Stamattina mi sono svegliato prima che suonasse la sveglia.
Mi sono messo a pensare con il cervello ed il cuore leggeri: senza dover organizzare la giornata, senza dover studiare strategie se prima andare al mercato dei contadini oppure passare dal meccanico a chiedere se la vecchia auto era già spirata di suo o c’era qualche speranza che si potesse riparare, niente di tutto questo, cervello e cuore leggeri.
Mi è sovvenuto un nome, Corrado Mattacchione, il mio primo geometra, quello con cui avevo passato tre estati lavorative per fare pratica, naturalmente a costo zero per lui, iniziavo ad andare allo studio tecnico appena finita la scuola, e finivo da lui quando finivano le vacanze e iniziavano le lezioni.
Mi ricordo che da bambino passavo davanti a questo studio tecnico, con il nome del titolare messo su una targa di quelle con le scritte nere e sfondo oro, e dopo “geom. Corrado Mattacchione, studio tecnico,” c’era la scritta che mi colpiva e mi faceva sognare, “consulente tecnico del Tribunale”. Questo mi faceva pensare ad una persona importante, un luminare della tecnica di cui i giudici, ignoranti, si servivano, per avere consulenze illuminate su pratiche ai più sconosciute e misteriose. E sognavo di entrare lì, dire il mio nome, e chiedere se la mia indegna persona poteva entrare in quel sancta sanctorum per essere colpito dalla grazia illuminante della scienza e della tecnica geometriali.
Questa riverenza verso quella targa mi portò a scegliere gli studi da geometra, invece del liceo a cui ambivano iscrivermi i miei genitori, ma io sapevo che il mio destino era quello di diventare “consulente tecnico del Tribunale”, e resistetti ad ogni lusinga ed ad ogni minaccia.
Dopo aver terminato il secondo anno di geometra, appena finita la scuola, appena usciti gli scrutini con la votazione lusinghiera che mi permetteva di accedere al terzo anno, la mia prima visita, dopo essere uscito dalla scuola, fu quella di andare davanti allo studio tecnico del geom. Corrado Mattacchione. Rimasi li fuori qualche ora, fingendo di aspettare una persona, e non mi decidetti ad entrare, rimandai al giorno successivo.
A casa feci delle prove sulla presentazione, sul comportamento, su come vestirmi, in effetti il giorno prima ero andato a scuola in jeans e maglietta, insomma mi preparai a dovere per il colloquio più importante della mia vita.
La notte non riuscii a dormire, mi girai nel letto sino a che non vennero le prime luci dell’alba, così mi misi alla finestra a guardare fuori mentre la mia mente vagava in sogni di futuri radiosi come tecnico consulente del Tribunale.
Infine arrivò l’ora che avevo deciso per presentarmi per parlare, le ore dieci del mattino di un giorno estivo meraviglioso.
Andai allo studio tecnico con il cuore in gola, era peggio di un appuntamento d’amore, arrivai e suonai il campanello, ma non mi rispose nessuno.
Aspettai due ore suonando ad intervalli di dieci minuti, dopo due ore arrivò una signora, la segretaria, che aprì lo studio e mi fece accomodare. Io ero emozionatissimo ma riuscii a mascherare l’imbarazzo, alla mia domanda se potevo incontrare il geom mi disse che la mattina il geom andava in Tribunale oppure al Catasto oppure in Cantiere, e mi conveniva venire dopo le sedici, quando avrebbe fatto attività di studio ed avrebbe incontrato le persone con cui aveva appuntamento… io avevo appuntamento?
Lo smarrimento che mi aveva colto quando avevo appreso che il mio dio non c’era, era stato subito sostituito dalla soddisfazione che egli era in giro per tribunali, catasti e cantieri, … no, non avevo appuntamento ma avevo bisogno di parlargli.
Guardò l’agenda, una grossa agenda rossa in pelle, con le pagine dei giorni piene di scritte di diverse calligrafie, e questo mi diede conferma che avevo visto giusto, ero arrivato alla corte di un personaggio importante.
Mi disse di passare per le sei di sera, perché da quell’ora era libero da appuntamenti e di solito si metteva al tavolo da disegno per progettare.
