Petrolio, ancora, e per l'ultima volta
Il viaggio si conclude con il sessantesimo affresco. Guardandoci alle spalle osserviamo il percorso di questa avventura, questa cavalcata a dorso di cammello che ci ha portato sul fondo degli abissi marini e sulle vette inesplorate, seguendo un filo di seta posto innanzi a noi dal fato, dagli dei, dalla storia.
L'ultimo giro di giostra ruoterà vorticoso intorno al sangue rappreso sulla piazza di Zhanaozen, al trucco pesante di Nazarbayev, ai baffi di Alfred Nobel. Alle pagine di un libro che non c'è.
Petrolio, di nuovo, e per l'ultima volta.
Da un frammento di quest'opera geniale e pantagruelica emerge Carlo Valletti, protagonista schizofrenico e con sdoppiamenti della personalità. Carlo aveva compiuto un primo viaggio, con "fondamenti di sogno", sulle orme degli argonauti, di Eracle, del vello d'oro. Esperienza che, al viaggio successivo, gli da lo spessore della persona che sa, che ha già visto. A dieci anni di distanza torna in Medio Oriente come capo-spedizione dell'Eni.
Pasolini ce lo racconta così: "L'Eni aveva investito in Marocco dai 12 ai 15 miliardi: ma non vi si era trovato neanche una goccia di petrolio. E ciò precedentemente al viaggio del nostro ingegnere. Nel viaggio in questione, le cose, appunto, non erano andate molto meglio. Nel Sudan un altro buon numero di miliardi, e anche qui neanche una goccia di petrolio. In Eritrea furono investiti precisamente dieci miliardi - circa cinque milioni al giorno per azionare le sonde - senza il minimo risultato positivo. Nel Golfo Persico, invece, il petrolio - novello Vello d'Oro secondo il nostro idioletto - fu trovato: ed entrò così trionfalmente in funzione lo "Scarabeo", la famosa piattaforma galleggiante dell'Eni. Disgraziatamente però, esattamente nello stesso periodo, tutto ciò che venne guadagnato nel Golfo Persico, andò perduto nel massiccio montuoso dello Zagros: un inutile anno di trivellazioni a quota 3350. Ora, circa una decina di anni dopo - ripetiamolo - l'ing. Carlo Valletti ritorna in Medio Oriente: ma questa volta egli non è l'ultima ruota del carro, bensì il capo della Commissione. Inoltre, proprio perché in possesso di "fondamenti di sogno", come il lettore sa bene, egli può essere considerato un competente delle cose d'Oriente: uno che ha già visto".
Così parlò Zoroastro
L'Oriente, dolciastro e amaro, ha l'aroma di una spezia acidula, attrae e respinge. L'Europa, come Carlo Valletti, lo sa bene. E sorvola sulla violenza brutale del regime, come una moglie perdona il marito ubriaco che la picchia. Non può fare a meno di lui. Il tesoro sotto terra è calamita, e i pirati della finanza non possono fare a meno di salpare, partire all'assalto del Vello d'Oro (nero).
La storia del petrolio sulle sponde del Mar Caspio è antica e riflette i rapporti tra culture, concezioni religiose e sociali, fratture e stratificazioni. Ce la racconta Steve LeVine, nel suo "Il petrolio e la gloria. La corsa al dominio e alle ricchezze della regione del Mar Caspio". Un viaggio nella storia del petrolio azero, tagiko e kazako, nelle relazioni di potere, nelle battaglie tecnologiche e politiche sullo sfondo delle vicende legate all'idrocarburo più ricercato al mondo.
Una storia che ha radici addirittura nello Zoroastrismo, "la fede persiana monoteistica che aveva originato la nozione degli angeli, del paradiso e dell'inferno". Per gli zoroastriani "il fuoco purificava l'anima. Avendo udito di Baku e credendo che i fuochi avessero bruciato sin dal diluvio universale, gli zoroastriani si riversarono lì. Costruirono templi in cui le fiamme alimentate dal gas naturale uscivano attraverso pietre calcaree porose (…). Gli zoroastriani fuggirono a metà del settimo secolo, dopo che gli invasori cristiani ebbero saccheggiato i loro templi e dopo che i conquistatori arabi ebbero imposto a Baku di convertirsi all'Islam. In seguito, coraggiosi seguaci fecero per secoli pellegrinaggi a Baku, ma dal 1860 la xenofobia della Russia ortodossa fece interrompere anche queste brevi visite".
