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Stay hungry. Stay foolish.
Sono arrivata al libro di oggi grazie a mio marito, che lo vide in una libreria con una fascetta che recitava: «Geniale, esplosivo, esuberante, il nuovo libro cult dei sogni, il successo del passaparola, pubblicato in 22 Paesi. I bambini lo adorano… e anche i loro genitori». Non solo. Indagando superficialmente sull’autore si scopre che è stato paragonato a Shel Silverstein e a Maurice Sendak. Io non lo avevo mai sentito nominare ma – avete in mente Shel e Maurice di quale calibro siano? – dopo queste premesse ho voluto vederlo a tutti i costi.
Un libro fantastico! (con il punto esclamativo!) di Dallas Clayton, una volta arrivato tra le mie mani, mi ha ricordato molto più Steve Jobs che Shel e Maurice. Il libro infatti, indubbiamente esuberante, sembra un concentrato del famosissimo discorso di Steve Jobs ai neolaureati di Stanford. «Stay hungry. Stay foolish»: siate affamati, siate folli. Un progetto di vita molto americano, un’idea figlia della mentalità del self made man che necessita di dimensioni ampie per realizzarsi che solo le pianure americane possono permettere.
In questo libro tutto è grosso, rumoroso, pazzesco… l’immaginazione ha libero sfogo: tutto si può fare, ogni cosa si può pensare, nessuno si scandalizza. A questo tono rumoroso fa da controaltare la dimensione piuttosto intima del testo: Dallas parla infatti a suo figlio Audio, «la persona migliore che conosco».
«Ci sono al mondo alcuni luoghi in cui la gente, sai, non sogna»: questo è l’incipit. Il discorso si snoda surreale: per esempio ci sono luoghi in cui la gente non sogna «gli unicorni a razzo™», ma, per dire, neanche «barche-angurie» (probabilmente in lingua originale c’è un gioco di parole ispirato dal termine watermelon), la gente sogna al massimo posate «tantissime posate. Posate: ti par bello?». Invece, sussurra il papà americano al suo bambino, sognare significa poter immaginare cose grandi, pazze, mai immaginate, appunto. I sogni devo poter essere scatenati, improbabili, rumorosi, urlanti, giganteschi, ribaltati: «sei proprio tu che puoi sognare qualsiasi sogno piaccia a te». La spontaneità di questo papà disarma e lascia sorridenti: è così, è esattamente questa la genialità.
Tuttavia ho due note da fare. Innanzitutto mi dico: spero che questo non avvenga solo ad occhi chiusi: «chiudi gli occhi e sogna il tuo sogno perfetto» (così si conclude), ma che il sonno sia solo il primo passo per poi incidere e cambiare la realtà, se no il sogno è solo la gabbia dei matti :D
Secondariamente – caro Dallas devo dirtelo – a livello illustrativo siamo anni luce da Maurice e Shel, e non intendo avanti: certo era inevitabile che il tuo slancio semplice investisse le immagini ed è anche vero che ad un testo come il tuo questi disegni si sposano perfettamente, rivendicando il loro diritto di essere quello che vogliono, però, insomma, i mostri del Paese dei mostri selvaggi me li guarderei per ore, mentre i tuoi disegni no.
Detto questo, Saverio si è molto divertito a scegliere il suo unicorno-razzo preferito, naturalmente abbiamo riso di fronte alla macchina a caramelle, abbiamo potuto urlare liberamente con i sogni scatenati, abbiamo condiviso l’assurdità dei sogni-telefonino e dei sogni-arredamento e aspettiamo l’estate per riprodurre il castello di Neuschwanstein.
Il candore spontaneo e la rumorosità di questo libro effettivamente spiazzano in un orizzonte a volte paludato e fanno sorridere. È di sicuro un libro che si può leggere con facilità e successo ad alta voce. Dovete però mettere da parte ogni velleità artistica, d’altra parte è un libro «fantastico!».
Un libro fantastico! Dallas Clayton - Sara Marconi (traduttore)
64 pagine Anno: 2013
Prezzo: 11,90 € ISBN: 9788867150946
Salani editore Anobii
LIA: silent book.
Abbiamo stentato a riprendere in mano il gruppo di lettura: a dicembre l’influenza aveva falcidiato la metà di noi e in fondo eravamo molto preoccupate dall’incapacità di riuscire a coinvolgere nuove leve, ma si sa, il nuovo anno porta con sé anche i buoni propositi per il futuro. E così nuove giovani amiche si sono aggiunte, merito anche probabilmente della torta della nostra nuova e preferita foodblogger e tutto si è rimesso in pista.
Abbiamo cambiato sede – non per abbandonare le nostre ospiti perfette e libraie di Aribac ma per raggiungere nuove persone – e così siamo giunte a Corraini spazio 121+ accanto ai navigli di Milano, in uno dei quartieri più Soho del momento. Marina la libraia è stata deliziosa (ma devo ancora trovarlo un libraio che non lo sia, almeno nelle piccole realtà!), accogliendoci con dolcezza, attenzione e allegria. Il gruppetto è arrivato alla spicciolata: una torta, tanti libri, quaderni, tovaglioli a quadretti, tazze di tè caldo e caffè. Il clima si è subito riscaldato e ancora una volta ci siamo trovate affiatate pur essendoci incontrate, per lo più, da pochi minuti. Ognuno ha dato il suo contributo e come al solito io riporterò solo un’ombra sbiadita di quel pomeriggio…
Nel prepararmi mi ero chiesta: ma i silent book nascono senza parole? O vengono sottratte? Il cuore di questi libri è sempre una storia o c’è qualcos’altro? Avevo anche cercato di darmi qualche risposta: ci sono testi “tecnici” che forse preferiscono mettere al centro qualcosa di diverso dalla storia, Flashlight e Flora vogliono forse coinvolgere prevalentemente i sensi, come la vista, il tatto, l’udito (penso a Flora). Poi ci sono i testi che cercano di descrivere la mente e i suoi vagabondaggi e, naturalmente, per farlo rimangono senza parole (Il mare, Il grande viaggio della piccola Angelica), quelli con prevalenti finalità ludiche (Dov’è Wally e in generale tutti i libri di ricerca Il bosco. Il mio primo grande libro) infine quelli che hanno delle storie ben evidenti ma che preferiscono non “dirle” per lasciare che ogni lettore se le racconti (Fox garden, El arenque rojo). Virginia ci ha parlato dei libri amati dalla sua piccola: ancora si gioca con Vicino lontano e Oh, no: vedere, non vedere, cambiare punto di vista. E poi L’onda: poteva mancare?! Marina ci ha guidato attraverso la teoria dei colori e le inquadrature cinematografiche nella trilogia fantasy (ancora incompiuta) di Aaron Becker con i gessetti rossi e le fenici viola. Ci ha raccontato della sua esperienza nella selezione dei silent per la mostra del Muba e ci ha parlato della mediazione e dell’importanza di raccontare e far raccontare i bambini stranieri. Chiara ci ha parlato della necessità di imparare a vedere le cose e ci ha mostrato l’intimità e la semplicità dei disegni del Ladro di polli. Lorella ci ha preso in contropiede e ci ha portato un libro con le parole, che però ha un filo narrativo silenzioso (Il desiderio).
Insomma tante pagine tra cui perdersi.