Invero il tavolo c’era ma era posto orizzontalmente come fosse un comune tavolo di scrivania, ed al di sopra mucchi di pratiche con cartelline di diverso colore ma la cosa al momento non mi parve importante.
Le dissi che sarei ripassato nel pomeriggio.
Andai in oratorio a farmi una partita a biliardino, poi andai al circolo a vedere a giocare a carte il mio amico Paolo,e mezzora prima delle diciotto ero già nei paraggi dello studio.
Girovagai per un pò poi alle diciotto in punto suonai il campanello: mi venne ad aprire uno spilungone alto e secco, con un barbone nero ed una pipa in mano, mi squadrò e poi chiese cosa desideravo, io balbettando dissi che volevo “conferire con il geom. Mattacchione titolare dello studio tecnico”.
Lui annuì, si fece di lato e mi fece entrare.
Mi disse di accomodarmi nel suo studio personale, una scrivania ordinaria, un tavolino pieno di scartoffie ed un tavolo da disegno con le squadre alzate,i bracci del tavolo erano di quelli scorrevoli, allora ultima moda, facili da tarare e altrettanto facili che si starassero. Sopra il tavolo, fissate con le puntine a tre punte, delle piantine e dei prospetti di una casetta.
Mi sembrava di sentire il respiro del mondo in quello studiolo, una luce si irradiava dalla lampadina del tavolo da disegno, e l’ambiente sembrava così molto più grande di quello che in effetti era.
Gli dissi che frequentavo l’istituto per geometri, ero stato promosso al terzo anno e che mi sarebbe piaciuto iniziare a fare un pò di pratica di studio, perché pensavo di fare la libera professione.
Mi rispose che forse era un pò presto, non avevo ancora approfondito le materie professionali, costruzioni, topografia, estimo, e forse sarebbe stato opportuno aspettare almeno un altro anno. Io replicai che mi sarebbe piaciuto tanto iniziare a fare in pratica quello che poi avrei studiato nelle materie professionali, poi avrei potuto essere d’aiuto nel rispondere al telefono, a mettere a china i disegni fatti a matita (ero abbastanza bravo nel disegno tecnico), dargli una mano quando aveva lavori in campagna. Lo vidi riflettere, in effetti avevo toccato un tasto dolente, quasi nessun studente aveva piacere di mettersi gli stivali e di infilarsi nei rovi e dentro i fossi per reggere una stadia oppure infilare una serie di paline nel terreno che indicavano come sarebbero passati i nuovi confini. Fu questo argomento finale a farlo decidere, trovare “canneggiatori” così si chiamavano quelli che reggevano la stadia e infilavano paline, era abbastanza difficile ed anche costoso, a lui si stava proponendo un volenteroso, oltretutto gratuito perché con la scusa della pratica, non gli sarebbe costato niente.
Così annui e disse che potevo iniziare dal giorno successivo: lo studio apriva alle dieci (quando apriva) e chiudeva alle otto di sera, c’era un intervallo dalle tredici alle quindici, qualche volta si sarebbe dovuto saltare il pranzo, e la mattina di solito non si andava allo studio ma direttamente in giro per uffici (studio tecnico del Comune, Catasto, Ufficio del Genio Civile, Prefettura, Provincia), e visita ai cantieri aperti.
Invece nel pomeriggio si faceva attività di studio, progettazione, appuntamento con i clienti, svolgimento delle pratiche e preparazione delle stesse per il giorno dopo.
Quando uscii dallo studio avevo capito che era iniziata per me una nuova vita, la professione di geometra.
Non vi starò qui a tediare sulle attività svolte allo studio e fuori, sono attività banali che però, allora, mi sembrarono essere straordinarie, dopo oltre quarantanni molte cose me le sono dimenticate, però alcune cose sono rimaste scolpite nella mia memoria, e oggi vengono a galla, dopo tutto questo tempo.
1) Il frazionamento dei veneti
Questo frazionamento credo che sia passato alla storia per quanto riguarda i frazionamenti di terreni nella provincia di Latina.
Lui era un vecchio agricoltore, veneto, come veneti erano la maggior parte degli agricoltori, allettati dal governo di Mussolini, che aveva prima bonificato i terreni paludosi dell’Agro Pontino, poi aveva offerto gratuitamente i terreni a coloro che erano disposti a coltivarli, per evitare che questi, una volta incustoditi, con i canali di scolo intasati dalla vegetazione, non ritornassero ad essere di nuovo palude.