Dalla cima delle torri d'acciaio che oggi dominano Baku, e da cui vediamo che le fiamme dal terreno sono state sostituite con tubature che portano gas domestico, possiamo risalire fino alla prima testimonianza di una compravendita di pozzi di petrolio: siamo nel 1595, 1003 per il calendario arabo, e l'accordo è stato trovato scolpito su una pietra estratta da un pozzo petrolifero di Baku. "Una iscrizione araba riportava il nome di un proprietario terriero, Allah Jaz, figlio di Mohamen Nurs. La pietra indicava che Jaz non scavava di persona per il petrolio ma aveva affittato la sua proprietà a un locatario senza nome. Il locatario avrebbe raccolto il petrolio in un laghetto circondato di pietra, per poi versare il greggio non raffinato nelle boordukes, borse di pelle di capra o di montone dalla capacità di circa dodici galloni".
Secoli dopo, migliaia di contratti sono stati siglati, i boordukes sono diventati barili e Baku è governata da un despota avido di petrodollari. Come a fine Ottocento - al tempo dei baroni del petrolio - negli anni '90 si era verificato un nuovo boom legato alle esportazioni di greggio: "I camerieri servivano grandi quantità di caviale Beluga e bottiglie da migliaia di dollari di Château Pétrus prima di una sontuosa cena a sedere. Il menu degli antipasti includeva tartufi bianchi e neri, il primo piatto pinne di squalo e zuppa di nidi d'uccello".
Facciamo un passo indietro. Torniamo ai baroni del petrolio menzionati di fretta poco fa. Passeggiando nella seconda metà dell'Ottocento a Baku - leggenda vuole che la città sia stata fondata da Alessandro Magno - avremmo notato come essa si preparava a divenire la capitale mondiale del petrolio (nel 1901 avrebbe prodotto il 51% del greggio su scala planetaria). Avremmo incrociato personaggi, come Zeynalabdin Tagiyev, che si erano arricchiti tanto e in fretta con l'oro nero dell'Azerbaijan. Avremmo sorseggiato caffè in raffinati locali, percorso ampi viali alberati sotto le luci dei primi lampioni a gas, sfrecciato a bordo di lussuose carrozze da un palazzo art nouveau all'altro. E magari avremmo preso un tè e fumato un narghilè con i fratelli Nobel.
Sì, proprio loro.
Robert, Ludvig e Alfred (quello del premio), in rigoroso ordine d'età, dal più grande al più piccolo. Robert partì per l'Azarbaijan con venticinquemila rubli destinati all'acquisto di legno duro per produrre fucili, ma sulla via trovò un affare irrinunciabile: "Tutti i discorsi delle fortune che si potevano fare nei vicini giacimenti di petrolio erano troppo affascinanti perché si potesse resistere. Nell'arco di pochi giorni, aveva speso tutti i venticinquemila rubli per comprare una raffineria di Black Town e la proprietà di un giacimento di petrolio (…). Era nata la Fratelli Nobel Petroleum Company".
A San Pietroburgo "Ludvig si affermò come il più grande produttore di forniture militari di carrozze a cavalli. Quando lo zar gli commissionò di produrre trentamila fucili automatici per rimpiazzare le vecchie armi da fuoco ad avancarica militari russe, il successo di Ludvig sembrò assicurato". Come detto, quel legno non venne mai acquistato dato che Robert investì il denaro di famiglia in una raffineria e un pozzo petrolifero.
Il più giovane e dotato Alfred "all'età di trentatre anni, si appropriò dell'invenzione della nitroglicerina del chimico italiano Ascanio Sombrero e usò la sabbia per trasformarla da un liquido pericolosamente volatile a un solido stabile". Inventò così la dinamite, rubando l'idea a Sombrero e divenendo celebre al posto suo.