Un elemento, però, è emerso tra tutti e le ha accomunate: i silent book permettono di fare una esperienza che va oltre la lettura, coinvolge più dimensioni della persona ed è capace di parlare a tutti.
Io sono andata via entusiasta, nel buio piovoso di una Milano meravigliosa come sempre.
Non vedo l’ora di rivedere tutte!
Flashlight Lizi Boyd
Flora Molly Idle
II mare Marianne Dubuc
Il grande viaggio della piccola Angelica Charlotte Gastaut
Dov’è Wally? Martin Handford
Il bosco. il mio primo grande libro Christine Henkel
Fox garden Princess Camcam
El arenque rojo Gonzalo Moure
Vicino lontano Silvia Borando
Oh, no
L’onda Suzy Lee
Journey Aaron Becker
Quest Aaron Becker
Ladro di polli Béatrice Rodriguez
Il desiderio Alice Hoogstad
Lia: streghe.
Arrivare a parlare di streghe per me è stato complesso, perché non ho mai molto amato il tema. Sebbene nella mia infanzia io sia incappata in Puzzy la strega sudiciona, nella Piccola scopa e poi più avanti in Miss strega e naturalmente in Harry Potter (che per la cronaca ho amato profondamente…), sui miei scaffali ho solo 3 albi illustrati sulle streghe.
Mentre mi preparavo all’incontro però mi chiedevo: dove sono nate le streghe? (Qui potete leggere un primo passo di riflessione). Nella letteratura la figura della strega, legata a doppio filo alla realtà storica, è sempre stata un controcanto della figura della madre. Le streghe immaginate come donne in grado di modificare la realtà a loro piacimento e in intendimento con il demonio, rappresentavano la snaturatezza dell’idea di donna. Con il tempo, tutto il significato profondo di questa figura è stato ridotto ad un ludico armamentario visuale (gatto, pentola, cappello, scopa…) e ad una semplificazione profonda (cattiva): le streghe di oggi sono personaggi cattivi o buoni che fanno incantesimi, punto.
La trilogia illustrata delle streghe del mio scaffale (La strangera griffignana, La strega cattiva e Le streghe stregate) rappresenta proprio questa idea impoverita del personaggio e lo stesso accade per la letteratura dei più grandicelli (Miss strega etc.): storie piacevoli, non c’è che dire, ma il personaggio della strega è, come dire, neutro. L’approccio a questo personaggio è dunque davvero complesso: c’è chi lo ha trasformato nella coscienza e nel disagio interiore (La strega dentro di me) assimilandola al lupo, chi ne ha sottolineato l’aspetto della vecchiaia e della solitudine (Babayaga), chi ha cercato di ricreare il clima di superstizione e di paura intorno a loro richiamandosi a culture non occidentali che ancora credono alle streghe (L’albero e la strega)… Tuttavia mi sembrava che tutti dimenticassero la vera origine di questa figura: la madre snaturata, la madre contro i suoi figli… Per cui ecco ho pensato di eleggere a strega del mio incontro la mamma pinguino di Urlo di mamma: non porterà il cappello e non farà pozioni, ma con un solo urlo può spezzarti in mille pezzetti ;)
La strangera griffignana
Maria Vago e Manuela Leporesi
La strega dentro di me
Giovanna Calvino
L’albero e la strega
Gek Tessaro
La strega cattiva
Roberta Grazzani e Franca Trabacchi
Puzzy la strega sudiciona
Kaye Umansky
Le streghe
Roald Dahl
Miss strega
Eva Ibbotson
Le streghe stregate
Roberta Grazzani e Filippo Brunello
La piccola scopa
Mary Steward
Tre streghe
Grégoire Solotareff
Urlo di mamma
Jutta Bauer
Chi guida…
Di libri sulle automobili, i camion, i trattori, le navi, i treni non se ne ha mai abbastanza, almeno a casa nostra, sebbene i libri che affrontano l’argomento siano per lo più banali o noiosi (almeno per me): questo è un super camion con questo, questo, questo… In realtà di albi descrittivi ce ne sono molti e Saverio mostra di apprezzarli, per cui prometto di parlarvene, ma oggi vi mostro invece il tentativo di rielaborare il solito insieme di automezzi e renderlo un po’ più narrabile, un po’ più godibile.
È Si parte! dell’illustratore belga Leo Timmers, già da noi apprezzato per uno strano sottomarino superaccessoriato.
In questo albo pensato per i bambini più piccini (2-3 anni), ma ancora ben apprezzato dai più grandicelli (Saverio cinquenne compreso!), il testo è essenziale, ma simpatico: «Chi guida… l’autopompa dei vigili del fuoco?». Le illustrazioni sono organizzate in modo da mostrare sulla sinistra un serie di probabili e improbabili guidatori e sulla destra una precisa riproduzione di un automezzo, mentre nella coppia di immagini seguenti troviamo sulla sinistra la soluzione dell’enigma, seguita da un’onomatopeica riproduzione del rumore, e sulla destra il mezzo in corsa. Le sequenze si rincorrono: i personaggi strappano sorrisi e risate, i mezzi di trasporto affascinano per i particolari, il piccolo enigma costringe gli ascoltatori all’attenzione e la possibilità di mimare, rombando e rumoreggiando, coinvolge nella lettura anche i meno appassionati.
Il testo possiede tutti i requisiti fondamentali per creare una elettrizzante esperienza di lettura ad alta voce. La domanda aperta «Chi guida…» permette, inoltre, in una lettura più intima, di soffermarsi sui personaggi immaginandosi storie tra le più disparate (ma il coccodrillo in completo di pelle rossa, cosa guiderà mai?!) :D
Il talento illustrativo di Leo Timmers, capace di riprodurre la plasticità dei vari mezzi, le diverse superfici dei materiali e la lucentezza dei riflessi, dona alle auto, agli aerei, al trattore quella verosimiglianza che affascina anche i più appassionati. La staticità delle figure immortalate come in un fermo immagine lasciano in sospeso la domanda rivolta agli ascoltatori.
Un ottimo compromesso per mamme non proprio appassionate di mezzi di trasporto con pargoli che invece non possono farne a meno.
Si parte! Leo Timmers
32 pagine Anno: 2012
Prezzo: 6,50 € ISBN: 9788862581615
Clavis editore Anobii
I colori della luce.
Avete paura del buio? E soprattutto andreste mai a fare una gita da soli nel bosco di notte? Lizi Boyd, autrice e illustratrice americana, ci accompagna nel mondo del nero e del bosco con una poeticità capace di rendere fiducioso anche il più restio dei bambini. Flashlight è un silent book che nasce, evidentemente, dalla grande passione di Lizi per la natura, ma anche da una sua innata capacità di sintonizzarsi con essa che emerge con chiarezza dalle sue pagine e di cui potete trovare documentazione nel suo blog.
Ciò che mi ha colpito inizialmente dell’autrice americana era stato il suo tratto piatto, i suoi disegni infantili, delicati, discreti ed espressivi. All’ultima fiera di Bologna ero rimasta incantata dai giochi delle fustellature e dalle linee inaspettate di Inside outside, ma ancor di più dai colori di Flashlight, appunto. I tre re Magi, indubbiamente al corrente dei miei desideri, me l’hanno fatto trovare nella calza. :)
Il libro è nero, è bianco, è grigio e poi c’è la luce che è bianca ed è forte ed è piena di colori. È forse proprio questa esplosione di colori che attrae il piccolo protagonista delle nostra storia silenziosa: ipnotizzato dal mondo che la luce rivela, il piccolo bambino decide di lasciare il suo libro e la sua tenda per andare nel bosco.
