જ⁀➴ «L’amore è lasciare che la tua identità si adatti alla forma dell’altra persona» → Questo suggerisce che l’amore è un atto relazionale di autodeterminazione. Il tuo senso di sé si sposta, si adatta e si rimodella intorno alla presenza dell’amato. Riflette la teoria delle relazioni oggettuali, in particolare i lavori di Melanie Klein e D. W. Winnicott, che sottolineano come le relazioni precoci (con le figure di accudimento, ma poi estese a tutte le relazioni) strutturino la psiche. Amare qualcuno significa che quella persona diventa un oggetto psichico intorno al quale il tuo mondo interno si organizza: non sei solo influenzato da loro, ma sei in parte definito da loro.
1. Che cos'è la teoria delle relazioni oggettuali?
La teoria delle relazioni oggettuali (in inglese object relations theory) si sviluppa nel contesto post-freudiano, tra la fine degli anni ’20 e gli anni ’50 del Novecento, soprattutto nel pensiero britannico (la cosiddetta Scuola delle Relazioni Oggettuali) con autori come Melanie Klein, W. R. D. Fairbairn, D. W. Winnicott e Harry Guntrip.
╰┈➤ Ma cosa significa “oggetto” in questo contesto?
Nel linguaggio psicoanalitico, “oggetto” non significa una cosa, bensì una persona investita affettivamente, che diventa parte del mondo interno del soggetto. Dunque, l’“oggetto” può essere una madre, un padre, un amante, o anche solo l’immagine interiorizzata di qualcuno.
Come scrive Fairbairn (1952) in Psychoanalytic Studies of the Personality:
“L’essere umano non cerca il piacere, ma oggetti. È attraverso l’oggetto che il piacere prende senso.” — W. R. D. Fairbairn, 1952, p. 137
Questa affermazione segna una frattura con Freud, il quale riteneva che la pulsione fosse orientata al soddisfacimento (cioè, al piacere). Fairbairn, invece, ci dice che noi siamo esseri relazionali: cerchiamo l’altro, non solo la gratificazione.
2. Perché si parla di “relazioni precoci”?
Perché la prima infanzia è il momento in cui il soggetto costruisce per la prima volta una rappresentazione di sé e dell’altro. I primi legami — in particolare con la madre o la figura primaria di accudimento — non sono solo relazioni affettive, ma strutturano la mente stessa.
Come scrive Melanie Klein in The Psycho-Analysis of Children (1932):
“Le prime relazioni oggettuali sono la base sulla quale poggia tutto lo sviluppo successivo della personalità.” — M. Klein, 1932, p. 173
╰┈➤ Cosa significa "strutturare la mente"?
Significa che il modo in cui il bambino sperimenta il contatto con l’altro (essere accudito, frustrato, calmato, ignorato, amato) genera modelli interni di relazione: schemi profondi, impliciti, che ci accompagneranno tutta la vita.
Ad esempio, se nella prima infanzia l’amore è stato instabile o ambivalente, è possibile che l’individuo da adulto:
scelga partner difficili,
tema costantemente l’abbandono,
oppure si definisca solo attraverso la relazione con l’altro.
3. Come queste relazioni si internalizzano?
Secondo Winnicott, il bambino costruisce un mondo interno popolato di oggetti, che sono versioni introiettate delle figure primarie (cioè immagini mentali di mamma, papà, ecc.).
Questi oggetti non sono immagini realistiche dell’altro, ma rappresentazioni affettivamente cariche, spesso contraddittorie (amore/odio, presenza/assenza, nutrimento/rifiuto). Klein chiama questo processo scissione.
“L’individuo non è mai completamente solo. È sempre in compagnia dei suoi oggetti interni.” — D. W. Winnicott, Playing and Reality, 1971
Nel tempo, questi oggetti diventano strutture della psiche: tu non ricordi tua madre che ti accudiva, tu sei diventato quel legame. Per questo motivo, l’identità si forma intorno alle relazioni significative.
4. E l’amore? Come rientra in questo quadro?
Arriviamo così al tuo punto:
«Amare qualcuno significa che quella persona diventa un oggetto psichico intorno al quale il tuo mondo interno si organizza».
Questo è precisamente ciò che afferma Fairbairn nella sua teoria dell'“oggetto interno centralizzante”: l’oggetto amato diventa un centro gravitazionale della psiche. L’io si struttura “contro” o “accanto” all’oggetto. Questo è molto vicino anche alla tua citazione iniziale:
“Love is letting your identity fill in around the shape of the other person.”
Quindi: nell’amare qualcuno, tu ti modelli intorno alla sua presenza — proprio come da bambino ti sei modellato intorno a chi ti accudiva. L’amore adulto, in questa prospettiva, riattiva e ripropone gli schemi precoci, per questo è tanto vulnerabile e strutturante insieme.
“The libidinal ego is not directed toward pleasure, but toward the object. If the object is lost, the ego collapses.” — Fairbairn, 1952
5. In psicologia cognitiva e dello sviluppo
Le neuroscienze affettive (vedi Allan Schore, Daniel Stern) e la teoria dell’attaccamento (John Bowlby, Mary Ainsworth) riprendono questi concetti in chiave più moderna:
Lo sviluppo del Sé passa attraverso esperienze intersoggettive precoci.