"In capo a due anni, il cherosene della Petroleum Fratelli Nobel non solo era il migliore di Baku, ma uguagliava la qualità americana. Nell'ottobre del 1876, furono trasportati a San Pietroburgo i primi trecento barili di cherosene dei Nobel; il loro arrivo segnò l'inizio della fine della dominazione dei Rockfeller sul mercato russo. Il mago americano del petrolio aveva conquistato l'Europa, ma dal 1883 i Nobel lo avrebbero costretto a ritirarsi dall'impero zarista".
L'impresa andava a meraviglia, ma i Nobel non potevano tollerare i litigiosi e problematici trasportatori locali, detti arba. Per sostituirli, nel 1877 Ludvig decise di costruire un oleodotto. "I guidatori arba erano furiosi, insieme ai bottai che forgiavano i barili, e si organizzarono in bande per ostacolare il progetto. Quando la polizia non fece nulla, Ludvig costruì otto torri di guardia e arruolò dei cosacchi per dotarle di personale. Il costo totale, inclusi i pagamenti dei cosacchi, fu di 50.000 dollari. In base ai soldi risparmiati licenziando i guidatori arba, l'oleodotto ripagò il suo costo in un anno". "Al volgere del secolo ci sarebbe stata una rete di 326 oleodotti Nobel a coprire quasi settanta miglia di territorio.
Poi Ludvig pensò a come trasportare il petrolio raffinato via mare. "Assegnò il compito a un esperto costruttore di navi svedese e nel tardo 1878 accettò la consegna dello Zoroaster, una grossa imbarcazione lunga 184 piedi e larga 27, incredibilmente ben galleggiante e con uno scafo luccicante". Esatto, Zoroaster, e tutto torna.
"Nel1901, aBaku si stava producendo la maggior parte delle forniture mondiali di petrolio e la compagnia che Ludvig Nobel aveva creato stava soddisfacendo il 9 per cento della domanda globale. Si collocava tra le più grandi imprese commerciali del mondo, impiegando più di dodicimila persone con un libro paga annuale di 2,5 milioni di dollari". C'è da dire che nel complesso i Nobel trattavano bene i propri dipendenti, mandavano i loro figli in scuole private, costruirono insediamenti con case in pietra e le paghe erano corrette. Tuttavia licenziarono i trasportatori locali, Alfred rubò l'invenzione della dinamite e Ludvig riforniva lo Zar di armi: nelle pieghe della storia rimane più di un anfratto oscuro.
Le fortune petrolifere dei Nobel comunque, poco dopo il picco del 1901, cominciarono a sgretolarsi: a inizio '900 si scatenò la guerra intestina fra i ricchi armeni (che venivano da fuori) e i poveri azeri (autoctoni) alle loro dipendenze: "Le prime manifestazioni di malcontento dei lavoratori vennero alla luce nel 1903, guidate in parte da un giovane georgiano che il mondo avrebbe in seguito conosciuto come Josif Stalin. (…) Quando alla fine Baku cadde nelle mani dei bolscevichi nell'aprile del 1920, i baroni furono un immediato bersaglio".
Scandalo sull'Orient Express
Quasi un secolo dopo ecco l'Unione Europea ricevere il Nobel per la pace (premio che porta il nome di una famiglia di petrolieri, ladri di invenzioni e costruttori di armi) grazie all'impegno nel prevenire atroci conflitti nel vecchio continente.
Sì, certo, ma favorendone altrove.
Infatti, volendo chiudere un occhio sulle condizioni interne (guerra sociale tra ricchi e poveri, sovvenzioni incontrollate alle banche, emergere di movimenti xenofobi e razzisti, tanto per fare alcuni esempi), bisogna comunque ricordare che l'Unione Europea fa affari con chiunque rientri nei propri interessi economici e politici, gemendo debolmente quando si tratta di difesa dei diritti umani, libertà dei media e democrazia, in un tragico gioco delle parti con i governi coinvolti.