Come un piccolo mago, grazie alla sua torcia-bacchetta il piccolo Tim (noi lo abbiamo chiamato così) si diverte a dare vita a particolari del bosco. Nel prato nero pece ecco che fanno capolino sorridenti fiorellini rossi, il cielo impenetrabile rivela di essere popolato da spauriti pipistrelli, poi c’è lo stivale giallo e i topini rosicchianti, il gufo allampanato, le puzzole, il castoro, i ramoscelli, i pesci, lo stagno, la volpe, i funghi, le mele… un mondo. Il tempo, ritmato dal sorgere della luna, scandisce un ritmo narrativo fatto certamente dai lampi di luce della torcia, ma anche da una storia che si svolge intorno.
La luce, protagonista indiscussa, reclama attenzione con molta determinazione, investe gli oggetti di colore e dona loro anche calore: infatti gli oggetti illuminati sembrano immagazzinare energia e rilasciarla gradualmente come debole eco anche nelle pagine successive (confrontate anche i risguardi!), anche attraverso le fustellature. Tuttavia la gran parte delle pagine è al buio, un buio fatto solo di contorni grigi, eppure vivo: intorno al piccolo Tim infatti il bosco si muove curioso e forse un po’ infastidito. Ci sono gli abitanti più timidi che scappano, ci sono i più temerari che impassibili continuano le loro faccende e quelli curiosi che seguono e studiano l’intruso (cercate il procione!). La parte in ombra è tratteggiata solo grazie ai contorni e solo gli alberi smuovono la piattezza dell’ambientazione, alternando pieni e vuoti, grigi e bianchi e ricreando la profondità. Il movimento è torcia-centrico, ma è anche progressivo e circolare: gli animali gravitano intorno alla luce e nel frattempo Tim si addentra nel bosco per poi tornare alla tenda. Le fustellature svolgono una funzione narrativa, muovendo gli elementi da una tavola all’altra. A metà del percorso si colloca il colpo di scena: un sasso non visto fa rotolare a terra la torcia: è l’occasione per un ribaltamento di ruoli, sarà Tim allora a prendere vita fino al ritorno nella tenda.
L’impressione finale che questo viaggio nel bosco lascia ai suoi lettori è di una gran serenità e l’opzione “senza-parole” permette di addentrarsi tra gli alberi quasi in punta di piedi. A Saverio è piaciuto, gli ha ricordato il lavoro che abbiamo fatto con i pastelli a cera e la tempera nera e ci siamo ripromessi di rifarlo. Un libro incantato per giocare con il nero, non aver paura del bosco e per guardare davvero la luce: voi vi siete mai resi conto di che potere abbia?
Flashlight Lizi Boyd
40 pagine Anno: 2014
Prezzo: 11,47 € ISBN: 9781452118949
Chronicle Books editore Anobii
Sunday review: neve.
Siamo a metà gennaio e qui, in Brianza, ancora niente neve. Io adoro la neve: ma dove è finita da due anni a questa parte?!?
1) Questo è il buio di Gianna Braghin e Vessela Nikolova.
2) Cappuccetto bianco di Bruno Munari.
3) Vorrei avere… di Giovanna Zoboli e Simona Mulazzani.
4) Schiaccianoci e il Re dei topi di Vivian Lamarque-Maria Battaglia.
5) Pinguino e pigna. Storia di un’amicizia di Salina Yoon.
6) Chi trova un pinguino… di Oliver Jeffers.
7) A caccia dell'orso di Michael Rosen e Helen Oxenbury.
8) Storia di fiocco e goccia di Pierdomenico Baccalario e Alessandro Gatti.
9) Le quattro stagioni di Boscodirovo e altre storie di Jill Barklem.
10) Il leone e l’uccellino di Marianne Dubuc.
Mamme: cuori viventi!
Sono immersa in una settimana pazzesca: tra lezioni, scadenze di lavoro, letture ad alta voce alla scuola di Saverio, treni che partono alle 5, incontri che iniziano alle 21, turni al banchetto biblioteca, torte per le merende dell’asilo, recupero delle 22.000 lavatrici non fatte in 2 giorni di ponte, cane ammalato, auto con spia “rottura del motore” preoccupantemente accesa… e normale amministrazione della casa; spero di uscirne viva! Tuttavia, in un modo o nell’altro, in questi giorni non si può non far altro che parlare di mamme. Come in tutte le feste più importanti, anche quella che mi vedrà domani armata di teleobiettivo e lacrimoni di commozione, le festeggiate non hanno alcun merito: io sono diventata mamma, non per merito mio, non perché l’ho voluto (certo l’ho desiderato con ogni fibra del mio corpo, ma il desiderio non basta!), ma perché ci è capitato (a mio marito e a me!) un dono grande: il nostro Saverio, un patatone così meraviglioso ed incredibile che ci ha lasciato da subito gratamente stupiti. La storia di oggi è dedicata a me e a tutte le mamme per ringraziare dei miracoli che solo piccole manine sono in grado di compiere.
Heart in the bottle è un meraviglioso libro di Oliver Jeffers. Direi che è il mio preferito in assoluto tra i meravigliosissimi libri dell’illustratore irlandese-australiano-americano :)
Girovagando tra gli stand americani della Fiera di Bologna lo vidi spiccare, con il suo giallo canarino, dal desk di uno di quegli stand costruiti per non avere romantiche blogger perdigiorno tra i piedi, ma io con una faccia-di-tolla-le-tue-occhiate-manco-le-vedo me ne sono appropriata e me lo sono letto. Tornata a casa è stato il primo ordine che ho fatto (o forse l’ho fatto direttamente dall’iphone tornando a casa).
La storia racconta di una bambina come molte altre, una bambina piena della curiosità per il mondo: una bambina che davanti alle stelle si chiede se sono api incendiate, che vuole andare a conoscere le balene e che per una ragionevolissima esperienza del mondo pensa ad un mondo pre-copernicano… Una bimba di 4 anni, insomma, che vive con un papà straordinario – o che ha un nonno straordinario (non sono riuscita a capire chi sia) – uno di quei grandi che non ti condisce via con un «Non puoi ancora capire!», o «Te lo spiegherò quando sarai grande!», ma prende la barca e viene con te al mare, si sdraia con te sotto una coltre di stelle, prende l’enciclopedia e ti spiega la nascita delle piante. Una vita piena, quella della piccola, una vita entusiasmante e pulsante, finché un triste giorno quella poltrona di legno, comoda e un po’ usurata, dalla tappezzeria a rose viola è vuota, quello straordinario “grande” se n’è andato. Il dolore della bambina è, come i dolori dei bambini, assoluto e infinito (nel senso che non si vede la fine!), il tradimento è bruciante, la situazione insostenibile: l’unica soluzione è prendere il suo cuoricino sanguinante e metterlo in una bottiglia. Così sarà al sicuro e «that seemed to fix things… at first.». Ma quasi senza accorgersene la bimba smette di accorgersi delle cose e, crescendo, pur passeggiando accanto al mare e pur camminando sotto le stelle, non vede né l’uno né l’altre. La ragazza non si interessa più a niente. Il suo cuore è pesante nella bottiglia, ma è al sicuro e lì deve stare, giorno grigio dopo giorno grigio, mattina vuota dopo mattina vuota. Finché un giorno: «Gli elefanti possono fare i sub?». « ». Niente, vuoto, pagina bianca, anzi beige. Oliver non ci racconta la reazione della scompigliata bimba rossa, ma la nostra bionda protagonista sembra urtata dalle 10 tonnellate dell’elefante. Come si fa a non saper rispondere? Le risposte saranno rimaste chiuse nel cuore: bisogna spaccare la bottiglia. I tentavi che vengono messi in atto sono frutto delle ironiche, surreali e impensabili ipotesi già viste nei libri di Oliver Jeffers, ma sempre (e dico sempre) capaci di strappare risate («ma dai mamma, l’aspirapolvere?!? Oh no! Ma che sega è???»). Ma non funziona così: c’è bisogno di piccole mani. E così «The heart was put back where it came from». E il mondo riprende il suo colore, il suo odore, i suoi rumori: il cuore pulsa e la vita ricomincia.
