Il padre della mia ragazza è in Italia da 25 anni. La trafila dello straniero in cerca di un luogo migliore dove far crescere le figlie se l’è fatta tutta: dogane, confini, barconi, leggi repressive, paura del fallimento e incertezza sul futuro. Si arrangiava e tirava a campare in attesa di quella fessura di speranza in cui farsi largo a spallate. Falegname instancabile, stirava abiti 20 ore al giorno per gente senza scrupoli, che la fatica l’ha vista solo da lontano. Niente contratti, niente diritti e, sorpresa, niente stipendio. Per il capodanno cinese si fece prestare due soldi per chiamare a casa e tagliarsi i capelli. Lo fece per sentirsi meglio nel giorno che considera ancora il più importante dell’anno. Le sue figlie attesero anni prima di raggiungerlo. Messe su un aereo che erano bambine, atterrarono in Italia da sole, senza conoscere una lingua che ora parlano meglio degli analfabeti funzionali a cui stanno pagando pensioni, sanità e infrastrutture. Cresciute qui, hanno studiato il doppio di noi, sempre sotto lo sguardo di chi le considerava troppo italiane per essere straniere o troppo straniere per essere italiane. Non hanno mai chiesto aiuto e non si sono mai lamentate di niente, riuscendo a graffiare il sistema con la forza di chi viene spesso messo in disparte. Lo vedo nei loro occhi, nei loro gesti, nel loro modo di ripagare quei genitori che, a testa alta, si sono spaccati in due per il loro futuro. Ostacolate da una mancata cittadinanza che le aiuterebbe - senza togliere nulla a noi privilegiati - devono comunque rispettare le leggi di un Paese che vuole tenerle ai margini.
Se lo Stato che li ospita non li accoglie, facciamolo noi. Permettiamo a tutti i genitori, fratelli e sorelle del mondo di sentirsi un po’ meno lontani e un po’ più vicini a parole come dignità, lavoro, opportunità e uguaglianza. Se non volete farlo per le famiglie degli altri, fatelo per il futuro della vostra.