I fatti di Zhanaozen hanno prodotto timide repliche e balbettanti accuse al regime: l'UE ha condannato la violenza per poi ribadire l'importanza del Kazakistan come partner economico. Senza trovare la forza di imporre sanzioni, chiudere per un periodo gli scambi commerciali, lanciare indagini approfondite. Come una maestra che di fronte all'alunno indisciplinato chiude tutti due gli occhi perché l'alunno in questione è figlio di qualcuno importante, pieno di soldi, che è meglio non fare arrabbiare.
Il Parlamento Europeo ha adottato una risoluzione il 15 marzo 2012, condannando l'orribile situazione dei diritti umani in Kazakistan, ma continuando a ritenere indispensabile una collaborazione reciproca. Sottolinea che il nuovo accordo di cooperazione dipende dalla volontà kazaka di attuare riforme politiche nell'ottica di formare una società aperta e democratica di cui possa essere partecipe una società civile indipendente.
Parole al vento, dato che la sola strage di Zhanaozen avrebbe dovuto essere più che sufficiente per interrompere ogni trattativa con lo stato kazako: elefantiaca soppressione di democrazia che ha prodotto un topolino, un'inutile risoluzione, una sorta di cartellino giallo - che non avrà nessuna influenza sui rapporti futuri - dietro cui pararsi per mantenere una certa "credibilità".
Per interrompere i rapporti con la dittatura centroasiatica non basta nemmeno il giudizio dell'Osce (di cui il Kazakistan è stato presidente di turno nel 2010!) sulle elezioni-farsa del 15 gennaio 2012: "nonostante le intenzioni del Governo di rafforzare il processo democratico e di condurre elezioni in linea con gli standard internazionali, le elezioni parlamentari del 15 gennaio continuano a non aderire ai principi fondamentali delle elezioni democratiche. (…) Le condizioni necessarie a condurre elezioni genuinamente pluralistiche, ovvero un prerequisito per istituzioni realmente democratiche, non sono state garantite dalle autorità". L'Osce, inoltre, sottolinea come il sistema massmediatico abbiano avvantaggiano il partito del presidente Nazarbayev compromettendo "la capacità dei media di fornire un robusto e aperto scambio di opinioni su questioni pubbliche e sulle alternative politiche".
Non si discosta dall'impostazione ufficiale in stile carota-e-bastone nemmeno Catherine Ashton, Alto rappresentante dell'Unione per gli Esteri e la Sicurezza, che nel maggio 2012 ha auspicato un accordo sulla cooperazione tra UE e Kazakistan ritenendo quest'ultimo "a key economic and political partner for the EU, which continue to provide support to the implementation of reforms". La favola delle riforme e della democrazia che si sta sviluppando è davvero grottesca, quasi quanto i complimenti della Ashton per le elezioni "libere" duramente criticate dall'Osce.
Si è mobilitato pure il Parlamento italiano, con un'indagine conoscitiva sulla situazione dei diritti umani in Kazakistan, presentata il 17 ottobre 2012. I morti di Zanahozen vengono citati, così come le critiche del Parlamento Europeo per l'arresto dei principali oppositori del regime. Ovviamente il fatto che la situazione sia degenerata per il comportamento anti-sindacale delle compagnie petrolifere - e che fra queste figuri l'Eni (diretta emanazione della Repubblica italiana) - non ha trovato nessun posto nella relazione. Solo il partito radicale ha cercato di scavare realmente in questa torbida faccenda.
A ogni modo, il Kazakistan ha fatto cenno di sì, che hanno capito, che così non si fa, e poi ha tirato dritto come nulla fosse, incarcerando, torturando, minacciando. Il capo dell'opposizione Vladimir Kozlov (leader di Alga!), per esempio, è stato condannato - a sette anni e sei mesi - per aver incitato gli scioperi, così come il regista Bolat Atabaev, per aver messo in scena un’opera teatrale che alludeva alla strage di Zhanaozen. O ancora Igor Vinyavskiy, capo del giornale Vzglyad e Akzhanat Aminov (leader degli scioperi). Come loro tanti altri, veri eroi di questa epopea oleosa, invischiati in una faccenda sporca da cui escono come luminosi esempi da seguire, come brillanti punti di riferimento per coraggio e intraprendenza, autentici califfi, khan, vassalli dell'imperatore, a cui il dittatore Nazarbayev non dovrebbe neppure spolverare le scarpe.