Io ho vissuto esattamente questa storia, perché il mio cuore, sebbene amato infinitamente, era finito in una bottiglia e gli ci sono volute delle manine dalle dita lunghe e le loro unghiette fragili per rimettermelo nel petto e farmi di nuovo accorgere delle cose belle e meravigliose del mondo, per farmi rinascere la voglia delle avventure e delle risate.
Grazie Saverio, la tua mamma ti vuole bene fino allo spazio e ritorno!
P.S. probabilmente avrete pensato che il libro sia per adulti, invece con sommo e inaspettato stupore ho dovuto rendermi conto dell’amore di Saverio per questo libro, di cui coglie probabilmente solo la vicenda letterale “semplice”, ma che ama molto!
Heart and the bottle 32 pagine Anno: 2010
Prezzo: 7,92 € ISBN: 9780007182343
Harper Collins Children Book editore Anobii
Al mio Saverio a cui stamattina ho urlato, ma che mi accarezza sempre!
Sopravvissuti ai banchetti natalizi?
In questi giorni natalizi, i festeggiamenti si sposano a casa nostra con la convivialità a tavola. Dopo il cenone napoletano della vigilia, siamo passati attraverso il pranzo toscano della mattina di Natale, abbiamo sostato al pranzo degli avanzi di Santo Stefano e abbiamo affrontato i passatelli della cena del 26, per poi dirigerci con decisione verso il Capodanno… adesso siamo a dieta :D
Per cui come non parlare di A cena della regina di Rutu Modan? Il fumetto dell’autrice israeliana è un incantevole concentrato di irriverenza, quella di chi non capisce le tradizioni fino in fondo e quindi, semplicemente, non le segue. Il fumetto non è uno dei miei medium preferiti, ma mio marito e mio figlio, dall’alto dei suoi 5 anni, ne sono invece grandissimi fan: per dire, sapete che noi abbiamo una “casella” in fumetteria in cui ogni mese, settimana, anno vengono depositati i numeri dei fumetti a cui siamo abbonati?!?! Sto pensando di proporre un corrispettivo per gli albi. Sto scherzando amore :D
Tornando a noi, Nina è una ragazzina che, nella selvatichezza dell’infanzia, mangia con le mani, si dondola sulla sedia, parla con la bocca piena, dà da mangiare al cane, piega le ginocchia sulla sedia… tutto nella norma insomma. E nei “canoni” della genitorialità la mamma e il papà insistono con i no. Ma quando di fronte all’ineccepibile opposizione di Nina il papà non sa offrire altro che una superficiale e debole opposizione «E se la regina ti invitasse a cena a Buckingham Palace, cosa faresti?», accade l’inevitabile, il colpo di scena: Nina viene effettivamente invitata a Palazzo dalla Regina.
La piccola, per niente intimorita e forte della sua ragionevole ed infantile visione del mondo (Per quale motivo non si possono mettere due calze di colori diversi? Perché devo mettere ai piedi delle scarpe? I denti si devono spazzolare? Davvero?) in due salti è pronta a partire. Il ricatto genitoriale emerge solo dopo un po’ («Non sono mai stata in un palazzo reale. Come farò a comportarmi bene?»), ma alla fine la gioventù ha la meglio e Nina si accomoda a tavola senza alcun pensiero. Dopodiché il problema principale sembra essere il menù: beccacce, quaglie, asparagi, soufflé, lumache… «Ci sarebbe della pasta con il ketchup?». Quando il piatto arriva, dopo che con candore disarmante Nina pensa che aver ringraziato il cameriere sia stato un sommo gesto di educazione («Ma quanto sono educata!»), si pone subito un dilemma: quale delle 18 posate?
«Fai come sei abituata a fare.» «Ah, allora è facile!»: mani. Gli altri invitati e il lettore per un momento sbarrano gli occhi esterrefatti e forse immaginano proprio la cella buia della prigione in cui Nina stessa teme di finire, tanto da fare dietrofront e afferrare immediatamente una forchetta :D
La regina offre però un ulteriore colpo di scena: «Allora devo provare anch’io». «Da ora in poi si mangerà così nel mio regno». Nina «promise che sarebbe tornata a trovarli durante le vacanze estive e gli [spero che l’errore grammaticale fosse voluto, vero?] avrebbe insegnato tante altre cose fantastiche…».
La storia è spiazzante, ironica, paradossale: Saverio si sbellica, esattamente come il bambino di fronte al re nudo. Rutu Modan fa leva sul ricatto del “convenzionale” e rivolge in fondo un interrogativo a tutti gli adulti: a cosa servono le buone maniere? Davvero l’invito di una regina è l’argomento più forte che riusciamo ad offrire?
La capacità illustrativa dell’artista israeliana è indubbia: l’uso del contorno come caratteristica prevalente della tavola, una precisione quasi fotografica nella riproduzione dello spazio, dei dettagli e dell’espressività dei persongagi. La piattezza del colore e l’assenza di scuri dona alle vignette una personalità unica e decisa. Le didascalie sono poche, la storia è affidata prevalentemente ai dialoghi e alle immagini.
Ad un bambino piccolo come Saverio (5 anni) il fumetto permette una lettura autonoma: la minuziosa riproduzione dei diversi passaggi della storia, fa sì che possa goderne in solitudine.
Una moderna paladina che smaschera i lettori “nudi”, ma che in fondo è talmente adorabile che la si saluta nel risguardo e si spera torni presto!
Consigliatissimo a tutti, per ritornare a prendersi con un po’ più di leggerezza.
A cena della regina Rutu Modan - Shulim Vogelmann (traduttore)
32 pagine Anno: 2014
Prezzo: 15,00 € ISBN: 9788880575603
Giuntina editore Anobii
Io sono…
Io sono Charlie. In questi giorni gli orrori si sono succeduti a ritmi spaventosi: Parigi, Nigeria, Siria… Sembra quasi di non avere il tempo per rielaborare in silenzio tutto il male che si riversa nel mondo. L’Europa ha fatto da cassa di risonanza alla tragedia che ha colpito Parigi, ma sono mesi che il mondo è martoriato da morti, attentati, uccisioni, tragedie: è un mondo in travaglio. Io e Saverio ricordiamo tutti i bambini in guerra nelle preghiere della sera (peccato che scambi sempre Siria con Sicilia! I bambini siciliani saranno super protetti in questo periodo :D) e in questi giorni gli ho spiegato cosa è successo a Parigi. Poi tra me e me dicevo: come vorrei che mio figlio potesse vivere in un mondo dove poter dire liberamente quello che pensa, senza che nessuno gli spari, ma anche senza che nessuno gli sputi addosso (perché la violenza è sempre violenza, seppur in forme diverse). Vorrei che potesse dire quello che pensa, anche se pensasse delle sciocchezze, perché se avesse la possibilità di dirle, magari avrebbe anche l’occasione di incontrare qualcuno che lo corregga e potrebbe crescere e imparare cose nuove e diventare grande. Così oggi ho pensato di parlarvi di Solo per un giorno di Laura Leuck e Marc Boutavant: un libro di qualche anno fa, ma che mi sembra fatto apposta.
