Al di là della morte andare.
Camminavo per il mio quartiere, stavo tornando a casa mia e nel tragitto incontro il fratello di R. che si lamentava del fatto che si annoiava, quindi pur di non stare dentro girava solo. In sogno abitavamo vicini, nella realtà no.
“Ma stiamo a due passi, quando ti secchi basta che mi fai un colpo di telefono oppure vieni direttamente da me e mi citofoni, vieni guarda dove abito”, gli dico, e lo conduco sotto casa mia, per mostrargli il citofono. Nel frattempo si aggregano delle persone, non so se amici suoi o miei (mai visti) e ci facciamo una passeggiata tutti insieme. Passeggiamo lungo la Cesare Battisti mi sembra, era comunque una via grande e vuota. Lì passiamo davanti a due vagabondi messi veramente male: uno era sdraiato su uno scalino, il quale, non appena passiamo noi, si siede di scatto per vomitare ma nel farlo cade per avanti; l'altra era poco più lontana e nel cercare di andare in contro al tizio, si piega a vomitare anche lei, rigurgita una cosa rossissima e vischiosa che non capivo se fosse sangue o vino. Entrambi avevano il viso fuxia con le vene di fuori. Nonostante la scena, andiamo avanti, io in testa al gruppo e gli altri subito dopo di me; poco dietro di noi c'era un gruppo di signore di mezza età che si ferma presso il clochard e chiama l'ambulanza. Inizia a piovere, per cui ci ripariamo in una specie di bar mobile: era un furgone gigante e pieno di gente. Io avevo un libro che tenevo stretto, si intitolava “Al di là della morte”, mi sembra. Arrivati dentro questo pseudo bar, lo conservo dentro lo zaino perché avevo paura che qualcuno me lo rubasse. La gente lì era tutta sui 50 anni e obesa. Avevo i sensi di colpa perché non mi ero nemmeno fermata quando ho visto quei tizi stare male: “Avrei dovuto chiamare io l'ambulanza”, dico ad una del gruppo; “Non lo ha fatto nessuno di noi”, risponde lei, facendo spallucce. Nel frattempo perdo di vista il fratello di R. (che si chiama P.L.) e quella stessa ragazza di prima (che era andata a prendere da bere dopo il breve scambio di battute) mi viene a prelevare dicendo di andare “al pub”. La seguo ed entriamo in un posto, nel mio quartiere, che da fuori era un semplice pub, ma dentro era una specie di castello bellissimo a più piani, pieno di ragazzi in divisa. I pavimenti scintillavano per quanto erano lucidi, erano fatti di rombi di marmo dorati, c'erano dei finestroni gotici e librerie enormi alle pareti. Vedo P.L. e gli altri ragazzi entrare, poi li perdo, allora una volta entrata mi fermo al primo piano e resto davanti a quello che credevo fosse una toilette. C'era una di quelle pareti-librerie, con tanto di davanzale, per cui appoggio il mio zaino e il libro lì. Ad un certo punto, il panico: P.L. arriva all'improvviso e tenta di rubarmi il libro, dice che gli serve assolutamente; inizia una colluttazione e mentre tentavo di bloccarlo, cercavo aiuto con scarso successo, allora provo a farlo ragionare con le parole. Lì per lì sembrava essersi calmato, ha cominciato a farsi tristissimo e a raccontarmi di come si è sentito abbandonato da suo padre (che nella realtà è morto quando lui era piccolo), che ce l'aveva con lui per questo, che c'erano dei problemi per cui non poteva sentirlo spesso, che anche se aveva cambiato vita lui in fondo sperava sempre tornasse. Nel frattempo scopro che quello davanti a noi non era un bagno ma un portale, provo ad entrarci per avvisare gli altri ma non riuscivo a visualizzarli per bene perché, scopro poi, si erano resi invisibili per portare in vita delle creature tipo zombie. Torna alla carica P.L., più furioso di prima, dice che gli serve quel libro, finalmente qualcuno viene in mio aiuto e poi credo di esser svenuta o non lo so, perché non ricordo. Ho un vuoto tra questa e la scena dopo, nella quale io e altri ragazzi di quel posto misterioso saliamo su una collina/un monte, io sempre con questo libro stretto al petto. Camminiamo tutti intorno a questi ragazzi messi in fila, nudi, con ferite da frusta enormi e con le mani legate con delle corde ad un unico bastone. Arriviamo in cima e capisco che li stavano per crocifiggere, non riuscivo a distogliere lo sguardo dal fratello di R.: grondava di sangue ovunque e aveva una ferita molto profonda nel costato, al punto che si vedeva l'interno; soffriva come un cane. Ho la scena del suo viso impressa mentre si sdraia e attende di essere inchiodato. Rimanevo esternamente impassibile di fronte alla scena, il dispiacere celato ed un pensiero fisso: “è questo il prezzo per salvare l'umanità…”.