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I do not know, neither do you.
Salve Cartofolo, le scrivo per chiederle un consiglio o comunque un suo parere. Ebbene, ho finito appena il terzo anno di liceo, e ciò che mi è più rimasto nel cuore è la filosofia (premetto che ho iniziato ad approcciarmi a questa materia già in passato per conto mio) e "da grande" desidererei prendere l'università di filosofia, nonostante sappia bene che non offre molti sbocchi. A me piacerebbe insegnare al liceo. Lei cosa ne pensa? È un indirizzo che mi lascerà a mani vuote?
Vedo che hai delle idee precise, Anon. Questo è bene.Sono certo che la tua passione ti permetterà di avere molte opportunità di lavoro, anche se indirette.Sono convinto che se si vuole studiare filosofia per trovare un lavoro, non sapremo niente di filosofia e non troveremo nessun lavoro.Però se studierai filosofia perché ti piace e saprai usare il risultato dei tuoi studi nell'adattarlo a qualunque ambiente lavorativo, potrai avere buone probabilità di successo.L'insegnamento è solo uno di questi. Speralo, ma non escludere altre prospettive.Auguri e continua così.
La risposta è saggia e perfettamente centrata.
Alcuni percorsi universitari - per semplicità diremmo “umanistici”, ma anche in certo modo economia, o perfino matematica - devono essere affrontati sapendo che la professione non sarà direttamente collegata a titolo di studio, ma che esso sarà una delle componenti di un bagaglio più ampio, determinato da un atteggiamento proattivo e, per quanto la parola vada presa con le pinze, creativo.
Metafora di un certo modo di fare scuola?
October 15th, 2017. Chinese ink on paper. 29.7×42 cm. Astronomy lesson.
http://mobile.ilsole24ore.com/solemobile/main/art/impresa-e-territori/2018-02-16/le-inutili-lauree-umanistiche-danno-sempre-piu-lavoro-151036.shtml?uuid=AE82cT1D&refresh_ce=1 Le «inutili» lauree umanistiche danno sempre più lavoro di Alberto Magnani Trovano lavoro, guadagnano tanto da «permettersi tutto quello che vogliono», soffrono di tassi di disoccupazione simili a quello degli altri dipartimenti. I luoghi comuni sui laureati in discipline umanistiche, diffusi anche al di fuori dell'Italia, rischiano di essere contraddetti dalla loro stessa argomentazione: le prospettive economiche. Mentre a Milano i licei classici sono assediati da un numero di iscrizioni superiori alle proprie disponibilità, negli Stati Uniti un report dell'American academy of arts and sciences rivela che gli studi nelle «arti liberali» garantiscono margini di entrate e soddisfazione in linea agli altri corsi di studio. I laureati nelle humanities percepiscono un reddito “mediano” (il valore al centro della curva di distribuzione) di 52mila dollari l'anno dopo il titolo triennale, per salire a 72mila dollari dopo l'equivalente della laurea magistrale. Meno rispetto ai picchi di classi come ingegneria, dove si arriva a 82mila dollari, ma comunque sopra agli standard necessari per la stabilità economica e soprattutto di chi si è fermato alla formazione superiore: i colleghi che hanno intascato un solo diploma non vanno oltre i 34mila dollari. Quanto alla financial satisfaction, la soddisfazione finanziaria, i laureati nel settore mostrano conquiste e disagi simili a quelli degli altri corsi di studio. Ad esempio la quota di chi dichiara di «guadagnare abbastanza per fare tutto quello che si desidera» supera quella registrata tra i laureati nell'ambito del business, giudicato di norma più «professionalizzante» rispetto a filosofia, letteratura antica o storia. Un ritratto non dissimile da quello che emerge in Italia, secondo i dati del consorzio Almalaurea. A fronte di stipendi comunque più bassi rispetto ai laureati in ingegneria o del gruppo economico-statistico, i professionisti di estrazione umanistica registrano un tasso di soddisfazione identico: 7,5 su 10. Il futuro tra Ict, intelligenza artificiale ed...etica Il valore aggiunto delle lauree umanistiche potrebbe essere proprio l'assenza di una traiettoria univoca tra studi e lavoro. E in questo senso, il parametro della «efficacia della laurea» valutato da Almalaurea finisce per essere secondario. Nella ricerca dell'American academy of arts and sciences emerge che l'11% dei laureati nel settore fa carriera nel management, accanto a quote interessanti di professionisti riconvertiti in ambiti come Ict, finanza, vendite, servizi. Le industrie del digitale e del tech si stanno rivelando come due tra le più «affamate» di laureati in possesso delle competenze intellettive fornite da studi umanistici. Nella Silicon Valley spopolano