Il libro segue la falsariga del gioco se fossi, se fosse e ci presenta una serie di bambini che, impegnati nelle situazioni più disparate, pensano di poter essere un animale. «Per un giorno, un giorno solo, vorrei alzarmi in volo come una ronzante…». Le rime, ben tradotte ed incalzanti, rendono giocosa la lettura e i bambini riescono a indovinare con certezza l’animale che si vorrebbe essere e che si scopre girata la pagina (Saverio naturalmente li urla a perdifiato!). C’è il piccino sotto la pioggia senza l’ombrello che vorrebbe: «nel Nilo nuotare tranquillo come fa uno squamoso…» o la bambina alle prese con i capelli ribelli a cui piacerebbe: «svegliarsi al mattino con i capelli di un pungente…» o quello che semplicemente vorrebbe arrampicarsi su un albero alto il triplo di sé: «come un agile…». Le situazioni rientrano tutte nell’orizzonte dei desideri dei bambini, lasciandoli sognare e sorridere immaginandosi descritti. Inoltre, come se i testi non bastassero, Marc Boutavant riesce con bravura a suggerire le risposte ai suoi lettori anticipando con piccoli dettagli le diverse trasformazioni: c’è l’apina nel disegno della bambina, c’è Via Nilo, ci sono le orecchie a sventola dell’intraprendente scimmiotto e le cosciotte simpatiche del coraggioso balenottero. A pagine bianche, dove sono quasi solo i contorni colorati a raccontare, l’illustratore alterna pagine traboccanti di colori energetici e vitaminici, riprendendo il ritmo binario del testo.
Quello che stupisce dell’illustratore belga è come i colori sempre accesi, le figure tondeggianti, l’amore per il decoro non risultino mai stucchevoli, mai zuccherosi, ma piuttosto freschi ed efficaci. Anche in questo caso l’illustratore riesce ad accordarsi alle corde dell’autrice, senza parlarle sopra mai e senza aggiungere niente, eppure mantenendo un’autonomia dell’illustrazione che è sorprendente.
Il gioco potrebbe andare avanti all’infinito, ma l’autrice americana chiude in modo forse scontato, ma significativo: «Ma per un giorno, uno solo, perché… tutti gli altri, senza ma e senza se, voglio esser speciale, voglio essere … me!».
Perché un mondo diverso, un mondo dove vorremmo che i nostri figli vivessero lo costruiamo noi, costruendo il nostro io, preoccupandoci con amore che loro imparino ad amarsi, senza paura di mettersi in gioco.
Un libro in rima, con personalità e divertente, un successo assicurato nelle letture ad alta voce e un gioco non scontato che scommette su di te.
Solo per un giorno Laura Leuck - Marc Boutavant - Paola Gerevini (traduttore)
32 pagine Anno: 2009
Prezzo: 12,00 € ISBN: 9788882793432
Motta Junior editore Anobii
Di bambini, di guerre, del mondo e di te.
Stamattina, percorrendo in auto la strada che ci separa dal mare, tra le canzoni che i pargoli del sedile posteriore intonavano a squarciagola c’era una allegra canzone dello Zecchino d’oro che racconta, però, di una tragedia: un bambino-topino costretto a scappare, a lasciare la sua casa, le sue coperte, i suoi nonni… un bambino travolto dalla guerra. E io nella gioiosa atmosfera, inconsapevole e spensierata dei due quattrenni che mi accompagnano, pensavo, pensavo ai dolori e alle tragedie che in questi giorni costantemente occupano le pagine di giornali, telegiornali e socialnetwork.
Per questo vorrei parlarvi di un albo meraviglioso e imperdibile che ho incontrato poche settimane fa, di cui mi sono innamorata e che con una delicatezza, una trasparenza, un coraggio inaspettati parla del mondo, della bellezza e del brutto, della morte, della vita, della gioia e che riesce a tenere dentro tutto.
Nel mondo ci sono… di Benoit Marchon è un libro universale, nel senso che contiene il mondo e ne parla ai bambini: «ci sono bestioline, che zampettano … cani mattacchioni … innamorati che si abbracciano e si baciano … persone molto vecchie che ridono e si divertono … montagne che fanno il solletico al cielo … musiche che fanno diventare allegre le giornate tristi … persone che vivono quasi nude … persone che fanno la pace … bambini costretti a lavorare … artisti che rendono la vita più bella». Vorrei leggervelo tutto.
In libri descrittivi e poetici, come questo, il “rischio” è che la bellezza vinca su tutto (e, in fondo, io credo che la bellezza vinca davvero su tutto), però quando il dolore pervade la vista, l’inno al bello può sembrare teorico e astratto, perché nel mondo c’è anche il male – ce n’è dappertutto. Benoit Marchon non mette a tacere questa provocazione e di fronte ad una platea di piccoli lettori sceglie di parlare anche del male e del dolore: «ci sono malati che piangono … morti che vengono seppelliti pregando … neonati che hanno fame … animali tristi dietro le sbarre». Pagina dopo pagina sono il mondo e la storia che si svelano, che sono come i «monumenti vecchissimi che raccontano la lunghissima, bellissima, orribilissima storia degli uomini». Come quadri appesi su un muro bianco le illustrazioni di Robin rappresentano mute, ma vive, le didascalie dell’autore apposte in alto. Il tratto nero, movimentato ed espressivo descrive, i colori riempiono la tavola, creando anche giochi di luce ed ombre che rompono la possibile monotonia della sequenza. Se proprio vogliamo trovare un difetto, l’avvicendarsi dei quadri sembra non avere un ordine (ormai sono Blexbolex dipendente e cerco connessioni, richiami e strutture architettoniche perfette), ma di sicuro il susseguirsi apparentemente non programmato di bello, brutto, felicità e tristezza ricrea esattamente la vita così come è. Tuttavia manca un ultimo prezioso suggello a questa storia, che la rende non solo un catalogo, ma una storia con un senso. Perché nel mondo «ci sei Tu che scopri il mondo…», perché fra le guerre, il male, le gioie, la felicità ciò che fa la differenza sei tu. Sono le persone vive che cambiano il mondo, sono le persone vive che scoprono, vedono e si lasciano ferire dal bello e operano cercando la felicità.
È il tu che àncora il bello alla vita, anche nel dolore, per cui in questo libro c’è tutto.
Per noi è stata l’occasione di parlare dei nonnibis, di Manga, Neve e Olimpus (coniglio, cane, cavallo) in Paradiso, dei bambini che in Siria, Palestina e Israele vivono nella guerra, ma anche delle notti stellate e delle puzze (sì ci sono anche quelle! ve l’ho detto, c’è tutto!): «ci sono milioni di altre miserie, e milioni di altre meraviglie…».