Ma lui, il despota, riceve pacche sulle spalle, sigla accordi commerciali, intesse relazioni amichevoli.
E tira dritto.
Se n'è accorto pure il Vaticano: "purtroppo, non appena l’interesse delle istituzioni europee è diminuito, il Kazakistan ha trovato un altro modo per continuare con le repressioni: ha accusato alcuni attivisti e alcuni giornalisti di essere terroristi dell’informazione, così li ha chiamati. In realtà, questa accusa non si basa su alcun tipo di prova vera e propria, perché non ce ne sono. E’ solo il segno di un regime che sta morendo e che cerca di trovare un modo per distruggere l’opposizione, in realtà non sa bene cosa altro poter trovare".
Nazarbayev il guardiano di pecore
Ma Nazarbayev non è uno sprovveduto. Si muove con agilità nelle relazioni internazionali sin dalla fine degli anni '80, quando condusse un ammutinamento dalla madre Russia per rivendicare l'autonomia kazaka e cominciò a trattare accordi petroliferi con gli occidentali ancor prima che il Kazakistan fosse uno stato indipendente e lui ne diventasse il presidente.
Il solito LeVine è illuminante su questo oscuro personaggio, ecco alcuni passaggi su Nazarbayev: "da personaggio del Partito Comunista egli si era trasformato in un nazionalista kazako e sarebbe stato presto riconosciuto come il terzo più forte leader politico dell'Unione Sovietica, sotto solo a Boris Eltsin (…) e allo stesso Gorbaciov". E ancora: "per quanto in cerca di autonomia per la sua repubblica, procedeva con attenzione. A cinquantuno anni, aveva l'acuta praticità di un'infanzia ad allevare pecore sulle montagne e a cavalcare un asino per comprare pane nella città vicina. Tra i suoi primi ricordi vi era il racconto in famiglia del decisivo anno 1929, quando i sovietici fecero diventare con la forza stanziali i nomadi kazaki e, come osservava, gli animali morivano per la mancanza del cibo e cure nelle fattorie collettive, e la gente moriva di fame".
Durante il crollo dell'Unione Sovietica europei e americani facevano la fila per parlare con lui, ingolositi dai promettenti pozzi petroliferi ancora da esplorare: "ad Almata, Nazarbayev mandò la sua macchina personale ad accogliere i visitatori e trasportarli in una pensione. Lì, sebbene fossero le due del mattino, furono salutati da circa trenta ufficiali kazaki e fu loro offerto un banchetto di tendini di cammello in gelatina, latte di cammello e altro".
Per il petrolio kazako e azero si mosse anche il vice-presidente americano Al Gore (poi convertitosi a un rigido ecologismo), ben prima di ricevere il Nobel per la pace (anche lui!).
Nel 1994 partecipò a una trattativa: "in cammino per Bishkek, la capitale del Kirghizistan, fu consigliato sulla bontà di mangiare l'orecchio di una pecora, una raffinatezza tradizionalmente offerta a ospiti di riguardo: inghiottire ma non masticare l'appendice gommosa, che potrebbe essere rosicchiata per sempre senza risultato. Scendendo dall'aereo, Gore salmodiava risolutamente "Ingoia non masticare, ingoia non masticare". In Kazakistan i suoi padroni di casa offrirono a Gore una sauna, un onore particolarmente grande. Più tardi, il presidente Nazarbayev, sua moglie, Sarah, e sua figlia Dariga cantarono una canzone tradizionale kazaka con un'armonia in tre parti e, essendo periodo natalizio, Gore ricambiò con una vigorosa interpretazione di Jingle Bells".
Dovremmo dunque stupirci se oggi, in questo finale amaro di 2012, le relazioni tra Occidente e Kazakistan sono sempre più forti? Non dovremmo, chiaro. Piuttosto possiamo prestare attenzione al grido di dolore che ci arriva da quella lontana steppa asiatica che galleggia sul petrolio. Possiamo leggere la lettera di Esenbek Ukteshbaev e Ainur Kurmanov,presidente e vice-presidente del sindacato indipendente Zhanartu, di cui abbiamo già parlato e sempre in attesa di essere riconosciuto dallo stato kazako. I due sostengono di rischiare l'arresto e la tortura se dovessero rimettere piede in Kazakistan.