precedenti illustri come il fondatore della software company Slack Stewart Butterfield (laureato in filosofia) o della Ceo di Youtube Susan Wojcicki, laureata in storia e letteratura ad Harvard prima di virare sull'economia con un dottorato. Ma non è necessario capitanare colossi del settore per ambire a un'occupazione nella digital economy, anche partendo da una base minima di conoscenze delle tecnicalità.Ad esempio studi in linguistica e semiotica possono essere decisivi quando si tratta di “istruire” robot con le tecniche del machine learning, mentre una base in filosofia etica e morale è necessaria per un automation ethicist: gli specialisti chiamati a valutare gli impatti economici e sociali dell'automazione, «dando un senso» a macchinari concepiti per dialogare con i dipendenti umani. Un ponte tra uomo e macchina «I laureati in ambito umanistico hanno un approccio teorico che si applica anche in ambiti che sembrano distantissimi - spiega Lorenzo Tomasin, ordinario di storia della Lingua italiana all'Università di Losanna - Prendiamo il machine learning o lo speech recognition: chi li può analizzare meglio di un umanista?». Oltre alle contingenze della tecnologia, però, la versatilità dei laureati del settore nasce da una «predisposizione psicologica»: chi si iscrive a lettere antiche o filosofia della scienza è già abituato all'idea che potrà o dovrà reinventarsi in un ambito diverso da quello di studi, applicando altrove la duttilità di pensiero acquisita: «Chi entra in una facoltà umanistica sa dal primo giorno che non andrà a ‘professionalizzarsi' - dice Tomasin - E questo predispone dal puto di vista della reazione psicologica: devi essere versatile perché sai che i problemi che affronterai saranno diversi da quelli studiati».
via
flickr
“It doesn’t seem to me that this fantastically marvellous universe, this tremendous range of time and space and different kinds of animals, and all the different planets, and all these atoms with all their motions, and so on, all this complicated thing can merely be a stage so that God can watch human beings struggle for good and evil - which is the view that religion has. The stage is too big for the drama.”
-Richard Feynman
Elementary School St Anna (1953-55) in Munich, Germany, by Helmut von Werz
Robert Doisneau Shy Kid with Glasses 1956
Sabine Weiss, From “A Week in Daniel’s World”, France, 1969
Students peer through microscopes at Bethune-Cookman College, Daytona Beach, Florida in February 1943
Caro diario, parleremo quindi del mio terzo colloquio di lavoro. Un (brutto) romanzo formativo condensato in un arco temporale di 12 ore.
Per contestualizzare, dopo aver mollato l'università al primo anno e aver cannato violentemente i primi due colloqui, ero riuscito da poco anche a farmi dire “ti chiamiamo poi noi se abbiamo bisogno” da un locale dove avevo fatto il lavapiatti per un giorno. E parliamo di fine anni ‘90, quando se starnutivi per sbaglio per strada arrivava uno a farti un contratto formazione lavoro come starnutitore. La mia autostima professionale aveva detto “vado a comprare le sigarette” e non era più tornata. Ma sto divagando.
Ero in contatto con uno di quei centri che facevano da tramite fra il glorioso mondo delle Piccole e Medie Imprese e i giovini disadattati, e mi misero in contatto con un'altra ditta. Dopo qualche giorno mi chiamò un'amministrativa chiedendomi se sarebbe stato un problema fare il colloquio alle novemmezza di sera perché il titolare aveva “giornate molto piene”. All'epoca avevo una certa idiosincrasia per le cose normali e fare il colloquio di sera mi parve se non altro poco normale quindi dissi che ok, nessun problema.
In realtà il problema c'era: avevo proposto ad una mia amica fraterna (sorerna?) di fare una gitarella dopo il colloquio e portarla a fare una visita a sorpresa al suo tipino che studiava architettura a Firenze. Sarebbe slittato tutto in notturna, ma lei disse che andava bene lo stesso. Questa cosa poi giocò un ruolo mica da niente, ma ci arriviamo.
Arrivò il giorno fatidico, pigliai in prestito il pandino di mia mamma (non quei canchéri gonfi che girano adesso, parliamo di una gloriosa panda 30S) e puntai fuori Granarolo verso la sede della ditta, calcolando mentalmente quanto sarebbe stato una palla farmela in scooter da Bologna se mai m'avessero assunto (risposta: tanto). Una volta lì mi si parcheggiò di fianco una station wagon con dentro un tizio coi baffoni e uno sbarbo circa della mia età. Sentii chiedere al ragazzetto con voce sfatta se poteva andare a casa e il baffone concedere che “ok, ci vediamo domattina”.