Nel mondo ci sono… 48 pagine Anno: 2012
Prezzo: 13,50 € ISBN: 9788866399384
Girangolo editore Anobii
Casual Friday
Perché la vera rivoluzione è la persona che ama.
Un mercoledì al cubo: Abbracci di Jimmy Liao.
[Vi siete persi qualche Mercoledì al cubo? Sì?! Allora andate a leggere qui e qui].
Abbracciare è una cosa seria e lo scarto tra l’invitante copertina dell’ultimo libro di Jimmy Liao, che in periodo natalizio ammiccava dagli scaffali di ogni libreria, e l’intensità delle parole ponderate contenute al suo interno mi hanno fatto impressione.
Di abbracci, nell’anno appena passato, se ne sono visti e celebrati, ma in fondo io non sono riuscita ad apprezzarli: il gesto in sé può infatti smuovere il sorriso e fare idealizzare mondi più belli, ma in fondo gli abbracci visti rimanevano gesti estemporanei, nati da improvvisi sovraccarichi emotivi. Gli abbracci di Jimmy Liao sono invece diversi, innanzitutto perché non nascono da una “missione” volontaria e decisa a tavolino: siamo di fronte invece ad una profonda esigenza, alla domanda drammatica di essere accolti, compresi, accettati.
Abbracci non è un libro per bambini, a mio parere. Non sono riuscita a leggerlo a Saverio: è un libro che parla alla fragilità dell’adulto moderno e alla sua incapacità di stare davvero di fronte all’altro, accogliendolo.
Anche in questo, come in altri libri di Liao, ci troviamo dentro una storia costruita su piani differenti, contenuti l’uno nell’altro. All’inizio abbiamo un bambino, un pacco ed un leone che riceve in regalo un libro: il libro è Abbracci e, se non immediatamente, anche il lettore finisce per entrare a far parte della storia, magari lanciando il libro sulla testa di qualcuno o semplicemente regalandoglielo. Ma questa è un’altra storia.
L’incipit è immediato e il colophon e il frontespizio, che leggiamo solo dopo numerose pagine, appartengono al nostro libro e, contemporaneamente, al libro del leone. La storia si apre con una domanda: «Caro amico, da quanto tempo non ricevi un abbraccio?» e le zampe del leone si intravedono ancora, tappa transizionale prima di saltare nel libro. Da qui in avanti gli abbracci si moltiplicano, ma non pensate di potervi godere una carrellata di miele, con lacrimuccia a bordo dell’occhio. Non siamo neanche di fronte ad un catalogo amarcord degli abbracci ricevuti, siamo in un presente ben preciso, l’adesso del leone che legge e del lettore che sfoglia.
Il testo, come è consuetudine con l’autore taiwanese, è inaspettato, provocatorio a volte sfuggente, eppure sempre diretto nel mostrare il cuore di una realtà che non sempre riesce ad essere vera: «Cara zia Ochetta, se lui non fosse stolto, lo abbraccerei forte così come faccio con te. Ma è proprio perché è stolto che voi finirete insieme!», «Se un cigno nero sposa un cigno bianco, nasceranno piccoli cigni a strisce bianche e nere? Gli abbracci rendono le persone stupide?»…
Ci sono passaggi la cui comprensione sembra essere più profonda di quella immediatamente percepibile, manca l’ironia, le parole sono pregnanti e in fondo ciò che rimane è l’impressione di essere compresi a fondo, di essere presi alla radice del proprio essere (per me è stato così!):
«Comunque sono uno stupido. Comunque sono un emarginato. Comunque sono un incapace. Comunque sono un mascalzone. Comunque sono uno sfaticato. Comunque sono un quaquaraquà. Comunque io voglio contare su di te, sempre.»
«Si devono dare sostegno e fiducia ai bambini monelli? Sì. Si deve dare un’occasione per rimediare ai bambini monelli? Sì. Si devono dare abbracci e affetto ai bambini monelli? Sì.».
I due piani narrativi (la storia del leone e la storia contenuta nel libro) si intervallano, dialogano e si chiudono dando il là ad una nuova storia, che troneggia come una nuova copertina sulla nostra quarta di copertina: «Una pigra maialina adagiata su un profumato letto di soffice paglia dormiva, placidamente». La disposizione del testo, piuttosto uniforme, a parte la variazione del colore, lascia alle immagini tutto lo spazio a loro necessario per parlare, reclamando attenzione solo in casi particolari come i falsi questionari o la partitura musicale: peccato solo per il ricorrente refuso dell’apostrofo-primo e virgolette inglesi-secondi che stride.
Le immagini si susseguono con la stessa intensità: le figure sono legate da gesti sostanziali, fermi e sicuri, rendono visibile il bisogno costituivo di ognuno. Gli occhi chiusi della maggior parte delle coppie (ne ho contate solo 6 ad occhi aperti) sottolineano l’intimità del gesto. Le figure tondeggianti, ma non stereotipate o caricaturali, accoppiano animali e bambini su sfondi neutri o appena accennati: gli animali hanno certamente significati legati anche all’immaginario orientale (il maiale nero su tutti, ma anche la figura di donna in nero, probabilmente). La storia del leone interrompe con i suoi colori accesi la sequenza cromatica degli abbracci.
Un libro intensissimo per grandi capaci ancora di farsi toccare dalle cose, ma anche per adulti più stanchi: prendendo spunto dalla storia stessa potreste sempre lanciarne una copia sulla testa dell’interessato.
Questa la versione di Apedario.
Questa la versione delle Briciole di Pollicino.
Abbracci Jimmy Liao - Silvia Torchio (traduttore)
136 pagine Anno: 2014
Prezzo: 22,00 € ISBN:9788865790960
Gruppo Abele editore Anobii
In cammino dietro la stella.
Mentre la grande maggioranza della gente non si accorge neanche della nascita di Gesù, non gli fa posto, i tre Magi la aspettano con ansia, vanno a cercare il Bambino […].
Carissimi amici, come i Magi, seguiamo la stella. Il Signore l’accende sempre anche per noi.
In cammino dietro la stella Angelo Scola Arcivescovo di Milano
Lettera di Natale ai Bambini
Il tempo per ritornare.
La prima volta che sfogliai un libro di Jimmy Liao ebbi queste impressioni:
l’autore aveva molte cose da dire (non sono abituata ad albi illustrati di 120-150 pagine!);
l’immaginario visivo cinese non era pienamente comprensibile, sembrava che sfuggisse sempre qualcosa;
alcune situazioni raccontate, sia con il testo che con le immagini, sembravano inappropriate per un lettore occidentale.
A questa distanza culturale deve però aggiungersi l’unicità dell’autore: originario di Taiwan (la Cina “indipendente e occidentale”) e quindi conoscitore dell’immaginario occidentale e superstite di una gravissima malattia che lo ha portato sull’orlo della morte, dotandolo della capacità di parlare l’universale linguaggio del dolore e della speranza.
Dopo il passaggio “obbligato” attraverso La voce dei colori, ho iniziato a perlustrare alcuni degli albi più famosi dell’autore cinese e tra questi quello che ha colpito maggiormente me e Saverio è stato Il bambino e la luna (peccato per la traduzione, perché il titolo originale cinese, mantenuto dalla traduzione inglese, suona come Quando la luna perse la memoria e inquadra con maggior completezza la storia).
