Nei social media, ci specchiamo in un abisso che riflette il peggio di noi stessi. Un'umanità ridotta a schermi, dove la morte di un innocente, di figure pubbliche o di mattanze per mano di un altro, o altri, non evoca più lacrime di compassione, ma ondate di esultanza o fiumi di veleno. Ogni vita spezzata viene brandita come trofeo ideologico: gioia per chi la vede come vittoria, odio per chi la trasforma in martirio. La pietà, quel fragile ponte tra cuori, è svanita, sostituita da giustificazioni ciniche o mistificazioni astute, tutto in nome di tornaconti politici e ideologici che ci dividono in tribù assetate di sangue virtuale. E noi, osservatori muti, alimentiamo questo ciclo, chiedendoci se l'immagine che ci restituiscono sia davvero la nostra, o solo l'eco di un'umanità che ha smarrito l'anima. E mi chiedo, dopo tutta la fatica, come genitore, per insegnare amore e rispetto ai miei figli, in che diavolo di mondo li ho concepiti.