Poi i baffoni puntarono verso di me “E’ lei Autolesionistяa? Venga, venga.” Nel caso ancora non l'avessi capito se ne uscì con un “Vede, qui si lavora, eh”; buttai un occhio allo sbarbo che stava barcollando verso la sua macchina “Vedo, vedo.”
Mi portò al primo piano in una saletta dove c'era l'amministrativa con cui avevo parlato. Dopo un po’ di spieghe su cosa facevano lì, iniziarono a farmi un po’ di domande. Oh, fu anche un colloquio piacevole. Erano più interessati a quanto e come avessi smanazzato con i pc che ai titoli (anche perché ne avevo pochini), il fatto che non avessi ancora fatto il militare non era un problema (non così comune all'epoca, dove buona parte degli annunci chiedeva militesente o militassolto). Arrivò poi il tipico pippione da titolare di piccola impresa che ha difficoltà ha cogliere le differenze di ruolo fra comparto e dirigenza sul fatto che ci voleva impegno, disponibilità e dedizione, ma da disoccupato il tema di dover ringraziare per aver qualcuno che ti offre un lavoro fa una certa presa. Finì a sorrisi e pacche sulle spalle, si sbilanciarono pure a dirmi che avevano altri due candidati ma non avevano fatto una buona impressione, che si prendevano comunque un paio di giorni ma ci saremo sentiti presto per i dettagli.
Uscii gasato come una lattina di radler caduta giù dalle scale, montai sul pandino, passai a prendere la mia amica e partimmo per Firenze. Arrivammo dal suo tipino poco prima delle due o giù di lì. Lui era ancora sveglio che preparava un modellino di un palazzo per un esame che avrebbe avuto qualche giorno dopo. Oh, in quel periodo lì avrò incrociato quell'uomo una dozzina di occasioni e tutte le cazzo di volte era sempre dietro a costruire modellini di edifici “per un esame”, mai visto con un libro aperto. Mi fece venir voglia di fare architettura, o di controllare se in realtà non si fosse iscritto ad una scuola materna con i controcazzi.
Poco dopo le quattro decidemmo di togliere le tende, ma a quell'ora cosa fai, torni a Bologna? Un rapido summit lucido come solo alle 4 di mattina ci fece optare per andare in qualche spiaggia a vedere l'alba. No, non eravamo così rincoglioniti da pretendere di voler vedere l'alba sul Tirreno, ma decidemmo che aspettare l'alba era una di quelle cose che richiedeva una spiaggia. Imboccai la gloriosa FI-PI-LI e finimmo dalle parti di Cecina. Attendemmo l'alba per pure questioni di freddo poi appena il sole iniziò a fare il suo mestiere di sole ci addormentammo durissimo.
Mi risvegliai a metà mattina che l'amica dormiva ancora. Il mix di colloquio e gitarella mi aveva un po’ mosso. Il mare non aiutava. Fosse stato brutto e lurido, ma no, era tutto bello, sole, spiaggia e tutto quanto. Ed era la mattina di un giorno feriale. Di quelle che avrei passato d'ora in poi a lavorare per il tricheco baffone dodici ore al dì, e a chiedergli se potevo andare a casa alle nove di sera. Manco era detto che mi avrebbero preso, ma volevo veramente quella roba lì? C’erano alternative?
Entrò in gioco anche un clamoroso errore organizzativo dei miei. In quel periodo avevano comprato uno di quei cellulari ETACS usati, una bestia grande quanto una mia scarpa (e porto il 47) e sapendo che sarei andato a zonzo quella notte me lo avevano forzosamente lasciato. Era rimasto (credo spento) nel mio zaino fino a quel momento. Uno dice, le coincidenze. Probabilmente non avrei mandato a culo tutto se non avessi fatto proprio quel giro quel giorno lì. Probabilmente non avrei neanche mandato a culo tutto se avessi dovuto cercare una cabina o aspettare di avere un telefono fisso a portata. E invece.
Tirai fuori il cellulare e chiamai il numero dell'amministrativa lì dalla spiaggia “Salve sono Autolesionistяa, ci siamo visti ieri sera” “Buongiorno… come le avevamo detto abbiamo bisogno ancora di un po’ di tempo però…” “No, guardi, chiamo così non ci perdete altro tempo dietro, volevo dire che non sono interessato al lavoro… non credo di avere quelle doti di impegno e dedizione che diceva il titolare.” La telefonata poi si chiuse inevitabilmente in modo un po’ brusco e freddino e rimasi lì a guardare il mare con un telefono colossale in mano e il vago sospetto di aver fatto una minchiata di dimensioni analoghe.