Dovremmo ascoltare la ricostruzione dei fatti di Zhanaozen dello stesso Ukteshbaev, che parla di un numero di morti molto superiore a quello ufficiale (sino a cento vittime secondo lui), che accusa la polizia e l'esercito di aver infiltrato agenti provocatori nella manifestazione pacifica del 16 dicembre a Zhanaozen; infiltrati responsabili di aver rotto vetrine, saccheggiato negozi, distrutto bancomat e incendiato uffici municipali allo scopo di fornire alla polizia un pretesto per la strage, per sparare su vittime inermi e sconvolte. E ancora l'indecente "stato di emergenza" che ha consentito a Nazarbayev di isolare la città per settimane, impedendo a ogni notizia di filtrare all'esterno, interrompendo la fornitura di elettricità e la copertura telefonica. Una coperta asfissiante per nascondere il volto atroce del regime, incapace di gestire una protesta pacifica per le condizioni dei lavoratori.
E ancora: dovremmo ascoltare la storia di Aleksandr Bozhenko, ragazzo di 23 anni che al processo per gli scioperi del settore petrolifero ha avuto il coraggio di smentire la "confessione" che gli era stata estorta e di denunciare le violenze e le torture subite. Il ragazzo è stato ucciso il 7 ottobre a Zhanaozen. Versione ufficiale: sarebbe stato picchiato a morte da due ragazzi durante una rissa fra ubriachi (Aleksandr era musulmano e non aveva mai bevuto in vita sua).
Difficile vedere un piano più lucido e terribile di questa vendetta politica.
Bozhenko, durante il processo, ha dichiarato che fu direttamente Nazarbayev a dare l'ordine di pestare i testimoni in modo che al processo non creassero problemi. Una voce troppo scomoda.
Il petrolio deve continuare a scorrere, i dollari a fluire. Per fare questo non bisogna irritare troppo le "democrazie" occidentali con storie di scioperi, repressioni, torture, elezioni truccate. Dunque: bisogna azzerare il dissenso con la forza, chiudere le bocche, chiudere i giornali d'opposizione, uccidere Aleksandr Bozhenko. L'Europa ha tutto l'interesse nel vedere il Kazakistan come una società stabile, "pacificata", armonica, senza tumulti né scossoni, e pazienza se per ottenere ciò Nazarbayev deve incarcerare, torturare, uccidere. Un po’ di cipria, fondotinta, qualche omicidio ben assestato, e il volto del potere torna liscio, senza smagliature.
ENI (Ente Nazionale Idiopatie)
Così non scoppiano scandali di portata maggiore e, tanto per citare un esempio, gli italiani non si devono sentire in colpa per il fatto che gli scontri di piazza e i morti sono dovuti anche ai comportamenti anti-sindacali di Eni (che opera ad Aktau con la sua emanazione Saipem, come già spiegato in precedenza).
Ma Eni è piena di scheletri kazaki nell'armadio, ha causato altre morti e in modo ben più diretto di quelle di Zhanaozen (di cui comunque dovrebbe sentirsi responsabile).
Eni, in Kazakistan dal 1992, ha quote in tutti i giganti petroliferi kazaki: Tengiz, Kashagan e Karachaganak.
A proposito di Karachaganak: Eni sfrutta questo enorme giacimento (1,35 trilioni di metri cubi di gas, oltre a 1,2 miliardi di tonnellate di petrolio) insieme a Lukoil, Chevron e British Gas detenendone da sola il 32,5% delle quote.