Il bambino si sente “visto” e “riconosciuto” dal caregiver, e questo riconoscimento modella il cervello, in particolare la regolazione emotiva.
“Il Sé nasce nello sguardo dell’altro.” — D. Stern, Diario di un bambino, Boringhieri
Quando perdi una persona amata, non perdi solo un legame esterno, ma un’organizzazione interna: l’altro è diventato una parte della tua identità. Ed è per questo che, come dice la citazione iniziale, il dolore della perdita è il dolore della disorganizzazione del Sé. Ma i contorni restano. Le tracce restano. La psiche, che è relazionale fino in fondo, è fatta di presenze interiorizzate.
Quello che abbiamo detto sulle esperienze intersoggettive precoci vale anche – e forse soprattutto – per le prime esperienze d’amore, perché esse riattivano quegli stessi circuiti affettivi e rappresentazionali che si sono formati nell’infanzia. E sì, può accadere che, proprio per questo motivo, l’amore diventi lo scenario dove si cerca sé stessi attraverso l’altro, piuttosto che incontrare l’altro nella sua alterità. Qui entriamo nel cuore del pensiero psicoanalitico relazionale e anche filosofico-esistenziale sull’amore.
Nell’introduzione a Le cose dell’amore (Feltrinelli), Galimberti scrive:
“L’amore nasce da un vuoto, da una mancanza, e come ogni mancanza chiama un oggetto. Ma quest’oggetto non è mai davvero l’altro, è piuttosto una proiezione del nostro desiderio, del nostro bisogno di compimento.”
In altri termini: l’amore si costituisce in un’area di intersezione tra sé e altro, ma non è garantito che questo incontro riconosca davvero l’alterità dell’altro. Spesso, invece, l’altro viene usato come uno specchio. E qui, come tu acutamente noti, entra in gioco il narcisismo.
╰┈➤ Psicologia dello sviluppo: il Sé che si costruisce negli occhi dell’altro
Secondo autori come Daniel Stern (Il mondo interpersonale del bambino, Boringhieri) o Jessica Benjamin (The Bonds of Love, Pantheon), lo sviluppo del Sé avviene nell'intersoggettività, cioè in quelle micro-esperienze precoci dove il bambino sente che qualcuno lo guarda, lo capisce, lo rispecchia.
Se tutto va bene, il bambino interiorizza un senso stabile di sé come essere riconoscibile e distinto. Ma se questo processo è incompleto — per esempio se il genitore è troppo assente, o troppo invadente, o troppo ambivalente — allora il bambino sviluppa un Sé dipendente dallo sguardo altrui, oppure frammentato, oppure iper-controllato.
Questi modelli si ripropongono nelle prime esperienze d’amore, in cui l’altro:
non è visto per ciò che è,
ma è investito come contenitore del proprio vuoto, come “cura” per una frattura antica.
╰┈➤ Narcisismo e amore: cercare sé nell’altro
In termini psicoanalitici, si parla qui di narcisismo relazionale. Ne parlano Freud (nel suo saggio Introduzione al narcisismo, 1914) e poi autori come Otto Kernberg e Heinz Kohut:
Kernberg distingue amore oggettuale (cioè rivolto all’altro come soggetto) da amore narcisistico (dove l’altro è funzionale all’autoconferma del Sé).
Kohut, con la sua self psychology, parla di “oggetti Sé”: persone che non vengono amate per ciò che sono, ma perché funzionano come estensioni del proprio Sé ideale.
Questo è tipico delle relazioni idealizzate, in cui l’altro viene amato finché riflette l’immagine ideale che si vuole avere di sé (e viene svalutato quando non regge più quel ruolo).
╰┈➤ Le prime esperienze d’amore: uno specchio affettivo
Le prime esperienze d’amore adolescenziali (o anche adulte, se si è rimasti affettivamente vulnerabili) sono spesso il primo banco di prova di queste dinamiche: per la prima volta si proietta sull’altro tutto ciò che si desidera, si teme, si è cercato da sempre.
Scrive André Green, uno dei grandi della psicoanalisi francese:
“L’altro, nell’amore, è spesso convocato come un personaggio di un dramma interno non risolto.”
— André Green, Narcisismo di vita, narcisismo di morte, Raffaello Cortina
E in questo senso si rischia di cercare sé stessi, non l’altro.
Non perché si è egoisti, ma perché l’Io si è strutturato in un’epoca in cui l’altro non era ancora pienamente distinto dal Sé.
╰┈➤ Dunque: è inevitabile?
No. Ma è necessario rendersene conto.
La maturità affettiva, secondo molti psicoanalisti contemporanei (Benjamin, Greenberg & Mitchell, Fonagy), consiste proprio nella capacità di tollerare la separazione: di amare l’altro come altro, non come specchio, protesi o stampella.
Come scrive Jessica Benjamin:
“Amare veramente qualcuno significa riconoscerlo come soggetto distinto, con volontà propria — e sopportare la frustrazione che questo comporta.”
— The Bonds of Love, 1988