Questo genitore aveva quattro figli, tre maschi ed una femmina, tutti sposati. Sua intenzione era quella di fare una donazione pre-morte, in modo che i figli non si scannassero per l’eredità. Ma non aveva fatto i conti con la perfidia e l’invidia delle nuore, le mogli dei figli, che montavano contro i fratelli riguardo a come doveva essere divisa la proprietà.
Erano circa dieci ettari di terreno, una buona terra da coltivare, ma il fondo aveva caratteristiche diverse, una buona parte confinava con un fosso, e lì il terreno era difficile da raggiungere e scomodo da coltivare, una parte era fronte strada comunale, ed una parte fronte strada cantonale. Per poter suddividere equamente la terra, bisognava dare dei coefficienti diversi a seconda della qualità di accesso al fondo ed alla difficoltà di coltivazione. Una prima suddivisione che aveva provato a fare Corrado Mattacchione, aveva dato dei risultati inverosimili, infatti aveva esagerato con la differenziazione dei coefficienti, e pertanto era venuto fuori che quello che prendeva il terreno confinante con il fosso aveva il quadruplo della superficie di quello che prendeva il fronte strada comunale.
Un difetto che aveva il geom. era quello che non faceva delle copie della cartina lucida delle particelle rilasciata dal Catasto per presentare la domanda di frazionamento, ma mi faceva disegnare direttamente sul lucido del Catasto. Dopo diversi tentativi e cancellature il lucido si bucava (allora si puliva utilizzando la lametta da barba), allora bisognava andare di nuovo al Catasto per farsi rilasciare un nuovo lucido con la piantina.
Qui si apre un nuovo capitolo con la conoscenza della figura del geom. Barnabò del Catasto Terreni di Latina, vero luminare dei segreti del Catasto e delle sue complicate procedure.
2) Il geom. Barnabò del Catasto Terreni di Latina.
Questo geometra era il padre di un mio compagno di scuola, invero il figlio non era una cima di studioso a scuola, bensì amante di partite a biliardo e frequentazione di studentesse della scuola commerciale attaccata alla nostra. Ma il fatto di avere il padre al Catasto gli rendeva abbastanza facile il proseguo degli studi, in quanto fruitore di consulenze gratuite (compiti in classe, compiti a casa, interrogazioni) da parte dei compagni di scuola, ovviamente interessati a mantenere buoni rapporti con il figlio per avere buoni rapporti con il padre.
Questo anche perché il padre catastaro era risaputo fosse una vera furia omicida nei confronti dei giovani ingegneri laureati che si presentavano, alle prime armi, a presentare pratiche di frazionamento e verifiche di confini.
Tutto era nato quando,ad un certo punto, l’amministrazione del Catasto aveva deciso di assumere come impiegati anche giovani laureati in ingegneria, ed a questi e solo a questi aveva riconosciuto il diritto (nonché il privilegio) di avere degli zerbini fuori la porta del proprio ufficio.
Questi zerbini erano veramente enormi, di un colore marrone terra di Siena, e lungo il corridoio degli uffici del Catasto risultavano visibilissimi agli sprovveduti che si avventuravano per quei meandri.
Il geom. Barnabò aveva preso questa decisione in malo modo, in quanto che non essendo ingegnere, non aveva diritto allo zerbino fuori la porta.
Essendo la vera mente pulsante e la Storia impersonificata del Catasto Terreni, per il geom. Barnabò, il fatto che giovani imberbi, assunti da poco, laureati si ma sconosciuti ai segreti delle pratiche catastatorie, potessero vantare lo zerbino, e lui no, lo mandava in bestia ma in bestia di brutto.
In effetti Barnabò era la vecchia gloria del Catasto e persona a cui tutti si rivolgevano per avere un parere per superare un impasse che bloccava indefinitivamente la pratica successoria o divisoria che fosse, e forse qualche ragione l’aveva a non essere d’accordo per quella che a lui pareva essere una palese ingiustizia.