Dopo un po’ si svegliò anche l'amica. Tornando passammo da piazza dei miracoli a Pisa perché “Andiamo a vedere la torre di Pisa? E’ praticamente in strada” ma avevo la testa altrove.
I critici sono divisi sulla vicenda: sul momento mi raccontai che l'avevo fatto per una sorta di fiducia incondizionata in un futuro migliore. Col senno di poi, la dura realtà è che molto semplicemente ero nelle condizioni di potermelo permettere. Anche se raccontarlo ai miei balzò di prepotenza nella top ten dei Momenti Più Spiacevoli di Sempre con i Propri Genitori™, nessuno mi cacciò di casa, non avevo mutui/bollette degne di nota da pagare o qualcuno da mantenere e il fatto di poter tenere la mia vita professionale nel freezer fino alla chiamata per fare l'obiettore temo che abbia molto più a che fare con un privilegio che con la libertà. Però la cosa in qualche modo mi segnò, e aver fatto qualcosa di intenzionale in campo lavorativo, anche se di fatto fu buttare nel cesso un’occasione mi fece sentire un po’ più al volante e un po’ meno sul sedile del passeggero.
disclaimer: quanto sopra ha valenza di personale amarcord senza velleità di analisi del mondo del lavoro dell’epoca o attuale, tema di ben altro respiro per il quale lo scrivente si trova tutto sommato d’accordo con il delicato post “avete rotto il cazzo”
Borsa di studio Felice Gianani per specializzazioni all'estero
La Fondazione Felice Gianani bandisce un concorso per una borsa di studio annuale intitolata a Felice Gianani e riservata a cittadini laureati dell'Unione Europea che desiderino perfezionare in un Paese diverso da quello di provenienza gli studi intrapresi in materia giuridico-economica (law and economics) con riferimento ai mercati finanziari nazionali e internazionali attraverso la frequenza di un corso di studi o lo svolgimento di un programma di ricerca di durata prevista non inferiore a 9 mesi
Destinatari Sono ammessi al concorso i cittadini dell'Unione Europea che abbiano conseguito una laurea specialistica-magistrale o un titolo equivalente dopo il 30 giugno 2014 con il massimo dei voti presso un'Università o un istituto equiparato.
Scadenza La domanda di ammissione al concorso dovrà pervenire alla Segreteria della Fondazione Felice Gianani o all'indirizzo di posta elettronica [email protected] entro il 31 ottobre 2017.
Contatti
Fondazione Felice Gianani Piazza Del Gesù n.49 - 00186 Roma [email protected] http://ift.tt/2wDzlSs
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Tanti, tanti, mi dicono che il loro sogno è la musica. Pianisti, chitarristi, batteristi. Cantanti. Vi auguro il meglio del meglio. Ma non pensate che preparare un piano B equivalga ad un tradimento della vostra passione, al rassegnarsi di fronte alla cinica realtà materiale. Anzi.
Buonasera Cartofolo Le volevo chiedere quale fosse il percorso di studi da attuare per diventare uno psicoterapeuta specializzato nella cura dei DCA. Due mie amiche ne soffrono e conosco abbastanza quelle malattie da volere che nessun altro ne soffra. So che è un Utopia, ma almeno vorrei essere io per primo a poter aiutare quelle ragazze e quei ragazzi. La ringrazio
Non sono aggiornato di questo percorso.Condivido la richiesta, per qualcuno che saprà risponderti.Per quello che sono i tuoi intenti, ti meriti tutta l’attenzione possibile.
Da quel che ho potuto capire, guardando in giro, dopo aver frequentato un approccio psicoterapeutico (scuole quadriennali) cui si accede con la laurea in psicologia o medicina, si tratta di frequentare master o corsi specifici sui DCA.
Su quale sia la scuola (o approccio) più efficace, si apre la discussione. Per es. http://disturbialimentariveneto.it/terapia-cognitivo-comportamentale/ Oppure l’approccio rogersiano (al quarto anno dedica un corso specifico) http://www.psicologia-psicoterapia.it/scuole-psicoterapia/psicoterapia/iacp-rogers-specializzazione-roma-firenze-messina-milano.html
Dal sito veneto trovo il rimando ad uno studio ministeriale che, come ormai per moltissimi altri disturbi, suggerisce approcci multidisciplinari e integrati http://www.salute.gov.it/imgs/C_17_pubblicazioni_2561_allegato.pdf
Il mio consiglio, quindi, è di individuare una scuola di psicoterapia che possa affascinare e interessare, e poi personalizzare la formazione in direzione dei DCA, pescando ovunque (esclusi i santoni). Se invece devi ancora iscriverti all’Uni, si tratta di preparare il test per psi o medicina. Opterei per la seconda.