Per estrarre il gas vengono emesse nell'aria sostanze tossiche che hanno un impatto orribile sulla popolazione delle aree circostanti, soprattutto nel villaggio di Berezovka. Come riportato da Il fatto quotidiano nell'ottobre 2010, "ci sono percentuali altissime di acido solfidrico, un composto chimico estremamente tossico, che respirato costantemente può causare malattie cardiovascolari, bronchite cronica, allergie alla pelle e agli occhi. Proprio le patologie più comuni tra gli abitanti del villaggio. Le sostanze più pericolose sono però chiamate mercaptani, presenti in alte percentuali negli idrocarburi di questa zona e considerati causa, oltre che di varie malattie mortali, anche di mutazioni genetiche. (…) C’è anche una ricerca condotta da un’equipe medica dell’Università di Almaty, che mette in evidenza dati imbarazzanti, forse per questo mai pubblicati. Nel 2008 i medici hanno visitato tutti gli abitanti di Berezovka; poi hanno fatto lo stesso con quelli di Aleksandrovka, un villaggio di dimensioni simili, situato a50 km da qui. Il risultato? Tubercolosi, tumori, bronchiti croniche, allergie alla pelle, agli occhi, infarti, calcoli ai reni: di tutte queste patologie, riscontrate con alte percentuali a Berezovka, gli abitanti di Aleksandrovka soffrono in minima parte".
Le multinazionali coinvolte si limitano a monitorare le emissioni attraverso una società privata, la Gidromet Ltd, i cui dati (ovviamente) hanno sempre negato il problema. "Non convinti da questi numeri, alcuni abitanti del villaggio si sono dati da fare autonomamente, aiutati dalla ong americana Crude Accountability e dal Columbia Analytical Laboratory, un centro di analisi californiano. Per due anni, dal 2004 al 2005, hanno monitorato l’aria del villaggio. I risultati dicono che a Berezovka le sostanze pericolose presenti sono parecchie. Quella più percepibile è l’acido solfidrico. Nel 2005 ne sono stati trovati 5,09 ug per metro quadrato, un livello cinque volte superiore al massimo consentito negli Usa. E superiore anche agli standard ben più generosi del Kazakistan. Ma non è tutto. Ci sono altre sostanze, alcune classificate dall’Epa, l’agenzia per la protezione ambientale americana, come probabili cause di tumori. C’è ad esempio il metilen-cloride, che provoca perdita della memoria, problemi al sistema nervoso, al fegato, ai reni e al sistema cardiovascolare: di questo composto ne è stato trovato quasi nove volte il livello permesso dalla legislazione kazaka". Da allora un gruppo di cittadini ha istituito un’associazione locale chiamata Zhasil Dala: sostengono che gli investitori utilizzino tecnologie scadenti e metodi non appropriati per bruciare le sostanze dannose, o addirittura che non sempre queste sostanze vengano bruciate, come invece prevede il protocollo firmato con il governo kazako.
Anche sul giacimento di Kashagan si addensano nubi che riguardano il ruolo di Eni. Come riportato da Meridiani Online, il gruppo (detto KPO) che sfrutta il giacimento, composto da Eni, KazMunaiGas, BG Group, Chevron e Lukoil - "è stato accusato tramite una serie di e-mail anonime di aver autorizzato DHL Deutsche a pagare sistematicamente i funzionari doganali kazaki affinché non bloccassero le spedizioni che avevano a che fare con il consorzio. La notizia ha portato il KPO, DHL e il Comitato kazako per il controllo delle dogane ad avviare delle inchieste interne. L’autore delle e-mail d’accusa parla di un presunto blocco dei pagamenti delle tangenti avvenuto a marzo 2011. Nei successivi tre giorni gli ufficiali doganali hanno bloccato tutte le spedizioni che avevano a che fare con il consorzio. Il quarto giorno con la ripresa dei pagamenti tutti i problemi sono svaniti e le spedizioni sono riniziate a circolare senza ulteriori ritardi. L’ipotesi dell’esistenza di una rete di corruzione ha avuto un seguito in Italia, dovela Procura ha chiesto al Tribunale di Milano di predisporre il commissariamento dell’Agip KCO – divisione operativa di ENI in Kazakhstan – o in alternativa di impedire alla società di negoziare nuovi trattati. Secondo quanto emerso da un’inchiesta, l’ENI avrebbe versato circa 20 milioni di dollari nelle tasche dei funzionari kazaki e del genero di Nazarbayev, ma si attende ancora l’esito del processo che potrebbe essere determinante per il destino del giacimento di Kashagan".