Comunque non potendosi ribellare verso colleghi che avrebbero poi potuto diventare suoi superiori, se la prendeva con gli ingegneri che venivano al Catasto per svolgere attività professionale, e non era insolito, in caso di errore nel redigere la pratica, che l’ingegnere venisse esposto in corridoio al pubblico ludibrio con frasi “… ecco l’ingegnere del cazzo che non è capace neanche a fare la verifica della chiusura del frazionamento…” con sventolio della pratica mancante dei requisiti.
Dopo reiterati episodi del genere, era prassi per gli ingegneri che dovevano svolgere pratiche presso il Catasto Terreni, di utilizzare prestanomi o prestatori d’opera a pagamento, che si sostituivano al laureato, e così avevano accesso ai consigli del geom. Barnabò che in effetti, a parte questo problema degli zerbini, era una brava persona, un ottimo tecnico, un impiegato disponibile a fornire consigli e risolvere impedimenti amministrativi legati a procedure farraginose e vecchie di secoli.
Avendo appunto il mio geometra il difetto di non fare lucidi in bozza per i frazionamenti, avendo una situazione con il frazionamento dei veneti che ogni volta che veniva un figlio con relativo coniuge a contestare la proposta di frazionamento doveva cambiare i confini dei lotti, avendosi il ripetuto cancellare con lametta da barba delle linee di questi con produzione di buchi nella carta lucida, si poneva così la necessità di sostituire il lucido del Catasto con altro lucido vergine.
Ero oramai diventato un abitué del Catasto e del geometra padre del mio compagno di scuola, che ogni volta che mi vedeva mi chiedeva come mai c’era quel consumo abnorme di piantine, e non si capacitava sui motivi che spingevano il mio datore di lavoro a non fare prima delle copie in bozza.In verità il geom. Mattacchione, di nome e di fatto, si stava divertendo da pazzi con questa diventata famosa lottizzazione dei veneti. Infatti stabiliva gli appuntamenti con i figli, richiesti da questi ultimi per parlare del frazionamento, uno di seguito all’altro, con una sovrapposizione di una qualche decina di minuti, così avveniva che quando un fratello aveva finito di contestare l’andamento dei nuovi confini riportati sulla cartina lucida catastale, io provvedevo immediatamente a correggere i confini vecchi cancellandoli con la lametta, e a rifare i nuovi con la penna a china, intanto era arrivato l’altro fratello con relativa consorte che in anticamera sentiva il fratello dentro parlare male di lui e soprattutto della moglie. Il geometra lasciava appositamente la porta socchiusa così che si sentisse tutto. Uscito quello che aveva finito, entrava l’altro che già edotto da quello che aveva sentito provvedeva a volgere a sua favore la situazione, facendo di nuovo cancellare i confini precedentemente disegnati, e facendone ridisegnare di nuovi a lui più favorevoli.
Corrado, a fine serata, si trovava la cartina catastale bucata, ma un divertimento peggio di un film comico al cinema, solo che quell’aria sorniona che gli apparteneva non faceva trasparire niente.
3) La (mia) prima calcolatrice da sei milioni
Un giorno Corrado si presentò con una calcolatrice elettronica, minuscola, con una minuscola stampante termica ed i led rossi.
Faceva solo le quattro operazioni e la radice quadrata,ed aveva una sola memoria.
L’aveva pagata trecentomila lire.
Per avere una idea di quanto pagò quell’aggeggio, che ora si può comprare dai cinesi a cinque euro seguite il presente ragionamento:
Costo della calcolatrice allora: trecentomila lire
Paga di primo impiego di impiegato al Comune: centodiecimila lire al mese
Pertanto erano circa tre mensilità, portando ad oggi dove lo stipendio mensile è di circa millecento euro, abbiamo un valore di circa tremila euro pari a sei milioni di lire di allora.
Eravamo l’unico studio tecnico ad avere una calcolatrice elettronica a led rossi in tutta la cittadina, e Corrado ne andava fiero. Era messa in bella vista sulla scrivania e dava un tono tecnologico allo studio che in effetti aveva di suo un aspetto un pò dimesso.
A me dava continuamente consigli sul fatto di non spingere sui tasti, il mio doveva essere un tocco leggero, quasi un battito d’ali di una farfalla, infatti alla fine rinunciai e tornai alla vecchia Monroe elettromeccanica per fare i conti insieme a block notes e penna.