deciso di partire. Perché io non credo nella rivoluzione cieca; credo che il passato abbia sempre qualcosa da insegnare, che sia una traccia da cui ripartire, quando la nebbia di un presente incerto non ti lascia scorgere la strada da percorrere. Dicono che il destino sia scritto nel nome; se questo è vero, allora mio padre non ha lottato invano: ricalcherò le orme di chi mi ha preceduto, e da lì saprò delineare nuovi orizzonti.
Τηλέμαχος
Renzi rilancia il Ponte sullo stretto di Messina
http://www.lastampa.it/2016/09/27/italia/politica/renzi-rilancia-sul-ponte-sullo-stretto-di-messina-pu-creare-mila-posti-0fFuKG3zSbmNWAXGrR1aMO/pagina.html
E' il 1919 quando Piet Mondrian comincia a realizzare le sue composizioni: delle "griglie" composte dall'incrocio di striscioline nere che separano rettangoli bianchi e colorati. Chi non conosce la produzione precedente dell'artista olandese non può comprendere appieno il risultato a cui approda: in realtà, questo esito finale è frutto di un lungo processo cognitivo, segnato da tentativi di astrazione sempre crescente, e dal costante conflitto tra forme curve e rette, con la definitiva vittoria delle seconde sulle prime. Protagonista indiscusso delle composizioni rimane il colore: non più utilizzato come mero strumento riempitivo di forme reali, questo elemento acquista finalmente dignità, sviluppandosi in maniera totalmente autonoma sulla tela. In fotografia un autore italiano si è adoperato, al pari di Mondrian, nel restituire dignità al colore: stiamo parlando di Franco Fontana. I suoi soggetti, prevalentemente naturali ma anche scorci di città, perdono totalmente il loro valore figurativo per diventare unicamente "finestre" cromatiche. Il risultato è lo stesso di Mondrian, ma con meno sforzo: le sbarre nere non sono più necessarie a contenere il colore, la realtà ha già preparato la sua griglia, e il fotografo non deve far altro che immortalarla col suo obiettivo.
Luna
https://www.youtube.com/watch?v=5-MT5zeY6CU
L’insonne
Mi rigiro nel letto una, due, tre volte. Cerco la posizione giusta ma non riesco a rintracciarla, tra le mille pieghe delle lenzuola: appena mi illudo di averla raggiunta, si allontana di nuovo, irraggiungibile come la più chimerica delle illusioni. Sono molte sere ormai che faccio fatica a prendere sonno; le braccia di Morfeo sono diventate l'agognata spiaggia a cui ogni notte lotto duramente per approdare. Apro gli occhi ad intervalli regolari, ma l'oscurità che mi avvolge è sempre la stessa; quale faro mi illudo di trovare, tra le inquietanti ombre accumulate negli angoli della stanza? Nel buio allungo la mano sul comodino e, tastandone ripetutamente la superficie con la mano, scaravento tutto all'aria cercando il cellulare; alla fine lo raggiungo: il display si illumina fendendo il buio, e inesorabilmente mi ricorda che è passato appena qualche minuto dall'ultimo controllo. Il tempo è quasi immobile; le ore sono talmente dense che le potrei tagliare col coltello. La verità è che il giorno mi ha tradito. Ne ho seguito inerme il flusso, incurante della fatica che intaccava il corpo e lo spirito, con la consolazione di trovare, almeno nella notte, il meritato riposo; e invece sono ancora qui, a calciare l'aria come un mulo operoso, e a ripetermi all'infinito che le sagome minacciose da cui sono attorniato sono solo gli innocui resti di paure ancestrali che farei bene ad archiviare. Ma la notte deve passare in qualche modo; l'alba non conosce scuse, e quando è ora torna, senza sé e senza ma, a rivendicare l'esclusiva del tirare i fili di noi poveri burattini. Davanti a questo monito lapidario la mia mente scatta all'attenti e, come una macchina, inizia a srotolare le matasse di pensieri che al crepuscolo avevo riavvolto, sperando nella pace del sonno ristoratore. Ci sono tutti: i desideri, le speranze, i timori che ho incontrato durante il giorno, sono davanti a me e mi fissano, come se aspettassero un mio cenno, per mettersi a bada; come se davvero avessi il potere di chiedere a tutti loro di spegnersi, e di lasciarmi finalmente in pace. Invece il sonno non lo possiamo certo comandare. Arriva senza invito, e si insinua nei tempi e nelle modalità a lui più gradite. Ma quando ti comincia a scivolare dentro lo senti; è un calore avvolgente, come quello che sento adesso; che mi prende per mano e, finalmente, mi fa addormentare...
Suona la sveglia.