Torniamo allora al solito punto: ma l'Europa, l'Italia, l'Occidente, non dovrebbero scandalizzarsi? Punire? Fare marcia indietro? Prendere le distanze? Certo, ma faremmo bene anche a ricordarci che "al momento dell’elaborazione della Strategia europea di assistenza all’Asia Centrale, alcuni paesi come Gran Bretagna, Irlanda, Svezia e Paesi Bassi volevano che nelle relazioni con le repubbliche centroasiatiche venisse posto l’accento sulla democratizzazione e sul rispetto dei diritti umani. Non così per Roma".
La liturgia del potere
Lo sviluppo economico ha oscurato tutto. I diritti dei lavoratori come il rispetto per l'ambiente. Dietro a parole-specchio, a concetti svuotati di ogni realtà, si nasconde solo e sempre il profitto, il bilancio, il prodotto interno lordo, il bisogno di farsi eleggere.
Una metamorfosi delle parole consente ogni acrobazia politica, ogni vergogna sociale.
Inseguendo il Vello d'Oro, che oggi è il petrolio, senza la sensibilità degli argonauti, ma solo con la furia cieca del Minotauro.
Una promessa, due soldi nel forziere e una stampa addomesticata per nascondere le malefatte: tanto basta per sopire le coscienze. Non tutte, però.
Lascio umilmente la parola a PPP, ancora una volta, l'ultima. In alcune pagine illuminanti di Petrolio analizza la forza incantatrice del linguaggio del potere, del mantra recitato per addomesticare la cruda, oggettiva realtà. La lingua di legno di un nuovo fascismo che "recita" la sua parte e si maschera da antifascismo, di un potere che si nasconde mentre manipola, distorce, ruba. Nel discorso di un democristiano, Pasolini vede tutte le tecniche del linguaggio del potere. Un discorso sulla democrazia, la partecipazione civile, il progresso, lo sviluppo civile.
"Il lettore è pregato (…) di notare gli elenchi, nel più squisito - quasi cantabile - cursus didascalico delle liturgie: «definire l'ispirazione, gli obiettivi, i modi, i tempi di un programma di sviluppo civile», «tutte le risorse naturali, le capacità tecniche, le energie umane», e infine «gli sprechi della inadeguata ricerca, della fuga dei cervelli e di capitali, dell'emigrazione»: elenchi che hanno il potere liberatorio di un Atto di dolore pronunciato al confessionale, con voce monotona e ufficiale, in quanto che, rendendo nominali i peccati compiuti nel momento codificato e ufficiale del pentimento, li vanifica: e li vanifica, nella fattispecie, attraverso una tecnica mnemonica".
Neanche Pasolini avesse sentito i discorsi televisivi del robot-Monti, che con le sue litanie metalliche colme di "buonsenso" e comprensione, mozza il fiato e taglia le gambe al Paese.
C'è qualcosa di diabolico, dice Paolini, nella "fiducia quasi magica nel potere dei nomi, che nasconde: primo, il fascismo di uno sviluppo economico che non include il progresso; secondo, il cambiamento di tale carattere fascista in quanto attuato attraverso uno sviluppo economico e non più attraverso la classica violenza conservatrice; terzo, l'abbandono dei valori tradizionali simboleggiati (e non certo solo platonicamente) dalla Chiesa, a vantaggio dell'assunzione di nuovi valori (per esempio l'edonismo derivante dallo sviluppo economico) che cambia la realtà del potere da servire. Ma questi concetti nascosti non sono nominati appunto perché lo stile di tale esame di coscienza è perfettamente e unicamente nominalistico!".
L'impressione è che oggi il potere non abbia nemmeno più bisogno di questo "esame di coscienza nominalistico". Non c'è più bisogno di fingere di avere una coscienza.
Tuttavia, ci rimangono le preziose parole di Laozi, filosofo cinese dell'antichità.
Chi conosce gli altri è sapiente, chi conosce sé stesso è illuminato. Chi vince gli altri è potente, chi vince sé stesso è forte.
Amen.
















