E se Google non è quell’azienda che vuol far credere che sia? Nel corso degli anni Big G si è creata una reputazione, diciamolo pure, invidiabile: è un mix di genialità, stravaganza e abilità. Basti pensare ai Google Glass o alle macchine senza conducente. Cose che solo Google sa immaginare e realizzare. È il motore di ricerca più usato al mondo e uno dei siti web più visualizzati in assoluto: insomma, un successo irripetibile. Eppure, proprio per via del suo successo, sorgono interrogativi concreti e inquietanti: peculiarità dei motori di ricerca e di Google in modo particolare è che conservano una traccia digitale di ognuno di noi. Dovete pensare al web e a Google come a una biblioteca piena di libri. Se non ci fosse uno schedario, i libri sarebbero irrintracciabili: il web è la biblioteca, Google è lo schedario. E ogni volta che diteggiamo qualcosa nella barra di ricerca, Google arricchisce il numero di informazioni su di noi. Per esempio se cerco “Offerte di lavoro a Milano” Google intuisce che: 1) Sono disoccupato, 2) Vivo a Milano o provincia, 3) Cerco un determinato tipo di lavoro piuttosto che un altro. Piccole cose, verrebbe da dire. E poi non abbiamo nulla da nascondere, direbbe qualcuno. Il problema non è questo: porrei l’accento sul fatto che Google guadagna dalla pubblicità, e la pubblicità è indirizzata a seconda dell’utenza e del profilo che, nel corso degli anni, si va formando. Le informazioni che Google può ottenere su di noi sono pressoché infinite: qual è la banca presso cui ho un conto aperto, i miei gusti musicali e cinematografici, le mie tendenze sessuali, i viaggi che vorrei fare, i treni su cui dovrò salire e verso quale destinazione, i libri che leggo, i sintomi patologici che si sono affacciati di recente e cose di questo tipo. Insomma Google sa tutto di noi, né più né meno di noi. È come se fosse un nostro alter ego. Google può avere accesso a informazioni più delicate, se vogliamo: pensiamo per esempio alla nostra sfera sentimentale e sessuale. Eterosessuale? Omosessuale? Bisessuale? Bionde o brune? In carne o ossute? Basse o alte? È vero che con Internet il tempo della privacy è finito, e il successo di Facebook, che è la negazione della privacy per antonomasia, ne è la dimostrazione più lampante, ma porsi qualche domanda a riguardo credo sia giusto e intelligente.
Uno dei motti di Google è “Non fare del male”. Molti dipendenti, alcuni dei quali ai vertici dell’azienda, sostengono che quello è il motto che incarna i valori della compagnia e che i dipendenti hanno una formazione universitaria: non vogliono controllare il mondo, non li interessa. È evidente che, date le dimensioni abnormi di Google e Facebook o Microsoft, questo ragionamento non ha granché senso: “Non fare del male” può essere un buon motto, ma la portata dirompente di Google non può essere arginata in modo così sbrigativo, liquidatorio.
Ve lo ricordate 1984 di Orwell? Se non l’avete letto parla di un futuro prossimo (futuro rispetto all’uscita del libro, ma che è passato nella realtà) in cui il mondo è diviso in mega-agglomerati in guerra tra loro: nessuna libertà è concessa, tutti sono spiati e i giornali sono controllati meticolosamente - il futuro non esiste e il passato è riscritto in base alla convenienza del presente. In una parola, il Grande Fratello, che tutto spia e che tutto controlla. Quando il libro uscì venne collocato nel genere fantascientifico (o fanta-politica). Oggi, pur vivendo con la tecnologia, che pure ha cambiato in meglio la vita di tutti noi, e proprio grazie a quella tecnologia, il 1984 è davvero vicino. Serpeggia nell’aria il sentimento di nudità: tutto quello che faccio e scrivo può essere rintracciabile, visibile, tangibile.