La struttura narrativa di questo libro è complessa. È organizzata infatti secondo un modulo a cornice scandito in capitoli introdotti da prologhi. Come spesso ricorre nelle opere di Jimmy Liao, inoltre, le parole sfuggono alle parti iniziali e finali, lasciando a ciascun lettore l’autonomia di immaginare il tono e il significato da attribuire alle immagini.
Il bambino e la luna si apre con un grattacielo che si staglia su un cielo nero pece da cui emerge un bagliore sfuocato giallo limone. La pagina successiva è bianca e su una porta azzurra è “affissa” la dedica: «Ai ragazzi che crescono con coraggio». Segue una tavola più narrativa che appartiene in modo più chiaramente riconoscibile alla cornice: un incosciente e distratto uomo occhialuto rimira la luna oltre il balcone e poi… cade, mentre sembra scivolare a terra anche la luna. Nelle tavole successive il frontespizio e il colophon, impaginato a forma di luna, sembrano indicarci l’inizio della storia, mentre invece segnano solo il passo successivo, introducendo il primo prologo. Le tavole sono nere peste, come il palco di un teatro, e solo la voce dell’attore è “visibile”: «Le cose visibili non si vedono più. La brezza estiva soffiava leggermente, ma è scomparsa all’improvviso. I ricordi indelebili sono svaniti. Rimane solo il riflesso indistinto degli alberi, che oscillano lievemente».
La storia incomincia in medias res, alternando pagine mute a tavole corredate da brevi testi, illustrazioni a tutta pagina e con riquadri bianchi: è un moto irregolare, ma armonico. Il libro narra di una luna caduta e ammalata e di un bimbo capace di prendersene cura, e di come il mondo ha reagito alla scomparsa del satellite: prima preoccupandosi, ma in modo superficiale, poi accontentandosi di feticci moltiplicati e tutti uguali. È un percorso lungo quello che porta al recupero della memoria: non si può avere fretta e il bimbo lo sa, ma nello stesso tempo non ci si può accontentare. È così che la luna incomincia a ricordare: riprende a volare, riprende a illuminare, riprende le sue dimensioni tanto che: «… non riesce più a rientrare a casa dal suo piccolo amico». Non ci sono mezze misure, non si indora la pillola: «il bambino è disperato». Poi una tempesta offre l’occasione ai due amici di godersi l’ultima sgocciolata sotto l’ombrello insieme, fino a che il vento impetuoso spinge definitivamente il bambino e la luna nello spazio.
«Le cose invisibili finalmente ricompaiono. La brezza estiva soffia delicatamente, facendo danzare l’erba fitta e le foglie degli alberi. I ricordi sono riemersi. Gli uccelli e le nuvole si disperdono, a poco a poco. Solo una delicata si mostra splendente davanti alla finestra…». È il segno della transizione: dalle tavole nere del prologo, in una doppia pagina bianca la sedia che vola richiama l’avventura appena vissuta e il vaso frantumato la cornice narrativa, lasciata, pagine e pagine addietro. Ancora un passo e ritorniamo allo sconsiderato uomo del balcone, ora bendato in ospedale. Due tavole dopo la storia finisce. In silenzio.
La vicenda narra quindi in modo complesso di una esperienza di coma ed incoscienza, del viaggio in un mondo sconosciuto alla ricerca di se stessi, ma racconta anche della cura e dell’attesa, della capacità di accudire e far crescere, è una critica alla società dell’immagine e della falsità.
Questo è quanto una lettura superficiale (!) può offrire al lettore, ma la lettura può essere ulteriormente semplificata. Mio figlio, ad esempio, pur avendo ascoltato la storia per intero, ha percepito come significativa la sola vicenda del bambino, ignorando – credo – la struttura a cornice. Una lettura più approfondita e attenta permette di identificare molte citazioni, che l'autore spesso inserisce nei suoi lavori, come il costume da lupo che potrebbe richiamare il famoso Max de Nel paese dei mostri selvaggi di Maurice Sendak. Quando poi ho riletto il libro con Lucia, una mia amica cinese, i riferimenti si sono moltiplicati e molte immagini si sono spiegate: i conigli, ad esempio, primi testimoni della caduta della luna e presenze ricorrenti ed inquietanti di pagina in pagina, richiamano la tradizione cinese del coniglio lunare, il gufo che veglia nella notte è presenza familiare che custodisce e protegge nell’oscurità orientale…
Nel complesso, il tratto illustrativo di Jimmy Liao, molto semplice e facilmente apprezzabile, ha nella sua composizione illustrativa una ricchezza e una profondità che rischia di sfuggire, tuttavia la vastissima varietà di piani di fruizione offre approdo a diverse tipologie di lettori, bambini compresi.
Un libro da godersi, rileggere, riscoprire. Io ne sono rimasta intrigata, innamorata, incuriosita... un autore che vale la pena di incontrare!
P.S. Se Jimmy Liao vi ha incuriosito andate a scoprire tutti gli approfondimenti fatti dal gruppo Leggere ancora… insieme: sono stati loro a farmi incontrare l'autore! :D
Il bambino e la luna Jimmy Liao - Silvia Torchio (traduttore)
128 pagine Anno: 2012
Prezzo: 18,00 € ISBN: 9788865790427
Edizioni gruppo Abele Anobii
Storie di neve.
Questa è una storia di neve ed è una storia che si intreccia a cento altre storie e che permette ad ogni lettore di partire per raccontarne altre mille.
All’inizio c’è la gioia incontenibile di chi quasi non riesce a tenere i guanti e corre, corre al parco dagli amici perché non ci crede ancora che sia scesa la neve (da noi sono scesi 2 cm di neve e siamo riusciti lo stesso a giocare a palle di neve…) e poi c’è un pupazzo. Il pupazzo di neve ha due grandi occhi azzurri che guardano il mondo, sembra, per la prima volta e vogliono partire alla ventura: «[la città] è grande e piena di cose interessanti da vedere, e di mamme, di papà e di bambini, di cani e di gatti. Più in là ci sono i prati e le montagne. E poi il mare. Insomma, il mondo è bellissimo!». Un pettirosso sembra quasi invitarlo volandosene via, in alto, sulla città frettolosamente in movimento: ma che seccatura per il pupazzo essere ancorato lì, al suolo, nel parco! «Non essere triste. Vedrai, vedrai: la vita è un’avventura meravigliosa per tutti e certamente lo sarà anche per te!»
Ad un tratto però la vertigine del sentirsi venir meno assale il nostro protagonista mentre le sorelle goccioline si stringono insieme e si danno la mano, scivolando via verso il fiume. Inizia il viaggio nel mondo: ecco la città, il porto, le persone, il mare, i cani, le barche, i bambini, i pesci, i gatti. Pare che tutto abbia preso una forma compiuta e invece ecco ancora la vertigine e la paura: «le goccioline si sentirono leggere e strane e cominciarono a salire verso l’alto… Cosa ci succederà?». Passato il travaglio chi poteva immaginare che l’avventura divenisse ancora più interessante? Perché nel cielo vola ormai una nuvola bianca a forma di pupazzo di neve: che vista! È una vita di viaggio, di navigazione e di volo e così quando il pupazzo: «Ricordò le manine inguantate dei bambini, le voci allegre, le risate argentine… non ebbe paura… e il soffio gelido del vento la sciolse in tanti fiocchi candidi». Sembrerebbe una morte (certo il pupazzo si ricrea, ma se pensiamo all’inizio dobbiamo ipotizzare che non sia più lui, perché la memoria è persa!), tuttavia è un passaggio sereno di chi non teme più di cambiare.
Le incisioni e gli acquarelli di Cristina Pieropan regalano a queste tavole un silenzio niveo e una ricchezza di vita e movimento, amplificati dal grande formato del libro. I segni sovrapposti che emergono nelle illustrazioni animano lo spazio di presenze impalpabili, di movimenti passati, di presenze quasi soprannaturali. La bellezza, la gioia, lo stupore, la tristezza sono come contenuti e sussurrati e così piacevoli. Le tavole grandi e sempre bordate di bianco danno la sensazione di trovarsi davanti a grandi finestre entro cui sporgersi per osservare: i cambiamenti di punto di vista e gli scorci arditi dell’artista veneta sono così valorizzati al meglio.
Ora potremmo pensare a questo libro come alla storia dell’acqua, ma potremmo anche seguire la bimbetta e il suo basset hound, oppure fare un giro nel mare tra i pesci palla o con i gatti arancioni… oppure pensarlo come un libro sui cambiamenti, che fanno paura, ma che compongono infine l’avventura meravigliosa della vita.
Storia di un uomo di neve Maria Loretta Giraldo - Cristina Pieropan
36 pagine Anno: 2012
Prezzo: 16,00 € ISBN: 9788817062473
Rizzoli editore Anobii
Spazzini anti crisi.
Questo Natale mio figlio Saverio ha chiesto a Gesù bambino tutto il Lego del mondo. Gliene sono arrivate due scatole ed è il bambino più felice del mondo. Io non ho mai giocato a Lego. Quando ero piccola io e i miei fratelli avevamo il Duplo, poi crescendo io e mia sorella abbiamo virato verso altri tipi di giochi, e quindi questi giorni sono stati il primo reale momento in cui ho avuto a che fare con il Lego. Mentre giravo le pagine con le istruzioni a Saverio, che non voleva in nessun caso che io intervenissi, mi accorgevo con stupore della cura con cui questi giochi sono pensati: le leve, le luci, i colori… Dentro l’abitacolo della nave della guardia costiera è prevista anche una tazza per il capitano. Ho scoperto l’acqua calda – direte – e forse è così, ma inizio a capire perché giochi di questo tipo sopravvivano a generazioni: la cura. Il medesimo stupore mi ha colto leggendo e rileggendo in questo periodo Un giardino sotto terra di Jo Seonkyeong, albo premiato nel 2009 da Andersen per la fascia 0/6.
Moss, il protagonista della storia, è uno spazzino, per tanti versi un emarginato, che lavora di notte in metropolitana: un moderno minatore che scende nelle viscere della terra per lavorare e non vede mai il giorno, perché di giorno dorme. A questo si aggiunga che il lavoro dello spazzino può essere veramente frustrante, perché ogni giorno bisogna ricominciare, ripulire, ripassare esattamente ogni piastrella pulita il giorno prima e sporcata con leggerezza da chissà quale avventore.
Superficialmente si potrebbe pensare che, costretto ad un lavoro umile, Moss sia un uomo alla ricerca di un riscatto e di un cambiamento, ma non è così. Moss è contento del suo, ma questo non basta. Un giorno infatti ascolta casualmente le lamentele di un viaggiatore per il puzzo della stazione. Mettiamoci nei suoi panni: uno pulisce tutta notte, la mattina successiva quasi nessuno se ne accorge e risporca con maleducazione tutto ciò che hai pulito, e inoltre il luogo dove lavori puzza in modo esagerato. Cosa avreste fatto voi? Si potrebbe pensare di pulire sommariamente, «tanto chi se ne accorge!». Invece no, Moss ci mette il doppio dello sforzo e la notte successiva si addentra nella galleria della metropolitana alla ricerca della fonte del cattivo odore e scopre che tutto il tunnel è un deposito di sporcizia e sporco. Non era compito suo, nessuno gli aveva chiesto niente, nessuno pare accorgersi di nulla eppure di notte in notte Moss, spazza, pulisce, lava tutta la sporcizia, regalando nuovi colori e nuova aria alla “sua” stazione. Lavorando scopre poi una nicchia con un accesso all’esterno e decide di regalarle un piccolo arbusto, che giorno dopo giorno cresce fino a fare capolino sul marciapiede. Beh, vi direte: adesso scopriranno che è stato Moss, finalmente cambierà lavoro, diventerà ricco, tutti gli saranno grati etc. etc. No no. Nessuno scoprirà mai chi è stato a causare quel piccolo miracolo, forse in effetti nessuno si accorge neanche di quanto la metropolitana sia bella. «Sotto terra, il piccolo giardino diffonde i suoi freschi profumi. Tac-tac, tac-tac, tac-tac… I passi lenti del Signor Moss si avvicinano. Anche oggi pulirà la fermata della metropolitana prima di andare a trovare il suo giardino sotto terra. Tac-tac, tac-tac, tac-tac…».
La storia è semplice e narrata in modo essenziale, l’impaginazione molto tradizionale e fissa vede una fascia bianca destinata al testo, affiancata da illustrazioni grandi, dai colori fortemente contrastanti e cupi, di un sapore culturalmente lontano, a volte quasi caricaturale nelle sue espressioni. Eppure il cuore della narrazione mi sembra inedito, assai fuori moda in un mondo che arranca e che spesso pensa che fare il meno possibile e lo stretto necessario sia il modo migliore per sopravvivere. In una situazione dove il lamento e il disinteresse spesso sembrano l’unica via, dove i proclami e l’esibizione di sé l’unica soddisfazione, il silenzioso signor Moss mostra come la vera rivoluzione sia quella silenziosa di chi ama quel che fa e lo fa bene, di chi si rimbocca le mani e non fa finta di non vedere (o non annusare).
A Saverio è piaciuto da subito, la narrazione un po’ lunga viene seguita bene dall’alto dei suoi 5 anni e senza prediche o morali finali, il messaggio raggiunge il cuore senza che ci si metta a spiegarlo.
Un libro che non avrei scelto per le illustrazioni, ma che mi sembra un bellissimo esempio anticrisi.
Un giardino sotto terra Jo Seonkyeong-Yang JungHee (traduzione dal coreano)—Nathalie Scholz (traduzione dal francese)
40 pagine Anno: 2009
Prezzo: 15,00 € ISBN: 9788816573390
Jaca Book editore Anobii
La vera gioia.
Ecco, cari amici, in cosa consiste la vera gioia: è il sentire che la nostra esistenza personale e comunitaria viene visitata e riempita da un mistero grande, il mistero dell’amore di Dio. Per gioire abbiamo bisogno non solo di cose, ma di amore e di verità: abbiamo bisogno di un Dio vicino, che riscalda il nostro cuore. Questo Dio si è manifestato in Gesù, nato dalla Vergine Maria. Perciò quel Bambinello, che mettiamo nella capanna o nella grotta, è il centro di tutto, è il cuore del mondo.
Maria la mamma di Gesù Benedetto XVI - Franco Vignazia
48 pagine Anno: 2011
Prezzo: 10,00 € ISBN: 9788897086123
Piccola casa editrice